CAPITOLO XVI.

La perla d'Occidente.

Perchè era partito Bahr Ibn così improvvisamente dal castello di Kanat,

dove Caffaro ed Arrigo avevano sperato di ritrovarlo ancora?

La cosa merita di esser chiarita ai lettori. Torniamo dunque un passo

indietro, il famoso passo dei romanzieri, che non possono mandar di

fronte tutti i loro personaggi, come si fa dei soldati in linea di

battaglia.

Bahr Ibn, nella notte dopo l'arrivo di Caffaro e di Gandolfo del

Moro al campo di Tell el Kanat, aveva udito uno strepito niente

affatto naturale in quell'ora di tranquillità. Lo _Sciarif_, non

lo dimenticate, era un Arabo, e, come tutti gli Arabi, da Arun el

Rascid, califfo di Bagdad, fino al povero Abd el Rhaman, condottiero

di carovane, non dormiva che da un occhio. Aggiungete che aveva e

sapeva di avere un cattivo vicino, il quale si era pur dianzi rifiutato

a stringere alleanza, e troverete giustissimo che Bahr Ibn, da buon

capitano, dovesse stare continuamente in sospetto.

Ora, come dicevamo, lo _Sciarif_ aveva udito un insolito rumore nel

campo. Perciò era balzato dal letto, e, uscito chetamente dalle sue

stanze, era andato ad appostarsi in luogo opportuno, donde non visto

dare un'occhiata all'intorno.

Una ventina d'uomini salivano in quel punto a cavallo. Al raggio

dell'amica luna, Bahr Ibn ravviso le bianche tuniche e le fascie rosse

dei Fedàvi, poco prima che essi vi gettassero sopra certi mantelli di

grama apparenza, che dovevano nascondere altrui il grado dei cavalieri

e la finezza delle vesti, e si mettessero al galoppo verso ponente.

Quella partenza di venti uomini, in quella forma, a quell'ora, e

in quella direzione, mentre già il Gran Priore aveva annunziato di

voler partire nel giorno seguente per tutt'altra via, era fatta per

insospettire il nostro amico Bahr Ibn, e per destargli in cuore il

desiderio di volerne l'intiero.

Il suo conto fu presto fatto. Chiamò uno dei suoi fidati e gli

bisbigliò alcune parole, a cui quell'altro rispose con un inchino,

che voleva dire: ho capito, lasciate fare a me. Poco dopo la partenza

dei Fedàvi, un uomo solo usciva dal campo. Vi parrà poco per una

esplorazione, lo capisco: ma Bahr Ibn sapeva il fatto suo. Non voleva

svegliare i sospetti del suo degnissimo sozio Abu Wefa e si contentava

di mandar fuori un uomo solo. Ma tutte le sue vedette, che stavano ad

una certa distanza dal campo, avvertite da quell'uomo, dovevano mutarsi

in esploratori.

Allo spuntar del sole, lo _Sciarif_ mandò altri cavalieri verso

ponente, nella direzione di Cades; in apparenza per rilevare la

guardia, nel fatto per occupare un posto vuoto, poichè gli altri erano

già andati, e, a mezz'ora di distanza, spartiti in varii drappelli,

correvano il deserto sulle orme dei Fedàvi.

Abu Wefa non ebbe fumo di nulla, e partì da Tell el Kanat col grosso

della sua gente, prima che le vedette dello _Sciarif_ ritornassero al

campo. Del resto, quello del cambio delle vedette era un particolare

così poco notevole della vita soldatesca, che una novità nella forma,

anco avvertita, non doveva far senso.

Bahr Ibn, in quella vece, insospettito da quella spedizione notturna,

doveva raddoppiare di attenzione e por mente ad ogni più piccola cosa.

Or dunque, accompagnando un tratto, per debito di cortesia, il suo

compagno di accampamento, lo _Sciarif_ si avvide che il Gran Priore,

scambio di muover subito a levante, verso la valle di Siddin, che era

il punto più vicino per riuscire sulla riva sinistra del lago Asfalto,

piegava a settentrione, verso il pianoro di Aroer.

Lo _Sciarif_ conosceva quei luoghi, per essersi aggirato colà lunga

pezza, mentre si studiava di tirar dalla sua le tribù nomadi del

deserto, che si stende alle falde dei monti di Giuda.

— Vai verso Hebron? — gli disse. — Darai di cozzo nella cavalleria dei

Crociati.

