CAPITOLO V.

Di una gran torre di legno, che comandò a molte torri di pietra.

Era nei pressi di Gerusalemme una selva, non molto fitta, per

verità, la quale fu spogliata interamente dei suoi alberi, per quelle

costruzioni che l'Embriaco disegnava di fare. Nessuno aveva pensato,

prima di lui, a cavar profitto da quella boscaglia; di guisa che non si

aveano, per le necessità dello assedio, che poche macchine, costrutte

da artefici mal destri.

Questa volta gli artefici sono valenti per ogni maniera di congegni, e

il capo, disegnatore ed operatore ad un tempo, è lo illustre messere

Guglielmo. In quella che una parte dei suoi manovali preparano

catapulte, baliste, arieti ed altri arnesi minori, il maggior numero

suda intorno ad un'opera, non meno maravigliosa, e in pari tempo, più

vera del famoso cavallo di Troia; vo' dire la torre murale, che servirà

d'esemplare ad altre due di pari grandezza, tutta intessuta di pino e

di abete e fasciata di cuoio, per ischermirsi dal bitume infiammato,

con cui le genti assediate usavano allora respingere gli assalti.

Quella gran mole è il capolavoro di Guglielmo Embriaco. Ella si

scommette e si ricompone, si tien ritta e si snoda, a talento dei

difensori, tanto ne sono ben condotte e piene d'artifizio le mille

giunture. Il piano più basso è aperto da due lati, per dar passaggio e

libertà di moto ad una trave smisurata, col capo a foggia di montone,

la quale ha l'ufficio di scuotere le mura dalle fondamenta; mentre la

parte superiore della torre è congegnata in modo da potersi piegare a

guisa di ponte sui merli, e dal corpo della macchina si spinge subito

in su una nuova torre, che sopraggiudica quel ponte improvvisato, e

vi scarica all'uopo i suoi combattenti. Un centinaio di saldissime

ruote, cerchiate di ferro, sostengono quella macchina enorme e le danno

facilità di movimenti, a malgrado del suo peso e del soprassello degli

armati.

In breve spazio di tempo la torre è compiuta, e due altre, siccome ho

già detto, di egual forma e capacità, le tengono dietro.

Tutto il campo traeva ogni giorno a contemplare questa meraviglia dei

Genovesi. Dal canto loro, i Saracini, che dall'alto delle mura vedevano

ogni mattina gran salmerie di legname essere portate dai camelli nel

campo latino, si beccavano il cervello per indovinarne la cagione, e

avendola finalmente risaputa, non riuscivano a capacitarsi del perchè

s'innalzassero quelle moli, le quali (pensavano essi) non avrieno

potuto esser tratte un palmo più lunge dal loro cantiere.

Ma gl'infedeli aveano fallato il conto. Nella giornata del 3 di luglio

dell'anno 1099 _dopo la fruttifera_ _incarnazione_ fu un continuo trar

di baliste e di briccole, che rovinarono le mura in luoghi parecchi;

laonde la notte fu tutta spesa dagli assediati nel riparare i loro

danni e afforzare i punti che l'esperienza avea chiarito più deboli.

L'aurora del giorno quarto spuntò, e grande fu il turbamento dei

Pagani, quando s'avvidero che le torri non erano più al loro luogo

consueto, ma stavano in quella vece sotto alle mura. Grida di stupore

e di spavento salutarono la molesta vicinanza di quelle smisurate

macchine, le quali erano collocate in guisa da offendere la città per

tre lati, mentre lo spazio che correva tra ognuna di esse, era colmato

degli altri arnesi minori, tutti pronti a battaglia.

Alle grida dei Saracini rispondono quelle dei Crociati, e l'assalto

incomincia. E qui, sebbene non sia còmpito mio, non posso resistere

ad una voglia spasimata che mi ha preso, di raccontarvi, se non tutti,

almeno parecchi dei particolari di quella gloriosa giornata.

