Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse

LA

VITA ITALIANA

DURANTE LA

Rivoluzione francese e l'Impero

_Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

DA

Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili,

Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti,

E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi,

Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi,

Enrico Panzacchi.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1897.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti_.

Tip. Fratelli Treves.

LA REPUBBLICA PARTENOPEA

CONFERENZA

DI

GUIDO POMPILJ.

_Signore e Signori_,

La rivoluzione francese, attraverso dieci anni di ruinose vicende,

alternanti tra efferata anarchia e gloriosi eroismi, andò a finire, come

tutte le rivoluzioni, che mai potranno essere istituzioni permanenti, in

balia di un dittatore vittorioso e imperioso.

Ma la nuova bandiera, sempre grondante sangue, o che facesse il giro del

patibolo, o che dal Manzanare al Reno volasse trionfale per la terra, o

che precedesse fatidica Carnot o che seguisse vindice Napoleone, ai

popoli (perocchè ai re, e non a loro, secondo la sentenza di Danton,

annunziava la guerra) doveva, con aperto contrasto, simboleggiare la

libertà, la fraternità, l'eguaglianza.

Questi erano i principî della filosofia o, come nel gergo di allora

chiamavasi, della filantropia, predicata poi autentica genitrice di un

commovimento sopra ogni altro di qualunque tempo procelloso e

memorabile. Moto che, impetuosamente scoppiando, parve inopinato e

impreparato, mentre era lentamente cresciuto e rimasto latente per tutto

un secolo, che Carlyle chiamò paralitico, ma fu il secolo delle idee e

della gestazione della democrazia. Moto che non poteva essere così

subitaneo e accidentale se, cominciato allora, non è ancora finito; se

non solo nelle istituzioni e nel pensiero se ne ritrovano tuttavia le

reliquie non incenerite e la scintilla non spenta, ma si agitano altresì

intorno ad esso giudizi e sentimenti così pugnacemente contrari, come,

non i figli della rivoluzione, ma fossimo quasi i suoi contemporanei; e

se celebrandone cento anni dopo, tra un misto di orgoglio e di

rimpianto, di riconoscenza e di ribrezzo, di baldanza e di sconforto, il

gran parentale, sentiamo la verità della superba profezia di Barère, a

cui sul campo di Valmy faceva eco il sommo Goethe, che da quel giorno

ricominciava la storia del mondo.

“En fait d'histoire il vaut mieux continuer que recommencer„, dice

Taine, ma questa volta ciò che si andava disfacendo in un corrompimento

senile era tutto un organismo civile e politico, il quale non poteva più

reggersi senza correggersi, doveva o trasformarsi dalle viscere o

sprofondare.

E sebbene alcuni scrittori timidi e pacifici, fra gli altri il nostro

Manzoni, sostengano che quel rivolgimento, mosso e alimentato da uno

spirito riformatore, avrebbe non solo potuto, ma dovuto, non tralignare

in rivoluzionario per incarnare veramente la pienezza del suo ideale,

pure non può disconoscersi la profonda avvertenza dell'acutissimo

Tocqueville, che, intrecciato com'era quell'organismo con quasi tutte le

leggi politiche e religiose di Europa, abbarbicati come erano ad esso,

quale edera serpeggiante a tronco annoso e tarlato, con infinite

ramificazioni, pensieri, sentimenti, costumi, interessi, solo un colpo

violento e reciso poteva schiantarlo ed abbatterlo.

Era una febbre di crescenza, era un fato della storia, a cui non manca

certo lo spirito inventivo, che ha le sue vie e le sue mire arcane non

soggette ai riposati calcoli sulla lavagna, e come è giustiziera e

ultrice infallibile, così è mirabile e inesausta creatrice.

Quando si raccolsero gli Stati Generali il giorno per sempre memorabile

del 5 maggio 1789, a cui doveva fare amaro riscontro un altro 5 maggio,

nessuno forse di quei mille deputati dei tre ordini voleva la

rivoluzione; nessuno dei _Cahiers_ (che, come disse Mounier, chiedevano

distruggere gli abusi e non rovesciare un trono) l'invocava; nessuno la

presagiva almeno così vicina e terribile. Chi avesse in quei giorni

annunziato il Terrore o predetto Napoleone, sarebbe passato per un

burlone o un mentecatto.

Ma la rivoluzione era nell'aria, e il turbine scoppiò in fulmini e tuoni

e pioggia di sangue, mettendo a soqquadro l'Europa, conquassando una

società secolare. Ammonimento a chi non sa preparare a tempo i

parafulmini! a chi vaneggia che simili procelle mandino sempre innanzi

araldi visibili per dar agio agli ignavi di aprir gli occhi o di

mettersi in salvo! Il centenario della rivoluzione era bene di

celebrarlo, ma piuttosto che a panegirici sperticati o sterili

invettive, a paragoni parlanti e a fruttuose meditazioni.

Non si tratta di architettare demolizioni simmetriche e di sana pianta;

ma di capire e sentire, per dir così, i tempi; meditare coi pensatori e

palpitare col popolo; accompagnare, affrontando e regolando le

trasformazioni, il cammino lacrimoso e pur luminoso del genere umano.

Ma perchè la rivoluzione era nell'aria e perchè divampò da ogni parte?

