CAPITOLO XV.

Una triste novella.

I nostri viaggiatori partirono dal castello di Kanat a giorno

inoltrato, perchè Bahr Ibn non sapeva staccarsi da Arrigo di

Carmandino. Gli amplessi fraterni di quei due nemici, così fatti

per amarsi l'un l'altro, si ripetevano, e non senza accompagnamento

di lagrime. Non si è impunemente salvata la vita ad un uomo, non si

è ricevuto impunemente un gran benefizio da lui, non si è vissuti

impunemente un anno insieme, compagni di tutti i giorni, partecipi

di tutte le gioie, di tutte le ansietà, di tutti i pericoli. Bahr Ibn

era d'indole altera, e, giusta la natura degli Ismaeliti, traente al

feroce; ma si sa che appunto in quelle anime vergini di ogni coltura

allignano più facilmente gli affetti gagliardi e vi mettono più

profonda radice. Era un amor di guerriero, quello di Bahr Ibn per

Arrigo di Carmandino. Si aggiunga che lo _Sciarif_, guerriero fin

dai primi anni dell'adolescenza, sbalestrato dal destino in sempre

nuove avventure, non aveva amato mai d'altro amore, ed espandeva

nell'amicizia un ardore, che lasciava indovinare com'egli avrebbe amato

una donna, il primo giorno che si fosse imbattuto in quella che doveva

destargli le vampe del desiderio nel sangue.

— Ci vedremo noi più? — chiedeva Bahr Ibn, tenendo ancora tra le sue la

mano di Arrigo.

— Chi sa? Speriamo.

— In campo.... combattendo! È dolorosa! Perchè non son io nato

Cristiano, o tu Mussulmano? —

Caffaro di Caschifellone, che era l'erudito della brigata, entrò a dire:

— Ho letto nei poeti antichi di due guerrieri, che, scontratisi in

battaglia, e riconosciutisi per vecchi amici, giurarono di cansarsi

sempre, d'allora in poi, perchè il campo era vasto e ognuno aveva

allori da mietere, senza bisogno di tinger le mani nel sangue

dell'amico.

— Questo è bene; — disse Bahr Ibn, e quantunque io non pensi di

muovermi così presto verso i luoghi dove mi sarebbe più facile

incontrarvi nemici, giuro d'imitare questo nobile esempio. —

In tal guisa si separarono i due amici, che imitarono senza saperlo i

due omerici avversarii, Glauco e Diomede, scambiando l'uno coll'altro,

in segno di affetto, le loro maglie d'acciaio.

Arrigo da Carmandino ardeva di giungere alla meta del suo viaggio. La

meta non era Tortosa, ne la galea di Caffaro, già lo argomentate; era

il pozzo di Rehobot, dov'egli aveva ad incontrarsi colla bella Diana.

Ma il cammino era lungo, e per quanta sollecitudine mettessero tutti

a secondar l'impazienza del nostro innamorato, ci vollero tre dì per

giungere a mezza via, cioè a dire alle strette di Cades.

Li aspettava colà un doloroso spettacolo. Il suolo appariva, non pure

calpestato di recente, come se vi fossero passati molti uomini, ma

altresì scompigliato per modo da lasciar argomentare che ci fosse

avvenuta una zuffa. Il sospetto, affacciatosi tosto alla mente di

tutti, fu avvalorato dalla vista di alcune macchie di sangue, che

avevano rappresso in più luoghi l'arena.

— Sire Iddio! — gridò Caffaro. — Qui s'è sgozzato qualcheduno.

— Luogo infame! — rispose l'Arabo che guidava i viaggiatori. — Le

strette di Cades hanno sempre voluto le loro vittime.

Caffaro tremò istintivamente, pensando all'altra parte della carovana

che avevano lasciato indietro.