Si fa un gran parlare delle nostre moderne artiglierie, e non a

torto, imperocchè le palle scagliate a forza di fuoco traggono più

lontano e fanno più larga la breccia. Ma le artiglierie di messere

Guglielmo non eran troppo da meno, in quanto allo spettacolo che esse

davano di sè. L'aria era oscurata da nugoli di dardi e verrettoni che

scagliavano i Saracini; ma il danno era poco; le schiere latine si

tenevano ancora distanti, e gli uomini delle macchine si stavano bene

al riparo. Per contro, questi ultimi fornivano più larga bisogna; gli

arieti scrollavano le mura con impeto grandissimo, e la terra ad ogni

colpo traballava sotto i piedi ai difensori di quelle. Dall'interno

delle torri, che si levavano al paro della cresta delle mura, uscivano

fischiando le frecce dei balestrieri e non cadevano in fallo. Dall'alto

poi di quelle moli, ruinavano giù sui merli e ballatoi del nemico

grosse palle di marmo e globi di pece infiammata, che sgominavano,

rompevano, bruciavano ovunque cadessero.

Mentre questa gragnuola piombava sui Saracini, le mura per lunghi

tratti s'erano sfaldate al cozzo degli arieti e all'urto dei sassi,

scagliati da più che cento tra briccole e baliste. Allora parve

acconcio al Buglione di far innoltrare il nerbo delle sue schiere,

sotto il riparo dei gatti, che erano macchine intessute di legno e di

vimini, fino ai piè delle mura. E il cenno fu eseguito; tra i rottami

ammonticchiati, la grandine dei sassi, dei verrettoni e del bitume

acceso, l'oste cristiana si lanciò alla scalata.

Il vento, levatosi impetuoso pur dianzi, le tornò di grande vantaggio,

imperocchè gli assediati non poteano molto servirsi delle fiaccole che

scagliavano sui nemici, e quelle dei Cristiani, così secondate dalla

bufera, andavano facilmente sulle mura e ardevano i sacchi di strame,

le stuoie e gli altri ripari, che i Saracini v'andavano sospendendo man

mano, per ammorzare i colpi delle baliste.

L'incendio in breve ora si propagò; nè l'acqua valeva a frenarlo. Il

fumo e l'ardore acciecavano, soffocavano gl'infedeli, lasciando una

parte di muro senza alcuna difesa. Di ciò si giovarono gli assalitori

per uguagliare il terreno, facendo piana la strada a quella torre,

che era comandata dall'Embriaco in persona, e che fu tosto avvicinata

cosiffattamente al parapetto, da poter tentare la gettata del ponte.

Cotesto disegnava di fare l'Embriaco; ma gli bisognò vincere da prima

un ostacolo nuovo. Era piantata sulle mura una grossa antenna, a cui

gli assediati avevano sospesa per traverso una trave ferrata, e con

questa pigliavano a sfrombolare di replicati colpi la torre. L'Embriaco

non si perdette d'animo. Fe' dar di mano alle falci murali, che stavano

piantate ai fianchi della torre, e, studiato il momento che quel

poderoso arnese tornava a picchiare il gran colpo, quattro falci alzate

ad un tempo colsero al passaggio la gomena di sostegno, e il tronco

inerte cadde con grande rimbombo sul parapetto, pestando nella caduta i

suoi medesimi serventi, che già se ne ripromettevano il trionfo contro

la macchina nemica.

Allora l'Embriaco potè mandare il suo disegno ad effetto. La cima della

torre, snodata da un fianco, cadde dall'altro sulla opposta muraglia e

i Pagani non poterono più farle impedimento.

— Messer lo duca, — disse allora l'Embriaco a Goffredo di Buglione, che

era salito sulla torre per esser pronto a balzare nella santa città, —

il ponte è fatto, e, sebbene io m'abbia un gran desiderio di corrervi

su, debbo pur cedervi il passo. Non sarà mai detto che Guglielmo

Embriaco abbia voluto andar primo, dov'era il più prode e nobil

guerriero della Cristianità.