— Sì, se avessi in animo di proseguire a quella volta; — rispose Abu

Wefa. — Ma io vado soltanto a Bèrseba, dov'è una parte dei miei. Come

vedi, _Sciarif_, la diversione non è grande, ed anche di là potrò

piegare, senza troppo ritardo, alla valle di Siddim. —

Bahr Ibn fece le viste di crederlo, quantunque non avesse udito mai di

quella guardia che Abu Wefa teneva nei dintorni di Bèrseba. E fermato

il cavallo, strinse la mano ai Gran Priore, per accomiatarsi da lui.

— Dunque, hai deciso? — disse Abu Wefa. — Rimani qui, a spiare

inutilmente il nemico?

— No; — rispose Bahr Ibn; — ho perduto ogni speranza.

— E vieni con noi?

— Non per ora, ma ci penso. Quello che tu mi hai detto ieri mi sta

sempre nell'animo. Il posto di un discendente del Profeta è dove si

combatte per la difesa dell'Islam. E poichè non posso sperare di

vincere Afdhal, — soggiunse Bahr Ibn sospirando, — bisognerà pure

che io mi risolva un giorno o l'altro di lasciar questi luoghi. Come

vivrebbe il re del deserto, se non andasse dove è certezza di preda?

— Dunque?

— Dunque, — rispose Bahr Ibn, — aspetto un cenno. Ho anch'io qualche

speranza di far gente; e presto seguirò il tuo consiglio.

— La fortuna ti assista. Andrai dunque a Tortosa?

— A Tortosa, a Tripoli, a Tolemaide, e dovunque ci sarà da combattere.

— Così va bene; — disse il Gran Priore. — Manderò la lieta notizia ai

credenti. —

E inchinatosi sulla staffa, abbracciò lo _Sciarif_. Quindi si allontanò

sulla via di Aroer, seguito dal suo piccolo esercito.

Bahr Ibn se ne tornò pensieroso al castello di Kanat, e vi rimase tutto

quel giorno e un altro ancora, aspettando.

Alla fine del terzo, giunsero al campo due degli uomini che aveva

mandato sulle tracce dei Fedàvi. Erano i cavalieri meglio provveduti

della spedizione, e tuttavia i loro cavalli erano sfiniti dalla corsa.

— Orbene? — domandò Bahr Ibn, che nella sua impazienza era andato

incontro ai due uomini.

— Abbiamo tenuto dietro agli Assassini, come tu ci hai comandato.

— Si sono essi avveduti di nulla?

— Prima, no; uno di essi più tardi. Ma ce ne siamo impadroniti in tempo.

— In tempo! per che cosa?

— Per saper tutto di loro, mentre essi non sapran nulla di noi.

Andavano verso le strette di Gades e noi li seguivamo da lunge.

Tramontava il sole, quando li perdemmo di vista dietro una macchia di

lentischi. Aspettammo le tenebre per seguitarli fin là, ed avemmo la

fortuna di coglierne uno, lasciato in sentinella, prima che potesse dar

l'avviso ai compagni.

— Lo avete costretto a parlare?

— Sì, mio signore. Sapemmo da lui che essi andavano verso il pozzo di

Rehobot, per piombare sopra una carovana e impadronirsi di un giovane

cristiano, lasciato in custodia ai cammellieri e a pochi arcadori della

sua patria. Ma nello avvicinarsi alle strette di Gades avevano veduto

che la carovana si era dal canto suo inoltrata fino a quel passo,

e perciò, appiattati nella macchia, aspettavano la notte, per dar

l'assalto col favor delle tenebre. Infatti, poco dopo udimmo le grida

degli assaliti e lo strepito delle armi. Eravamo in pochi; del resto,

tu non ci avevi mandato alcun cenno di romper guerra a costoro....

— No, e avete fatto bene a non entrar nella mischia. E sono venuti a

capo del loro disegno?

— Sì, e tornarono ai cavalli, trasportando con sè i loro feriti. Per

altro, ne dimenticarono uno, che si trascinò nella macchia dopo la loro

partenza. Accorremmo ai suoi lamenti, e da lui, coll'aiuto del nostro

prigioniero, abbiamo raccolto i particolari dell'impresa. Il giovane

cristiano, che hanno rapito, non era altrimenti un uomo, bensì una

fanciulla. —

Bahr Ibn era rimasto sbalordito. Già aveva indovinato che quella era

la carovana lasciata indietro da Caffaro, ma era ben lungi dal pensare

che una donna si trovasse con loro. Nè il signor di Caschifellone, nè

Arrigo da Carmandino, gli avevano fatto parola di ciò. Per altro, lo

_Sciarif_ non durò fatica ad intendere che in quel colpo di Abu Wefa

si nascondeva una vendetta, un tradimento di qualcheduno. Ma di chi?