— È fortuna, — soggiunse, per farsi coraggio, ma senza ottenere

l'intento, — che Abd el Rhaman sia rimasto al pozzo di Rehobot, ed

anche in numerosa compagnia, chè non aveva l'aria di volersene andare

così presto! —

Gandolfo del Moro non intendeva nulla di ciò che vedeva. Qual nesso

era a trovarsi fra quelle tracce d'una mischia recente e la partenza

notturna dei Fedàvi dal castello di Kanat, se l'impresa da lui proposta

doveva tentarsi al pozzo di Rehobot? Forse il vecchio Abd el Rhaman si

era avventurato colla sua gente fino alle strette di Cades? Ma allora,

perchè non si vedeva nessuno dei suoi? Gandolfo non sapeva neppur lui

che pensare; ma incominciava a tremare in cuor suo, tra il dubbio d'una

vendetta troppo piena, e quello di un colpo fallito.

— Andiamo! — disse Arrigo, a cui quella scena stringeva il cuore. — Sia

pace agli estinti, e corriamo dove i nostri ci attendono. Mi avete pur

detto che quello è un luogo sicuro? —

Arrigo avrebbe voluto aver l'ali, o almeno poter divorare la strada

d'un tratto. Ma questo, anche ammettendo che i cavalli potessero

rispondere alla sua impazienza, non potea farsi senza la certezza di

trovar provvigioni lungo il cammino. Infame deserto, che non dava un

fil d'erba ai cavalli, ne un sorso d'acqua ai viandanti assetati! Era

stata di certo una maledizione del cielo, che aveva disteso quelle

pianure sterminate di sabbia.

Va, povero Arrigo, misura le agonie del cuore al passo troppo lento del

tuo corsiero, dono fraterno del generoso _Sciarif_. Tu giungerai sempre

in tempo per piangere la morte d'ogni tua dolce speranza.

Tutto era tumulto e desolazione al pozzo di Rehobot, dove gli uomini

del _Krebir_ si erano ridotti, coi cammelli e colla compagnia degli

arcadori genovesi, dopo il luttuoso evento, che era costato tanto

sangue e la perdita del biondo scudiero.

Ai piedi della tomba di Sidì al Hadgì, e nel centro della sua tenda

di cuoio, i cui lembi si vedevano largamente sollevati, il cadavere di

Abd el Rhaman, ravvolto in un bianco lenzuolo, posava su d'un picciolo

tappeto. Due gruppi d'Arabi lo vegliavano, rappresentando in quel luogo

le _neddabat_, o piagnone, che avrebbero certamente compiuto il loro

funebre uffizio, se il vecchio _Krebir_ fosse morto così vicino al

paese, da potervi essere trasportato.

— «Dov'è egli? — cantava il primo gruppo. — Il suo cammello è qui; son

qui, la sua lancia, il suo scudo e la sua scimitarra; ed egli non è più

con noi.

— «È morto nel suo giorno; — cantava di rimando il secondo gruppo. — È

morto combattendo pe' suoi.

— «No, non è morto; la sua anima è con Dio, un giorno lo rivedremo,

il valoroso _Krebir_, il difensore dei cammelli, il protettore dei

viandanti.

— «No, non è morto, non è morto! Egli ha lasciato a Gaza i suoi figli,

forti come leoni, rapidi come gazzelle. Essi sosterranno nel suo dolore

la donna, di cui è vuota la casa e gelido il cuore.» —

Gli Arabi della scorta erano assorti nel funebre uffizio, allorquando

giunsero al pozzo i reduci dal castello di Kanat. Vedute appena

all'orizzonte le palme di Rehobot, Arrigo da Carmandino e Caffaro

di Caschifellone avevano dato di sprone ai cavalli ed erano giunti

all'oasi, precedendo di due ore la comitiva. Ma Arrigo, che aveva

un cavallo migliore, e una impazienza più grande, precedeva di forse

mezz'ora l'amico.