Il Buglione non rispose a quelle parole, ma un riso ineffabile si

dipinse sul suo volto inspirato. Abbracciò e baciò sulla fronte

l'Embriaco, rialzò la ventaglia dell'elmo, e s'innoltrò colla mazza in

alto, lungo il cammino coperto. Frattanto, dall'ultimo ripiano della

torre, che era stato mandato su, in luogo dell'altro arrovesciato sulle

mura, gli arcadori genovesi con spessi colpi tenean lontani i nemici.

L'Embriaco, che per la sua grande modestia, non aveva voluto esser

primo, si gettò sulle orme di Goffredo, e dietro a loro corsero spediti

i più valenti cavalieri dell'esercito.

In quel mezzo, Arrigo da Carmandino, che stava colla sua gente a

guardia della seconda torre, si struggeva di avere e rimanersi degli

ultimi. E mentre Primo, il fratello dell'Embriaco, faceva con grande

difficoltà innoltrare la sua gran mole di legno, egli, insofferente

d'indugi, messe fuori una proposta, che trovò subitamente eco tra i più

animosi. Anselmo Rascherio, Gontardo Brusco, Ingo Flaòno lo seguono, e

con essi una ventina di cavalieri appiedati, facendosi sotto le mura

con scale e rampini, e schermendosi dai colpi nemici colle targhe

levate in alto e raccolte a mo' di testuggine. La muraglia, come si è

detto, era sfaldata in più luoghi e rotta pel gran trarre di baliste e

montoni. S'inerpicano per le macerie ammonticchiate, gettano i rampini

alla merlata, appoggiano le scale, e su lestamente di piuolo in piuolo.

Altri del campo li seguono a torme, infiammati dal nobile esempio,

anelanti di afferrare la cima. Parecchie scale, già gremite di uomini,

sono divelte dal muro; vanno ruzzoloni i soldati nella polvere e nel

sangue; ma si rialzano, rimettono in piedi le scale, tornano più feroci

all'assalto. Di questa guisa giungon parecchi sulla cresta del muro;

Arrigo è il primo di tutti; le pietre, le lancie appuntate, i fendenti

delle spade, fan mala prova su lui, che para quella tempesta di colpi

collo scudo levato.

Afferrare i merli, balzare in piè sulla feritoia e impugnare la mazza

ferrata, fu un punto solo per lui. I primi che si fecero a contendergli

il terreno, stramazzarono sotto la furia di quell'arma, menata a

cerchio dal braccio giovanile. Frattanto una diecina dei suoi avevano

agio a salire, e quel tratto di spalto fu ben presto spazzato dai

suoi difensori. Il Carmandino gittò allora la mazza, e, strappata la

bandiera dalle mani dell'alfiere che lo aveva seguito, sguainò la sua

lama poderosa, e corse, volò da quel lato, dove la torre di messere

Guglielmo, piegatasi a foggia di ponte, vomitava soldati sul baluardo.

Colà appunto Goffredo di Buglione, Eustachio conte di Bologna, suo

fratello, e l'Embriaco, pugnavano valorosamente contro uno stuolo di

Saracini, che facevano ressa per rovesciarli dalla merlata. L'arrivo

del Carmandino colla sua gente sul fianco degl'infedeli, mutò le sorti

della pugna. I Saracini mietuti cadevano e il ponte coperto dava adito

a sempre nuovi combattenti. La bandiera della croce sventolò finalmente

vittoriosa sovra un monte di cadaveri.

Da un altro lato, il valoroso Tancredi, principe di Taranto, entrava

nella città, facendo aspro governo dell'oste pagana. Alle ore tre dopo

il meriggio, per le mura cadenti, per le porte sfondate, l'esercito

cristiano irrompeva in città, gridando: «Dio lo vuole!» e Gerusalemme,

dopo quattrocento novant'anni di servitù, era perduta pei Saracini.

