CAPITOLO XVII.

Nel quale si vedono operare i sortilegi di Abu Wefa.

Siamo a mezzo l'autunno. La _Caffara_, salpata dalla Maiuma di Gaza,

è andata a golfo lanciato verso settentrione, per raggiungere le sue

trentanove compagne all'assedio di Tortosa.

Quando i nostri amici arrivarono in quei paraggi metà dell'impresa era

già fornita da Ugo Embriaco e dal fratello Nicolao, perchè il naviglio

genovese si era in quel frattempo impadronito dell'isola e della

fortezza di Arado.

Era quell'isola distante forse due miglia dalla costa. I Fenicii

l'avevano chiamata Arvad, i Greci Aradio, e al tempo di cui narro

dicevasi Arado. Anzi che un'isola, poteva dirsi uno scoglio, emergente

dai flutti, che girava forse un miglio, di forma allungata, con una

lieve salita verso il centro, e ripido da tutti i lati. Gli esuli

di Sidone avevano fondata su quello scoglio una città marinara, ed

è facile immaginare che, mancando lo spazio, gli abitanti Arvad se

ne ricattassero nell'altezza a cui facevano ascendere le loro case,

altezza sterminata, come era sterminata la profondità delle cisterne

scavate nel masso, per raccogliervi l'acqua piovana o andare a cercare

una sorgente d'acqua dolce nelle viscere della terra.

Una doppia cinta di mura, avanzo dell'arte fenicia, custodiva la città

di Arado. Ma non gli valse perchè i Genovesi, impedite le comunicazioni

colla costa, l'ebbero per fame in loro balìa; non rimanendo ad essi più

altro che espugnare la città sorella, Tortosa, che sorgeva sulla costa.

I fratelli Embriaci e Ansaldo Corso, loro compagno nell'impresa,

diedero opera gagliarda all'espugnazione della terra. Come ho

già detto, avevano spedito in tutta fretta a Genova una galèa per

annunziare ai consoli la presa di Arado, e ad uno di essi, a Guglielmo

Embriaco, il triste esito della spedizione di Gaza.

Da venti giorni durava l'assedio, senza che la città, forte per la

sua postura e validamente difesa, accennasse ancora ad arrendersi.

Non potuta circondare dalla parte dei monti, Tortosa avea sempre

vettovaglie e soccorsi d'armati. Ma San Lorenzo (che era in quei tempi

ii santo prediletto dei Genovesi), san Lorenzo proteggeva i suoi divoti

cittadini, e faceva capitare nelle acque di Tortosa altre otto galere,

comandate da Mauro di Piazza Lunga e da Pagano della Volta, che erano

stati consoli nella antecedente compagna. A proposito, ho promesso, non

so più dove, di chiarire ai lettori questo negozio della compagna. E

poichè il nome mi è caduto dalla penna, manterrò la promessa.

Noto anzi tutto che _compagna_ e _compagnia_ gli è come dir zuppa e

pan molle. Per altro, i Genovesi antichi dicevano sempre compagna,

intendendo forse da principio una società pattuita fra mercatanti,

per due, o tre anni, nell'intento di far fruttare l'opera loro, e il

danaro posto in comune. Dalla pluralità il concetto si allargò alla

totalità, e l'associazione di tutti i cittadini si disse, nel latino

dei pubblici, atti, _Communis compagna_, e più chiaramente _compagna de

comuni Janue_. Se eravate fuor d'essa, potevate considerarvi fuor della

legge; non avevate diritto a cittadinanza, a giustizia, a pubblici

uffizi.

Vi ascrivevate alla compagnia giurandone i patti _in osculo pacis_,

nel bacio della pace, vincolo e pegno tanto necessario in quei tempi

di continue discordie. Questo dicevasi «giurar la compagna;» e coloro

che giuravano erano i cittadini _utili_, i cittadini _idonei_, che

contribuivano alla cosa pubblica con danaro, o servigi, sotto il

reggimento dei consoli, i quali si eleggevano ad ogni nuovo giuramento

di compagna.

Questa adunque era la grande, la prima de _communibus rebus_. C'erano

poi le urbane, o minori, in numero di otto, che rispondevano agli otto

rioni della città. Tra queste compagne urbane si dividevano le imposte,

le spese di guerra, gli apprestamenti delle galere. Donde avveniva

che pel numero delle compagne si dividessero altresì le schiere

dell'esercito e le galere dell'armata, dando ciascheduna compagna il

suo rettore alla nave, o alla compagna di soldati, sotto il comando

di un console, o di altro capitano, scelto dal popolo tra gli uomini

consolari.

