Egli era nato a Besançon di famiglia oriunda inglese, ma stabilita in

Olanda. Dalla Francia, dove aveva preso servizio nella marina, per

dissapori rimasti sempre misteriosi, passò in quella ducale toscana e

servì vittoriosamente Carlo III, nel purgare il Mediterraneo dai corsari

d'Algeri.

Per questa fama nel '77 fu chiamato a riordinare la marina napoletana,

la quale, sebbene il regno fosse bagnato da tre mari, era in condizioni

miserevoli. Operoso e avido, vi fece buone riforme con grandi sprechi.

Ma, sottile e volonteroso, entrò pian piano nelle grazie della regina,

apprezzandone i vezzi, agevolandone col denaro del suo dicastero le

prodigalità, e sopratutto secondandone la politica austriaca.

Vero è che questa, come bene osservò uno scrittore che tutto quel

periodo ha studiato con grande amore, il Conforti, nel ventennio

precedente al 1790, quando l'Austria era riuscita a farsi la Francia

alleata e poco meno che soggetta, e la Spagna ridotta impotente, era

quasi imposta dalle circostanze. Bisognava solleticare l'Austria per

sfuggire alle sue mire sull'Italia.

Le quali peraltro non scemarono per questo, tanto che l'Austria,

mostrando di temere più che la rivoluzione francese l'unione italiana,

impedì, anche dopo l'arresto di quei monarchi, l'ardito disegno di

vigile confederazione a difesa che il Napione aveva suggerito al re di

Sardegna, e che fu ripreso, contro alle solite tergiversazioni della

decrepita Venezia, dall'Acton, unico atto politicamente elevato della

sua dittatura.

La Francia se ne insospettì temendo che Napoli volesse uscire dalla

neutralità; che non fu mai sincera, fu una commedia rappresentata per

interesse, paura, e impotenza, ma mordendo il freno e aspettando

l'occasione. “Neutrales de nom et jamais de sentiment,„ scriveva la

regina. La perfidia e la doppiezza furono allora e poi la politica tanto

riprovevole quanto vile e stolta di quella corte.

Agli utopisti di tutto il mondo, come Carlo Botta, che era dei loro,

chiamava quelli che aspettavano dalla Francia la nuova êra di libertà,

apparteneva la parte più dotta e migliore di Napoli, dove nel 700, come

in genere in ogni tempo, erasi raccolto, da Vico a Pagano, il fiore dei

pensatori, l'avanguardia del progresso intellettuale italiano.

Onde il governo cominciò a sospettare e dimostrarsi cupo e vigile,

qualche volta in modo ridicolo, come quando, alcuni giovani nobili

facendo le corse dei cavalli da Chiaia ai Bagnoli, Giovanni Acton, che

non era un Pindaro, li fece ammonire, perchè, diceva egli, imitavano le

corse olimpiche!

Fu istituito un magistrato di polizia con a capo, col nome antico di

reggente della Vicaria, Luigi Medici dei principi di Ottaiano, anch'egli

oriundo per famiglia di Toscana e discendente da quel Bernardetto dei

Medici cugino di Cosimo e di Giulio. Era giovane ardito, scaltro,

ambizioso, di maniere attraenti, di bella persona, e perciò assai

gradito alla regina, e perciò anche sacrato a sventura, quando l'Acton,

che non pativa rivali, ordì più tardi contro lui una iniqua calunnia di

tradimento, che lo perdè.

Il reggente, col qual nome il Medici passò nella storia di quel tempo,

esercitava anche la polizia politica, ma in seconda riga e sotto

l'ingerenza minuta dell'Acton, che pendeva dai cenni della regina; la

quale inaugurò l'età dell'oro della spia, di cui diceva essere a torto

il nome infame, mentre essa l'inalzò a ordigno precipuo di governo e

colonna dello Stato. Le sue dame di palazzo, i suoi amici tutti dovevano

essere delatori per lei, e quindi fu giusto compenso se un governo

alleato le mise la spia in casa. Questo fu l'inglese che, quando il

ministro Pitt levò il vessillo di una generale coalizione contro la

Francia, seppe attrarre e annodare indissolubilmente la Corte di Napoli

nelle spire della sua politica.