Quale dei nuovi arrivati al suo campo aveva potuto entrar tanto in

dimestichezza col Gran Priore, per tirarlo dalla sua in quella orribile

trama?

Lo _Sciarif_ si ricordò allora di quei compagno di Caffaro, di quel

Gandolfo del Moro, la cui faccia gli era a tutta prima spiaciuta. E

interrogati i suoi familiari, seppe che, durante la notte passata nel

castello di Kanat, il compagno di Caffaro era stato veduto, mentre

usciva dalle stanze del Gran Priore.

La risoluzione di Bahr Ibn fu pronta come la folgore.

— Dove sono andati i rapitori? — chiese egli.

— Avevano avuto ordine di accorrere alla volta di Aroer, dove il Gran

Priore sarebbe andato ad incontrarli.

— Ah! — pensò lo _Sciarif_. — Era questo l'intento della marcia di Abu

Wefa verso settentrione. Ma Eblis non ordisce così bene le sue trame,

che Allà non sappia sventarle. —

E ad alta voce proseguì:

— Chiamatemi Zeid Ebn Assan. E date intanto l'avviso a tutti i nostri

uomini. Si parte quest'oggi. — Il vecchio Zeid fu pronto ad accorrere.

Era egli il più fido dei servitori di Bar Ibn, e quegli che aveva colle

sue cure campato Arrigo da morte.

— Che vuoi, mio signore? Si parte?

— Sì, per la valle di Siddim. Ma la via non è da dirsi ora; io stesso

sarò guida alla nostra gente. Fa che si radunino tutte le provvigioni

d'acqua e di cibo e che i cammelli siano pronti a partire tra due

ore. —

Lo _Sciarif_ pensava che andando dritto a Siddim avrebbe potuto

raggiungere Abu Wefa non troppo lunge da quel passo. Il Gran Priore,

andato alla volta di Aroer, doveva infatti piegare di là verso la valle

di Siddim, perdendo in tal guisa il vantaggio di tre giorni che poteva

avere su lui.

Bahr Ibn non si apponeva che a mezzo. Nei dintorni di Siddim trovò

bensì gli Assassini, ma non tutti. C'erano le salmerie con una numerosa

scorta di cavalieri, ma Abu Wefa era già andato più oltre, e la schiera

dei Fedàvi con lui.

L'arrivo dello _Sciarif_ fu salutato con grida di giubilo. Nessuno si

aspettava di veder così presto quei compagni di accampamento.

— Ebbi un messaggio appena eravate partiti; — disse Bahr Ibn, per

colorire in qualche modo la sua mossa improvvisa; — e sono oramai

libero di andare dove il cuore mi chiama. Per qualche giorno saremo

compagni di viaggio. —

Quella promessa riguardava il grosso della sua gente, non lui. Difatti,

andato avanti con essi tutto quel giorno, proseguì il cammino anche

di notte, col nerbo de' suoi cavalieri. E il giorno dopo, anche i

rimasti indietro, consigliati da Zeid Ebn Assan, credettero necessario

di affrettarsi sulle sue tracce, lasciando indietro le salmerie di Abu

Wefa.

Uscito dalla valle, o, per dire più veramente, dagli stagni di Siddim,

lo _Sciarif_ si addentrò speditamente nelle terre di Moab, muovendo per

Damnaba, Ar, Dibon e Madèba. E tuttavia, quella sua corsa arrangolata

non gli portava alcun frutto. Di paese in paese prendeva lingua, sapeva

che i cavalieri di Abu Wefa erano passati, ma sempre con due giorni di

vantaggio su lui.

— Quest'uomo ha un tesoro da custodire, — pensò lo _Sciarif_, — e

viaggia di giorno e di notte. Facciamo uno sforzo anche noi. —

Abu Wefa, giusta il conto fatto da Bahr Ibn, non poteva avere

più di cento cavalieri con sè. Per correre più spedito, Bahr Ibn

deliberò di lasciare indietro un'altra parte de' suoi, con ordine di

proseguire come più sollecitamente potevano; ed egli con cento de'

suoi migliori si rimise in cammino, risoluto di guadagnare nelle prime

ventiquattr'ore una marcia.

La fortuna gli arrise. A Chirb el Sâr, l'antica Abel Cheramin della

tribù di Gad, ebbe ancora notizie di Abu Wefa, che era passato

il giorno avanti di là. Con un altro sforzo egli era sicuro di

raggiungerlo al guado dello Jabok Serca, affluente del Giordano,

che scorre alle falde della storica montagna di Galaad. Ma temeva a

ragione di stancar troppo i cavalli, e si contentò per quella volta di

guadagnare soltanto poche ore.