Essa fu il mare ove andarono a confondersi, come rivi e torrenti, tutte

le rivoluzioni passate; e le cause che la suscitarono furono quelle che,

più o meno, sogliono istigarle tutte: cioè il dissidio fra le dottrine,

gl'istituti, i privilegi, i costumi, avanzi di un'epoca volta alla sera,

e il pensiero nuovo, i bisogni, le aspirazioni, i conati, preludio a

un'altra che albeggia. E in pari tempo il conflitto dei particolari

interessi tenacemente difesi da ciascuna classe, che non sa chiedere il

temperamento armonico negli angustiosi trapassi allo spirito di

sacrifizio; che non sa gittare a tempo una parte del carico per

ritrovare il salutare equilibrio, e salvarsi, all'ingrossar dei marosi,

col senso storico per bussola e l'amore umano per vela.

Ma forse nessuna filosofia, come questa della rivoluzione, fu talmente

fertile e anche, spesso, talmente vacua e fallace.

Raramente a indagar le cause di un avvenimento fu messo tanto ingegno

reso cieco da tanta passione, o tanto studio armato di sì forte pazienza

e avvalorato da sì erudita e sottile critica.

Dai contemporanei ambasciatori veneti e Vincenzo Coco, passando per

Thiers, Carlyle, Michelet, Quinet, Manzoni, a Gervinus, Sorel, Sybel e

Taine, c'è da scegliere e da stordirsi.

Ma, perciò appunto, oramai chi sappia spogliarsi, o anche meglio non

siasi mai vestito, di passioni che sono la ruggine di ogni sincerità, e

molto più di quella della storia, ha guide bastevolmente sicure per

penetrare l'oracolo di questa.

Una massima intanto possiamo stabilire, conforme in tutto al principio,

che ogni evento storico, specialmente se è di quelli destinati a

rimescolare il mondo moderno, è cosa infinitamente complessa, e tale da

non ammettere che se ne alambicchi colla storta qualche causa

ideologicamente una e semplice: la massima, cioè, che fu errore,

dimenticando molti altri moventi politici, attribuire quasi intieramente

a Rousseau e agli enciclopedisti il merito o la colpa tanto della

comparsa della rivoluzione in Francia quanto della sua diffusione e

azione al di fuori.

Filosofia, scienza, letteratura, sono certo un gran fomite di

rinnovamento, e gli scrittori che divinano insieme ed eccitano

gl'impulsi popolari, che Manzoni chiamava le anime della folla, sono

mirabile strumento di apostolato. Ma i rivolgimenti hanno sempre in

fondo natura sociale e politica, appunto perchè sono fatti dal popolo,

che non è spinto se non dai bisogni e dai sentimenti. Le idee, come non

pagano dazio, così, per essere troppo alte, a guisa delle stelle, e

troppo fredde a guisa del sole d'inverno, non abbagliano e non

infiammano.

La rivoluzione ebbe il suo focolare spontaneo in Francia, perchè,

nazione composta da secoli a bronzea unità di stato che ne avea fatto la

grandezza e la preponderanza, i nodi politici dovevano ivi prima che

altrove arrivare al pettine; perchè l'indole della sua gente la fa

proclive alle novità e irrompente ai partiti estremi; e perchè la sua

lingua universale era il naturale strumento a quella specie di civiltà

comune che s'era andata formando, a quella comune patria intellettuale,

come l'ha chiamata il Tocqueville, che aveva abolito tutti i vetusti

confini, facendo talora nemici i concittadini e fratelli gli stranieri;

una patria fatta apposta per collocarvi a dimora l'uomo di natura

rievocato da Gian Giacomo Rousseau, l'uomo astratto che nessuno ha mai

conosciuto e a cui poi, per una delle tante contradizioni che sono

l'ironica vendetta delle cose, doveva darsi per antonomasia il nome di

cittadino.

Ma i germi sotterranei della rivoluzione, tanto nel campo filosofico

quanto nel campo politico, andavansi maturando, più o meno vivamente e

rapidamente, in ogni parte d'Europa, onde mentre quel novello

accomunamento degli spiriti creava in Germania con Lessing, Schiller e

Goethe la nuova letteratura, apriva alla Russia la finestra

sull'occidente, risvegliava in Italia il pensiero speculativo e virile

affratellando i popoli in una maniera di pensare europea, secondo la

dissero Pietro Verri e Madame De Staël; i principi e i ministri, molti

dei quali allora dimostrarono una avvedutezza profetica, qualche volta

inascoltata, come accadde al Bogino in Piemonte, entravano con nobile

gara nella via delle riforme.

Al che contribuiva un diffuso istinto di aspirazioni sociali, un moto

sentimentale che integrava l'intellettuale, quando vent'anni prima di

Robespierre _tout le monde aimait tout le monde_, perocchè mai risveglio

più terribile fu precorso da sonno più dolce e sogni più soavi. E anche

questo derivava dalla scuola di Rousseau che alla fede nella potenza

della ragione dell'uomo accoppiava quella nella bontà della sua natura;

onde alle svenevolezze della nuova Eloisa facevano eco i madrigali e

l'egloghe del Trianon, e in una società di cortigiani e di favorite, di

cipria e di minuetti, veniva di moda l'idillio, e la filosofia, come

dissi, si struggeva in filantropia.

Ma la storia che su questa terra, chiamata da Dante

L'aiuola che ci fa tanto feroci,

non è nè l'una cosa nè l'altra, a tale arcadia politica dava, col suo

fato ironico, per epilogo proprio il Terrore, quando l'idillio di Andrea

Chenier era troncato a mezzo dalla scure che, recidendo una testa,

insanguinava un alloro.

