Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle

vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda

Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.

E a tali mostri re Ferdinando scriveva: mio generale, mio colonnello e

mio amico!

A domarli la repubblica, dopo un sonoro proclama naturalmente rimasto

inascoltato, spedì, ma invano, generali ed armati. Sopra la Puglia

marciarono i legionari di Ettore Carafa conte di Ruvo che con

altrettanta crudeltà (perchè parve un'epoca di rinascimento della

barbarie!) fe' dare un sacco spietato alla propria patria Andria, e

ridurre il proprio feudo coll'incendio un mucchio di cenere.

Tale gesta naturalmente ha dato luogo e tuttavia dà ai giudizi più

disparati, chi esaltando nel conte di Ruvo un uomo di Plutarco, un Bruto

novello, chi vedendo in lui una furia da libidine e da preda, il Fra

Diavolo e il Mammone della repubblica.

La critica ha stabilito oramai che egli non fu nè l'una cosa nè l'altra,

che fu un repubblicano fanatico e un soldato d'istinti generosi ma

fieri, che trascese per domare un'accanita resistenza.

E mentre nelle province ferveva la spietata guerra civile, il Direttorio

aveva da guardarsi in città dalle cospirazioni messe in luce

dall'episodio non meno drammatico della San Felice e dei Baccher. Questi

erano d'origine svizzera, banchieri accaniti sanfedisti, ed erano

entrati in una congiura d'intesa colla squadra britannica per la quale

dovevano contrassegnarsi le case da colpire dando ai fedeli una carta di

riconoscimento. Uno di essi, innamorato della duchessa San Felice, la

fe' consapevole della congiura che essa a sua volta rivelò a un

repubblicano che a lei stava più sul cuore, e questi la fe' palese al

governo, producendo la prigionia dei Baccher.

Ogni episodio, può dirsi, di quella breve epoca ha dato luogo a studi,

libri, polemiche infinite. Figuriamoci questo! Dumas, della San Felice,

semplice comparsa nel gran dramma, fa l'eroina principale della

rivoluzione napoletana; mentre invece, tutto considerato, può dirsi che

la sua memoria non andrebbe scevra da ogni macchia, se non l'avesse

lavata il sangue che anche da lei volle uno spietato carnefice del suo

sesso.

E intanto la Francia, in luogo di aiutare la repubblica sua creatura,

mandava a spogliarla meglio l'intendente Faipoult. Championnet, che era

insieme uomo onesto e generale e statista avveduto, mentre stracciava i

decreti che rendevano la libertà un'arpia, proponeva una spedizione

contro la Sicilia per colpire al cuore la monarchia e troncarne le mene.

Per tutta risposta, il Direttorio di Parigi, il cui ministro degli

affari esteri, si badi bene, chiamavasi Talleyrand, gli ordinò di cedere

il comando a Macdonald. E poco dopo, la Francia, declinando alquanto le

sue fortune in Europa, si ritirava del tutto, aggiungendo nel proclama

di congedo la spudorata ironia, che i popoli liberi non devono aver

bisogno dell'appoggio delle armi straniere!

Partiti i Francesi, la repubblica fu davvero indipendente, ed i suoi

capi non si smarrirono, fecero appello alla concordia generale,

mitigarono i pesi, composero alla meglio un esercito di difesa,

affidandone il comando al generale Gabriele Manthoné.

Ma intanto ben diverso e strano esercito la regina aveva da Palermo

spedito alla riconquista di Napoli, capitanato, in qualità di Vicario

generale del regno, da un cardinale vestito di porpora, che aveva per

colonnelli quei feroci capi banda che a lui si rannodavano da ogni

parte. Chi avesse detto che, poco più di mezzo secolo dopo, quelle

medesime spiaggie Calabre avrebbero veduto ugualmente sbarcare da

Palermo un ben altro fatato capitano, vestito anch'egli di rosso,

ugualmente volto alla conquista di Napoli, ma seguìto dal fiore della

gioventù italiana dietro al vessillo tricolore, in nome del più leale

dei re, del primo re d'Italia, che dovea passar per sempre la spugna sui

vizi e gli spergiuri borbonici?