La seconda marcia fu condotta anch'essa in tal guisa, per risparmiare

le forze dei cavalli. E fu bene, perchè, guadagnando poche ore ogni

dì, alla mattina del quarto si giunse al poggio di Tell Asterè, che era

stato abbandonato nella notte dalla cavalcata di Abu Wefa.

Fu quella per Bahr Ibn il caso di meditare sulle ragioni del Gran

Priore, nello intento di cavarne una norma per sè.

Anzi tutto, perchè Abu Wefa si era dato a correre in quel modo, che

meglio poteva chiamarsi fuggire? Temeva forse di Bahr Ibn? Pensando

che Abu Wefa sapeva esser questi amico di Arrigo e che poteva essere

avvertito da lui del rapimento della sua fidanzata, il sospetto non

era mica fuori di luogo. Ma il Gran Priore poteva temere eziandio

d'un altro pericolo, cioè a dire d'una corsa dei giovani Crociati ad

Hebron, donde la notizia del colpo, facilmente trasmessa a Gerusalemme,

avrebbe potuto dare appiglio ad una spedizione di Franchi. Varcato il

Giordano poco sotto a Tiberiade, un capitano ardito, come ad esempio

Tancredi di Taranto, non avrebbe trovato molto difficile il còmpito

di attraversarsi sulla strada per cui risaliva Abu Wefa. E questo era

infatti il timore più forte del Gran Priore; il quale in ogni altra

occasione non avrebbe creduto che tutte le forze d'un regno potessero

uscire in battaglia per riconquistare una donna; ma, dopo aver visto la

sua preda, doveva essere di contraria opinione.

Gandolfo del Moro non lo aveva ingannato. Quella che il traditore

aveva additato alle sue brame era davvero la perla d'Occidente. E Abu

Wefa pensava a ragione, che, se le perle d'Oriente erano difficili

a prendere, quelle d'Occidente dovevano essere anche più difficili a

conservare.

Non molto dissimile dalla sua era l'opinione del biondo scudiero, che

andava in mezzo alla cavalcata, chiuso in una lettiga, insieme colle

donne del Gran Priore.

Diana era triste, ma nella sua medesima afflizione aveva attinto la

forza di resistere agli eventi. Custodiva gelosamente, nascosto nella

cintura, un pugnaletto dalla impugnatura d'acciaio ageminato, dono

della favorita di Abu Wefa.

— Io ti amo e ti odio; — gli aveva detto costei. — Ti amo perchè sei

infelice; ti odio perchè sei bella.

— Non mi odiare, compiangimi! — rispose Diana. — La bellezza è un

triste dono.

— Che ti fa cara al mio signore; — notò la schiava di Abu Wefa, con

accento di profonda amarezza.

— Io non amo il tuo signore, la mia fede è giurata ad un altr'uomo.

O sarò sua, o morrò. Vedi, anzi, — soggiunse Diana, che per farsi

intendere da quella donna doveva aiutarsi molto coi gesti, — se

tu vuoi darmi quel pugnaletto che pende dalla tua cintura, esso sarà la

mia salvaguardia. —

E fece l'atto di piantarselo nel petto.

— Da senno? — chiese quell'altra.

— Lo giuro pel mio Dio. —

Un lampo di gioia balenò dagli occhi della schiava.

Quella disgraziata amava Abu Wefa. Ella stessa da poco tempo era

succeduta ad un'altra nelle grazie del suo signore, e tremava di

vedersi posposta a quella nuova bellezza.

Il pugnaletto di Kadigìa, che tale era il nome della favorita, passò

tosto nelle mani della povera Diana, che allora, soltanto allora, si

sentì più tranquilla.

Altri pensieri incominciavano a raffidarla. Notava anzitutto che il

capo degli Assassini, assorto nelle cure del viaggio, non le aveva

ancora detto una parola che accennasse ad un disegno fatto su lei.

L'avea data in custodia alle sue donne, che viaggiavano entro lettighe

gelosamente coperte e guardate continuamente da uno stuolo d'eunuchi; e

tutta la famiglia muliebre era separata rigorosamente dalla schiera dei

Fedàvi, i quali marciavano sempre all'antiguardo.

Inoltre, quel correre affannoso del Gran Priore verso le terre di Moab,

se per avventura la conduceva lunge da Arrigo, dinotava altresì che

Abu Wefa temeva di essere inseguito. Caffaro non si era egli riunito ad

Arrigo? E Arrigo non era egli l'ospite e l'amico di Bahr Ibn? Da lui,

da lui certamente, fuggiva Abu Wefa con tanta sollecitudine.

