CAPITOLO IV.

Delle prodezze di Arrigo e dei sottili accorgimenti di messere

Guglielmo Embriaco.

I crociati genovesi mi pigliano per sopraccarico, ed io me ne vado con

essi in Sorìa; non già per farmi cronista delle loro intraprese, chè i

consoli non me ne hanno commesso l'ufficio, sibbene per poter scrivere

qualche pagina di storia ai lettori, in quella parte che si ragguarda

alla mia narrazione.

Le galere, partite da Genova sui primi di luglio, giunsero in ottobre

al porto di San Simeone, presso Antiochia, dove allora, espugnata

Nicea, stavano ad oste i cristiani. Già da quattro mesi l'esercito

stringeva d'assedio quella città, ma senza alcun pro, imperocchè si

difettava di artiglierie. Allora, siccome è noto, portavano questo nome

tutte le macchine da trarre e ingegni di guerra, come a dire le torri

di legno, le briccole, gli arieti, le testuggini, i gatti ed altri

arnesi consimili.

Laonde, non è a dire come tornasse grato a messer Goffredo Buglione

e a tutti gli altri baroni della crociata l'arrivo dei genovesi, che

si sapeva essere in cosiffatte materie espertissimi. Tosto fu mandato

incontro ad essi buon numero di cavalieri, per salutare i nuovi

compagni e affrettare la loro venuta al campo latino.

Messer Guglielmo, a cui già si può dire che le mani formicolassero,

accolse lietamente i messaggieri dell'esercito e lasciato il fratel

suo, Primo di Castello, col figlio Nicolao, al comando dell'armata,

mosse alla volta del campo con grossa schiera dei suoi e con un

drappello di maestri da operare in ogni specie di legnami e congegni

ferrati.

Quell'aiuto portò i suoi frutti; i quali tuttavia, per la fortezza del

luogo, che era difeso da doppia cerchia di mura, e per la validissima

resistenza degli assediati, non giunsero a maturità che nell'ultimo

giorno di maggio del seguente anno 1098. Appunto in questo lungo

frattempo, i genovesi ebbero a patir grandemente delle loro navi. Ed

ecco in qual modo.

La campagna, tutto intorno ad Antiochia e all'oste dei cristiani, era

mal sicura, per le continue scorrerie degl'infedeli, ed anco (rincresce

il dirlo) di molti fedeli, datisi al lucroso mestiere di ladroni, che

forse aveano già esercitato ne' loro paesi. Non tutti avean preso la

croce per amore di Cristo; c'erano baroni, che agognavano impadronirsi

di qualche città in Sorìa, la quale li confortasse della povertà di

loro castellanie in Occidente, e c'erano avventurieri, che dopo avere

ribaldeggiato per tutta l'Europa, venivano a cercare miglior fortuna in

Terra Santa.

Così stando le cose e non potendosi distogliere dall'esercito una parte

di soldatesche, le comunicazioni degli assediati col mare poteano dirsi

interrotte, salvo nei casi eccezionali dello approvvigionamento, per

cui si spiccavano grossi drappelli fino al porto di San Simeone. E

quivi un bel giorno corse la voce, che lo esercito dei cristiani fosse

stato disfatto, parte uccisi, o prigioni, e tutti gli altri sbandati

per la campagna, senza speranza di poter guadagnare la spiaggia. La

nuova era stata recata da due capitani d'oltremonte, i quali, una notte

in cui gli assediati erano usciti dalla città e piombato in mezzo ai

cristiani, sopraffatti dalla paura, avean preso la fuga e giù a spron

battuto erano giunti fino al mare.

Il fratello e il figlio dell'Embriaco non sapeano che farsi, se lasciar

le navi per andare in traccia dei superstiti e morire con essi, o

salvare almeno l'armata, mettendosi al largo. Mentre così stavano

incerti, non dando retta a Gandolfo del Moro, il quale parteggiava

caldamente per un ritorno sollecito, ecco giungere alla spiaggia, dalle

parti d'Ascalona, numerose schiere di Saracini, i quali accennavano di

muovere alla volta d'Antiochia. Lo sbarco era fatto impossibile ormai;

la perdita dei compagni più che sicura. Prevalse allora il consiglio

di Gandolfo, e le galere genovesi usciron dal porto, per ritornarsene

mestamente in Liguria.

