«Sempre con quell'andirivieni di lettere, che ormai era parte
integrante della mia esistenza, ed era la parte più cara, terminai la
stagione di Reggio; di là passai ai bagni di Livorno, dove mi
raggiunsero il babbo e Gualfardo che avevano ottenuto entrambi un mese
di libertà per passarlo meco.
«Questa volta Gualfardo ed io eravamo, per dirla con termine da
teatro, perfettamente _affiatati_. Freddi entrambi, egli per natura,
io per lo sgomento che avevo di mentire con lui un amore che sentivo
invece per un altro, ci trattavamo come due bagnanti che si sieno
conosciuti alla tavola rotonda il giorno innanzi. Così a me non
accadeva di fargli rimprovero della sua freddezza; e, quanto a lui,
sarebbe andato a rotoli il mondo prima che pensasse a rimproverarmi la
mia.
«E tuttavia ogni volta che scrivevo a Massimo o ricevevo lettera da
lui, mi sentivo umiliata della mia colpa, ne avevo rimorso, stavo a
disagio tra il babbo e Gualfardo; e cento volte fui sul punto di
aprire l'animo mio al mio bel maestro, e di dirgli lealmente: «o fa
ch'io possa amarti, o rendimi la mia libertà.»
«Ma come erano passati i trasporti febbrili di Milano pel bello ed
innamorato Massimo, come era passato il grande sconforto per la caduta
delle mie illusioni a Reggio, passarono anche i miei rimorsi ed i
propositi generosi. Nei romanzi, sul teatro, tutti i principii hanno
un fine; tutti gli intrecci giungono ad uno scioglimento. Nella vita
codesto accade di rado; tutto passa e si dilegua. _Sic transit_.
«E finì il mese dei bagni, e mi recai a Firenze dove ero scritturata
per andar in iscena colla _Jone_ al teatro della Pergola.
«Le lettere di Max s'erano fatte sempre più misteriose; mi citava dei
versi d'amore, ne scriveva per me. Nella mia qualità d'artista ero
circondata a Firenze come altrove. Ben pochi non mi corteggiavano; ed
a me pareva che l'amore fosse il grande affare dell'umana vita.
«Il babbo era tornato con Gualfardo a Torino; non avevo ambiente di
famiglia che m'inspirasse a maggiore serietà d'idee. Quanto a
Gualfardo non mi parlava mai, nelle sue lettere, del nostro
matrimonio, più che d'un eclissi lunare. E così mi restava sempre quel
vuoto nel cuore, ch'egli non pensava a riempiere con una parola
appassionata, e ch'io popolava colla calda memoria di Max.
«Ero alla vigilia di lasciar Firenze. Scrissi al babbo che sarei
partita col primo treno dell'indomani, e sarei giunta a Torino la sera
stessa. Non contavo fermarmi per via.
«La sera mi giunse una lettera di Max. Era una strana lettera, che
riporto per intero.
* * * * *
--«_Mia buona amica_,
--«Avete voluto mortificarmi rimproverandomi i sottintesi delle mie
lettere; accetto la lezione e ve ne ringrazio. Voi dite sempre le cose
vere, e per giunta, come le dite benino! Insomma, siete una giovane
ammodo, e vorrei esservi vicino per esprimervi tutto il trasporto
d'amicizia e di simpatia... che ho per voi. Quanto al resto, acqua in
bocca. Non volete più che ne parli; e sia.
--«Mi crederete molto malvagio se vi dico che provo un senso di acre
voluttà figurandomi che il vostro Gualfardo pensa forse, nel gelo
della sua anima, alla vostra freddezza durante il mese di Livorno, e
ne soffre alla sua maniera?
--«Vi sono periodi nella vita in cui si sveglia nell'uomo tutta la
parte che gli è toccata nella grande eredità del male. Io mi trovo in
uno di cotesti periodi. Non mi sono mai sentito così parente (alla
lontana) coi malfattori d'alta e bassa sfera, come ora, e pensando a
voi ed al giovane tedesco.
--«Il fatto è che io sono molto infelice. Vi giuro pei bei giorni del
nostro fuggevole passato, che non faccio delle frasi per commovervi. A
che le farei? Anch'io come voi dispero dell'amore; anch'io, Fulvia,
guardo con tristezza sconfortata a quel lampo di felicità che ci ha
abbagliati. E poi? E poi c'è Gualfardo, e la vostra fede inviolabile a
quella statua di ghiaccio, ed il suo anello nuziale, e la sua
felicità.
--«_Non son chi fui, perì di me gran parte:_ la parte migliore, la
parte che nessuna potenza umana potrà ridonare alla vita. Mi resta la
vostra amicizia, Fulvia; la vostra affettuosa amicizia, punto luminoso
e dolcemente mesto in una landa oscura e fastidiosa.
--«(Ora poi voglio posare sulla tua bella fronte un lungo bacio, che
sia il compendio delizioso di tutte le mie speranze svanite, di tutte
le mie illusioni non raggiunte; che sia come la cadenza armoniosa di
una bella canzone, che non dovremo mai più ricominciare).
--«Addio, Fulvia. Non mi rimproverate un ultimo sfogo dell'anima. Io
non sono temibile per voi. Non credo di esserlo stato mai dinanzi alla
vostra fiera virtù. Ma ora poi, mi sento disfatto in faccia a me
stesso, e debbo esserlo anche in faccia a voi. A rivederci, se il
destino lo vorrà. Quando vi stringerò la mano, la bella mano candida,
mi troverete molto mutato.
--«MAX.»