Un giorno ella si fermò ritta in un prato con un fascio di codesti
fiori e li diede a reggere ad un bel giovane che le stava al fianco.
Poi andò man mano prendendo le margherite, e ad ognuna dava il nome
d'uno di noi, poi la sfogliava dicendo: «_mi ama, poco, molto, di
cuore, alla follìa, mi burla_.»
E codesto fece per gli uomini come per le donne ch'erano con noi, e ad
ogni oracolo erano esclamazioni e risa e commenti.
Quando disse il mio nome, io che me ne stavo a due passi con Vittoria,
tesi l'orecchio, e sentii battermi il cuore ed accelerarsi il respiro,
come se si agitasse una quistione vitale. Sull'ultima fogliolina,
cadde la parola «_mi burla_.»
--Oh mi burla! esclamò, è una impertinenza! Perchè potesse burlarmi
bisognerebbe ch'io l'amassi.
Quelle parole gettate al vento, con un lieto riso, mi suonarono al
cuore come una sentenza di morte--_Bisognerebbe ch'io l'amassi_.
Dunque non mi amava? Sperava ch'ella si volgesse a riferirmi la
crudele risposta del fiore per combatterne la calunnia; ma l'allegra
signora passò tosto ad un altro nome, e da quello ad un altro, senza
pensarvi più che tanto; ed io odiai e maledissi tutti quelli di cui il
fiore asseriva che amavano Fulvia _molto, di cuore, alla follìa_.
Che mi disse Vittoria in quel frattempo? Che le risposi? Si avvide
della mia agitazione? Mi trovò crudele? O ridicolo? Non ne so nulla;
non vi pensai punto. Dimenticai lei ed il mondo; rimasi solo col mio
amore. Oh gioventù, gioventù!
Ed i giorni correvano veloci, ed io correva con loro a capo fitto in
quella vertiginosa tempesta del cuore; dramma palpitante che si agita
nell'intimo del nostro essere, celato al di fuori dalle frivolezze e
dai sorrisi.
Fulvia teneva sulla tavola un albo, ed io vi avevo già scritto e
riscritto il mio amore in versi ed in prosa. E tuttavia nè io credevo
averglielo rivelato, nè ella averlo compreso. Perchè prima e dopo
della mia parola che partiva dall'anima, erano altre parole che sa
Iddio d'onde venissero. Tutti scrivevano su quell'albo, ed io lo presi
in orrore.
Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli _albums_, i
mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che
l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva
scritto parecchie volte _Fulvia Zorra_. Per tutto il tempo che rimasi
tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in
triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un
imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di
ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a
guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse
comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e
tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi
accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane
scrissi in caratteri microscopici _Massimo Guiscardi_. Poi le misi
dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»
--Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.
--Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria
che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.
Ella guardò bene e poi disse:
--Io non vedo che il suo nome.
E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un
idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita... Ella non
comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e
spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:
--Non capisce mai nulla lei!
Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece
rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella
carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione
che fugge... Ma non disse una parola di più. Comprese che
l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il
suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione,
all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi
tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.