Riuscito d'improvviso davanti al monumento di Sidì al Hadgì, e veduta

la funebre scena, Arrigo da Carmandino rimase muto a guardare,

e istintivamente chinò la fronte, mormorando una preghiera pel

trapassato, che si vedeva disteso sotto la tenda di cuoio. Arrigo non

conosceva nessuno di quegli uomini e non era conosciuto da nessuno;

perciò non sapeva a cui volgersi, e niuno degli Arabi gli era andato

incontro, per tenergli la staffa.

Uno di essi, finalmente, si mosse dal crocchio e avvicinatosi al

cavaliere gli disse:

— Mio signore, donde vieni e che cosa domandi?

— Vengo dal castello di Kanat; — rispose Arrigo, — e precedo i Genovesi

che hanno lasciata qui una parte della carovana di Gaza. —

L'Arabo non aspettò che il cavaliere rispondesse alla seconda

richiesta, e corse al pozzo gridando:

— Cristiani, venite qua, è arrivato uno dei vostri. —

Alla chiamata si presentarono parecchi arcadori genovesi, che un gruppo

di palme nascondeva agli occhi di Arrigo. Uno di essi, vecchio soldato,

lo riconobbe da lunge.

— Messere Arrigo! — gridò egli, accorrendo. — Sia lodato il cielo! Voi

tornate, almeno!

— Almeno! — ripetè Arrigo, turbato. — Che vuol dir ciò? I nostri

compagni mi seguono e nessuna sventura li ha colti. Ditemi invece; è

qui con voi un giovane scudiero, che porta il mio stesso nome? —

L'arcadore chinò gli occhi a terra, e si pentì, ma troppo tardi, di

essere corso il primo a salutare Arrigo.

— Ah, mio signore! — mormorò egli confuso. — Se voi sapeste....

— Orbene, parla, in nome di Dio! — gridò Arrigo, cui la reticenza

dell'arciero avea dato una stretta violenta al cuore.

— Siamo stati assaliti; — riprese il soldato. — Abd el Rhaman è morto.

— Ma lo scudiero? Madonna Diana, insomma?

— Oh, v'intendo, messere. Noi tutti l'avevamo riconosciuta sotto quelle

spoglie virili. Messer Arrigo, noi siamo stati colti alla sprovveduta

e legati come cani, prima che potessimo opporre una valida resistenza.

Due dei nostri compagni son morti; cinque feriti.... gravemente feriti.

— Ma lo scudiero, disgraziati! lo scudiero, vi domando!

— Calmatevi, messer Arrigo, calmatevi! Lo scudiero.... madonna

Diana.... oh, perdonateci! Noi non ne abbiamo colpa; noi abbiamo fatto

quanto era in poter nostro, per salvarla da quei ribaldi.... —

Caffaro giungeva in quel mentre, e proprio a tempo per raccogliere

Arrigo tra le sue braccia. Se egli non era, il povero Carmandino

precipitava di sella senz'altro.

— Che cos'è avvenuto? — domandò egli a sua volta, indovinando una

disgrazia irreparabile.

— Ah, signore! — gridarono gli arcadori, facendosi intorno a lui

lagrimosi. — Gli Assassini....

— Orbene, avanti! Gli Assassini?...

— Ci hanno assaliti, tre giorni or sono, ci hanno colti a tradimento,

senza che noi potessimo pure difenderci.

— Qui? Con tanta gente della nostra carovana, e con quell'altra che

vedo ancora qui trattenuta?

— No, alle strette di Cades.

— Ah! — gridò Caffaro, rammentando le traccie del sangue. — Il cuore me

lo aveva pur detto! Ma come? — proseguì, interrogando i suoi arcadori.

— Perchè vi siete discostati dal pozzo di Rehobot? E come va che ci

siete tornati?

— Signore, non siamo noi che abbiamo voluto muoverci di qua.

— Forse Abd el Rhaman?