Per colmo di sventura, sui primi giorni di navigazione, l'armata fu

colta da una fiera burrasca, così che fu mestieri pigliar terra a

Mirrea, nell'Asia Minore, sottoposta allora al dominio dell'imperatore

Alessio, quel tale che amava i Crociati come il fumo negli occhi

e s'augurava di vederli cader tutti quanti sotto le scimitarre dei

seguaci di Macone.

A guardare le cose dal lato suo, il Bizantino non aveva poi tutti i

torti del mondo. Tra quei fieri baroni d'Occidente, che andavano al

conquisto di Gerusalemme, ce n'erano parecchi, e dei più riputati, pei

quali il sepolcro di Cristo era un pretesto e nient'altro. A costoro

era entrato in mente che, facendo il loro tornaconto, facevano ad un

tempo quel della fede. Però, giunti appena a Costantinopoli, facilmente

si scordavano di Gerusalemme, pensando che la conquista dell'impero

di Oriente sarebbe stata la cosa più agevole e più utile del mondo.

E già aveano proposto il colpo a Goffredo di Buglione; ma quell'anima

onesta non volle sentirne altro, e costrinse anzi tutti quei principi e

baroni a rendere omaggio all'imperatore Alessio per tutte le terre che

avrebbero conquistate.

Narra per l'appunto un cronista, che, mentre giuravano, uno di essi,

conte di vecchia nobiltà, fu così ardito da andare a sedersi sul trono

imperiale, e il povero Alessio non gli disse verbo, ben conoscendo

l'oltracotanza dei Franchi. Il conte Baldovino, fratel di Goffredo,

fece star su l'insolente, dicendogli che non era costume di sedersi in

tal guisa a fianco degl'imperatori. L'altro obbedì, ma non si ristette

dal guardare in cagnesco il monarca, dicendo nella sua lingua: «_Voyez

ce rustre, qui est assis, lorsque tant de braves capitaines sont

debout!_» L'imperatore si fe' voltare in greco quelle parole. Egli

dice, spiegò l'interprete: vedete quel villano che sta seduto, mentre

tanti prodi capitani son ritti in piè! Allora Alessio fece chiamare

costui e gli chiese il suo nome. — «Son Francese, rispose questi, e

dei più nobili. Nella mia terra egli c'è, sull'incontro di tre vie,

una chiesa antica, dove ognuno che abbia voglia di combattere entra a

pregare il Signore Iddio ed aspetta il suo avversario. Io ho avuto un

bello aspettare; nessuno ha ardito venirci.»

Alessio Comneno non volle udire di più, e non si tenne sicuro fino a

tanto non ebbe mandato in Asia l'ultimo di quei capitani Fracassa. Io

torno al racconto.

A Mirrea non c'era presidio di Greci e le galere c'entrarono come in

casa loro. Così mi sembra che s'abbia a dire, poichè non dissimilmente

pensarono i nuovi arrivati che andasse la bisogna, non si peritando

di portar via dalla chiesa di San Nicolao le venerate reliquie di San

Giovanni Battista, colà custodite da quei bravi calogèri.

Taluno dei moderni miscredenti penserà che quei monaci spacciassero

una frottola ai Genovesi; e battezzassero quelle ceneri col nome di

Precursore, a bella posta per farsele prendere e liberarsi da quegli

ospiti un tal poco prepotenti che dovevano essere i nostri antenati.

Ma per siffatta gente ci sono i documenti che parlano. Nell'Archivio di

Genova si conservano le lettere di Alessandro III e di Innocenzo IV, le

quali rendono testimonianza certissima che quelle non fossero ceneri da

bucato, ma le vere ed autentiche reliquie del Battista. Carta canta e

villan dorme; così dice il proverbio.

L'armata giunse a Genova; ma la sua lunga dimora nel porto di Mirrea

aveva fatto sì che la infausta notizia di cui era portatrice alla

patria, fosse preceduta da più recenti e lieti messaggi del campo

cristiano: come la paura di alcuni fuggiaschi avesse fatto correre

la voce d'una sconfitta e come l'avesse poi malamente conformata la

presenza di alcuni drappelli saracini innanzi al porto di San Simeone.