Tale politica potea parere assurda fatta da una nazione libera contro

un'altra che levava la bandiera della libertà, per imitare appunto,

diceva, le sue istituzioni. Balbo anzi assegna alla rivoluzione francese

questo significato, di ripristinamento delle istituzioni

rappresentative. Perciò che abbiamo detto da principio, questo suo

troppo angusto concetto non può accettarsi, ma comunque l'Inghilterra

sapeva che le teoriche astratte senza contenuto storico e le forme

parlamentari senza le relative istituzioni civili sono proprio la

negazione della libertà inglese, come ne sarebbe stata la negazione una

politica non consentanea agli interessi nazionali e nelle colonie e nel

Mediterraneo.

Alla regina e ad Acton non parve vero veder partecipato da una sì grande

potenza il loro odio, e inoltre, a renderli proni strumenti della

politica inglese, ebbero gran parte due personaggi che l'avranno

grandissima sullo scioglimento finale del dramma, l'ambasciatore inglese

Sir Guglielmo Hamilton e sua moglie.

Egli era un ricco signore d'antica stirpe scozzese e fratello di latte

del re Giorgio IV. Artista e studioso, epicureo e dotto, (due cose che

non fanno a pugni, tutt'altro!) contemplava la bellezza morta negli

ipogei, di fresco risuscitati al sole, di Pompei e di Ercolano, e non

era insensibile a quella viva e palpitante. A Napoli, ove rimase 26

anni, ora assai stimato e ben voluto. Ebbe gran dispiacere quando seppe

che un suo nipote, Carlo Grewille del _Foreign-Office_, discendente del

gran Warwick _le faiseur de rois_, aveva dato fondo al patrimonio

paterno per una donna di malaffare, Emma Lyon, nata da poveri lavoratori

di campagna, poi a volta a volta bambinaia, cameriera, donna di servizio

in una taverna, modella, che aveva già rovinato alcuni altri e che egli

aveva ricevuto dalle braccia del ciarlatano dottor Graham. Questo

Cagliostro inglese, che si diceva inventore della _Megalantropogenesia_

ossia dell'arte di procreare grandi uomini, faceva conferenze magiche al

teatro Adelfo di Londra sulla salute e sulla bellezza, valendosi a

dimostrazione viva e parlante di Emma, con un metodo che Frine

sperimentò buono e valevole anche coi giudici dell'antica Grecia.

Grewille voleva sposarla, e lo zio si opponeva per orgoglio di razza e

sentimento di onore, finchè, quando l'ebbe veduta, ne fu talmente arso e

soggiogato, che pensò bene di sposarla per sè, pagando in cambio al

nipote i debiti, che non erano pochi. E così, a prezzo di un vergognoso

mercato, nell'autunno del 1791 Emma Liona, di appena trent'anni, divenne

moglie dell'ambasciatore che ne aveva 68. Lady Hamilton, non ricevuta

dalla corte di Londra, potè farsi presentare a quella di Napoli per

interposizione di Pitt che ne fece la propria spia, una spia di

cartello, per la quale potè perfino avere le lettere originali del re di

Spagna al fratello Ferdinando contro l'imperatore, onde nacque il

bombardamento di Cadice e la battaglia del Capo San Vincenzo. In breve

tra lei e la regina si strinse una estrema confidente intimità, che la

fe' divenire il più abile e sicuro strumento di influenza e

comunicazione tra la corte e l'ambasciatore prima, tra la corte e

l'ammiraglio Nelson poi.

Questi approdò a Napoli la prima volta nel settembre del '93, poco dopo

pattuita l'alleanza coll'Inghilterra, a recar notizia della presa di

Tolone, e a chiedere, per tenerla, pronto rinforzo di soldati

napoletani. Non era ancora ammiraglio ma semplice capitano della nave

_Agamennone_; aveva uno splendido stato di servizio attestato da un

occhio perduto e da molte cicatrici; e nutriva per la Francia un odio

punico ereditato, egli diceva, dalla madre. Giovane di 35 anni, marito

ad una creola vedova con un figlio, piccolo, smilzo, dall'aria di un

ragazzo goffo, giallo di febbre coloniale, ma tempra indomita,

squisitamente sensibile, occhi ardenti, cuore avvampante ai due amori

che scaldano tutte le anime grandi: la donna e la gloria. Ospite di Lord

Hamilton fu subito preso di Emma, ammaliante ognuno, non solo per la

divina figura che il primo colorista del tempo, il pittore Romney,

diceva “la cosa più bella uscita dalle mani della natura,„ e la celebre

pittrice Brun “figura staccata dal sarcofago del Belvedere,„ ma non meno

per il tono della voce soave nel canto, per le maniere eleganti e

seducenti che le aveva procurato a forza di lunga educazione e di grandi

spese il povero Grewille. Il fascino della nuova Cleopatra, della sirena

del golfo, il cui incanto era stato tante volte messo all'incanto, non

abbandonerà più il dominatore dei mari, e per lei sarà l'ultima parola

del suo testamento, dove la raccomanderà come sacro legato

all'Inghilterra; per lei l'ultimo pensiero sulla tolda della nave

vittoriosa a Trafalgar!