— No, neppur egli. Fu lo scudiero, fu madonna Diana, che moriva

d'impazienza, non vedendovi ritornare al giorno indicato. Abd el

Rhaman, inquieto anche lui la sua parte, finì col cedere alle istanze,

e ci condusse a due altre giornate verso levante, fino alle strette di

Cades. Dovevamo ripartire la mattina, per alla volta di Kanat, quando,

nel cuor della notte, ci giunsero due pellegrini affamati. Erano

due Assassini, travestiti da poveri viandanti. Li abbiamo accolti,

dissetati e sfamati. Essi, in ricambio, hanno tagliato le corde dei

nostri archi, e chiamati su noi, mentre dormivamo, i loro compagni,

appostati in gran numero tra i lentischi della collina. Signore, è

stata un'orrida notte! Due dei nostri, il bravo Rubaldo Vecchio e il

povero Ottone di Busalla, son morti nello scontro; altri cinque sono

feriti, e senza aver potuto salvare il biondo scudiero.

— E il _Krebir_?

— Eccolo là; i suoi uomini lo hanno riportato al pozzo di Rehobot, per

dargli sepoltura. Il generoso vecchio ha pagato colla vita l'error suo

e quello di madonna Diana. —

Arrigo da Carmandino s'era in mal punto riavuto e udiva il racconto

della sua grande sventura.

— Dio! — gridò egli furente, alzando le pugna al cielo. — Questo premio

era serbato ai vostri campioni? —

Caffaro fu pronto a dargli sulla voce.

— Non imprecate, Arrigo. Son gli uomini, i colpevoli, e gli uomini ci

renderanno conto della loro malvagità. —

Le parole andavano ad Arrigo! ma lo sguardo si era rivolto a Gandolfo

del Moro, che era giunto poco dopo di Caffaro.

— Messere, — disse Gandolfo, impallidendo, — voi dubitate di me?

— Lo avete detto; — rispose Caffaro, che non sapeva mentire.

Gandolfo del Moro abbassò la fronte e un sudor freddo gli stillò dalle

tempie. Ma tosto si scosse e oppose un piglio risoluto ai sospetti di

Caffaro.

— È orribile ciò che voi pensate, messere! — diss'egli di rimando.

— Orribile, in verità! — ripigliò Caffaro. — Io stesso non ardisco

fermarmi col pensiero sulla scelleraggine dell'uomo, che ha potuto

ordire un tradimento sì nero.

— Avete ragione: — replicò Gandolfo. — E perdono alla vostra commozione

il sospetto caduto su me. Invero, chi potrebbe odiare Arrigo da

Carmandino se non son io quel desso? E tuttavia, pensateci meglio,

messer Caffaro. Avere amato Diana.... Oh, non mi guardate con quegli

occhi torbidi, Arrigo; il mio amore sfortunato non può essere un'offesa

per voi! Avere amato Diana degli Embriaci, — proseguì Gandolfo,

rivolgendo il discorso a Caffaro di Caschifellone, — vorrà forse dire

che io potessi darla in balìa dei nemici? Il fiero e geloso amatore che

io sarei stato, se avessi fatto una vendetta così sciocca! — soggiunse,

accompagnando le parole con un amaro sorriso. — Un male ho fatto, pur

troppo; e me ne pento, ma tardi. Son io che ho consigliato l'impresa di

venire in traccia di Arrigo; son io che mi sono proposto a capitanarla.

Ma dite, alla croce di Dio, potevo io forse prevedere che madonna Diana

sarebbe venuta con noi? E sono io forse che l'ho consigliata a non

seguirci oltre il pozzo di Rehobot? Eppure, sì, la colpa è mia, perchè

tutto il male è venuto dal mio primo disegno. Ma giuro a Dio che ci

ascolta, e possa io cadere qui fulminato se mento, non è in me altra

colpa fuor questa. —

In quel punto Gandolfo del Moro avrebbe voluto essere esaudito, cader

fulminato davvero; tanto profondamente sentiva egli l'orrore del suo

delitto, e così vivo era in lui il desiderio di sottrarsi allo sguardo

scrutatore dei compagni.

