--E che direste--esclamò il dottor Maggioli--se io vi raccontassi per
quale sciocca circostanza sono stato, trent'anni fa, sul punto
d'impazzire?
--Voi, così savio, così impassibile?--lo interruppe l'abate Venini.
--Se non savio e impassibile--riprese il dottore
sorridendo--certamente molto equilibrato di nervi e di immaginazione.
Eppure... Questo significa che le circostanze non hanno valore per
loro stesse, ma assumono maggiore o minore importanza secondo certi
stati del nostro organismo dei quali la scienza non sa ancora rendersi
conto. Ho visto un uomo coraggiosissimo tremar di paura come un
bambino; ho conosciuto un pusillanime che ha compiuto un atto di
eroismo di cui nessuno lo avrebbe mai creduto capace. Passato quel
momento, l'uno è tornato intrepido sfidatore di pericoli qual era
sempre stato; l'altro, un poltrone che si atterriva fin della sua
ombra. E nessuno ha saputo spiegare per quali ragioni, in un istante,
le loro parti si siano invertite.
--Ah, io avrei voluto vedervi da Orlando furioso!
--Furioso a dirittura, cara baronessa--riprese il dottor
Maggioli.--Non posso ricordarlo senza sentirmi correre acuti brividi
per tutta la persona.
--Su, fate abbrividire anche noi!--disse la baronessa Lanari.
--Probabilmente voialtri riderete. Io stesso debbo fare talvolta uno
sforzo per persuadermi che l'accaduto di trent'anni fa non è stato un
sogno bizzarro o un'allucinazione. Mi domando: È mai possibile che io
sia arrivato fino al punto...? Ma appena mi si ripresenta alla
immaginazione la figura sbalordita dell'unico testimone di
quell'incredibile stranezza--chiamiamola pure così--e torna a
risonarmi nell'orecchio il suo grido:--Oh Dio! che hai fatto! Perchè?
Perchè?--chino la testa pensieroso, riflettendo che misera cosa è il
nostro organismo intellettuale, se cagioni tanto insignificanti
possono, tutt'a un tratto, quasi annientarlo.
--Mi meraviglio che un dottore parli in questo modo--disse l'abate
Venini.--Io ho creduto finora, che il nostro organismo, così semplice
e così delicato, abbia invece una forza di resistenza veramente
straordinaria.
--E appunto qui consiste il suo mistero! Urti, colpi violentissimi,
spesso non vi producono nessuna notevole impressione; e quel che in
confronto di essi potrebbe dirsi un soffio, una lieve spinta vi fa
avverare, come nel caso di cui parlerò, un grave disastro.
--Ma voi non siete impazzito!
--Ero già su la via, altrimenti l'atto da me commesso sarebbe proprio
inesplicabile. Ho reagito in tempo; ecco tutto.
--Insomma, che cosa avete fatto?--domandò la baronessa resa impaziente
dalla curiosità.
--Ho distrutto un capolavoro, o per parlare con precisione, un'opera
d'arte che certamente, stava per riuscire un capolavoro.
--Perchè?
--Perchè?... Il mio amico Doneglia, scultore valentissimo che sarebbe
salito in gran fama se fosse stato meno modesto e meno incontentabile,
mi tormentava da parecchi anni:--Voglio fare il tuo ritratto!
--Se io fossi meno brutto!--rispondevo.
--Sarai bellissimo nel marmo o nel bronzo--insisteva.
--Si era fitto in mente che io avessi una testa da filosofo greco con
quella lunga barba che m'ero lasciato crescere allora e i capelli
folti e arruffati di cui più non c'è quasi vestigio. A me però
sembrava troppo onore per la mia barba e pei miei capelli l'essere
immortalati da un grande artista come lui. Pensavo ch'egli avrebbe
impiegato meglio il suo ingegno e il suo tempo terminando quel suo
Centauretto che ruzzava tra l'erba e pareva uscito dalle mani di uno
scultore ateniese dei tempi di Fidia, quantunque lasciato non finito
con la scusa che il ragazzo servitogli da modello era morto ed egli
non aveva più trovato chi potesse sostituirlo. Glielo ripetevo ogni
volta che tornava a tentarmi.