Ma ora il dovere lo chiamava altrove, al Capo San Vincenzo, a Teneriffa

dove perderà il braccio destro, e infine a dar la caccia pel disputato

Mediterraneo a Bonaparte. E intanto la Francia, che non avrebbe avuto nè

volontà nè interesse di attaccare Napoli, stanca dalle mene e finzioni

di una corte che non sapeva nè far la guerra nè vender la pace, inviava

il naviglio del Truguet a imporre la rottura delle relazioni

coll'Inghilterra e la neutralità. Tutto fu promesso in fretta e furia

per viltà, e i rappresentanti francesi Mackau e Latouche colsero

l'occasione dello sbarco per accontarsi col partito liberale che

cominciava arditamente a organizzarsi e manifestarsi.

Quel partito, il cui vessillo onorato era tenuto in alto da Mario

Pagano, si faceva adulto specialmente per l'esosa persecuzione, e

cominciava a pensare alla rivoluzione e alla repubblica, senza badare

all'abbrutimento in cui giaceva il popolo. Nei clubs e nell'accademia

dei Filomati, che raccoglievano il fiore dei patriotti, come allora

presero a chiamarsi, per la prima volta si palesarono fra gli altri

Eleonora Fonseca Pimentel, e Ettore Carafa conte di Ruvo. La massoneria

lavorava segretamente. Nel '700 si ebbe un ricorso dello spirito di

misticismo, e fu il secolo dei Weishaupt, dei Mesmer, dei Cagliostro,

degli Svedemborg. Così nei primi anni surse in Inghilterra la massoneria

e di là penetrò in Francia, Germania, Italia. Parecchi sovrani vi

appartennero. Il governo napoletano da principio la sbandì, ma poi nelle

lotte con Roma ne affievolì la persecuzione. Da ultimo ne avea

rinverdito il culto un abbate (oggi parrebbe impossibile!), l'abbate

Jerocades che fu in pari tempo una specie di Metastasio, di poeta

cesareo, poichè la regina, iniziata ai misteri massonici per trarne

profitto, l'invitò a corte. Ma più tardi lo mandò a gemere nelle segrete

dei Granili, dove lo trovò lo storico Colletta.

Avvenuta la morte di Luigi XVI, fu risoluta apertamente all'estero la

guerra e all'interno il terrore regio colla terribile classificazione di

fedeli e di reprobi, e colla creazione d'una nefanda e sanguinosa giunta

di Stato. E per la prima volta si mormorarono a spavento e ribrezzo i

nomi di Castelcicala, di Vanni, di Guidobaldi, di Giaquinto, e a orrore

e pietà quello di un povero pazzo attanagliato, Tommaso Amato, e di tre

innocenti, colpevoli solo di speranze e d'opinioni, Vincenzo Giuliani,

Vincenzo Vitaliani, Emanuele Dedeo, la cui memoria non morrà sopra

quella terra che uno di essi baciò prima di salire il patibolo.