Il cardinale Ruffo, a cui l'Acton aveva fatto affidare la scabrosissima

impresa per la solita rivalità, credendo di perderlo, era invece

carattere indomito e animo pronto, un misto anch'egli di male e di bene.

E se a Napoli fu forse l'unico dei borbonici che fece prova di mitezza e

di lealtà, la sua marcia per arrivarvi è bruttata da indelebili macchie

di sangue. Checchè anche qui abbiano voluto commentare i critici e gli

apologisti, le stragi e i saccheggi di Cotrone, di Tito, di Altamura,

specialmente per un cardinale, gridano vendetta al cospetto di Dio.

Vero è che questo non c'entrava, perchè dopo la carneficina, Ruffo

assolveva i peccati, e tirava innanzi.

In mare l'ammiraglio Caracciolo, che mal corrisposto a Palermo dal re, e

avutane volontaria licenza, s'era forzatamente ascritto al servizio

della repubblica, cercava di guardarla il meglio possibile. Ma mentre

Suwarow, il famoso generale dello tzar Paolo I, dava a Nelson, obliatosi

nelle lascivie di Palermo, la famosa staffilata: Palermo non è Citera;

questi, per provare al burbero russo di non aver bisogno di lui, aveva

fatto prendere le isole di Ischia e di Procida dal capitano Toubrig;

feroce anch'egli (perchè la ferocia dovè aleggiare forse in quell'anno

nell'aria imbalsamata!) e a cui poi la regina avea mandato per degno

strumento il giudice Speciale che scrisse, nelle isole Flegree, la prima

pagina del santo martirologio.

Ma intanto, superati col ferro e fuoco tutti gli ostacoli, il cardinale

arrivava, e risolveva di dar l'assalto alla città il giorno del suo

patrono Sant'Antonio, il 13 giugno.

Giornata gloriosa! La resa al ponte della Maddalena fu illustrata dal

celebre episodio di Vigliena, tanto anch'esso discusso, ma, per la

critica specialmente del Turiello e del Pometti, chiarito ormai

abbastanza, dove un prete, Toscani, imitando le gesta eroiche di Micca,

fece sì che 300 calabresi si seppellissero, sotto le rovine, piuttosto

che arrendersi.

Anche i cattolici si dividevano in due campi, e tra il cardinale Zurlo

arcivescovo di Napoli ed il cardinale Ruffo vi fu uno scambio di

scomuniche. E mentre la spada della Francia avrebbe potuto e dovuto far

traboccar la bilancia, l'ultimo avanzo dei Francesi rimasto, il Mejean

comandante di Sant'Elmo, si vendè proditoriamente al nemico. Altro fatto

in mille modi controverso, ma dai documenti posto fuori di discussione.

Il cardinale, divenuto a un tratto mite, o per umanità o per scaltrezza,

credendo doversi rifondare il trono stabilmente sulla clemenza e sul

perdono, propose egli per primo una onorevole capitolazione. I

repubblicani, che consideravano la loro causa come perduta, salvo

Manthoné, entrarono in trattative che approdarono alla resa dei castelli

Nuovo e dell'Uovo, pattuita onorevolmente la salvezza delle vite e delle

sostanze dei repubblicani. Tali patti furono sottoscritti da tutti i

rappresentanti stranieri, compreso il comandante inglese.

Ma la regina, dal suo covo di Palermo, spiava e vegliava. Le trattative

del cardinale Ruffo la misero fuori di sè e mulinò subito d'impedirle o

rinnegarle. La politica di Maria Carolina domina in tutte le fasi di

quest'epoca: prima contro Tanucci, poi contro Gallo, ora contro Ruffo.

Essa pensava la monarchia francese essere caduta per debolezza; non

voleva pattuire ma debellare, non perdono ma vendetta; i repubblicani

seppelliti colla repubblica.