E questo, che ho detto così di passata, vi chiarirà, lettori

umanissimi, quell'altra faccenda del numero di otto galere che

giungevano di rinforzo nelle acque di Sorìa, sotto il comando di Pagano

della Volta, uno dei nobili genovesi, e di Mauro di Piazza Lunga, uno

dei popolari, ambedue scaduti in quell'anno dalla prima magistratura

cittadina.

Caffaro di Caschifellone si confortò un tratto nelle braccia dello

zio Pagano. E dell'arrivo di quelle otto galere si confortarono tutti,

sperando di poter condurre più facilmente a buon fine l'impresa.

Infatti, c'era mestieri di rinforzo. Mai, dopo la espugnazione di

Cesarea, i Crociati avevano tanto sudato attorno ad una cerchia di

mura. Ben presto ne seppero la ragione. L'Emiro di Tortosa non era

solo a difendere la città. Fin dai primi giorni dell'assedio, aveva

compagno uno dei più valorosi campioni dell'Islam. Il lettore lo ha già

indovinato; era Bahr Ibn, che noi avevamo lasciato presso Teli Asterè,

a quattro giornate di marcia dalla terra assediata.

Arrigo da Carmandino era lungi dal sospettare che tesoro fosse caduto

in mano al nuovo difensore di Tortosa. Per lui, come per Caffaro, la

povera Diana era sempre in balìa di Abu Wefa, il terribile capo degli

Assassini, del quale s'incominciava appena allora ad avere nel campo

dei Crociati qualche più certa notizia, ma senza sapere il vero luogo

in cui fosse andato a piantare le sue tende.

Non c'era dunque da far nulla, nè da tentare, per la salvezza della

infelice Diana. Questo era il pensiero di Caffaro, il solo dei due

amici, che avesse ancora la mente così sana per accogliere un concetto

e meditarlo. Quanto ad Arrigo, non c'era affè da sperarne un consiglio.

Il poveretto avea quasi perduto il senno; il suo spirito annebbiato non

vedeva più che una cosa, la possibilità di un miracolo. Ma certamente

non lo sperava neanche, poichè l'uso ch'egli faceva della vita,

indicando il disprezzo in cui l'aveva ogni giorno di più, mostrava

apertamente com'egli cercasse la morte, quasi per trovarci un termine

alle sue cure affannose.

Combatteva da disperato, guidava tutte le fazioni più arrisicate. Non

c'era sortita di assediati, che non s'incontrasse, per sua disgrazia,

in quell'audace guerriero, davanti al quale indietreggiava la morte.

La fama del suo voto si era sparsa nel campo, e di là era corsa fino

a Gerusalemme, dove spesso andavano messaggieri dell'esercito. E già

parecchi degli Ospitalieri di San Giovanni erano partiti dalla città

santa, per andare a vedere le prodezze di lui e a salutare quella

futura gloria dell'Ordine.

Continuatori dell'opera pietosa degli ospizii ai pellegrini (ospizii

che avevano fondato in Gerusalemme i mercatanti d'Amalfi), gli

Ospitalieri di San Giovanni erano allora una congregazione tra

monastica e militare, che da Goffredo Buglione aveva avuto lode e

privilegi, e da Baldovino ogni maniera di favori, come quella che

prometteva di riuscire un valido aiuto al regno crocesegnato. Il loro

istitutore, Gerardo di Tonco, era un gentiluomo piemontese, andato in

Terrasanta fin dal 1074. La fondazione degli Amalfitani aveva trovato

in lui il più zelante e il più divoto dei suoi cultori. Durante

l'assedio di Gerusalemme, il buon Gerardo era stato chiuso in prigione

dai Saracini, e l'entrata dei Cristiani lo avea liberato. I suoi

Giovanniti erano monaci, infermieri e soldati, e dal loro ordine, che

fu il primo di tal sorte, doveva staccarsi pochi anni di poi un altro

italiano, Ugo de' Pagani, per fondar l'Ordine dei cavalieri del Tempio.

Nei campo cristiano, Arrigo era già chiamato il Giovannita. Egli

stesso, in un impeto di quella disperazione terrena che fa cercar

rifugio nel pensiero della divinità, comunque la s'intenda, e

quantunque troppo spesso ci apparisca non curante di noi, aveva già

cinte sull'armatura le insegne dell'Ordine, che consistevano in un

mantello di lana bigia, e in una croce biforcata d'argento.