Frattanto, egli avea messo tanto ardore nella sua discolpa, che Caffaro

rimase perplesso, e dubitò del suo dubbio.

— Impossibile! — mormorò egli, rispondendo a sè stesso. — Bisognerebbe

supporre una malvagità troppo grande nel cuore di un uomo. —

Mentre questo dialogo avveniva tra loro, gli Arabi della scorta, e i

loro compagni dell'altra carovana proseguivano la funebre cerimonia.

Finite le lamentazioni, presero il cadavere, lo lavarono accuratamente,

e lo involsero in un bianco lenzuolo, inzuppato nell'acqua e profumato

di belzuino. Poscia, quattro di loro, che erano i più autorevoli nella

carovana dopo l'estinto, sollevarono dalle quattro cocche il tappeto

su cui era disteso il cadavere e lo portarono più lunge, dove era già

scavata la fossa per accoglierlo.

— «Non c'è che un Dio!» — cantava gravemente il più vecchio, che faceva

le veci di sacerdote.

— «E il nostro signore Maometto è il suo profeta, — rispondevano gli

altri in coro.

Giunti sull'orlo della fossa, il vecchio intuonò il _salat el gienaza_,

ossia la preghiera della sepoltura:

«Lode a Dio, che dà la morte e la vita;

«Lode a lui che risuscita i trapassati;

«A lui ogni onore, ogni grandezza; a lui solo il comando e la possanza;

imperocchè egli è sopra ad ogni cosa.

«Sia la preghiera rivolta anche sul profeta Maometto, sui congiunti

suoi ed amici. Mio Dio, vegliate sovr'essi e accordate loro la vostra

misericordia, come l'avete concessa ad Ibrahim (Abramo) ed ai suoi;

imperocchè a voi solo appartengono e la gloria e la lode.

«Mio Dio, Abd el Rhaman era un vostro servo, il figlio del vostro

servo. Voi lo avete creato, voi gli avete largito i beni di cui ha

goduto, voi lo avete fatto morire, voi solo dovrete risuscitarlo.

«Noi veniamo qui ad intercedere per lui, o mio Dio; liberatelo dai

mali del sepolcro e dalle fiamme dell'inferno. Perdonategli, abbiate

misericordia di lui; fate che il suo posto sia onorato ed ampio;

lavatelo con acqua, neve e grandine, purificatelo dei suoi peccati,

come si purifica una veste bianca dalle brutture che hanno potuto

insozzarla. Dategli una casa più bella della sua, parenti più amorevoli

e una moglie più perfetta che non avesse in vita. Se era buono, fatelo

migliore; se era cattivo, perdonategli le sue colpe. O mio Dio, egli si

è rifugiato presso di voi, e voi siete l'ottimo rifugio degli uomini. È

un povero che viene ad implorare la vostra liberalità, e voi siete così

grande, che non lo castigherete e non lo farete soffrire.

«O mio Dio, rafforzate la voce di Abd el Rhaman, allorquando egli vi

renderà conto delle sue opere, e non gl'infliggete una pena superiore

alle sue forze. Noi ve ne preghiamo per intercessione del vostro

profeta, dei vostri angeli e santi. _Amin!_»

«_Amin!_ — risposero tutti in coro.

— «O mio Dio, — riprese il vecchio, — perdonate ai nostri morti, ai

nostri vivi, ai presenti e ai lontani, ai piccoli e ai grandi, ai

padri, agli avi nostri, a tutti i figli e a tutte le figlie dell'Islam.

«Coloro che voi fate risorgere, risorgano nella fede, e coloro di noi

che fate morire, muoiano da veri credenti.

«Preparateci ad una buona morte; la quale ci dia il riposo e la grazia

di venire al vostro cospetto.»

— «_Amin!_» — ripeterono in coro tutti gli astanti.