--Ebbene--mi rispose un giorno--ti do la mia parola d'onore che finirò
il Centauretto, se prima mi lascerai cavare il capriccio di fare il
tuo busto!
Era premio troppo grande da non vincere tutti i miei scrupoli. E misi
la pretesa mia testa da filosofo greco a sua disposizione.
Così vidi di giorno in giorno, sotto il nervoso pollice del mio amico
e sotto l'abilissima opera della sua stecca, uscir fuori dall'informe
cumulo di creta ammassata sul cavalletto la mia figura così viva e
parlante, che la guardavo con stupore quasi mi fossi sdoppiato, o
quasi qualche cosa di me si fosse trasfuso in quell'immagine dalle cui
labbra mi attendevo di sentir scappare da un momento all'altro il
suono della mia voce, come già c'era il lieve bonario sorriso che, a
detta del mio amico, formava la caratteristica della mia fisonomia.
I doveri di medico non mi permettevano di accordargli frequenti e
lunghe pose. Spesso passavano due, tre settimane senza che io mettessi
piede nel suo studio.
--Oh, Dio! Ti sei un po' ingrassato!--o pure:--Oh, Dio! Sei alquanto
dimagrito!
Come avvenissero questi cambiamenti piccoli ma percettibili, giacchè
egli li notava sùbito, non saprei dire.
--Non lo faccio a posta--rispondevo scusandomi.
Ne ero dispiacente perchè gli inopportuni cambiamenti ritardavano
molto l'esecuzione del busto. L'incontentabile artista doveva togliere
qualche cosettina qua, supplirla là; e quel po' di creta, tolta o
aggiunta in un posto, determinava altre aggiunte o soppressioni, delle
quali egli cercava di spiegarmi l'intima ragione per indurmi a
pazientare nel martirio della posa. Ogni volta allora, riprendendo la
seduta, mi sembrava ch'egli scancellasse l'impronta della
straordinaria rassomiglianza; ma, alla fine, sul punto di
accomiatarmi, mi maravigliavo che la rassomiglianza e l'alito di vita
animatore del busto fossero col paziente lavoro divenuti più evidenti.
Un giorno gli dissi scherzando:
--Non mi accadrà, spero, come alla amata di quel pittore di cui si
parla in una novella del Poe. Io non morrò perchè la mia vita si sarà
trasfusa tutta nel ritratto quando esso sarà finito.
Rispose con un brontolìo. Passava e ripassava il dito su la fronte del
busto, ed io mi accorsi che egli si sforzava di spingere un po' in
dentro qualche cosa di duro che la creta copriva appena.
--C'è un sassolino?--domandai.
--No, il cranio vien fuori... Ho messo qui un cranio per meglio
modellare la testa.
--Un cranio? Proprio un cranio?
--Ti stupisce?
Non potei nascondergli che il sapere incastrato nella testa del mio
busto il cranio di un morto ignoto mi produceva repugnante
impressione.
--Molti scultori fanno così--egli mi disse.
Rimessomi a posare, mi sentivo impacciato. Fanciullaggine! Ora lo
comprendo; ma quel cranio che, vivente, aveva contenuto un cervello
pensante affatto diverso dal mio, mi faceva fantasticare stranissime
cose. Mi pareva che l'impronta di vita del mio ritratto dovesse
ridestare le funzioni intellettive della vuota cassa cerebrale, e
produrre un turbamento che poteva oltrepassare l'opera d'arte e
influire su l'originale, su me che mi vedevo rivivere in essa. Mi
pareva anche da sentirmi un che di estraneo dentro la testa, quasi
quel cranio non fosse solamente incastrato nella creta, ma si fosse
sostituito al mio, o almeno tentasse di sostituirsi al mio, come per
opera di magìa.
Fanciullaggine! ripeto. E tale la giudicavo da principio. Infatti,
nelle sedute dei giorni appresso, scherzando all'amico scultore:
--Chi sa che diamine pensa il mio ritratto con quel cranio altrui! Vi
sarà rimasta qualche impressione dei pensieri là avvenuti una volta, e
forse la forma esteriore può produrre il miracolo di metterli in moto.
È una cosa macabra?