E un barlume di speranza rompeva le tenebre di quell'anima afflitta.

Era impossibile che la misericordia di Dio si fosse così allontanata

da lei, dalla figlia e dalla fidanzata di due valorosi campioni della

fede. Ma infine, perchè avrebbe temuto? Non dispera mai di salvarsi,

chi sa di poter trovare, ove occorra, il suo rifugio nella morte. E

Diana era risoluta di morire.

Intanto proseguiva il viaggio nella solitudine di quelle sterminate

pianure di sabbia, su cui si stendeva nel giorno la volta infuocata

del cielo, nella notte un padiglione di zaffiro, in mezzo al quale la

splendida luna appariva regina tra un esercito scintillante di stelle.

In alcuni punti si mutava la scena, e lo sguardo salutava ameni colli

coronati di querce e d'allori, o valli romite, in cui l'arancio, la

palma e il melagrano, si vedevano coperti di fiori e di frutti.

Si costeggiava infatti la gran valle del Giordano e il suolo sentiva la

vicinanza delle acque.

Torniamo a Bar Ibn. Egli non è lontano. Dalla eminenza di Tell

Asterè, un poggio famoso su cui gli antichi Ebrei offrivano sacrifizi

ad Astaroth Karnaim, l'Astarte bicorne di Siria, egli aveva veduto

all'orizzonte il polverìo sollevato dalla cavalcata di Abu Wefa. E

riposati alquanto i suoi, disegnò di tenergli dietro senza aspettare la

notte.

Il Gran Priore incominciava appena allora a respirare più liberamente.

Era giunto all'altezza del lago di Tiberiade, o di Genezaret, se vi

torna meglio, e si dileguava il pericolo di veder capitare qualche

legione di Crociati che gli sbarrasse la strada. Ma appunto in quel

giorno doveva cascargli addosso il peggio, e tanto più molesto quanto

meno aspettato.

Di poco era passato il meriggio, quando uno dei suoi _refilìs_, che

comandava la retroguardia, lo avverti d'una grossa cavalcata, che

veniva dietro a loro, muovendo anch'essa da Tell Asterè.

Il pensiero di Abu Wefa corse incontanente ai Franchi del regno di

Gerusalemme. Ma come avevano potuto essere così presto avvisati del

suo passaggio? E come mai gli sbucavano alle spalle, senza pensare che

egli aveva la via libera davanti a sè per fuggire? Ma l'aveva libera

davvero? E non era piuttosto da temere che ogni cosa fosse disposta per

coglierlo in mezzo?

Questo timore lo fece rimanere alquanto perplesso.

— Se volgessi senz'altro a levante? — pensò. — Ma per un semplice

dubbio... per un sospetto..... avventurarmi in un paese così scarso

d'acque, e di viveri, mentre il restante dell'esercito mi segue a tre o

quattro giornate di marcia? —

Il Gran Priore era lontano le mille miglia dal pensare a Bahr Ibn. Sui

primi giorni lo aveva temuto; ma lassù, oltre i monti di Galaad, di

Serca e di Agelun, che aveva superati con tanta celerità, ogni paura

d'inseguimento da quella parte gli era uscita intieramente dall'animo.

Quella esitanza gli aveva già fatto perdere una mezz'ora di tempo.

Aggrottò le ciglia, vedendo che quegli altri si avanzavano sempre più,

e comandò alla sua gente di prendere il galoppo. Ma anche i nemici,

poichè tali bisognava considerarli oramai, anche i nemici lo imitarono,

e la distanza fra le due schiere non si accrebbe, come egli aveva

sperato.

Si fermò allora, pieno di mal talento, e deliberò di vederci chiaro.

— Vadano avanti i cammelli e i lettighieri; — diss'egli; — noi

torneremo indietro, per farla finita con queste incertezze. —

E voltato il cavallo, mosse alla volta di coloro che lo inseguivano.

— Ci hanno veduto, — diceva intanto Bahr Ibn. — A noi dunque! E tu,

Zeid, ricorda le mie istruzioni.

— Non temere, sarai obbedito. —

Lo _Sciarif_ spronò allora il suo corridore, ordinando a' suoi

cavalieri di seguirlo, ma senza troppo ardore, per non insospettire

maggiormente Abu Wefa.

Fu grande la meraviglia di quest'ultimo, quando riconobbe colui che

meno s'aspettava di vedere.

— Tu qui? — gli disse. — Io ti credeva ancora a Tell el Kanat.

— Se tu ci rimanevi ancora una mezza giornata, — rispose lo _Sciarif_

con aria tranquilla, — avrei potuto partire con te. —

Abu Wefa lo guatò con occhio sospettoso.