Non è mio còmpito narrare per filo e per segno tutto ciò che avvenne

di poi; nè la espugnazione della torre di David, nella quale s'erano

chiusi i Saracini, aspettando soccorsi del soldano d'Egitto, o di

Babilonia, siccome dicevasi allora, dando il nome di Babilonia alla

città del Cairo; nè la battaglia combattuta sul piano di Ramnula, che

fiaccò le corna e l'orgoglio al sopraggiunto aiutatore, assicurando

così la conquista di Sion. Per tutti questi negozi rimando i lettori

agli ultimi canti del poema di Torquato, del sommo e sommamente

infelice Torquato, i quali valgono da soli tutta la prosa che io potrei

buttar giù, vivendo cent'anni. Ora Iddio tolga che l'una cosa e l'altra

mi avvenga; molesta la prima ad ogni ragion di scaffali; l'altra

molestissima a me.

Questo solo dirò, che i crociati genovesi, com'erano stati gagliardi

all'assedio, così furono alla giornata di Ramnula, e messer Guglielmo

s'ebbe la miglior parte dei tesori del Soldano, oro, argento, gemme

e tessuti d'altissimo pregio; laonde, come fu l'ora di tornarsene in

patria, gli bisognò comperare una galèa per allogarvi il bottino. Le

sue navi, s'è detto, eran andate a rompere sulla spiaggia di Joppe, in

quella giornata che campò i Genovesi dall'urto di tutta quanta l'armata

del Soldano d'Egitto.

— Il Babilonese me l'ha pagate a misura di carbone, le mie povere

galere! — disse messer Guglielmo, ridendo, in quella che col fratello,

con Arrigo e coi superstiti concittadini, s'imbarcava nel porto di San

Simeone, memore di tante lor gesta.

Imperocchè, nè egli, nè altri dei Genovesi, avea voluto rimanere in

Soria. A Goffredo di Buglione, fatto re di Gerusalemme, il quale gli

profferiva la signoria d'una provincia, per farlo pari a tanti altri

baroni che meglio s'erano adoperati alla liberazione della santa città,

l'Embriaco aveva risposto, scusandosi: — Noi siamo marinari; i feudi

nostri sono sul mare, ed hanno bisogno di specchiarvisi, come le torri

di Genova nostra.

— Orbene, — aveva soggiunto Goffredo, — qui la bisogna non è finita;

tornate, messere Guglielmo; tornate con maggior numero dei vostri, che

so per prova quanto valgano, non pure come arcadori, mastri d'operare

ed espugnatori di ròcche, ma eziandio come cavalieri di lancia e

spada — (e queste parole rivolte in parte ad Arrigo di Carmandino,

rallegrarono il paterno cuore dell'Embriaco); — tornate presto e a voi

commetteremo di restituire alla Croce quanto è di spiaggia da Biblo ad

Ascalona.

— E lo farò, — rispose Guglielmo; — coll'aiuto di Dio e del valoroso

barone San Giorgio, lo farò. Nulla è ormai che ci abbia a tornar

malagevole, sotto gli auspici vostri.

— Tornate dunque sollecito, — disse sorridendo il Buglione d'un suo

malinconico riso, — imperocchè io sento tal cosa qua dentro, — (ed

accennava il petto) — che non mi concederà di attendere a lungo. Non

vi turbate, messere Guglielmo; quel che ho vissuto mi basterà per

mandarmi contento. Chi più avventurato di me, se, la mercè vostra e di

tanti prodi cavalieri, ho potuto liberare il sepolcro di Cristo dalla

ignominia del culto di Macone? Ben potrei ora, alla guisa di Simeone,

intuonare il _Nunc dimittis servum tuum_, e senza esser notato di

immodestia. —

Indi a due giorni le schiere genovesi, assottigliate di molto, ma

liete, superbe, inebbriate dalla vittoria, scioglievano le vele dalla

spiaggia di Palestina.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 10 / 29 题