La filosofia non basta a cambiare le condizioni sociali che, con tutta

quella comunanza intellettuale, rimanevano differenti; come i cittadini

veri e non nominali (non quelli variopinti che il tedesco Anacarsi

Clootz, oratore del genere umano, menò al cospetto dell'assemblea)

rimasero cittadini, e ciascuno della loro patria e del loro clima,

coll'indole della propria razza, colle tradizioni della propria storia,

colle necessità del proprio governo. Onde diversi furono così gli

stimoli e i fini dei rivolgimenti dei vari popoli, come gli affetti e i

propositi suscitati in essi dal grande incendio francese.

Diversi furono in America, dove pure la dichiarazione dei diritti

dell'uomo precorse di 13 anni il giuramento della Pallacorda. Diversi

furono in Inghilterra, tuttochè fosse la patria non solo della famosa

filosofia volgarizzata in Francia di seconda mano, ma eziandio di quel

governo libero e rappresentativo che s'invocava ad esempio; e dalla

quale pertanto sarebbe parso ragionevole, a stregua di filosofia,

attendere aiuto e favore, mentre invece da Pitt a Burke, da Nelson a

Wellington ivi si trovarono i più arrabbiati nemici, coloro che dettero

l'alto là, e riuscirono a fiaccare una forza che per un momento era

parsa indomabile. Diversi infine furono, come noi dobbiamo vedere, a

Napoli nel '99, sebbene di laggiù Tanucci desse la mano a Necker,

Galiani a Voltaire, Filangeri e Giannone a Montesquieu e a D'Alembert.

Ma se non poteva farsi a meno di accennare in iscorcio le ragioni della

distinzione tra quello che fu la rivoluzione in Francia, e quello che

poteva essere nei varî luoghi dove, non già scoppiò, ma venne portata,

certo è che intanto di fuori uscì, e, rotte le dighe, effetti universali

ne ebbe, dovuti appunto e alla parentela delle dottrine, e alla analogia

qua e là delle condizioni civili, morali e politiche, e forse più di

tutto ai suoi stessi nemici.

Perocchè la sua azione europea, e specialmente italiana, fu determinata,

più che dalle speranze e le simpatie degli oppressi, dai timori e dalle

viltà degli oppressori, i quali, collo sfidarla, la cambiarono di guerra

civile in guerra nazionale, e, in luogo di abbassarla, l'ingrandirono.

E, assai più che i libri e i bandi altisonanti, strumento per essa di

apostolato, come compresero i Girondini, erano le armi, che, sempre per

una delle notate contradizioni, mentre dicevansi imbrandite per quella

civiltà cosmopolita, furono rese invitte e onnipotenti dall'amor

passionato della patria e dal sentimento della sua salvezza e grandezza;

furono sacrate alle più prodigiose vittorie dalle più stolte e folli

provocazioni.

Finchè, quando le parti della salvezza e della provocazione vennero

invertite, s'invertì anche il successo. Ma intanto i popoli dei due

campi avversi avevano una cosa nuova imparato: a combattere, non per i

re, ma per le patrie. E questo, il sentimento nazionale di un solo

riscatto e d'una incoercibile indipendenza, fu forse il più prezioso e

più incontroverso retaggio della rivoluzione, al quale non sarebbe

bastata, come all'eguaglianza civile e alla libertà politica, la

evoluzione pacifica e riformatrice.

L'Italia perciò non ha da lamentare, ma da benedire quei tempi

fortunosi. L'Italia che sapea le tempeste fin dalle sue gloriose

repubbliche, che dava nel rinascimento al mondo la cultura moderna, che

avea nelle tradizioni domestiche la signoria universale dell'Impero e

della Chiesa, ma, per non essersi mai potuta comporre a salda unità, era

stata costretta

A servir sempre o vincitrice o vinta.

Ludibrio a ogni voglia rea degli stranieri, bersaglio alle ambizioni dei

loro potentati, arena perpetua ai conflitti dei loro eserciti, teatro

agli abusi e alla corruzione più sfacciata dei loro proconsoli, mercato

aperto alle più svergognate cupidigie dei loro diplomatici, se c'era

contrada che avesse sovra tutte patito le oppressioni e le angherie di

ogni fatta, sofferto della burbanza e della tracotanza dei privilegiati,

preda lacerata, spogliata, conculcata, mentre più che qualunque altra

doveva sentir fremere, pur soffocata e dormente in fondo all'anima,

l'ansia e l'agonia della libertà, questa certo era la patria di Dandolo,

di Ferruccio, di Micca.

E la sua debolezza e divisione da un lato, le sue condizioni politiche e

sociali dall'altro, facevano sì che sovr'essa principalmente si

riversasse il nembo di Francia, e in essa trovasse il terreno più

propizio quel seme celeste e fecondo che vi cadde, mescolato alla

grandine fosca e sterminatrice.

E, poichè in questi geniali e gentili ritrovi, geniali e gentili come

tutto ciò che è fiorentino, dovevasi quest'anno dare una corsa alla vita

italiana nel secolo XVIII, che sarà in eterno chiamato il gran secolo

della rivoluzione, mi parve che sarebbe mancata qualche cosa, se non si

fosse toccato affatto dell'eco e del contraccolpo che ebbe in Italia, di

quei sollevamenti che ne uscirono e furono, come a dire, il proemio

delle tante rivoluzioni che finalmente, attraverso una iliade di

sciagure e un poema di olocausti e di ardimenti, ci hanno ridato una

patria.