— Che cos'è avvenuto, — riprese, — perchè tu avessi a mutar consiglio

così presto?

— Niente che io già non m'aspettassi, pur troppo! — rispose lo

_Sciarif_, con un candore, che non riusciva tuttavia a disarmare

Abu Wefa. — Un messaggio dell'Egitto, che mi ha tolto ogni speranza.

Che cosa avrei fatto nel deserto, se non c'era più modo di tentar la

fortuna contro l'usurpatore? Ho trovato buono il tuo consiglio; vado a

Tortosa.

— Ah, sì? — mormorò il Gran Priore, a cui la risoluzione parea troppo

repentina, come troppo sollecito il viaggio.

— Per l'appunto — replicò Bar Ibn; — e voglia il cielo che io non

giunga troppo tardi!

— Infatti, — disse Abu Wefa, — a quest'ora i Cristiani possono aver

fatto molto cammino.... assai più che tu non ne abbia fatto in così

pochi giorni, dacchè ci siamo lasciati. —

Bahr Ibn sentì il colpo, ma fece le viste di non averlo inteso.

— Dunque, se non ti spiace, — ripigliò, — ci faremo compagnia per un

tratto di strada.

— Perchè non m'hai raggiunto prima? — esclamò il Gran Priore. Ecco qua,

siamo proprio all'ultima stazione in cui potessimo trovarci insieme.

— Come? — domandò lo _Sciarif_, che non si aspettava quella sparizione

improvvisa dello schermidore astuto. — Non andavi tu verso le montagne

di Tripoli?

— Questo era il primo disegno; — rispose Abu Wefa. — Ma anch'io ho

ricevuto un messaggio per via. E vado invece a Damasco, per la strada

di Salomè, laddove tu devi proseguire per la pianura di Medan.

— Ah sì? — mormorò Bar Ibn, imitando senza volerlo il suo avversario.

E vide così a tutta prima che la fortuna, se tardava più oltre, gli

sarebbe sfuggita di mano. L'occasione era propizia. Abu Wefa non aveva

in quel punto che otto o dieci cavalieri con sè, mentre il grosso della

sua schiera stava lunge un cinquecento passi, in attesa del suo capo.

A lui, invece, a lui, Bahr Ibn, tutti i suoi cavalieri facevano corona

oramai. Abu Wefa, così scaltro com'era, non aveva preveduto quel caso.

E Bar Ibn risolse di approfittarne senz'altro.

Diede una rapida occhiata a Zeid Ebn Assan, che parve intenderlo a

volo. Indi, spronato il cavallo, si serrò addosso al Gran Priore e lo

afferrò per un braccio, tentando di levarlo d'arcione.

Questi, a sua volta, benchè sorpreso, strinse le ginocchia nei fianchi

dei suo corridore, pensando che questo, con una violenta strappata, lo

avrebbe tolto dalle unghie del suo avversario, meglio che non potesse

fare egli stesso con un colpo di mazza, quand'anche fosse riuscito

ad abbrancare la sua arme ferrata. Ma quantunque il generoso animale

obbedisse prontamente all'impulso del suo signore, egli non fu più

in tempo di svincolarsi. Zeid Ebn Assan afferrava il cavallo per le

redini; uno stuolo di cavalieri, cacciatosi improvvisamente tra lui e i

pochi che lo avevano seguito, gli si addensava minaccioso dintorno.

L'assalto era stato così repentino, che i compagni di Abu Wefa rimasero

come storditi, e non ardirono muoversi in sua difesa. In meno che non

si dice, il Gran Priore fu strascinato a terra e saldamente legato.

Fremeva di rabbia, il malvagio, e aveva la schiuma alla bocca.

— Tu mi dirai, o _Sciarif_, — gridò egli, spirando dal labbro tutto il

furore che non poteva manifestarsi col braccio, — la ragione di questa

ingiuria ad un amico, ad un ospite. Nel mio accampamento di Tell el

Kanat, io ti ho accolto come si accoglie un fratello.

— Sì, — rispose Bahr Ibn, con accento sarcastico, — per farmi poi

comparire un traditore, un ribaldo, agli occhi degli amici ed ospiti

miei.

— Io non t'intendo; — disse Abu Wefa.

— Non m'importa; m'intenderai tra breve. —

E fattosi verso i compagni di Abu Wefa, lo _Sciarif_ comandò loro

che scendessero tutti da cavallo, salvo uno che aveva a portare un

messaggio.