In Tortosa il nuovo Giovannita era temuto per quel suo meraviglioso

ardimento, che, facendogli disprezzare il pericolo, rendeva gli assalti

suoi così dannosi agli assediati. Si diceva da tutti i Saraceni che

se nell'esercito cristiano si fossero trovati cento altri come lui,

Tortosa non avrebbe potuto resistere un giorno, con tutto il valore e

la rara prudenza di cui faceva prova Bahr Ibn.

Ben presto anche tra i Saracini fu risaputo il nome di quel fiero

Crociato. Chi li aveva ragguagliati in tal guisa?

Ricordate che non lunge di là, vigile scolta contro Mussulmani e

Cristiani, aveva piantato il suo vessillo un altr'Ordine, assai meno

religioso, ma fortemente disciplinato, quello degli Assassini. Tripoli,

ancora in potestà dei Mussulmani, distava appena quaranta miglia da

Tortosa, e alle spalle di Tripoli, nel castello di Massiad, vigilava

Abu Wefa, come un avoltoio sul ciglione della rupe.

Insieme col Gran Priore stava un altro personaggio di nostra

conoscenza, giunto a lui per una di quelle malaugurate fortune, che

arridono spesso ai malvagi e li attraggono l'uno all'altro per mezzo a

difficoltà e pericoli tali, che condurrebbero a mal punto una schiera

di onest'uomini. Il Gran Priore si era affrettato ad accoglierlo tra'

suoi _dais_, o maestri iniziati, facendogli saltare d'un tratto il

grado inferiore dei _rèfilis_, o compagni, ai quali non era svelato

tutto l'arcano della sètta. Che bisogno c'era egli di aspettare altre

prove da Gandolfo del Moro, che aveva mostrato di lancio come fosse

sottile l'ingegno e sicura la sua fede nel male?

Gli emissarii di costoro correvano assiduamente per ogni lato. Si

fingevano Ebrei, Cristiani, e ogni altra cosa che loro mettesse

conto di parere. Arditi e destri, si ficcavano qua e là, curiosando,

ascoltando e tremando, giusta i fini reconditi della sètta, e non era

città del regno crocesegnato, o terra di Saracini, dove Abu Wefa non

avesse mandato suoi esploratori.

Un giorno nella tenda di Arrigo si trovò una pergamena accartocciata.

In essa erano scritte queste parole:

«Che il tuo amico Bahr Ibn sia in Tortosa, lo saprai. Ma una cosa non

sai: che egli ha rapito la tua fidanzata e la tiene. Egli sa che tu

sei votato ali' Ordine di San Giovanni e pensa che un gentil cavaliere

come tu sei, terrà fede al suo voto. Diana sarà sua, o per amore, o per

forza.»

A quella lettura Arrigo diede in un grido di stupore, che si mutò ben

presto in urlo di rabbia. Triste combinazione di eventi! Egli sapeva

che la sua povera Diana non era in balìa di Abu Wefa, e in pari tempo

che Bahr Ibn lo aveva tradito.

Tradito! Ma come? Il pensiero di Arrigo corse anche una volta a

Gandolfo, a cui troppo generosamente Caffaro aveva perdonato la vita.

Ma chi dava l'annunzio del tradimento di Bahr Ibn? Ed anche qui

il pensiero correva a Gandolfo, sebbene quel fatto paresse in

contraddizione coll'altro. Como mai Gandolfo del Moro potea dare avviso

al suo rivale della sorte toccata a Diana, se era egli stesso che aveva

ordito la trama per togliere quella donna a lui?

Caffaro, che era il più calmo dei due, si provò a conciliare le due

cose, e pensò che quel tristo di messer Gandolfo, dopo averla fatta ad

Arrigo, si fosse pentito, e non volesse lasciarne godere il frutto al

Saracino.

Il signore di Caschifellone non si apponeva che a mezzo. E difatti, il

nostro amico non poteva argomentare da sè, come Bahr Ibn, seguendo una

buona ispirazione, fosse andato sollecito sull'orma di Abu Wefa. Se

questo avesse saputo, il resto gli sarebbe apparso chiaro come la luce

del giorno. Perchè, quanto a indovinare le conseguenze di un incontro

di Bahr Ibn colla bella figliuola di Guglielmo Embriaco, nessuno lo

avrebbe fatto più agevolmente di Caffaro. Egli stesso, così leale amico

ed onesto cavaliere, aveva forse potuto custodire il suo cuore contro

le grazie innocenti, eppure tanto pericolose, di madonna Diana?