Anche da noi ribollì tutto, e quasi da per tutto, i popoli, per molti

dei quali la repubblica era o un vanto avito, o un rimpianto mesto, o

un'invidia acerba, poterono levarsi il gusto di vederla risorta,

ribattezzata alla francese, per qualche giorno.

Le repubblichette di allora, effimere, ebbero la vita fuggevole di chi

non nasce vitale; durarono tutte pochi mesi, mesi peraltro pieni di

eventi e di passioni, di scelleraggini abbominande e di virtù sublimi,

memorie sacre che ancora parlano all'animo dei cittadini.

E a narrarne qualcuna il più chiaramente e compiutamente possibile,

anche a costo di abusare della pazienza di un così eletto uditorio al

quale chiedo indulgenza, tutto portava a prescegliere quella che ebbe i

casi più infelici e più rei, che, unica, dette prova di virtù civile e

di morale grandezza, quella sprigionata laggiù a piè di un vulcano, nel

paradiso dove fiorisce l'arancio, e dove allora, inaffiata dal sangue

dei generosi, germogliò una palma immortale.

Episodio insieme lugubre e radioso, dove la storia s'intreccia al

romanzo, il dramma epico sospira nella tragedia piena di lacrime e

insieme di ammaestramenti solenni e di conforto virile a noi, che, in

un'ora infausta e triste, sentiamo più che mai il bisogno di richiedere

al vaticinio cruento dei padri nostri, alla lezione dei loro errori e

all'esempio delle loro sventure, qualche anelito di concordia e di

sacrifizio, qualche palpito di carità della patria, qualche raggio del

morente ideale.

Se, per le idee e la conquista intellettuale, la rivoluzione poteva

dirsi, al pari che in Francia, nata negli animi di lunga mano anche in

Italia; per i fatti, da noi non prese piede se non nel terzo periodo.

Quando, cioè, scaturito dalle lotte interne, ultimo e triste portato, il

trionfo dei giacobini, salito sul palco il re, proclamata dalla

convenzione la repubblica, questa, mentre colla diplomazia e ogni

maniera di propaganda cercava di adescare popoli e governi, colle armi

provocate prima a difesa, e cogli eserciti resi invincibili dal genio

allora sorgente di Bonaparte, andava incarnando la missione quasi ideale

attribuitasi con un solenne decreto, che alla sua volta era provocazione

e sfida a tutti i governi, dove ingiungevasi ai generali francesi di

proteggere i popoli che insorgessero e i cittadini che per la causa

repubblicana patissero; la missione, dicevo, che sarebbe stata magnanima

se non avesse covato nessun pensiero egemonico, sublime se in tutto

sincera, ma in ogni modo storicamente impossibile, di comporre una sola

famiglia umana sotto l'egida della libertà.

Belli propositi generati dalla filosofia del secolo, da quello spirito

di democrazia cosmopolita per il quale Bourget crede che l'Europa morrà,

e destinati a seminare molte illusioni. Ma forse allora, negli albori,

la rivoluzione illudeva sè medesima, mentre poco di poi, trascinata, al

pari dei monarchi, dalla sete di dominio e di conquista, dall'amor

patrio e dallo stesso fanatismo, doveva cercare qualche utile materiale,

qualche accrescimento di potenza dai suoi trionfi, che finirono ad

imporre una nuova dominazione, non sempre più giusta nè meno

spogliatrice. Onde Alfieri che aveva detto di voler per la libertà

spiemontizzarsi e disvassallarsi, salutava il giorno della restaurazione

in Toscana come il giorno della purificazione.

La rivoluzione non poteva essere subito compresa, misurata nella sua

importanza; se tutti dovevano esserne stupiti o sgomenti, per

l'inopinata audacia e violenza, pochi erano tali in alto e in basso da

impensierirsene e da sperarne sul serio. In fondo, non ci si credeva.

Non si credeva dai re che non potesse venir domata o sopita in casa sua,

molto meno che dovesse entrare a forza in casa loro; non si sperava dai

popoli di scuotere il giogo, o si temeva di cambiarlo e non altro.

Era _l'alterius spectare labores_ dalla riva tranquilla; era uno

spettacolo nuovo e gigantesco da seguire da lontano con curiosità mista,

sia pure, a voti trepidi o ansie inquiete, ma da non considerarsi se non

un elemento di più nei calcoli, nei disegni, e nei consigli della

diplomazia europea, a cui se ne accrescevano le cupidigie, le contese, e

le insidie reciproche. A scuoter l'abbandono venne il fatto più atroce e

più colpevole di quella storia epicamente miseranda, il supplizio di

Luigi XVI e lo scatenarsi della belva umana, che pure ai confini sapeva

ruggire la sfida leonina di un popolo che si leva alla conquista

dell'avvenire.

Mai forse come in quei giorni la reazione potè addurre tanto a propria

scusa il significato del proprio nome divenuto più tardi giustamente

esecrato e obbrobrioso, quando le vendette cieche e furibonde, le

persecuzioni spietate, il delirio di stragi, la sete di sangue

innocente, mostrarono che quella belva è anche più feroce e più insana

quando trovasi ai piedi o sopra di un trono.

Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla

perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà

mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le

altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria

Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia

filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta

dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di

virtù, di fratellanza e di emancipazione.

Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato

Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare

la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i

benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello

zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè

stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non

disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo

e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui,

perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei

privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo,

se non accrescendo, gli altri.

Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si

pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva

rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non

nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla

rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le

energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni

selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.

All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione,

guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un

audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo,

fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina,

passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di

benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe

riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e

fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di

ammirazione e di gratitudine.

Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella

di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che,

se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.

Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur

destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in

eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante,

e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso

patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia,

l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui

la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile

scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto

estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle

traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e

lettere d'amore.

La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai

coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza

era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica

Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di

difensiva in offensiva e conquistatrice.

E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico,

ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.

Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia.

E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria

a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia:

Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue

isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di

una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e

si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si

colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le

potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o

per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli

stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il

disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento

d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non

v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di

Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per

quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia;

oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di

favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare

il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.

Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e

dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una

serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino,

Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri

mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco;

erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente

dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del

secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e

inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida,

incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè,

per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da

temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la

rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per

la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le

loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri

e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.

Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per

primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia,

già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della

passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di

perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la

neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una

politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a

Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a

rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini

alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e

più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a

frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì

Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi

di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con

diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia,

di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di

sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi

interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli

avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere

non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la

guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento

capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo

scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro

al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento,

attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente

abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria

follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson,

carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni

di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più

incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre

mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei

romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la

storia.

Tanto vero che Alessandro Dumas nel 1860, venuto a Napoli al seguito di

Garibaldi, fece di quella storia, credendo di colorirla, un cattivo

romanzo. Ma i nomi di Re Nasone, di Carolina, di Acton, di Lord

Hamilton, di Emma Liona, di Nelson, di Speciale, di Guidobaldi, di Fra

Diavolo, di Pronio, di Rodio, di Sciarpa, di Mammone, del cardinale

Ruffo, del prete Toscani, di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di

Manthoné, dell'ammiraglio Caracciolo, del conte di Ruvo, di Eleonora

Fonseca-Pimentel, della duchessa San Felice, sono rimasti nella storia,

e molti anche nella leggenda popolare, come ricordo di un'epoca

straordinariamente avventurosa e sventurata, con un'impronta di

grandezza mostruosa o misteriosa nel male e nel bene.

Un'êra che, sebbene consolata anche da esempi di aurea lealtà e di virtù

antica, è piena peraltro di tradimenti nefandi, di dolori e supplizi

ineffabili, che avranno sedici anni dopo il ferale epilogo giù al Pizzo,

nel cuore venale e vipereo di Barbarà e Trentacapilli, nel cuore

generoso e ambizioso di Gioachino Murat, rotto, sul fior degli anni, dal

piombo borbonico.

Questo, o un altro di quei portentosi generali napoleonici, che

cavalcavano superbi e impavidi al fuoco alla testa della vittoria,

Michelet chiamò con frase michelangiolesca: _Un grand drapeau vivant_.

Come si potrebbe invertire la frase per quel re Ferdinando fuggiasco di

professione, che scappa sempre, scappa da Roma, scappa e riscapperà da

Napoli, sfumerà da per tutto dove fischiano le palle e sventola una

fulminata bandiera?

Fosse stato almeno soldato, poichè re di fatto non era lui, ma sua

moglie, cui Napoleone, ripetendo un detto di Mirabeau a proposito della

sorella Maria Antonietta, chiamò l'unico uomo della corte di Napoli.

Invero tra le due figlie di Maria Teresa, come tra i due loro mariti,

correvano parecchie somiglianze, e tanto l'imperiosa inframmettenza

delle une quanto la debolezza frolla degli altri ebbero non ultima parte

nei casi funesti che contristarono i rispettivi regni.

Bensì tra le somiglianze v'erano molte differenze a vantaggio della

coppia francese, se non altro quella che dà l'aureola sacra della

sventura. E mentre Maria Antonietta scontò le colpe sul patibolo,

l'altra, vera e principal causa degli errori e dei pericoli dello Stato,

della infelicità della sua casa e del suo popolo, attraverso le fughe

fatte a tempo e più caute di quella di Varennes, attraverso gli

spergiuri sfrontati e le persecuzioni tiberiane, seppe morir vecchia

presso Vienna sopra una poltrona dove la trovarono spenta, colla bocca

contorta e gli occhi sbarrati, come se per la prima volta leggessero nel

libro del rimorso. E Ferdinando, dal gran dolore che ne provò, poco più

di un mese dopo si sposava la principessa di Partanna, che gli aveva

consolato l'asilo della Conca d'oro.

Ma la politica di Maria Carolina ebbe a strumenti e suggeritori,

complici e indettatori nel tempo stesso, stante la potenza che, per

cagioni varie, alcune delle quali non confessabili, esercitarono

sull'animo suo, tre personaggi, tutti e tre inglesi, due dei quali in

ciò trovarono la loro non invidiabile celebrità, e l'altro appannò la

sua, la più fulgida e bella di tutte, perchè eroicamente acquistata a

prezzo della vita e in servizio della patria.

