Breve anzi che no pei lettori, ma sugoso per Arrigo da Carmandino.
Come la brigata fu giunta alle case degli Embriaci, il giovine Arrigo
tolse commiato, non senza promettere a messer Guglielmo che sarebbe
andato a visitarlo. Il lettore intenderà che Arrigo dicesse al padre,
ma che il discorso, nella sostanza, andasse alla bella figliuola. Ed io
glielo lascierò credere, sebbene avrei buono in mano per dimostrare che
l'ossequio ad un uomo come l'Embriaco c'entrava per la sua parte.
Arrigo, dunque, tornò una e più volte in quella casa; e, bisogna
dirlo a sua lode, ogni qualvolta ei metteva il piede sul limitare, il
cuore gli batteva forte, come gli era battuto alla prima. Soltanto
gli uomini della nostra generazione stracca possono affogare la
delicatezza dell'affetto nelle acque morte della consuetudine; laonde
a me, figliuolo del mio secolo, non fa gran senso vedere un amico mio
passeggiare con aria uggiosa accanto alla moglie, non ricordando più
i giorni ch'egli era tutto fuoco e fiamma per lei, ed affrettava col
desiderio l'ora in cui gli fosse dato vederla, fanciulla ancora, in
quella conversazione, dove si era introdotto con tanta fatica.
Ogni giorno, al cadere del sole, il nostro giovane era al fianco di
messer Guglielmo, il quale si ristorava, conversando con Diana ed
Arrigo, dalle quotidiane fatiche per l'allestimento del suo naviglio.
L'ospite toccava di sovente il liuto, alla maniera dei trovatori,
cantando qualche cobla o serventese nella lingua di Provenza; e Diana,
che avea risaputo il discorso fatto da suo padre ad Arrigo, si sentiva
la più felice tra le donne.
La sua allegrezza era, a dir vero, turbata dal pensiero della
partenza di Arrigo. Ogni giorno ella udiva dalla bocca del padre come
andassero solleciti gli apprestamenti navali, e non era quella per
fermo una consolazione per lei. Ma non s'ha a credere, per altro,
che la fanciulla degli Embriaci fosse una delle nostre Malvine, che
dànno negli spasimi per ogni cosa, e si strappano i capegli dalla
disperazione. Diana avrebbe commesso un peccato mortale a strappare
i suoi, che erano bellissimi, e, nata di padre guerriero e marinaio,
in tempi d'avventure e di zuffe continue, si sarebbe mostrata indegna
del proprio sangue, se troppo si fosse doluta che il suo fidanzato
partisse, per andare in Soria, a romper lancie contro le schiere
infedeli.
La bella Diana, scambio di pregare, lavorava assiduamente a metter
punti d'oro su d'una fascia di seta. Nessuno le aveva chiesto per qual
santo ella usasse tanta diligenza, ma lo indovinavano tutti. In casa
di messer Guglielmo non si era anche annunziato solennemente; ma tutti
sapevano, congiunti, amici e famigliari, che non si poteva dare nè
immaginare una coppia meglio combinata di quella.
Un uomo solo se ne rodeva, un uomo solo guardava di mal occhio il
trapunto di madonna Diana. Gandolfo del Moro era amico di Nicolao,
il primogenito di Guglielmo Embriaco, e Nicolao gli aveva promesso
di aiutarlo presso il padre suo ad ottenere la mano della sorella.
Perciò quell'altro si tenne sicuro del fatto suo; e quando tra
giovani cavalieri si lodavano le grazie della bella Diana, invidiando
anticipatamente il fortunato mortale che l'avrebbe condotta in moglie,
messer Gandolfo tronfiava, faceva la ruota, come a dire: «invidiatemi
pure, io sono quel desso.» Ma durò poco la sua gloria, ed egli si trovò
scavalcato, mentre si credea fermo più che mai sull'arcione. Arrigo
da Carmandino s'era fatto avanti, e gli era bastato presentarsi, per
vincere. Gandolfo del Moro non volle già persuadersi che il cuore di
Diana fosse libero di darsi a cui più gli piacesse, e tutta la sua
rabbia si volse contro di Arrigo, come se Arrigo gli avesse rubato una
cosa che apparteneva a lui, a lui, Gandolfo del Moro.
Il nostro geloso aveva pensato da prima di romperla apertamente con
Arrigo e disfarsene con un buon colpo di spada. Ma il Carmandino era
un osso duro da rodere, e Gandolfo era certo di averne la peggio.