Arrigo, intanto, che non vedeva più lume, avrebbe senz'altro ordinato

di dar la scalata alle mura, e insegnata la via coll'esempio. Ma poichè

non tutti gli assedianti partecipavano al suo furore, e l'ardimento più

efficace è quello che non si scompagna dalla prudenza, vinse il parere

degli altri capitani, i quali fecero intendere al nostro innamorato non

essere ancora il tempo di dare l'assalto, tanto più che le torri e le

altre macchine di guerra, in cui erano così valenti i figli di Genova,

non erano ancora condotte a termine, e le frequenti sortite degli

assediati facevano andar lenti i lavori dei maestri d'operare.

Il povero Arrigo dovette ristarsi e divorare la sua rabbia impossente.

Ma intanto il suo amico Caffaro si preparava a servirlo in altra guisa.

Un trombettiere andò la mattina seguente fin sotto le mura di Tortosa,

diede i tre squilli, e, veduti i custodi che s'affacciavano alla

merlata, gridò:

— Il mio signore Caffaro di Caschifellone, uno dei cavalieri

dell'esercito genovese in Sorìa, chiede al vostro capitano, il nobile

_Sciarif_ Bahr Ibn, un colloquio entro le mura di Tortosa, o in altro

luogo che più gli torni gradito. —

La risposta si fece aspettare a lungo. Finalmente giunse alla merlata

un araldo, e disse:

— Ben venga il signore di Caschifellone; lo _Sciarif_ è disposto a

riceverlo. —

Caffaro salì prontamente a cavallo e andò soletto e fidente verso la

saracinesca. Colà uno dei custodi slacciò la fascia del suo turbante e

bendò con essa gli occhi dell'inviato, perchè egli non avesse modo ad

esplorare gli accessi delle mura; indi il fedele e valoroso amico di

Arrigo da Carmandino fu introdotto in città.

Lo _Sciarif_ era in una sala terrena della ròcca, che sorgeva nel mezzo

della città, e gli facevano corona parecchi dei suoi uffiziali. A mala

pena vide entrar Caffaro, li congedò d'un cenno, e pochi istanti dopo

era solo con lui.

Un'aria di cupa mestizia regnava sul volto dello _Sciarif_, indicando

l'interno struggimento d'un pensiero molesto. Gli traluceva dagli

occhi quella fiamma truce, che tradisce gl'incendii profondi del

cuore e annunzia le morti precoci. Le labbra rigide non sapevano più

atteggiarsi al sorriso. E tuttavia, Bahr Ibn salutò cortesemente il

crociato, invitandolo a sedergli daccanto.

— Sii il benvenuto; — gli disse; — che cosa posso io fare per te?

— Nulla per me; — rispose Caffaro; — tutto pel tuo amico e fratello,

per Arrigo da Carmandino. —

Il viso di Bahr Ibn si rabbruscò due cotanti di più, a quel cenno

così repentino di Caffaro; che entrava, come si vede, _ex-abrupto_

nell'argomento della sua visita.

— Non lo ami più, forse? — dimandò Caffaro, che aveva notato quell'atto

di ripugnanza. — Lo aver combattuto l'un contro l'altro da valorosi,

l'essere vissuti così lungamente insieme, tu salvatore per lui ed egli

ospite tuo, non sono dunque più nulla?

— Erano; — rispose Bahr Ibn, sospirando; — ora non più. La catena

dell'amicizia è spezzata; le tenebre regnano tra noi due. Quando la

luna passa sul disco del sole, anche la luce dell'astro maggiore si

spegne, e il freddo invade le ossa. —

Caffaro chinò la testa senza far motto.

— Diana è in tuo potere? — diss'egli, dopo un momento di pausa.

— C'è; — rispose asciuttamente Bahr Ibn.

— E non pensi di lasciarla tornar libera ai suoi?

— L'amo; — replicò lo _Sciarif_, abbassando le ciglia.

— Che essa è la fidanzata di Arrigo?

— L'amo. Non m'intendi? L'amo. Ti parrà forse strano....

— No; — rispose Caffaro. — L'ho amata anch'io, ma ho saputo comandare a

me stesso.