Nelson assunse sopra di sè l'impresa e corse a Napoli avendo a bordo la

sua trista egeria Lady Hamilton, a cui la regina avea dato le segrete

istruzioni spietate per i ribelli.

All'alba del 24 giugno la flotta di Nelson apparve all'altezza di Capri.

Il cardinale che era al ponte della Maddalena offrì ai patriotti, chiusa

oramai la via di mare, di scampare dalla parte di terra. Essi stettero

fermi al loro posto, fedeli alla parola data, confidenti nella parola

ricevuta. Esempio eroico! Il modo comodo e tutelare dello spergiuro e

della fuga non era il loro! Basterebbe questa eterna lezione di

confronto che, a repentaglio della vita, ponevano ai posteri, per render

non inutile ai destini d'Italia quell'êra breve e sciagurata.

E se in quei sei mesi saranno stati platonici, ora furono plutarchiani,

se avranno commesso errori, non commisero colpe, salvo forse la

fucilazione (colpa perchè crudeltà inutile) dei Baccher fatta a

Castelnuovo al momento che le ore della Repubblica erano contate.

Furono vane tutte le preghiere, le ragioni, le ammonizioni del cardinale

Ruffo, i cui colloqui con Nelson vennero da Lady Hamilton, che serviva

da interprete, e li falsava ai suoi fini, bruscamente troncati. L'eroe

di Abukir si era smarrito sventuratamente a Citera! Solo accettò di

mandare alla regina la capitolazione. La risposta, che non si fece

attendere, diretta a Lady Hamilton, riboccante di frasi affettuose e

carezzevoli per lei e per Nelson e di fremiti da sciacallo per i miseri

e ingenui repubblicani, fa ribrezzo e raccapriccio. Era accompagnata da

una copia di decreto del re che cassava la capitolazione, istituiva una

Giunta di Stato che condannasse a morte i capi del moto, i subalterni

alla prigione e all'esilio, tutti alla confisca dei beni. La procedura

doveva essere segreta e rapida; ristabilita la tortura; soppressa la

difesa; accettati come testimoni le spie. Le istruzioni erano di

condannare a morte chiunque avesse accettato la repubblica od opinato

per lei. Il che significava far morire almeno 40 mila napoletani! La

regina vi aggiunse la sua lista di proscrizione impinguata de' suoi

nemici personali, e per la Giunta di Stato, in luogo di uomini proposti

con accorgimento e probità dal Ruffo, e che si dichiararono pel rispetto

della pace convenuta, impose i suoi tutti siciliani scelti fra coloro

che avevano fatto miglior prova di lasciva crudeltà come Speciale, o

d'imperturbabile ferocia come Damiani e Guidobaldi. E non dimenticò il

carnefice, che per ironia si chiamava Paradiso!

Qui naturalmente tra gli storici e i polemisti la disputa delle dispute;

la violazione della capitolazione ebbe luogo per ordine della regina e

del re o per spontanea volontà di Nelson? Storcendo i racconti e

stiracchiando le date si è da Ulloa, dallo Helfert e da altri, tentato

fare invalere questa seconda opinione. Ma i documenti del museo

britannico, il carteggio della regina con Emma che, ripeto, è nefando, e

pare impossibile sia corso fra due donne, ha tolto ogni dubbio su questo

punto. E, in ogni modo, bisognava sempre considerare due cose: prima,

Nelson non era padrone della sua volontà e del suo animo, altrimenti la

voce dell'onore e l'immagine della patria e della posterità gli

avrebbero impedito di sputar sangue così sopra la sua gloria! Sicchè,

anche quando l'azione sua fosse parsa spontanea, in fondo sarebbe stata

sempre d'altri, di quella orribile coppia femminile che gl'infondeva

l'inconscia suggestione.