Finita la preghiera, fu calato nella fossa il cadavere, colla faccia

rivolta verso la Mecca. Larghe pietre scheggiate gli furono piantate

dattorno, ed ognuno degli astanti gli gettò sopra un pugno di terra.

Gli uomini che avevano scavato la fossa ragguagliarono il terreno sulla

tomba, e per custodirla contro gli sciacalli e le jene, la copersero

tutta di rovi.

— Andiamo, — disse il vecchio congedando i compagni; — andiamo fidenti

in Dio, e lasciamo l'estinto ad aggiustare i suoi conti con Azraele.

Cessino i pianti; è un delitto di ribellarsi ai comandi di Dio, e la

morte è un comando di Dio. Accetteremmo noi il suo volere, quando ci

arreca la gioia, e lo ricuseremmo quando ci reca il dolore? —

La turba comprese l'invito, e colle mani sugli occhi si allontanò,

volgendosi indietro ad ogni tratto, per mandare il suo ultimo saluto

a colui che essa non doveva riveder più, fino al giorno dell'estremo

giudizio.

Caffaro di Caschifellone ed Arrigo di Carmandino erano rimasti muti

spettatori di quella funebre scena; questi oppresso, istupidito dal

suo dolore, senza trovare, senza ardire neanco di cercare una via

di salvezza; quegli abbattuto, stordito dalla improvvisa rovina,

desideroso di trovare quella via, ma ancora senza il soccorso di una

buona ispirazione.

— Che facciamo? — diss'egli finalmente. — Se Abu Wefa ha detto il vero,

egli doveva incamminarsi verso settentrione. Tentare di inseguirlo

noi, pochi e stranieri in questi deserti, sarebbe follia. Se tornassimo

indietro per chiedere il soccorso dello _Sciarif_? Egli vi ama, Arrigo;

egli non negherà questo aiuto all'amico.

— Andiamo! — rispose Arrigo scuotendosi, come uomo che esca da un sonno

profondo. — Ma che otterremmo noi, se Dio non ci assiste? Io giuro, —

soggiunse impetuoso, — di consacrare il restante dei miei giorni al

tempio di Cristo, se madonna Diana sarà restituita incolume ai suoi

cari. —

E alzò gli occhi pieni di lagrime al cielo, prendendolo a testimone del

suo giuramento.

Caffaro di Caschifellone chinò il viso e sospirò. Fieramente

innamorato, quantunque senza speranza, egli sentiva più d'ogni altro la

gravità di quel voto.

Deliberato il ritorno, e lasciata una parte dei loro uomini intorno ai

feriti, Arrigo e il suo fedele amico Caffaro si rimisero prontamente

in cammino. Gandolfo li seguiva a malincuore, e avrebbe desiderato

andarsene a Gaza. Ma come fare? Come entrar loro del suo disegno? Qual

pretesto addurre, senza che sospettassero di lui? Andò dunque con essi,

ma coll'animo in soprassalto, come chi teme ad ogni piè sospinto di

trovarsi sull'orlo d'un precipizio.

Ripassarono le strette di Cades, dove Arrigo pianse, Caffaro sospirò,

e Gandolfo raccapricciò. Il biondo scudiero era ricordato in tre guise

diverse.

Giunsero finalmente in vista di Kanat, senza abbattersi in anima nata.

S'inoltrarono nella pianura; e nessun drappello di scorridori li fermò,

nessuna vedetta diede il segnale del loro avvicinarsi alla gente del

castello.

Una sicurezza così grande parve strana a Caffaro, e più ancora ad

Arrigo, il quale, nella sua dimora a Kanat, e, prima di Kanat, nelle

lunghe corse per quanto andava oltre il deserto, era stato testimone

ogni giorno di quella vigilanza sospettosa, che gli Arabi avevano

comune colle gazzelle, loro compagne in que'sterminati silenzii. E un

vago sentimento di nuova paura corse per tutte le fibre del cuore di

Arrigo.