— Non l'hai amata; son io che te lo dico; — gridò lo _Sciarif_ con

accento vibrato. — Se tu l'avessi amata, l'ameresti ancora, l'ameresti

fino alla morte. O mi hai mentito, — soggiunse notando l'aria abbattuta

di Caffaro, — o l'ami sempre anche tu. Vedi? L'ho indovinato. Anche su

te qualche spirito maligno ha gettato un incantesimo, come su me lo ha

gittato Abu Wefa? Triste cosa, cristiano, amar chi non t'ama, e amare

come amo io! Ma comunque sia, io non vo' separarmi da lei. La perla

d'Occidente mi sarà fatale, lo sento; e tuttavia non la darei per la

corona d'Egitto, non pel trono di Arun el Rascid, non per quello di

Suleiman, il re che comandava agli spiriti e che ebbe nel suo Arème

le più leggiadre fanciulle del mondo. Ella morrà, mi ha detto; ed io

mi ucciderò sul suo cadavere. Le ho offerto, sai, le ho offerto di

inchinarmi al Dio dei suoi padri, io, io discendente del Profeta, e

di esser dannato in eterno. Vedi tu se io l'amo, se posso ascoltare le

profferte che vieni a farmi, in nome tuo o di Arrigo, non monta.

— In nome di Arrigo, io te l'ho detto; — rispose Caffaro, vedendo

oramai che di riavere la donna per le vie dell'amicizia non rimaneva

speranza. — Se fosse in nome mio, ben altra proposta farei.

— E quale?

— Di domandarti madonna Diana in campo chiuso, con lancia e spada,

all'ultimo sangue. —

A quelle parole del crociato, lo _Sciarif_ diede un balzo e sbuffò come

il destriero generoso al primo squillo della tromba di guerra.

— Sarebbe un giuoco pericoloso; — diss'egli, con accento pieno di

minaccia. — E perchè non me l'offre Arrigo?

— Arrigo non ci ha pensato; — rispose Caffaro. — Egli non sapeva

mica, non poteva prevedere che tu avresti fatto così poca stima

della amicizia che era tra voi. Del resto, — soggiunse, col fermo

proponimento di pungerlo, — Arrigo da Carmandino ha combattuto già una

volta con te, e non è stato egli il perdente.

— La sorte è cieca; — gridò lo _Sciarif_. — Potrebbe esser vinto

quest'altra.

— In Occidente, — notò Caffaro, — una giostra cosiffatta non è

consentita dagli usi. Quando due cavalieri si sono affrontati in campo

chiuso ed è stato sparso il sangue di uno tra loro, essi diventano

fratelli, son sacri l'uno per l'altro; salvo che....

— Salvo che.... — riprese Bahr Ibn. — Prosegui!

— Salvo che uno di loro voglia portare il carico della offesa alle

consuetudini, commettendo un atto sleale. E qui forse sarebbe il

caso... almeno, davanti alle leggi dell'amicizia. Non sei tu il

rapitore della sua donna?

— Non l'ho rapita a lui; — proruppe Bahr Ibn; — nè ad altro dei suoi

che non sapesse difenderla. A un ladro l'ho tolta. Se io non fossi

stato, ella sarebbe ora in balìa di Abu Wefa, di un padrone e di un

amante assai meno riguardoso di me. —

Caffaro sapeva oramai tutto quello che gli premeva sapere.

— Dunque, — diss'egli, — se verremo a ridomandartela colle armi?...

— Il ferro della mia lancia ricaccerà la domanda in gola a chi sarà

tanto ardito da tentare la prova.

— E se soccombi? Perchè, tu l'hai detto, o _Sciarif_, la fortuna è

cieca.

— Non ho che una parola. Chi mi vince, l'avrà.

— Altri dunque, dopo Arrigo, potrà misurarsi con te e correre la sua

lancia?

— E dopo e prima di lui, non monta; — rispose Bahr Ibn, infiammandosi.

— Venga pure tutto Occidente contro di me, non lo temo.

— E sia; — disse Caffaro. — Ci consenti dunque di mandarti il nostro

cartello di sfida?

— No, son io che vi sfido; — tuonò lo _Sciarif_; — ad Antiochia, e

dovunque, son sempre stato io il primo. Là da mezzodì, verso Medina, a

due tratti d'arco fuor delle mura, è un piano che dicono del Sicomòro.