L'arrivo delle galere non recò dunque nessun lutto in città, e quando

per contro si riseppe che portavano le sante reliquie del Precursore,

fu una gran festa da per tutto, e v'ebbe chi ringraziò la Provvidenza

dell'errore, aggiungendo esser vero verissimo che tutto il male non

vien per nuocere. E poco mancò che il vescovo Ciriaco non gridasse

il Nicolao, collo zio Primo e con Gandolfo del Moro, salvatori della

patria.

Il buon vecchio ebbe cionondimeno tanta gioia, che morì poco dopo,

e gli successe Airaldo Guaraco, o Guarco, il quale resse la chiesa

diciassette anni, _et fue uomo di grande dottrina per li suoi tempi._

Quando le galere fecero ritorno in Soria, Antiochia era espugnata da

mesi parecchi, e i Crociati erano già passati per la famosa valle di

Giosafat, gridando: «Jerusalem!» alla vista della santa città.

Messer Guglielmo Embriaco, appena i messaggeri vennero a dirgli che due

galere dell'armata genovese, la quale stava dalle parti d'Antiochia,

erano giunte a Joppe ad aspettare i suoi comandi, lasciò Arrigo da

Carmandino a capo delle schiere genovesi in sua vece, e corse al mare,

seguito dal figlio Ugo e da una compagnia di balestrieri.

Il Carmandino, del quale ho taciuto finora per la necessità di tirare

innanzi il racconto, s'aveva guadagnato molta rinomanza in mezzo

ai Crociati d'ogni nazione, per le prodezze sue non meno che per la

saviezza dei consigli. Durando l'assedio d'Antiochia, uno dei capi

saracini, cavalier generoso e insofferente di indugi, era uscito dalla

città sfidando a singolare combattimento quello dei cavalieri cristiani

che si fosse sentito da tanto. La novità della cosa, più che la fama

del guerriero, la quale era del resto grandissima, avean fatto rimanere

un tratto incerti i baroni crociati, e di quell'istante fece suo pro'

il Carmandino per andar contro all'araldo e raccogliere primo il guanto

di Bahr-Ibn, chè così avea nome il Saracino.

La giostra si tenne il giorno di poi, su d'una spianata in riva

all'Oronte, presenti i capi dell'esercito latino da una banda, e quei

degl'infedeli dall'altra. Guglielmo Embriaco avea di sua mano indossata

la maglia d'acciaio al diletto giovane e serratagli la gorgiera

dell'elmetto sul collo.

L'assalto fu violento da ambe le parti; ma Arrigo da Carmandino

stette fermo in arcioni. La sua lancia si era spezzata contro l'elmo

dell'avversario, che ne ebbe come uno stordimento al capo, e fu appena

a tempo di trarre la spada, quando Arrigo tornò a briglia sciolta sopra

di lui. Il cozzo dei ferri durò lunga pezza, chè bene combattevano

ambedue; finalmente il Saracino toccò un colpo sì fiero, che gli ruppe

l'elmetto e aperse ancora una lunga ferita sul fronte. In quanto ad

Arrigo, egli aveva l'armatura rotta in due o tre punti e spargeva

anch'egli il suo sangue per due ferite, fortunatamente non gravi.

Il cavalier saracino si diede per vinto. La sorte delle armi lo avea

fatto prigioniero del Cristiano; ma il Carmandino non volle saperne

di riscatto, e come Bahr-Ibn fu risanato, egli lo rimandò libero in

Antiochia, non chiedendo altro da lui se non che si astenesse dal

combattere contro i Cristiani fino all'espugnazione della città, o

altrimenti alla levata dell'assedio. Là qual cosa essendo giusta,

secondo le costumanze guerresche d'allora, fu giurata dal Saracino,

che si partì dal campo, commosso per tanta gentilezza d'animo, e quasi

contento d'essere stato vinto alla prova dell'armi da un cavaliere

siffatto.