Intanto, durante le sedute di posa mi affondavo sempre più in questa
fissazione. Un crescente malessere mi invadeva. Non osavo più di
scherzare intorno a quel cranio. La preoccupazione dello spirito
alterava l'espressione della mia fisonomia, facendomi corrugare la
fronte, e togliendo alle mie labbra la caratteristica del lieve,
bonario sorriso che lo scultore era riuscito a rendere, con molto
stento, nell'opera sua.
--Che cosa hai?--mi domandava.--Muoviti, parla; non prendere
quest'aria mutriona che ti disdice!
Ed io non avevo il coraggio di confessargli che tutto proveniva dal
maledetto cranio di cui egli aveva avuto la funebre idea di servirsi
per modellare più facilmente la testa del busto.
Ormai quel senso di malessere non era più momentaneo, durante soltanto
le poche ore di posa; lo portavo via con me tutta la giornata, e, la
notte, mi impediva di addormentarmi sùbito appena entrato in letto,
come solevo, quantunque le visite e le occupazioni giornaliere mi
facessero rientrare a casa non meno stanco di prima. Non mi sentivo
più io, ma un po' quell'altro che doveva pensare dentro la testa del
busto sotto l'involucro di creta che lo copriva. Ed era una smania
acuta, una sofferenza tormentatrice a cui non riuscivo di sottrarrai.
Mi sembrava ridicolo che mi fossi ridotto fino a questo estremo; mi
davo dell'imbecille e peggio; ma nello stesso tempo provavo una
vivissima attrazione verso il busto che di giorno in giorno diveniva
sempre più rassomigliante e più vivo con l'amorosa, assidua carezza
del pollice dell'artista, da cui vedevo affinare maravigliosamente la
modellatura. Per parecchi giorni di sèguito ero andato a posare.
--Poche altre sedute--mi diceva il Doneglia--e poi sarai libero.
Egli, l'incontentabile, cominciava ad essere soddisfatto dell'opera
sua. Ma io vedevo aumentare, con una specie di terrore, l'espressione
di persona proprio viva che il busto aveva già assunto in quelle
ultime sedute. Mi voltavo a ogni istante per guardarlo, irrequieto,
con la sensazione di una dolorosa pressura al cranio mio e del busto,
quasi fossero divenuti un cranio solo; con la sensazione di una lotta,
di un contrasto di pensieri opposti che vi tumultuassero dentro per
prendere gli uni sopravvento su gli altri. E mi mordevo le labbra, e
increspavo le mani conficcandomi le ugne nelle carni, facendo grandi
sforzi per non far scorgere all'artista la mia interna angoscia.
Egli dava gli ultimi tocchi di stecca agli occhi, facendovi la
pupilla, dove quasi sprizzava una luce che animava il busto
straordinariamente; e lavorava intento, con estrema delicatezza,
mentre io sentivo più e più invasarmi dall'idea che stèssi per perdere
la mia personalità ed essere interamente asservito a quell'altro...
--No! No!--gridai, slanciandomi addosso al busto e rovesciandolo con
le due mani dal cavalletto.
--Oh, Dio! Che hai fatto! Perchè? Perchè?
Ma io non badavo al desolato grido dell'artista che vedeva distratta
l'opera sua; e coi piedi deformavo la testa rimasta intatta nella
caduta, facendone schizzar fuori quel cranio con le occhiaie, con la
dentiera e il buco triangolare delle narici imbrattati di creta che
sembrava carne imputridita e rimastavi appiccicata nello sfacelo; poi,
con la punta di un piede lo facevo ruzzolare in un angolo.
--Perchè? Perchè?
--Perchè?--risposi, rinvenendo dal furore che mi aveva improvvisamente
assalito.--Mi sentivo impazzire. Oh, quel cranio! Perdonami! Mi
sentivo impazzire.
Capivo l'enormità a cui ero trasceso, e la contristata figura
dell'artista che guardava stupito la distruzione da me operata, mi
faceva pietà. Ma io rivivevo, io provavo l'immensa gioia della
liberazione dall'incubo che per poco non mi aveva fatto perdere la
ragione; e stringendo affettuosamente le mani del mio povero amico,
gli mormoravo:
--Perdonami!.. Pensa ora al tuo Centauretto; non castigarmi col
lasciarlo non finito!
È un gran rimorso. Il Doneglia non ha più ripreso la gentile statuina,
e la moderna scultura italiana non può contare, per mia colpa, un
capolavoro di più.