Allora gli venne fatto un nuovo disegno, che gli parve il migliore,
tanto che volle mandarlo subito ad effetto, appostando due ribaldi in
una viottola presso la torre dei Della Volta (che ancora non avevano
assunto il nome di Cattanei), da dove il Carmandino, tornando da casa
gli Embriaci, soleva passare ogni sera. Senonchè, la mattina dopo
l'agguato, si trovò un morto sulla strada, e il superstite non ardì
ritentare la prova.
Arrigo aveva indovinato donde gli venisse il colpo, ma non fece motto
ad alcuno di quel suo rischio notturno, contentandosi da quella sera
in poi di girar largo ai canti per esser pronto ad ogni evento e non
lasciarsi cogliere alla sprovveduta. In quanto a messer Gandolfo, si
può argomentar di leggieri che non andasse attorno a menar vanto della
disfatta.
Intanto, l'armata genovese era in assetto per prendere il mare. La
partenza fu assegnata pei primi di luglio del 1097, sotto il comando di
Guglielmo Embriaco. Erano dodici galere armate di tutto punto, piene di
cavalieri e di arcadori, scelti tra i riputati di Liguria, e le seguiva
un sandalo, nave oneraria di quei tempi. Padroni di quelle galere
erano i cittadini che ho nominati più sopra, uomini prodi e navigatori
esercitati nella caccia continua ai pirati, che infestavano allora il
Tirreno.
Questo, come ho detto, avveniva nel 1097. Capi dei Crociati erano
(lo accennerò brevemente per chi non ne avesse ricordo) Goffredo di
Buglione, duca di Lorena, Baldovino ed Eustachio, fratelli di lui, Ugo
fratello del re di Francia, due Roberti, l'uno figlio al re inglese
e duca di Normandia, l'altro conte di Fiandra, Raimondo conte di
Tolosa e Stefano conte di Bles, tutti seguiti da un numero stragrande
di Tedeschi, Francesi, Inglesi, Scozzesi, Italiani. Non andarono
Spagnuoli, perchè, travagliati da guerra continua coi Mori, si potea
dire che avessero la Crociata in casa. Ugo, passato in Italia, aveva
rappattumati i due fratelli normanni, Boemondo di Taranto e Ruggero di
Puglia, in discordia tra loro pel principato di Melfi. Con essi e con
Tancredi, nipote a Ruggero, partivano ventimila uomini; anch'essi gente
italiana.
Giunti per vie diverse a Costantinopoli, passato il Bosforo e calati
in Bitinia, i Crociati espugnavano in cinquantadue giorni la città
di Nicea; donde spartivano l'esercito in due corpi, l'uno destinato a
correre la Licia e la Panfilia, l'altro a penetrare in Cilicia, dove
occupava Tarso, Malmistro, seguitando poi alla volta d'Antiochia,
capitale della Siria, a dodici miglia dal mare, dove era il porto detto
allora di San Simeone. Colà approdavano i Genovesi, mentre l'esercito
si travagliava nel difficile assedio. Ma di questo a suo luogo;
rifacciamoci ora al porto di Genova, dove sta l'armata, sul punto di
salpare le ancore.
La sera innanzi la partenza, Arrigo fu, come di consueto, alla casa di
messer Guglielmo. L'Embriaco stava a consiglio coi notabili della città
presso il vescovo di Ciriaco, e non v'ebbe che Diana a ricevere Arrigo.
— Madonna, — le disse il giovane, — domani si parte.
— Lo so; — rispose Diana, chinando i suoi begli occhi a terra, per
nascondere due lagrime. — Addio dunque, messere! Il cielo v'abbia
in custodia, e laggiù, tra le donne di Sion, che hanno fama di tanta
bellezza, non vi faccia dimenticare di me.
— Oh, non temete! — esclamò egli con accento solenne. — Voi dovete
credere, madonna, che Arrigo da Carmandino vi terrà la sua fede, come
credete in Dio e nella lealtà del vostro genitore. Io vi amo, Diana,
come la più santa cosa che al mondo sia, e un amore cosiffatto non può
affievolirsi per volger di tempo nel mio cuore, dove esso rimarrà come
sacro suggello ad ogni cosa che io pensi o faccia in futuro. Io, per
contro, — soggiunse egli umilmente, — so quanto poco valgo al paragone
delle grazie vostre, e temo.... temo che gli occhi di Diana degli
Embriaci non abbiano a cadere su altri, migliori a gran pezza di me.