— Non sarà fatto alcun male al vostro signore, se voi non vi muovete; —

diceva Bahr Ibn. — Uno di voi se ne torni a quella gente laggiù, e dica

loro che vuol essere una guerra a morte, se non stanno tutti immobili

al comando. —

Il messaggiero andò, sbalordito dalla fulminea rapidità di quel colpo

di mano.

Come egli fu partito, Bahr Ibn si volse al suo prigioniero.

— Dimmi, Dai al Kebir, ov'è la donna che hai rapita, alle strette di

Cades?

— Io non ho rapito donne; — rispose Abu Wefa, dissimulando a stento la

commozione destata in lui da quella domanda.

— Bada a te! — rispose lo Sciarif, corrugando le ciglia. — Sono del

sangue di Maometto, e ti giuro pel sangue suo, che se tra un'ora non è

qui la donna rubata, io ti ucciderò come un cane. —

Il Gran Priore vide che non c'era nulla a sperare dal tenersi sul

niego, e che colui avrebbe operato in tutto come diceva.

— Essa è tra le mie donne; — diss'egli, abbassando la voce e col volto

acceso di vergogna. — Ma tu, seguace del profeta, non oserai scoprir

loro il viso....

— L'oserò; — interruppe Bahr Ibn; — per gli occhi di Fatima, la gran

genitrice della mia stirpe, l'oserò, se pure tu non mi consegnerai il

tuo sigillo, per farlo riconoscere dal capo dei tuoi eunuchi, che dovrà

restituire la preda. —

Non c'era modo di resistere. I minuti scorrevano veloci e la scimitarra

di Bahr Ibn era già fuori della guaina. Abu Wefa mise un sospiro, che

meglio si sarebbe potuto dire un mugghio di toro, e toltosi dal dito

un anello, sulla cui pietra era inciso il suo nome, lo consegnò allo

_Sciarif_.

— Prendi, e corri! — disse Bahr Ibn al suo fedele Zeid.

Il vecchio prese l'anello, e seguito da cento cavalieri galoppò alla

volta della schiera di Abu Wefa.

Quegli uomini, informati di tutto dal messaggiero, stavano immobili e

taciturni, in attesa.

— Credenti in Dio, — disse Zeid, alzando la voce, — ascoltatemi. Ecco

l'anello di Abu Wefa, vostro glorioso signore. Egli vi comanda di

consegnarmi la donna; dopo di che egli stesso potrà tornar libero a

voi. —

Uno degli ufficiali del Gran Priore si avanzò, e, riconosciuto il

sigillo del suo signore, chinò la fronte senza far motto. Dopo di lui

s'inoltrò il capo degli eunuchi, e, compiuta la medesima cerimonia,

che doveva dissimulare la vergogna comune di una disfatta senza

combattimento, andò, taciturno del pari, verso le lettighe.

Poco stante, il biondo scudiero balzava dal carro coperto, d'ov'era

rinchiuso insieme colla bruna favorita.

Kadigìa non aveva un concetto ben chiaro di ciò che era avvenuto, e

temeva forte per la vita del suo signore ed amante.

— Nessuno ti ha fatto male; — diss'ella, con accento carezzevole. — Sii

misericordiosa con lui!

— Non temere; io non mi vendico; — rispose Diana.

Anch'ella ignorava l'accaduto, ma pensava che Arrigo da Carmandino e

l'amico di lui avessero avuto mano nella sua liberazione. Essi, per

conseguenza, dovevano esser là, arbitri della vita di Abu Wefa.

— Grazie! — esclamò Kadigìa.

E presa la mano del biondo scudiero, v'impresse il bacio della

gratitudine.

— Ecco il tuo pugnaletto; — disse Diana. — Anch'io debbo ringraziarti,

perchè in questo ferro ho veduto un soccorso del cielo.

— Vuoi tenerlo per amor mio? — rispose la schiava. — Esso ti ricorderà

Kadigìa. —

Diana accettò il dono e lo ripose nella cintura. Ella pensava di non

separarsi più da quello strumento di morte, che era stato per tanti

giorni la sua unica salvaguardia in mezzo al pericolo.

Zeid Ebn Assan, che era rimasto lunge dal carro in attesa del prezioso

acquisto, si avanzò allora per riceverlo in consegna dal capo degli

eunuchi. Si aspettava una donna, e la sua meraviglia fu grande al

vedere un giovine scudiero, ma ben presto si riebbe, o, per dire più

veramente, passò dalla meraviglia allo stupore, vedendo quel miracolo

di bellezza, che accoglieva in sè tutte le grazie, tutte le lusinghe,

date da Dio all'ultima e alla più leggiadra delle opere sue.

