Per tutto quel giorno non vidi Fulvia. Omai non era più possibile
l'illusione. Non per convenienza, non per vegliare alla felicità di
Giorgio, ma per me, per la mia propria felicità io mi sentivo attratto
verso quella strana giovane; il suo sguardo, la sua voce, la lealtà
del suo cuore avevano gettato nel mio i germi dell'amore. Lo sentivo
nascere in me, ed un terrore inconscio mi avvertiva di fuggirla.
Tuttavia questa risoluzione non era ben determinata, e mentre andavo
vagando dalla Galleria al caffè Martini, e di là ai Giardini pubblici,
trovando le ore lunghe ed il giorno eterno, non volendo più tornare
all'Albergo Milano, dicevo fra me:
«Che mi dirà quando la rivedrò? Si lagnerà della mia assenza?»
E continuavo a ripetere queste parole:
«Quanto tempo che non vi vedo, Max!» e studiavo in esse l'intonazione
della sua voce. Dove e quando mi avrebbe salutato così, dacchè non
dovevo più vederla?
Non ne sapevo nulla, ma udivo quelle parole, e mi scendevano al cuore;
e le ripetevo con tale insistenza che ne ero sbalordito, ed il capo mi
pesava come dopo un'emicrania.
Il giorno seguente, alle undici del mattino, stavo in piedi al caffè
Martini dalla parte di via Manzoni. Il mio famoso: «_Quanto tempo che
non vi vedo, Max!_» cominciava a farsi scolorito, e, malgrado tutti
gli sforzi della mia immaginazione, non mi riesciva più di riprodurre,
nel pronunciare quella frase, l'impressione di dolcezza che mi aveva
fatta provare il giorno innanzi. Avevo vegliato tutta notte su quel
pensiero. Lo avevo completamente esaurito, e con esso la mia energia,
l'immaginazione, e la potenza d'amare. Ero annoiato; mi trovavo
puerile d'aver fantasticato come uno scolaro dietro un sogno d'amore;
i miei scrupoli a proposito di Vittoria mi sembravano ridicoli;
insomma l'uomo raffazzonato dalle abitudini sociali si sostituiva in
me all'uomo della natura, in quell'atmosfera del caffè Martini.
Guardavo giù giù in via S. Giuseppe l'andirivieni di belle signore in
toletta da mattina, di bei giovanotti che le adocchiavano; e
sbadigliavo ad intervalli misurati, quando udii una vocina graziosa
esclamare:
--Oh! il signor Guiscardi!
Era Fulvia accompagnata da Giorgio che andava alla _prova dell'opera_.
Io mi affrettai a salutarla, ed ella mi disse:
--Come va che ieri non l'ho veduto tutto il giorno?
Nulla dell'intonazione misteriosa e melanconica della frase ch'io
sognavo. Ed infatti, perchè mi avrebbe detto Max? Non me l'aveva mai
detto. E dove aveva preso io l'idea ch'ella mi amasse tanto da
esclamare _quanto tempo!_ dopo un giorno? È vero ch'io non aveva
stabilito l'epoca del nostro incontro; ma è altresì vero che mi
giungeva già in ritardo.
Fulvia mi rivedeva con evidente piacere; ma era lieta e serena come
all'usato.
--Credevo che mi amasse, ma non è vero, pensai. E questa contrarietà
mi ridonò tutto l'ardore giovanile del giorno innanzi; e quella frase
scolorita riprese tutte le sue attrattive; ed avrei dato l'anima mia
per sentirmi dire da Fulvia:
--Quanto tempo che non vi vedo, Max!
Il mio proponimento di fuggire la giovane artista fu completamente
dimenticato. Era evidente che non l'avevo preso se non per provare
quanto le rincrescerebbe la mia lontananza. Ma poichè non produceva
nessun effetto, era necessario ch'io mi facessi amare abbastanza,
perchè un'altra volta avesse a desiderarmi. Questa argomentazione
naturalmente non la formulai nè colle parole, nè col pensiero; ma mi
sentii irresistibilmente trascinato a ravvicinarmi a Fulvia, e da quel
giorno le consacrai tutte le ore, tutt'i momenti che la mia
professione mi lasciava liberi.
E rivissero in me i poetici entusiasmi della prima giovinezza, e le
timide peritanze e gl'impeti inconsiderati ed i terrori puerili, e
l'eterno dubbio e l'eterna speranza.
Con lei sciolsi il riso romoroso della fanciullezza; e mi abbandonai
alle vergini emozioni dei primi affetti. Tutto il mondo era rinverdito
intorno a me, ed io col mondo.
Nè mai parola esplicita d'amore era corsa tra noi, nè mai ci eravamo
trovati a lungo da soli dopo quella sera. Altri amici erano sempre con
noi e tutti la corteggiavano, e parecchi nutrivano evidentemente per
lei vero affetto, e speravano. Ed io li trovavo sommamente
impertinenti, ed era offeso che Fulvia non se ne mostrasse
oltraggiata. Ed io pure l'amavo, e speravo, e non mi credevo
impertinente, nè avrei trovato ragionevole che Fulvia considerasse
codesto un oltraggio.
Tutti insieme facevamo lunghe scorribande per le nostre prosaiche
campagne lombarde; e talora la mesta Vittoria era con noi; e Fulvia le
cingeva la vita, e lungo i campi monotoni passeggiavano abbracciate e
parevano la statua del dolore stretta a quella della gioia, il
compendio della vita umana.
In tali giorni io non corteggiavo Fulvia, per non offrire alla
marchesa uno spettacolo doloroso; e di codesta abnegazione mi sentivo
eroico.
Ma allora i miei amici le stavano intorno e le dicevano mille cose
galanti, e le davano margheritine a sfogliare per vedere chi di noi
l'amasse più; ed io mi sentiva molto infelice.