Giuriamo una tregua di quattro giorni, di sei, di otto; insomma, di

tanti giorni quanti saranno i campioni d'Occidente, a cui giovi di

misurarsi con me. Al piano del Sicomòro andrò con cinquanta dei miei

cavalieri; veniteci con altrettanti, e farò di rimandarvi pentiti.

— Bandisci la giostra e terremo l'invito; — disse Caffaro,

infiammandosi alla sua volta. — Ma un giorno ed un scontro basteranno.

— Ti è lecito di sperarlo; — ribattè lo _Sciarif_ con accento

sarcastico. — Io vedrò alla prova il novello cavaliere di San Giovanni;

vedrò se un uomo, il quale ha rinunziato alle gioie dell'amore, potrà

vincerne un altro che per la prima volta le intende.

— Tu puoi deridere un voto, strappato ad Arrigo di Carmandino dal più

giusto dolore. Ma bada, o _Sciarif_; ci sarà sempre dopo di lui chi non

ha rinunziato a nessuna tra le dolci impromesse della vita. Tutto il

fiore dei cavalieri di Genova soccomberà, se fia mestieri, per liberare

madonna Diana.

— La perla dell'Occidente! — esclamò Bahr Ibn, passando improvvisamente

dal furore alla tenerezza. — Così la chiamava Abu Wefa, quando mi gittò

l'incantesimo, che ora mi brucia le carni.

— E sia questo il suo nome; — conchiuse Caffaro di Caschifellone. —

La perla d'Occidente ha da tornare al suo lido. Ho la tua parola, o

_Sciarif_?

— Pel sangue di Fatima, lo giuro. Siate contenti voi di scendere in

lizza, come io sono desideroso di mostrare a quella donna che io valgo

da solo tutti i suoi prodi campioni. —

Caffaro di Caschifellone se ne uscì da Tortosa assai più tranquillo

di quando c'era entrato. Infatti, il nostro amico sapeva due cose:

il rispetto di cui madonna Diana era circondata nella sua stessa

prigionia, e la possibilità di riaverla.

Di quest'ultima cosa non era a dubitarsi. Arrigo era uno dei primi

giostratori della Cristianità; poi, avrebbe dovuto combattere

contro un uomo che egli aveva già vinto in altra occasione, e senza

l'alta lusinga del premio. Infine, dopo Arrigo non c'erano tutti i

migliori di Genova? Non c'era Ugo Embriaco? Non c'era lui, Caffaro di

Caschifellone? Non c'era Pagano della Volta, Ingo Mallone, Ferrario di

Castello, e un centinaio d'altri, schermidori valenti e pronti ad ogni

sbaraglio?

Con questo pensiero in mente, il nostro Caffaro giunse al campo latino.

Tosto gli furono intorno tutti i giovani cavalieri dell'esercito, per

saper da lui le novelle. Ma il giovane, che preludiava così facilmente

a tutte le onorevoli ambascerie di cui fu ricca la sua vita pubblica,

volle anzi tutto recarsi a conferire coi capi; tra i quali, come vi

sarà facile argomentare, avea luogo il Carmandino.

Arrigo fremette di sdegno, udendo del tradimento di Bahr Ibn, chè ben

altro si sarebbe aspettato da lui; ma, data la sua parte alla rabbia,

ringraziò il cielo che Diana non avesse corso pericoli maggiori. Lo

_Sciarif_ era, dopo tutto, uno strumento della Provvidenza. Arrigo non

aveva forse votato la sua persona al servizio di Cristo, perchè Diana

uscisse salva dalle mani degli infedeli? E nella fortunata impresa di

Bahr Ibn contro il capo degli Assassini non era a riconoscersi che il

voto di Arrigo era stato accolto benignamente da Dio?

Avrebbe voluto accettar subito la giostra. Ma, oltre che era stato

risoluto tra Caffaro e Bahr Ibn che questi avrebbe fatto il primo

passo, i comandanti dell'armata pensarono che fosse utile maturare il

consiglio. E si recarono per ciò sulle galere, con cui erano venuti

pur dianzi Pagano della Volta e Mauro di Piazzalunga. Per conferire,

dicevano essi, in numero più ristretto di ottimati. Ma Arrigo non

intendeva nulla di ciò, e Caffaro nemmeno.

Del resto, erano essi i più giovani, e dovevano rassegnarsi a quel

dirizzone dei vecchi, cui pareva il mobile castello di poppa d'una

galera luogo acconcio a più saldi consigli, che non fosse la tenda

capitana, sotto le mura della assediata Tortosa.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 22 / 29 题