In secondo luogo, mentre il cardinale Ruffo, il riconquistatore del

regno, cadde in disgrazia solo per la capitolazione e i consigli, Nelson

fu creato Duca di Bronte con 75 mila ducati annui trasmissibili agli

eredi, che per altro nè egli nè gli eredi videro mai.

Vuol dire che egli avrebbe potuto non secondare e secondò, non obbedire

e obbedì, superando nell'obbedienza la slealtà e l'inumanità del

comando.

Ai martiri delle isole Flegree andò per primo a far compagnia il vecchio

ammiraglio Caracciolo penzolante dall'albero della Minerva, spettacolo a

Lady Hamilton che girava attorno in una lancia, e poi gettato in mare.

In breve seguirono tutti. La storia della Giunta di Stato è rimasta

oscura perchè tutti quei processi vennero più tardi distrutti per ordine

del re che pare cominciasse a sentire, non la paura del cielo, non il

rimorso della coscienza, ma il timore della storia.

Alla gran vendetta, di cui la regina mostra nelle sue lettere un'ansietà

quasi delirante, il re, chiamato da Nelson, che voleva colla sua

presenza dividere almeno l'obbrobrio, venne ad assistere da vicino;

mentre Maria Carolina, che si sapeva odiata come unica cagione della

politica funesta che aveva condotto il regno a tali estremi e tali

miserie, rimase a Palermo. Dove il re stesso non tardò a raggiungerla

per la nostalgia della vita allegra che non potea fare a bordo, e per

uno spavento che gli successe. Un giorno, stando in coperta, scorse una

figura umana quasi dritta sull'onde, come fantasma galleggiante venire

al suo vascello, e riconobbe l'ammiraglio Caracciolo. “Che vuole questo

morto?„ esclamò con voce fremente nella strozza rabbrividendo di

sgomento e di orrore. Uno degli astanti rispose, “credo che chieda

sepoltura cristiana„ “L'avrà!„ E così al povero Caracciolo, gittato in

mare con 250 libbre di peso ai piedi, e che aveva implorato a Nelson

sepoltura nelle viscere del suolo natale, la rivendicarono le forze

della natura, creatrici di questo aneddoto pietoso che pare un racconto

di fate, mentre testimoni oculari lo propagarono, documenti sicuri

l'hanno confermato.

A malgrado la distruzione dei processi, l'ecatombe, dove fu reciso il

fiore dell'intelligenza e della virtù napoletana, venne ricostruita per

documenti amorosamente ricercati da molti e specialmente dal D'Ayala e

da ultimo, perfino negli archivi della confraternita dei Bianchi della

giustizia, dal mio caro amico e collega Giustino Fortunato.

L'elenco di quei traditi, primi martiri del risorgimento italiano, che

la libertà per cui combatterono onorarono anche in morte; non ribelli,

perchè il re era fuggito; non vinti, perchè guarentiti dalla

capitolazione e dalla pace, comprende novantanove nomi per i capi,

migliaia essendo stati gli assassinati nelle prigioni e nei forti

senz'ombra di processo. Diciotto principi o duchi; due dame, Eleonora

Fonseca Pimentel, e Luigia Molines San Felice, a cui il dubbio della

gestazione non risparmiò, anzi rese più dolorosa, la morte procrastinata

per lungo tempo in mezzo a traversie e sevizie inaudite; quindici ricchi

possidenti; quattordici generali; tre vescovi; undici preti; undici

avvocati; otto letterati e professori; due magistrati; due studenti; un

notaio. Morirono tutti intrepidamente; e il mondo conosce l'eroismo

antico degli ultimi momenti di Manthoné, di Velasco, del conte di Ruvo,

di Domenico Cirillo, di Mario Pagano.

Colla repubblica erano seppelliti anche i repubblicani; e delle loro

sostanze si premiarono con pensioni, titoli, gradi di maresciallo e di

barone i Toubridg, i De Cesare, gli Sciarpa, i Panedigrano, i Fra

Diavoli!