Essi furono Acton, Nelson ed Emma Liona divenuta Lady Hamilton, che fu

la vera anima dannata della regina, e anche dopo morta non le ha reso un

buon servizio. Perocchè si è appunto il carteggio tra loro, conservato

nel Museo britannico, che ha distrutto i tentativi di apologia e

riabilitazione fatti nel passato da varii scrittori borbonici e più

recentemente dall'Ulloa e dal Barone di Helfert, dei cui libri del resto

fece ragione da par suo un mio amico, pieno d'ingegno operoso, che ha

cercato il ricovero tranquillo agli studi, il _secessum scribentis_ qui

a Firenze, voglio dire Giovanni Boglietti.

E poichè di questi personaggi che, colla politica sbagliata, fecero

nascere infelicemente una repubblica infelice, e, colla politica

insensata e feroce, le dettero modo di divenire gloriosa cadendo, e

fatidico esempio alla succedente generazione, è impossibile non

tratteggiare in succinto l'indole e la figura, non ho bisogno di dire

che in un discorso viene meno la prova dei giudizi e la critica dei

documenti. S'intende quelli essere improntati a questi che abbondano e,

vagliati a dovere fra attestazioni spesso discordi e partigiane, danno

la verità serena e imparziale, che oramai c'è facile di professare.

Imperocchè abbiamo almeno dalla libertà ricevuto questo precetto e

questo benefizio, di dovere e potere essere imparziali anche con quelli

che tentarono strozzarla sul nascere col capestro del manigoldo.

E, insieme ai caratteri dei personaggi, non è possibile non toccare,

anche di sfuggita, gli eventi politici che precorsero la repubblica, e

che ne coloriscono il significato intimo e i destini.

Coi trattati di Utrekt, di Rastadt, di Vienna e di Acquisgrana, che

chiusero il cinquantenne periodo delle guerre di successione, venne meno

dopo circa due secoli e mezzo, al nord e al sud la dominazione spagnola;

al nord sottentrò l'austriaca, al sud la borbonica.

Carlo Borbone aveva conquistato il trono, non per patti o contratti, ma

per vittorie, dovute al valore del suo esercito e dell'eccellente capo,

il Duca di Castropignano. I napoletani, dopo secoli di servitù

straniera, per la prima volta avevano sparso il sangue per un re che

loro promise dinastia domestica, indipendenza dello Stato, conservazione

dei privilegi, giustizia, prosperità.

E la promessa fu abbastanza mantenuta. Nei venticinque anni del suo

regno lo Stato che più progredì fu appunto il napoletano, cui

apparecchiò civiltà nuova il marchese Tanucci casentinese di Stia,

venuto al seguito di Carlo dalla Toscana, che aveva dato a Napoli anche

Bartolomeo Interi, primo fondatore dell'insegnamento dell'economia

pubblica.

Tanucci diventato primo ministro, mentre negli otto lustri di pace

fiorivano gl'ingegni, volti così agli studi severi, come alle savie e

moderate riforme, secondò queste, salvo che ebbe il torto anch'egli di

trascurare la milizia stanziale giusta il suo aforisma: _principoni,

soldati e cannoni; principini, ville e casini_. Ma più che altro mirò a

consolidare il potere regio infrenando gli altri due rivali: il

feudalismo e la teocrazia. E qui fu la sua gloria e di re Carlo, che gli

prestò le orecchie, e di Giannone, Genovesi, Filangeri, Pagano che

l'ispirarono e lo sostennero colla potenza dell'ingegno e il vigore

degli argomenti e della dottrina.

Una profonda mutazione era incominciata nell'opinione pubblica dal dì

che Pietro Giannone diè alla luce la storia civile del regno di Napoli

che, se gli ha valso la lode eterna dai posteri, gli tirò addosso allora

al solito la furia del popolo aizzato, il rischio della vita, e

l'esilio.

Ma, abbandonando la patria, vi lasciava il germe fecondo che doveva

fruttificare.

Nello stesso tempo l'abbate Genovesi, uno dei pochi che vagheggiassero

l'unione italiana, svegliava le aspirazioni democratiche e precorreva

gli enciclopedisti. E Filangeri e Pagano compivano l'opera; il primo

celebrando l'antichità ed esaltando le gesta di Grecia e di Roma, e il

secondo traendone argomento a pennelleggiare i benefizi e i diritti

della libertà politica e personale. Onde anche quivi, colle diversità

storiche e nazionali, si andava elaborando la coscienza giacobina delle

classi colte mercè i due ingredienti, così argutamente scrutati dal

Taine, il progresso scientifico e lo spirito classico.

E intanto i figli della plebe, che gli Spagnuoli avevano, con viva

immagine, chiamato _loz Lazzaros_, i lazzaroni, perchè allampanati e

digiuni come lazzari quatriduani, languivano sempre più nella

superstizione paziente e nella inedia selvatica. Erano materia da

anarchia regia e non da _jacquerie_ come in Francia, erano semenzaio di

Fra Diavoli e non di Desmoulins.

Mancando un vero e proprio ceto medio, lo rappresentavano i curiali che,

nella depressione dei nobili, acquistavano ingerenza e potenza lamentata

dal Colletta e dal Balbo, e, mentre in Francia come suole

s'impadronivano delle assemblee colle frasi, qui almeno si gittarono a

operare, e seppero morire.

Ma l'analogia con la Francia ricominciava in una cosa che fu sempre

cagione precipua e irresistibile delle rivoluzioni (e lo ricordino bene

certi odierni spensierati saccomanni del bilancio), voglio dire le

condizioni della finanza, la penuria del pubblico erario.