Torniamo ora a Guglielmo Embriaco, che abbiamo lasciato sulla strada di

Joppe. Giunto colà, ebbe a mala pena il tempo di salire a bordo della

galera padrona, e di chiedere novelle ai suoi della amata figliuola,

che i marinai in vedetta sui calcesi annunziarono la presenza di molte

vele dalla parte del mezzogiorno.

L'Embriaco salì tosto sul castello di poppa per osservarle, e conobbe

esser quelle di parte nemica. Le navi dei latini erano infatti a

tramontana, nel porto di San Simeone, e quest'altre venivano da

Ascalona, dove sapevasi raccolta l'armata del soldano d'Egitto. Messer

Guglielmo, colla prontezza d'occhio del marinaio, non istette molto ad

intendere com'egli s'avesse davanti tutte le forze navali del Soldano,

e, prima di scendere dal castello di poppa, aveva già formato il suo

disegno nell'animo.

Passarono tre quarti d'ora, in cui le navi degli egiziani non fecero

che avvicinarsi a furia di remi, dacchè il vento spirava poco propizio

alla loro venuta. I marinai genovesi stavano affacciati alle scale

di fuori banda e lunghesso le impavesate, guardando con ansietà quei

legni, il cui numero si accresceva man mano che si facean più vicini, e

non levavano gli occhi da quella parte se non per guatare all'Embriaco,

che stavasi ritto, colle braccia incrociate sul petto e le ciglia

aggrottate.

Lo stato delle due galere non era per fermo il migliore del mondo.

Erano esse ben armate e difese da uomini gagliardi, sotto il comando di

un prode capitano; ma che cosa avrebbe potuto il valore contro quelle

trenta navi saracene, le quali non aveano che a presentarsi in lizza

per vincere?

Questi ed altri somiglianti erano i pensieri della marinaresca; ma

egli bisognerà dire a sua gloria, che nessuno pensava alla resa. Già

tutti si disponevano a combattere disperatamente e a farsi ammazzare

sull'arrembata.

Messer Guglielmo non aveva ancora aperto bocca. Quando le navi nemiche

non furono più che a tre tiri di balestra, egli fe' voltare la prora a

tramontana e comandò la voga arrancata, accennando ai Saracini di voler

prender il largo e fuggire.

Le galere, cedendo all'impulso dei remi, pigliarono l'abbrivo in alto

mare. Allora il capitano dei Saracini si tenne sicuro di vincere,

e comandò che le sue navi s'avanzassero in modo da formare un largo

cerchio sul mare, dentro cui sarebbero côlti i fuggiaschi, come fiere

in caccia.

Dal canto loro, gli uomini delle due galere non avevano capito nulla

di quella mossa dell'Embriaco, la quale pareva ad essi il colmo della

temerità. Gandolfo del Moro fu il primo a dirne il suo giudizio ad alta

voce, affermando che di tal guisa e' sarebbero caduti prigioni in meno

di un'ora.

Ma messer Guglielmo, niente turbato, si volse, e crollando le spalle,

disse a Gandolfo queste due sole parole:

— Avete paura? —

Era questa la frase consueta dell'Embriaco in simili casi, e non s'era

dato mai che ella non costringesse i contradittori al silenzio. Però

Gandolfo non ardì rispondere altro, se non poche parole confuse, colle

quali cercava di colorire alla meglio il senso della sua osservazione.

— Non temete! — soggiunse allora Guglielmo. — Non passerà mezz'ora

che noi saremo tutti in salvo, e senza colpo ferire. Vedete come que'

cani si dispongono a darci la caccia! Quel povero capitano ha creduto

che io volessi sfuggirgli in alto mare e subito allarga le sue ali

per metterci in mezzo, senza avvedersi che sparpaglia i suoi legni e

non potrà più farsi udire quando ci avrà altri comandi a dare. Suvvia,

figliuoli! nel nome di San Giorgio! Leva remi! Orza, al timone! Vira di

bordo! La prua contro terra! Forza nei remi! Arranca! Benissimo, così;

e adesso, buon dì ai Saracini! Che ve ne pare, Gandolfo? Saremo noi

fatti prigioni in mezz'ora? —

Dalle parole del capitano i lettori hanno già indovinato il suo

stratagemma qual fosse: divider le forze dell'armata nemica, e, quando

ella si fosse impacciata in que' movimenti disgregati per dargli

caccia, voltar la prora a terra e lasciare i Saracini scornati. Appena

le ciurme trapelarono l'ardito disegno, levarono un grido di giubilo e

si diedero con maggior lena a stringere la voga.