Così soli e non trattenuti, nè salutati da alcuno, giunsero ai piedi

del castello, che ben videro allora essere affatto deserto.

Si dice castello, ma era veramente una rozza costruzione di quattro

mura, rincalzate da quattro torrioni sugli angoli. La presenza di

un pozzo aveva fatto scegliere quel luogo per la fabbrica di un

fortilizio, e la sua eminenza sul piano gli avea meritato il nome di

Tell al Kanat. Abbandonato dagli assassini, che ne avevano fatto come

una guardia avanzata del loro mobile impero, e dallo _Sciarif_ che vi

avea posto temporanea dimora, il _Tell_ ridiventava una stazione di

viandanti, dato il caso poco probabile che ne avessero a passare da

quelle parti, o una ladronaia, come era stato dapprima, cioè a dire

un luogo di rifugio, un covo di Arabi predoni, a cui poteva servire

ugualmente, per tale uffizio un castello abbandonato, o un mucchio di

rovine.

I nostri viaggiatori erano preparati alla partenza di Abu Wefa, che

già aveva lasciato trapelar loro il suo disegno di muovere verso

settentrione; non così alla partenza dello _Sciarif_, che aveva

mostrato di resistere agli inviti del Gran Priore, come questi alle sue

domande d'aiuto.

Interrogarono cogli sguardi l'orizzonte; galopparono per tutti i

versi, cercando le traccie dei viatori. Ma la rena, smossa dal vento,

non serbava le impronte. La sfinge del deserto era muta, e custodiva

gelosamente l'arcano.

Arrigo vide allora la sua Diana perduta e per sempre. Si augurò d'esser

morto, non che a Cesarea, sotto le mura di Gerusalemme, smaniò,

maledisse al destino; finalmente gli vennero meno le forze, e il

disgraziato cadde in così profondo abbattimento, che poco più sarebbe

stato per lui di smarrir la ragione senz'altro.

Caffaro restava per tal modo l'arbitro della sorte. Ed esitava, come si

può argomentar di leggieri, a prendere una risoluzione.

Allora si fece innanzi Gandolfo del Moro per dare il suo parere al

compagno.

— Non mi dite nulla! — gridò Caffaro, perdendo ogni ritegno ad un

tratto. — Io non ho fede in voi. —

Gandolfo diede un sobbalzo, a quelle acerbe parole.

— I vostri dubbi ritornano! — esclamò egli, con accento di rimprovero.

— Sì, — rispose il signore di Caschifellone, — e così non mi fossero

mai usciti di mente! Lasciate che io m'appigli ad un partito. Qualunque

esso sia, io debbo starne mallevadore all'amico. Ora, qualunque

risoluzione io prendessi, basterebbe che mi fosse consigliata

da voi, messere Gandolfo, perchè io dubitassi della mia medesima

ispirazione. —

Gandolfo del Moro si accese subitamente di sdegno e la sua mano

corse all'impugnatura della spada. L'ingiuria era sanguinosa, e un

combattimento senza indugio, dovesse pure costargli la vita, era a gran

pezza più sopportabile dell'offesa.

— Badate! — gli disse Caffaro, senza punto scomporsi. — Io troppe volte

ho fatto l'obbligo mio di cavaliere, e non sento necessità di misurarmi

con voi. Qui comando io, ricordatelo. Se ardite di alzare il braccio,

ve lo giuro per la croce di Dio, vi fo legare colle corde dei miei

arcadori alla porta del castello, e configgere nei battenti a colpi di

frecce, come si usa a casa nostra colle civette e coi gufi. —

Gandolfo del Moro aveva la schiuma alla bocca, e già era sul punto

di avventarsi contro il signore di Caschifellone. Ma poichè egli era

anzi tutto un uomo prudente, anche nei suoi impeti più feroci, messer

Gandolfo diede una rapida occhiata in giro, e vide gli arcadori di

Caffaro, che si erano fatti avanti con piglio minaccioso.