Della quale pur comuni erano le intime cause nella cattiva

amministrazione e negli sperperi della Corte.

Carlo I abbellì molto il regno, creando quei monumenti che, se ancora

splendono come ricordo di fasto e munificenza per le arti, salvo quelli

caduti tra le unghie al Demanio come la Favorita e la reggia di Portici,

pure potevano anch'essi dirsi, secondo un famoso epigramma, opere di

qualche splendido Segato, essendo sangue di poveri pietrificato.

Mentre le provincie lontane rimanevano senza strade, e poche di queste

erano per il pubblico, se ne facevano magnifiche attorno a Napoli per le

caccie del re, che al tempo di Ferdinando divennero caccie alle

forosette più che ai fagiani o ai cinghiali.

In mezzo a tali condizioni diveniva maggiorenne e assumeva lo scettro

Ferdinando che allora si intitolò IV, e nel 1814 in Sicilia III, e nel

1816 quando, spergiurando, lacerò la costituzione, I, sicchè i

Napoletani ebbero a dire che, andando di quel passo, tra poco avrebbero

avuto sul trono Ferdinando Zero.

Rimasto a nove anni senza genitori passati in Spagna, confidato a una

reggenza e all'aio principe di San Nicandro, si mostrava fisicamente e

moralmente proprio il contrario di quello che fu più tardi: gracile e

cagionevole, mentre poi divenne un toro; bonario e mantenitore della

parola, mentre appresso fu barbaro e spergiuro per eccellenza,

inaugurando quei metodi, pei quali fino al '60 rimasero tristamente

celebri i Borboni di Napoli.

All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise

l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto

dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè

coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo

orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo,

mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di

passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di

giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro

bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a

bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre,

ebete e impotente a regnare.

Grossolano e sensuale, non conobbe gentilezza di affetti nè di costumi.

Essenzialmente, fu volgare; proprio la negazione del re in tutto: non

soldato, non gentiluomo. Un vero tipo di lazzarone nato per isbaglio e

cresciuto nella reggia di Federico II e di Manfredi. Un altro dei re di

quei tempi, rampollo alquanto degenere di quella gran stirpe sabauda

nell'aspetto e nel contegno de' cui figli, gentiluomini e galantuomini

di razza, si è sempre invece sentito il re, Ernesto Masi chiamò

_parrucca coronata_. Questi fu una coppola coronata; il suo diadema, un

berretto da cuoco.

Il quale infatti si poneva in testa nel campo di Portici facendo da

oste, da pescivendolo, e da pagliaccio tra lazzari e soldati di nome

come lui, che perciò lo amavano e lo beffeggiavano insieme; andando in

visibilio a far di sua mano frittelle, le zeppole, come diceva, gravide

di alici e caciocavallo. Quelle della cucina furono le sole batterie al

cui fuoco rimanesse intrepido; e quei cacicavalli gli erano così fissi

nella mente e nel cuore (ossia.... non parliamo di cuore!) che gli

servirono più tardi, per la loro forma ben nota, a una similitudine, a

cui forse non sarebbe arrivato Falaride o Nerone, quando annunziava alla

moglie le infami impiccagioni dei patriotti delle isole flegree con

questo motto anche più infame: oggi si sono fatti molti cacicavalli!

E a questo triviale e fatuo Sardanapalo, che arrivò ad avere un istante

una fantasia di riformatore socialista, nella quale pure anche il

Sardanapalo entrava per qualche cosa, fondando la famosa colonia di San

Leucio di trenta famiglie di setaiuole cantata dai poeti adulanti e

discussa sul serio dagli economisti, fu data in moglie una donna superba

e scaltra, _sexu fœmina, ingenio vir_, un raggio di bellezza dalle

chiome bionde, dalla gola di cigno, dagli occhi sfavillanti, dalla

sembianza greca o fiamminga.

Maria Carolina aveva ricevuto dalla madre Maria Teresa, per la quale gli

Ungheresi tuonarono il famoso giuramento: _moriamur pro rege nostro

Maria Theresia_, insieme a fermezza di propositi e ingegno perspicace,

le passioni smodate d'intrigo politico e di esclusiva dominazione. E,

oltre a ciò, l'esempio di annullare l'autorità del marito, l'imperatore

Francesco pur teneramente amato da lei sposa e madre esemplare, ma

ridotto a proletario nel vero senso della parola, perchè le dette sedici

figlie, per far qualche cosa d'altro, a fabbricante di panni che vendeva

perfino agli eserciti nemici.

Qual meraviglia che Ferdinando divenisse un automa docile e obbediente

nelle braccia di una Circe che aveva per dominarlo la duplice magìa

della grazia e dell'astuzia, il duplice impero dell'ingegno e della

beltà?

Inoltre, operosissima, mentre il marito non scriveva neppure la firma

degli atti ufficiali pei quali adoperava una stampiglia, essa fu uno

scriba instancabile, e buon per lei che avesse scritto meno, che allora

meno e meglio si sarebbe scritto e si scriverebbe di lei. La volontà

ebbe dura, l'indole virile, nello stesso tempo che divampava nelle più

bollenti e femminili passioni. Ma queste non erano gentili e generose.

Si è detto che le passioni hanno ali e non piedi: o strisciano o volano.