Ma questa non era che la prima parte del disegno di Guglielmo Embriaco.

La seconda era dieci cotanti più malagevole. Importava di sfuggire ai

Saracini, facendo getto delle galere e salvando tutto ciò che potea

tornar utile al campo latino. In quelle due galere erano molti maestri

d'operare, con gran copia di strumenti ed attrezzi, dei quali messer

Guglielmo sapea per prova il difetto nei quotidiani lavori d'assedio.

— Fermi a' banchi, i rematori! — prese egli da capo a gridare. — Tutti

gli altri si tengano saldi al sartiame e dove possono meglio! Ora,

figliuoli, raccomandiamoci a San Giorgio il valente, e avanti contro la

spiaggia! —

Un nuovo scoppio di evviva accolse questo comando di Guglielmo

Embriaco. Le due galere volarono sui flutti, e le chiglie vennero in

breve ora a rompere sulla ghiaia del lido, entro cui si affondarono

fino a mezzo della loro lunghezza, tanto era stata la violenza

dell'urto. Molti dei marinai, sebbene si tenessero parati a quel colpo,

stramazzarono sulla tolda.

Ma, grazie a San Giorgio il valente, nessuno si acciaccò tanto da

dover rimanere supino, e tutti, anche coloro che aveano le membra

indolenzite, gridarono a squarciagola, esaltando lo stratagemma di

messere Guglielmo.

Ben s'erano avveduti gli Egizii dell'inganno in cui li avea tratti il

Cristiano; ma già gli era tardi per rimediarvi, e non tornava d'alcun

pro mordersi le labbra. Il capitano, con tutti quei legni che potevano

obbedirgli, mise la prua sulla terra e giù alla disperata, con gran

forza di remi e di bestemmie. Senonchè, giunti a un trar di balestra

dal lido, i Saracini videro fallita ogni loro speranza. I Genovesi,

profittando di un'ora di tempo che era corsa tra lo arenamento e

l'arrivo dei nemici, avevano fatto un salto a terra, tagliando il

sartiame e portando seco tutte le vele, i ferramenti, i congegni, le

macchine, e ogni altra cosa che mettesse conto trar via. Sulla spiaggia

si vedevano ancora tutte le cose salvate, ma v'erano a custodia i

bravi Genovesi, con molti degli abitanti di Joppe, i quali, scaldati

dall'esempio, avrebbero voluto menar le mani ancor essi.

Il nemico si provò a pigliar terra; ma non sì tosto il primo

sandalo, carico d'armati, fu per avvicinarsi alla riva, i balestrieri

dell'Embriaco presero a sfolgorarlo con tiri così ben aggiustati, che

freddarono molti Maomettani e persuasero il loro capitano a tornarsene

dond'era venuto.

E così, per sottile accorgimento dell'Embriaco, furono salve le vite di

tanti valentuomini e maestri d'operare in arnesi di guerra, con tutti i

loro strumenti preziosi.

Il giorno appresso, giungevano al campo latino, accolti dalle grida

d'esultanza di tutto l'esercito e dalle congratulazioni di Goffredo

Buglione. Questi grandemente pregiava i Genovesi che costituivano nel

suo campo ciò che oggi si chiamerebbe il genio e l'artiglieria, mentre

tutte quelle schiere, venute di Francia e d'altri luoghi d'Europa, non

erano che cavalieri e fantaccini.

Laonde, le cose della guerra, che pareano difficilissime prima,

sembrarono un nulla dopo l'arrivo di que' nuovi artefici. Fu assegnato

loro l'alloggiamento tra quella eletta di cavalieri e di balestrieri

che erano rimasti sotto il comando di Arrigo da Carmandino e la

gente guidata dal conte di Tolosa; intanto fu deliberato di metter

subito mano alla costruzione di due grosse torri di legno, le quali

sovrastassero, colle loro merlate, alle mura della città assediata.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 9 / 29 题