Ma l'espiazione, specialmente per la nefasta Hamilton, doveva venir

presto! Tornata in Inghilterra con Nelson, che le chiese e ne ebbe

(felice degnazione) licenza di rispondere all'appello della patria, per

la quale morì a Trafalgar, annientando la potenza navale della Francia;

diseredata nel testamento da Lord Hamilton; respinta dall'Inghilterra

come legato troppo vergognoso del testamento di Nelson; destituita di

soccorsi invano implorati perfino da quella ingrata regina, che pur le

aveva scritto di dovere a lei il ricupero del regno, e di cui, dopo

amicizia sì intima, si vendicò con infami libelli; attraversò varie

scandalose vicende, in tutto simili a quelle del principio della sua

carriera; morì all'Havre, arrabbiata e miserabile, da tanti maledetta, e

da nessuno compianta.

Nè la restaurazione de' vecchi governi fu per allora meno effimera delle

repubbliche cadute. La spada di Napoleone imperatore in breve ne fece

giustizia.

Ferdinando e Maria Carolina, riprendendo le loro ignobili fughe, videro

sul loro trono assisi i re _parvenus_, l'ultimo dei quali ebbe almeno

per un istante l'epica e generosa ambizione dell'unità d'Italia.

Quei moti del 1799, che in apparenza non fruttarono nulla se non

ribadimento di catene, in effetto apparecchiarono i più fortunati eventi

a una nazione stata sempre infelice, ridestando quelle virtù che,

spesso, come certe piante, nascono solo sulle ruine.

Da quel giorno cominciò a comunicarsi, osò venire in luce il sospiro

dell'indipendenza e dell'unità, palpito segreto di tutta la nostra

storia, dono divino che sarebbe meglio apprezzato dagli Italiani se un

poco più la leggessero e la studiassero. Da quel giorno si fece comune

il sentimento e bisogno di libertà, di cui oggi, per merito di quegli

eroi, godiamo, e pur troppo talora, per colpa nostra, abusiamo.

L'età plutonica e scettica, poichè il mondo, come disse Carlyle, ha

cessato di essere spirituale e s'è fatto meccanico, nelle logomachie

degli ignoranti erigentisi a giudici dei pochi che si sanno ancora

affinare nel crogiuolo del pensiero, nelle batrocomiomachie dei rettili

gorgoglianti nel pantano dell'indecenza, del ricatto gioviale (gioviale

nel doppio senso, perchè fu Paolo Giovio a dire che aveva una penna

d'oro per chi lo pagava, e per gli altri una di ferro), smarrisce lo

spirito della storia divenuto, secondo la frase di Goethe, _l'esprit de

ces messieurs_.

Eppure l'unità, la libertà hanno tanto costato ai padri nostri che, come

i Napoletani del 1799, morirono sorridendo, perchè, affacciati alla

visione della seconda vita, divinarono che il loro esempio sarebbe stato

eterna fiaccola ai buoni, eterna remora ai tristi, eterna malleveria di

grandezza alla patria.

Sarebbero invece morti piangendo, se avessero potuto credere che, un

secolo dopo, Italiani, all'Italia fatta libera, una e indipendente,

rimprovererebbero l'ambizione di parer grande!

Ma ella _deve_ essere grande! Qualche cosa dobbiamo pur restituire a

coloro che per lei e per noi s'immolarono. Avendo la patria in cima di

ogni nostro pensiero, per essa lavorando con tenace perseveranza, e con

candida e cavalleresca lealtà combattendo, potremo riscattarci da una

nuova servitù morale che ci travaglia; e creare la vera repubblica, la

repubblica degli animi onesti, liberi e sinceri, dove verranno ad

abitare con noi, recandoci ammonimento di memorie meste, conforto di

speranze liete, coloro che l'ideale consociato della libertà e della

virtù suggellarono col sangue proprio, e non d'altrui, nel nome santo

d'Italia.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (vari/varî e simili), correggendo senza annotazione

minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's La Repubblica partenopea, by Guido Pompilj

La Repubblica partenopea La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 3 / 3 段