Lo sue strisciavano! Non erano di quelle che, anche stimolate dai sensi,

rapiscono in un oblio soave, addolciscono e incelano l'anima. Questa

ella aveva arida; aveva il cervello anche qui dentro! Onde la religione,

delle cui pratiche fu osservantissima, prese in lei la forma della

superstizione spigolistra; e l'ordine e la tradizione, della pedanteria.

Ministri del re dovevano essere i favoriti della regina, ma i suoi

disegni dovevano essere i favoriti dei favoriti, pena la disgrazia. E se

uno di essi seppe mantenersi a galla, fu perchè con lui il giuoco era da

pirata a marinaro.

Quanto ai costumi, si sa che le gettarono in faccia e sopra la lapide

tutti gli obbrobri. Napoleone in un famoso proclama, molto imperiale ma

poco cavalleresco, la bollò col nome di Fredegonda. Michelet e cento

altri le dettero peggior nome, la chiamarono Messalina. E questo è

troppo, perchè nessun Giovenale ha potuto narrarla ebbra, sfidando lo

scandalo, di brutale lussuria.

Ma è certo che, quando lo stesso Sir Paget, inviato dell'alleata

Inghilterra, in un rapporto al governo, la dice donna piena di vizi

innumerevoli, e quando parlano tanti irrefutabili fatti e documenti, non

si può dipingere come immune da ogni labe. Ma, dato l'esempio quasi

generale delle corti di quel secolo che, se fu il secolo delle idee, fu

anche il secolo della corruzione e della licenza; la natura fragile e

sensibilissima; l'educazione falsa; e sopratutto il sangue viziato della

famiglia, tanto che anche l'imperatore Leopoldo, il grande riformatore

toscano, morì in due anni di stravizi, rimpetto ai quali erano nulla

quelli di Luigi XV e del Parc-au-cerfs, si sarebbe potuta perdonare, e,

in ogni modo, dovuta rispettare e risparmiare la donna, se le sue

incomposte passioni non avessero inquinata la politica italiana e

precipitate le sorti di un popolo sventurato.

Sulle quali invece le donne, appunto per pravi istinti, ebbero tanta e

sì sciagurata parte!

_Cherchez la femme_ è, checchè si dica, un gran canone di critica

storica e politica. E perciò le donne elevate, pietose, che, invece di

avere il cervello qui, abbiano il cuore quassù, sono la più sicura

malleveria di bontà per gli uomini e il più prezioso e celeste dono per

i popoli.

Ma quella torbida regina almeno non era volgare come suo marito, del

quale parlò sempre con affetto e rispetto che, anche come marito, non

meritava. E anzi pur l'apparenza dello scandalo e del libertinaggio

l'offendeva. Salda e costante negli affetti di madre, ai figli e alle

figlie diede un'educazione rigorosamente pura ed onesta.

Da principio erasi anche mostrata giudiziosa, caritatevole, umana, e,

come dissi, liberaleggiante. Sorella di sovrani riformatori e filosofi,

mostrava di caldeggiare il progresso, di proteggere le scienze e le

arti. Onde, mentre Nicolini declamava versi alla sua corte, le

dedicavano incenso e poesie quel Luigi Serio che doveva morire in difesa

della repubblica al ponte della Maddalena, e quell'Eleonora Fonseca che

per la stessa causa doveva pendere dalla forca ignominiosa. Ciò che

scavò un abisso fra lei e il suo popolo, che ne fece una tigre sotto

l'aspetto di bianca colomba, fu il terrore di Francia e lo scempio della

famiglia reale. E questo, in parte, attenua le sue colpe.

Una donna nervosa, a cui l'applicazione al lavoro, la foga degli

intrighi e dei piaceri avevano turbata la mente e scossa la salute, che,

amantissima della famiglia, sente caduto sotto la mannaia il capo

diletto della propria sorella, e perfino straziato un innocente

fanciullo; una regina superba, che vede insultati e trascinati al

macello i monarchi, merita qualche scusa se concepisce orrore e odio

atroce per la rivolta e i suoi complici. Ma non è scusabile che

quell'odio sia cieco e ferino, che a sfogare la vendetta adopri il

tradimento, quando altri sovrani seppero almeno nella reazione mantener

la fede e astenersi dal sangue.

E, in ogni modo, gli errori della sua politica cominciarono prima.

Cominciò prima la sostituzione dell'influenza austriaca a quella

spagnola, e de' legami artificiali di famiglia a quelli veri e storici

degl'interessi dello Stato. Cominciò prima l'abdicazione, nel ritorno da

Vienna ove ordì un triplice matrimonio di tre suoi figli con tre figli

del fratello imperatore, l'abdicazione ai piedi del Papa della politica

del Tanucci che, per sua opera, a malgrado i lunghi e intemerati

servigi, era stato levato di seggio, e che ebbe il solo torto, comune ad

altri strenui ministri anche recenti, di mostrarsi da principio querulo

e scontento della disgrazia. I grandi uomini, quantunque dicano di no,

devono trovare molto gusto al potere, se il perderlo li fa dimentichi

della propria grandezza in faccia alla storia! Cominciò prima infine il

suo favore per il cavaliere Acton, un bell'uomo e una brutta anima,

ignobile per private ingordigie e frenetica ambizione, che a poco a

poco, da lei spalleggiato, da ministro della marina divenne ministro

della guerra, maresciallo di campo, senza avere, come il sovrano, mai

visto il fuoco sul campo, e infine una specie di gran cancelliere

onnipotente.

La Repubblica partenopea La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 1 / 3 段