Dal giorno dello sfratto dato al Mackau e della rottura colla Francia

cominciò un periodo che sempre più confermò la cecità e la brutalità

della corte. Mentre pur la milizia faceva buona prova di sè a Tolone,

dove per la prima volta si rivelò Bonaparte, che indi a poco doveva

rendere in eterno memorabile l'anno 1796 per i suoi incomparabili

prodigi; mentre la marina teneva alta la bandiera della patria allato

alla flotta inglese principalmente per virtù di quel Caracciolo che tra

non molto doveva pendere dall'albero di una delle proprie navi, vittima

augusta; e mentre più onore di tutti si faceva la diplomazia napoletana

specialmente per opera del principe di Belmonte e del marchese di Gallo,

ministro a Vienna, che dette tali prove di sagacia e abilità da

meritargli un posto cospicuo nella storia invidiata degli ambasciatori

italiani. A prova della sua sapienza civile, che pareggiava l'abilità

diplomatica, valga questo aneddoto. Quando ebbe letto l'elenco dei

prigionieri per cospirazione, ridendone, disse al Re: “se sono

giacobini, mandateli a viaggiare in Francia, torneranno realisti.„

Se l'avessero ascoltato, i suoi avvertimenti avrebbero dato sicurezza al

regno in mezzo a quell'imperversare di eventi. Ma il governo era sordo,

fremeva sempre la guerra pur giocando, secondo le occasioni e le

necessità, d'astuzia e di malafede, e pur avendo colla pace del '96

ripromesso la neutralità. Abbandonò perfino l'Austria dopo le disfatte

di Wurmser, e tradì il Papa che dovè subire il trattato di Tolentino.

Questi si era affidato all'Austria e a Napoli, ma l'una voleva Ferrara,

l'altro qualche cos'altro; e così i due governi che dal 1792 al 1796

s'erano intitolati i difensori della Santa Sede, non miravano che alle

proprie ambizioni e ai propri interessi. Non è da tutti e non era certo

da loro combattere per un'idea o una bandiera!

Avvenuto il fatto di Basseville a Roma, da un lato il popolo napoletano

faceva un manifesto di fedeltà al re e di guerra ai francesi (strano

all'indomani di pace e di fermata neutralità), e dall'altro Mackau,

ministro di Francia a Napoli, proponeva al re una spedizione contro lo

Stato romano da compensarsi con parte del territorio pontificio.

E invero doveva sorridere alla repubblica di debellare il trono papale

colle armi di un borbone, e trascinare la sorella di Maria Antonietta e

suocera dell'imperatore d'Austria in una alleanza colla Francia.

E il re, se avesse potuto prendere parte alle spoglie del Papa, si

sarebbe accomodato anche alla spedizione, ma i maneggi dell'ambasciatore

Giuseppe Bonaparte e l'uccisione del generale Duphot precipitarono gli

eventi, e poco dopo Berthier proclamò in Campidoglio la Repubblica

romana. Tanto poco occorse a distruggere un vecchio governo teocratico

tra l'indifferenza generale, che era forse il maggior sintomo della

rivoluzione compiutasi negli animi!

Questa repubblica alle porte del regno e la presa di Malta inasprirono

all'ultimo grado la regina che a sua volta, in offesa della neutralità,

concesse a Lady Hamilton di far rifornire a Siracusa i vascelli di

Nelson, rendendo così possibile la strepitosa vittoria di Abukir.

La corte ne andò in visibilio, richiamò a sè con tutti i lenocini di

Emma il trionfatore. Questi, ringraziando Lady Hamilton di aver messo a

sua disposizione la fonte d'Aretusa, le aveva scritto di voler tornare o

coronato d'alloro o coperto di cipresso. O l'alloro o il cipresso, in

questo dilemma è il segreto non solo dei trionfi militari, ma di ogni

vittoria morale. Ora esitava; un chiaroveggente presentimento lo

tratteneva; ma le parole della sirena furono tali che non seppe

resistere, e il vincitore d'Abukir venne a Napoli a essere vinto da una

donna, la quale del prode

Che tronca fe' la trionfata nave

Del maggior pino e si scavò la bara

fece un carnefice erotico, sempre senza paura, ma non più senza macchia.

Quando la regina fu oramai sicura di avere incatenato Nelson al suo

carro, credè giunta l'occasione, gettò la maschera, e fece partire il

ministro di Francia, il regicida Garat, stringendo alleanza anche colla

Russia, e volendo assolutamente la guerra, che fu decisa in un consiglio

da cui venne escluso il marchese di Gallo che seguitava nella sua

politica onesta, seria e accorta, e leggeva nel futuro.

Il 24 novembre 1798 Mack si mosse alla testa di un esercito

raccogliticcio dove eransi arruolati anche i forzati, e obbligato

Championnet, che comandava Roma, per la sproporzione delle forze a

momentaneamente ritirarsi, Ferdinando v'entrò suscitando da una parte e

dall'altra vendette e rappresaglie feroci. Pare che la presenza di quel

re plebeo bastasse a eccitare dovunque la plebe. Del resto anche quella

che aveva lasciato dietro a Napoli, sobbillata in ogni modo, sempre più

ribolliva contro i patriotti, che a loro volta s'invelenivano e

s'accendevano di speranza all'udire a mano a mano il sorgere delle

repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana, all'udire i miracoli

di Bonaparte e l'appressarsi delle armi, che oramai per loro erano

davvero, non in senso filosofico, ma in senso politico e materiale,

liberatrici.