Perciò si trattenne, e, sbuffando come un toro, ricacciò la spada nella

guaina.

— Sono il più debole; — diss'egli, dopo un istante di pausa, — e avete

ragione ad accusar me di un tradimento che avreste potuto....

— Suvvia, dite! — rispose Caffaro, infastidito da quella reticenza. —

Che avrei potuto.... Che cosa avrei potuto far io? In che cosa, e in

che modo, posso io andare appaiato con voi?

— Oh, non siate tanto superbo, messer Caffaro di Caschifellone! Non

sono stato io solo ad invaghirmi della figliuola di Guglielmo Embriaco;

e perchè dovrei essere sospettato io solo? Vi contenterò, dunque, e

lo ripeterò. Sono il più debole, e avete ragione ad accusar me di un

tradimento, che bene aveste potuto ordire anche voi.

— Io! Ah, tu l'hai confessato in queste parole; — tuonò Caffaro allora;

— tu sei il ribaldo. Ardisci guardarmi in viso, e prender giudici tra

noi questi valorosi. Quale è tra noi faccia di traditore?

— Certo, io non ho volto di femmina; — notò amaramente Gandolfo. — E

poi, quali giudici son questi? I vostri soldati, messere.

— I tuoi concittadini, furfante! Ma va, tu non hai patria; tu non

meriti che i figli di Genova riconoscano in te un loro fratello.

Laggiù, — soggiunse Caffaro con accento solenne, — sulla via donde

è partito Abu Wefa, il Gran Priore degli Assassini, laggiù è la

tua patria. Infedele ai tuoi compagni, lo sarai anche al tuo Dio.

Va, traditore, e ti accolga il nemico, e ti paghi il prezzo del tuo

tradimento.

— È giusto! — gridarono gli arcadori. — Vada cogli Assassini, che ci

hanno colti a tradimento nelle strette di Cades. Il suo posto è laggiù,

se voi, signore, non ci consentite di far giustizia su lui.

— Questo non sarà mai; — disse Caffaro. — La spada del soldato di

Cristo non si macchierà di un sangue così vile. Ed ora, andiamo a Gaza.

I nostri compagni da troppi giorni ci attendono. —

La piccola carovana si rimise in cammino. Per un ultimo tratto di

compassione, il bandito ebbe la sua parte di provvigioni, che finse di

non vedere, mentre gli Arabi della scorta le deponevano a terra. Anche

il suo cavallo gli fu lasciato; ma i suoi scudieri, invitati a rimanere

con lui, non vollero saperne a nessun patto.

— Lo avete chiamato un infedele; — dicevano a Caffaro. — Non c'è

vincolo di vassallaggio che possa trattenerci con lui. —

Arrigo da Carmandino non intendeva nulla, non si era avveduto di nulla.

Lo ricondussero a Gaza, obbediente ed ignaro, come sarebbe stato un

fanciullo.

La galea di Caffaro li accolse, e, sciolto il provese, si mise tosto

alla via. Il vento spirava propizio alla loro navigazione, e otto

giorni dopo raggiungevano l'armata, che stava sulle áncore davanti a

Tortosa.

I due fratelli Embriaci ebbero una stretta dolorosissima al cuore,

nell'udire la perdita della sorella. Messer Nicolao si pentì della

fede riposta in Gandolfo del Moro. Ma era tardi, e il pentimento non

rimediava a nulla. Per altro, egli stesso consigliò che si spiccasse

dall'armata un naviglio, che recasse al console suo padre la triste

novella, con un racconto minuto della spedizione di Gaza.

La tristezza era in tutta l'armata. I Genovesi avevano ritrovato Arrigo

da Carmandino, ma aveano perduto Diana, la bella figliuola di Guglielmo

Embriaco, del glorioso Testa di Maglio.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 20 / 29 题