— Perdonatemi, Arrigo! — ripigliò la fanciulla, dicendo assai più cogli
occhi supplichevoli che non facesse colle parole. — La donna che vi
ama voleva celarvi le sue lagrime e nella confusione non ha trovato
miglior cosa a dirvi che una scortesia. Ma non so parlare, io, come si
dovrebbe parlare ad un uomo come voi; tutto il meglio dei miei pensieri
mi resta qui, dentro il cuore. Ora sappiate che qui dentro c'è pure, e
ben custodita, l'alterezza del sangue d'Ido Visconte, donde scendiamo
ambedue, e la figlia di Guglielmo non può amare che un prode. O come
vorreste, messere, che mentre mio padre, mio zio Primo di Castello,
i miei fratelli, e con essi il fiore dei cavalieri di Genova, fossero
in Terra Santa a sostenere il buon nome della nostra città (la frase
è vostra, messer Arrigo), io potessi volger gli occhi intorno.... o al
basso, — aggiunse ella prontamente, — per guardare i rimasti? —
Diana aveva profferito queste ultime parole con molta veemenza. Era
forse quella la prima volta che sotto i sembianti della fanciulla
trasparisse la donna. Del resto il momento era solenne, e amore è gran
maestro d'eloquenza per tutti. Anche Arrigo fu eloquente a rispondere.
— Di ciò non dubitavo io punto; e voi, madonna, non dubitate di Arrigo.
Son vissuto finora senza amare altra donna fuor quella da cui nacqui;
vivrò il restante della mia vita non amando che voi. —
Non ripeterò ai lettori tutto ciò che, seguendo un bandolo così bene
avviato, andavano dipanando i due giovani in quell'amoroso colloquio.
Chi non è stato innamorato? E chi dunque non sa che cosa potessero
dirsi quei due nobili cuori, in un momento solenne, che era il primo e
poteva anche esser l'ultimo delle loro espansioni?
Diana trasse fuor da uno stipo la fascia di seta, trapunta di sua mano,
la baciò e la porse ad Arrigo; il quale la prese divotamente, come vi
sarà facile argomentare, baciandola a sua volta.
Il giorno seguente, sul far dell'aurora, le galere salparono le ancore,
sciolsero i provesi e si misero alla via. Tutta Genova era sulla
spiaggia a salutare i suoi cari.
Il mare era cheto e scintillava tremolando ai primi raggi del sole,
apparso allora allora di là dall'azzurro promontorio di Portofino.
Una brezza leggiera spirava da ponente, come impromessa di fortunato
viaggio alle galere della croce.
Diana accompagnò fino al lido il padre, lo zio Primo di Castello e il
fratello Ugo e Nicolao. Gandolfo del Moro partiva anch'egli per Terra
Santa, e stava al fianco dell'amico. Ma Diana nol vide, o nol curò; ben
vide Arrigo, che stava al fianco di suo padre.
La fanciulla si sentìa venir meno; pure, si fece animo, fino a tanto
i suoi le furono vicini. L'addio di Guglielmo Embriaco fu quello
d'un padre e d'un eroe; il che vuol dire che egli non ebbe vergogna
di bagnare con una lagrima amorosa il candido fronte della sua bella
figliuola.
— Le vostre preghiere, madonna, ci portino ventura. —
Furono queste le ultime parole di Arrigo; a cui Diana rispose con
un gesto eloquente, alzando gli occhi al cielo, quasi lo chiamasse a
testimonio del voto.
Ella stette colà, ritta, immobile, senza lagrime, sulla punta del molo,
fino a tanto le galere non si dileguarono sull'orizzonte. La povera
derelitta aveva la morte nel cuore.
Quando fu giunta alle sue case, nella sua fida cameretta, le forze
l'abbandonarono, e pianse, pianse lungamente, colla faccia ascosa
sul guanciale del suo letticciuolo. Indi, alzati gli occhi ad una
immagine di Maria, che pendeva dalla parete, e che la volgare credenza
attribuiva al pennello di San Luca, si fece a pregarla in tal guisa:
— Madre santa, essi vanno a riscattare il sepolcro del vostro divino
figliuolo. Ma qui rimane una donna, una povera donna, senza padre,
senza fratelli, senza.... Oh Maria, madre d'amore, fate voi che
ritornino! —