Le province giacenti in preda al brigantaggio; la miseria e la penuria

dovunque resa più acerba dalle continue imposizioni a scopo di guerra e

dallo sfrontato sfarzo della corte, arrivato al colmo nelle feste pel

matrimonio dell'erede del trono con un vago giglio del nord, che doveva

in breve tra le procelle di quegli anni infelici sfiorire laggiù

all'ombra dei palmizi palermitani; tutti i posti lucrosi accaparrati da

avventurieri d'oltre alpe senza fede e senza ingegno; il merito

nazionale disprezzato sempre, spesso perseguitato. E quando era

rimandato il sotto ufficiale istruttore Augerau più tardi maresciallo di

Francia, si metteva a capo dell'esercito Mack, il Mack del tradimento di

Dumourier e della capitolazione d'Ulma, uno di quei secentisti della

guerra, come il Balbo li chiama, condannati a perder sempre dinanzi alla

nuova tattica scoperta dal genio di Bonaparte, e attuata dal cuore dei

suoi generali e soldati.

E il Mack perdè, e dopo quella campagna che fece ridere tutta l'Europa,

perchè il re di Napoli in poco più di un mese trovò modo di conquistare

un nuovo regno e di riperderlo aggiungendovi il suo, i Francesi non

incontrarono più alcun ostacolo al dominio pieno della penisola.

Appena due settimane erano trascorse da che Carlo Emanuele IV aveva

abbandonato la reggia di Torino per la Sardegna, quando Ferdinando IV

sul _Vanguard_, nave ammiraglia di Nelson, morso durante la traversata

tempestosissima d'invidia per Caracciolo che lo scortava con grande

bravura, fuggiva da Napoli per la Sicilia perdendo nel viaggio il figlio

terzogenito. Pari ambedue i sovrani nella sventura e nell'inettitudine,

ma troppo diversi di tempra morale.

Così, per singolar congiuntura, i due maggiori principi d'Italia,

cacciati quasi contemporaneamente dai loro stati di terraferma per

l'invasione delle armi francesi e delle teoriche democratiche, trovavano

rifugio sicuro nelle due isole che sole avevano serbato le ultime

reliquie delle assemblee politiche medioevali.

I Siciliani, malgrado avessero gravi ragioni di malumore contro il

governo napoletano violatore delle vetuste franchigie, quando videro nel

loro seno il re affranto e la regina piangente, si commossero, e

riebbero le franchigie che la viltà allora ridiede e l'impenitente e

ingrata perfidia tornò più tardi a violare.

Ferdinando a Palermo tornò subito alla vita allegra a malgrado il

proclama da lui lanciato come freccia del parto, che aveva bandito un

nuovo genere di anarchia, forse laggiù solo possibile e solo colle

condizioni di quel regno spiegabile, al cui appello si sollevavano le

bande degli Abruzzi cominciando una lotta feroce contro gli invasori,

lotta che durerà per tutto il tempo della repubblica con spaventevoli

esempi da una parte e dall'altra, che dal sacco di Isernia a quello di

Andria e di Altamura gelano l'anima di raccapriccio.

Il brigantaggio politico è un sistema borbonico inventato allora e che

ha costato sangue fino ai tempi nostri.

Alle gesta inaudite delle bande nelle province, rispondeva il

sollevamento dei lazzaroni dentro la città, onde la venuta dei Francesi

oramai era desiderata da tutti i buoni, non per il concetto giacobino o

repubblicano ma per salvezza dallo sbrigliato furore della plebe. E

malgrado che i patriotti si fossero impadroniti di Sant'Elmo, d'onde

fuggì il vicario generale Pignatelli, Championnet dovè lottare corpo a

corpo in due giornate terribili, dove essi e i soldati si comportarono

da eroi.

Questo prova maggiormente quanto fosse stolta, non necessaria, e codarda

la fuga del re, che fu davvero il primo inconscio repubblicano, perchè,

come dice Coco, fece egli nascere la libertà quando meno si sperava.