L'aureola dei santi, come l'hanno immaginata i pittori cristiani,

non era nulla al paragone di quella luce spirituale che circondava la

bellissima testa. Sarebbe stato mestieri di correre colla fantasia a

quell'incognito indistinto di etere e d'ambrosia che involgeva le dee

del paganesimo, quando si degnavano di apparire ai mortali. Essenza

di bellezza, soavità di profumo, aura di pudore, eravate voi che

componevate una corona intorno ai biondi capegli di quella divina, che,

passando in mezzo a tutti quegli uomini, a tutte quelle ammirazioni, a

tutte quelle cupidigie, si faceva in volto color della fiamma.

La più parte dei Fedàvi non avevano mai visto la prigioniera; quei

pochi che l'avevano rapita, mentre la notte ne celava i lineamenti e

il terrore l'avea come contraffatta, credettero anch'essi di vederla

per la prima volta. E gli uni e gli altri sentivano tutta l'amarezza di

quella improvvisa partenza.

— Non ha il paradiso una Urì più leggiadra di questa.

— Essere amati da lei e rinunziare ad ogni gioia promessa nei

cieli! —

Erano questi i discorsi dei Fedàvi, mentre la fanciulla degli Embriaci

si allontanava dal carro.

E uno di costoro osò dire, accanto a Zeid Ebn Assan:

— Siete a un di presso di un numero eguale al nostro. Se noi non

volessimo lasciarla partire!...

— Provate! — rispose fieramente Zeid. — Al menomo cenno di rivolta da

parte vostra, il Gran Priore ci lascia la testa. —

Il Fedàvo non aggiunse parola.

Diana intanto era balzata sul cavallo di Zeid, che aveva voluto

scendere ad ogni costo, per essere il suo palafreniere. E andava

gloriosa come una regina, verso le schiere dello _Sciarif_ che la

salutavano con grida di gioia, mentre quelle di Abu Wefa stavano

mute, in preda alla costernazione. E non era forse naturale, al vedere

quell'astro meraviglioso che si allontanava per sempre? Aldebaran, la

stella prediletta degli Arabi, sparendo improvvisamente dal cielo, non

avrebbe lasciato maggior desiderio di sè.

Lo _Sciarif_, ritto in arcioni davanti al suo prigioniero, contemplava

da lungi la scena e si rallegrava dell'opera sua. Non pensava più

alla fallita impresa d'Egitto; pensava alla gioia dei suoi nemici

quando egli avesse potuto mandar fuori dalle mura di Tortosa un araldo

che dicesse agli assedianti: — Cristiani, Bahr Ibn, mio signore, ha

liberata dalle mani del capo degli Assassini una figlia di Genova,

e la manda, senza chieder riscatto, al suo amico ed ospite Arrigo da

Carmandino, il più prode tra tutti i cavalieri d'Occidente. —

La cavalcata giungeva frattanto al cospetto di Bahr Ibn. Il biondo

scudiero cercava indarno cogli occhi Arrigo da Carmandino.

— Bella figliuola di Genova, — disse allora lo _Sciarif_ in quella

lingua mezzo araba e mezzo italiana, che era il primo frutto delle

Crociate, — tu cerchi i tuoi concittadini; ma non è qui che un amico

loro, il protettore e il fratello d'Arrigo. —

Spiacque a Diana l'assenza di coloro che sperava trovare laggiù. Ma

come seppe l'accaduto, e più particolarmente il modo in cui Bahr Ibn

avea trapelato il rapimento di lei e provveduto alla sua liberazione,

lo ringraziò con tutta l'effusione di un animo riconoscente. Bahr Ibn

l'udiva, la guardava in viso, e s'inebriava di quella voce melodiosa,

di quella bellezza sovrumana.

Passarono davanti ad Abu Wefa, che stava ancora prigioniero, ai piedi

d'un sicomòro. Diana lo intravvide, ma torse gli occhi da lui, che la

saettava d'uno sguardo feroce, sospirando profondamente.

— Che hai? — gli chiese Bahr Ibn, muovendo verso di lui, per sciogliere

la fune che lo teneva legato.

— Sospiro la perla d'Occidente; — mormorò il Gran Priore. — Tu sei

fortunato, o _Sciarif_!

— Fortunato, certamente, perchè potrò restituirla a chi l'hai tolta.

— Ne sei ben certo? Bada, o _Sciarif_; io posso predirti fin d'ora....

— Che cosa?

— Che tu l'amerai e non vorrai più restituirla.

— Sia maledetta la tua lingua! — gridò Bahr Ibn, profondamente turbato.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 21 / 29 题