Il 23 gennaio 1799, un decreto reso a nome della Repubblica francese

dichiarava lo Stato di Napoli eretto in repubblica indipendente chiamata

Partenopea, come un manifesto di Championnet prometteva chiamare

l'esercito armata di Napoli, e altre cose che i fatti posteriori

crudelmente smentirono. Intanto una taglia da lui messa per spese di

guerra fu il primo segno del malumore, stillato in mezzo alle feste e

attorno l'albero della libertà! Mario Pagano dal governo provvisorio

ebbe ufficio di fare la costituzione, non arrivata, come nelle altre

brevi repubbliche d'allora, ad essere attuata, altro essendo scrivere

una costituzione come un bel componimento, altro fondare sul serio e

durevolmente un nuovo ordine politico. Vincenzo Monti gonfiò per la

repubblica Partenopea l'inno “chi è quel vile che vinto s'invola?„

musicato da Paisiello. Eleonora Fonseca Pimentel, letterata, poetessa, e

con attitudini di giornalista nel senso moderno della parola, fondò il

_Monitore_, il primo giornale che abbia avuto Napoli, rimasto anche oggi

curioso e precipuo documento di quei tempi travagliati. Uscì la prima

volta il 2 febbraio e l'ultima il 13 giugno quando cadeva la sorte

dell'infelice repubblica che, inaugurata con tali auspici, ebbe nobili

propositi, brevi vicende, e, dopo aspra lotta, fine eroica e fatidica.

Il passaggio dal governo dispotico al governo libero fu l'opera di un

giorno, e i governi non s'improvvisano; onde, malgrado il nuovo

entusiasmo ufficiale, le moltitudini rimanevano incredule e diffidenti.

I 25 cittadini scelti avvedutamente da Championnet a governare, erano,

per intelletto e virtù, il fiore della nazione. Ma imbevuti delle

massime delle repubbliche antiche non avevano pratica di affari nè

sentimento della realtà moderna.

Innamorati del loro ideale, credevano in buona fede di poterlo

trasfondere colle belle parole e la bontà dei propositi nel popolo

abbrutito, e fondare una specie di repubblica platonica in mezzo ai

selvaggi.

Ma inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito degli arcadi, perchè

fu anche il partito dei morti!

Carlo Colletta nel 1863 pubblicò la raccolta degli atti ufficiali della

repubblica datati col nuovo calendario francese, compiuta recentemente

dal Conforti, e quivi appare l'opera legislativa e amministrativa del

Direttorio napoletano, improntata certo a sollecitudine del pubblico

bene, a larghi concetti di riforme che vissero e morirono sulla carta.

Le province rimasero sorde agli emissari del governo provvisorio, sicchè

la repubblica potè dirsi ristretta alla sola capitale mentre, per opera

principalmente del clero e della plebe, di fuori imperversava per ogni

dove la controrivoluzione al grido di guerra ai nobili e ai ricchi, nei

quali soli la regina vedeva i giacobini. Una strana guerra sociale dei

poveri contro i signori in nome del re e della fede!

La santa fede fu oramai il segnacolo in vessillo e il nome del partito

regio che, calunniando d'ateismo la repubblica, accaparrò a sè la gran

forza delle credenze popolari e del fanatismo religioso.

Da ciò si scorge quale peculiare indole, ben diversa da quella di

Francia, avesse quivi la improvvisata e importata repubblica, sogno di

poeti idealisti virtuosi contro uno sterminato numero di pervertiti. E

il pervertimento venuto a galla nudo, come suole in quei sobbollimenti,

sorpassa e sgomenta qualunque immaginazione.

Nelle Puglie l'insurrezione (parola che, invece che alla rivoluzione,

qui si addice al suo contrario) ebbe per capi quattro traditori corsi,

De Cesare, Boccheciampe, Corbara, Colonna, che, per meglio trascinare la

gente, si finsero uno principe ereditario e gli altri aiutanti e

cortigiani; e l'episodio è un gustoso romanzetto, a cui prese parte

anche una sorella della regina di Francia che passava per Sicilia. La

Terra di Lavoro era occupata da Michele Pezza detto Fra Diavolo, un

brigante feroce, le cui avventure strane, dal convento alla selva e al

campo di battaglia, furono al solito alterate nel romanzo di Dumas e nel

dramma di Scribe.

La Repubblica partenopea La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 2 / 3 段