Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura

della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva

temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti

i progressi della scrittura gotica e rotonda (pel _corsivo_ aveva

accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di

quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia

del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era

anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del

Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei

professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava

della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere

di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta,

e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il

professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo;

anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello,

anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli

una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini,

ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare

al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico

adagio--Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'io se volessi badare a

tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna

di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti

abbiamo le nostre.

E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una

presa di tabacco.

Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E

pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare

dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e

pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.

Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille

cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze

della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel

collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo.

Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli

per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in

quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che

egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della

quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo

ufficio.

Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione

del professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza

insolita:--Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di

stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi

giorni abbastanza.

--Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di

essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre

voluto un gran bene a quest'Istituto.

--Lo so, lo so, professore.

--Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva

volontà.

--Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.

E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.

Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.

--Ho mal giudicato anche il Preside--egli diceva fra sè--degnissima

persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!

Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!

E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si

raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti

per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside

dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così

difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per

tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere

asini!

Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito

così gai sì mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione

alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente

disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani

avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.

A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo

stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere,

consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente

si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono

uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.

--Sia ringraziato il cielo--disse fra sè il buon calligrafo come

sollevato da un gran peso.--Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno

preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.

Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere,

l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco

importava.

Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si

mise a passeggiar su e giù per la classe.

Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del

resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo

corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.

Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e

con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo

dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima

davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle

mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio

sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca

all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.

Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei

disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che

nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona?

Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando,

interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo,

ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto

con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle

classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in

fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso

signor professore--_Benissimo, scriverò alla famiglia_--oh allora il

nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della

scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e

abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar

divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più

delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo

così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella

voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva

di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i

nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria,

era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati

lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura

in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della

scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano,

tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di

storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature

del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea

tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come

se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un

guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da

cento mani l'una più inquieta dell'altra.

Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca,

come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a

fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi

caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui

nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la

sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, alla peggio le

inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo?

Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per

osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.

Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e

anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non

aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.

Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli

bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e

moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati

ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa

insieme.

Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli

occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci

o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti,

dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui.

Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino

a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci... Ah sì!... Da una

parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai,

altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui

per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche.

A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino

non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca

successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti

gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però

eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano

ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli,

poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo,

d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli

lo chiamavano _agnello_ e gli amministravano una dose straordinaria

di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno,

e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È

morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle

vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua

madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come

suo figlio.

Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.

Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava

in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso--Caro

Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino...--Poi, senza

nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato

un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a

cui si parli la prima volta d'amore.

--Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in

disordine... Non c'è mia sorella... (Ci mancherebbe altro che ella ci

fosse--egli soggiunse in cuor suo).

--Per carità, professore, non si dia pena per noi--disse la

signora.--Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore...

Angelo fu malato alcuni giorni... Ora sta meglio, ma non si è ancora

liberato dalla tosse...

E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.

--Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui--continuò

la signora con un tremito nella voce.--Non voglio sforzarlo...

Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una

figliuola... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito

anche lui... sempre dello stesso male... Ma questo qui bisogna che mi

resti--continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un

braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.

--Si calmi, signora, si calmi--rispose il buon professore--posso

offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più

a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.

--Ecco ciò che volevo chiederle--ripigliò la signora poichè si fu

ricomposta alquanto--scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho

quasi perduta la testa... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due

ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due

ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli

darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare...

Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere

in _rotondo_, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato...

Pretesti, forse.

--No, no--si affrettò a interrompere il professore Antonino--il

_rotondo_ non l'ho insegnato nella sua classe.

--Ebbene allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche

lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè...

--Ma sì, ma sì--sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.

--Noi compenseremo secondo le nostre forze...

--Nemmen per idea... non voglio neanche sentirne a discorrere... No,

signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri... Angelo

verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può,

e vedrà che bel _rotondo_ egli imparerà a scrivere in cinque o sei

lezioni... Siamo intesi, non è vero?

La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori

la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del

professore e disse commossa:--Giacchè il professore è tanto gentile non

so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?

--Grazie--bisbigliò il ragazzo.

--Nulla, nulla, caro--replicò il signor Antonino--Vuoi cominciar

domattina?

Angelo guardò sua madre, poi disse:--Sì, professore.

--Allora siamo intesi.

E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e

la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo officio,

poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era

morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a

sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali

scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide

ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi

all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera

madre, adesso morta anche lei, che diceva--Ma questo qui bisogna che mi

resti.

* * * * *

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in

siffatti pensieri, se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente

sulla spalla!

--Che c'è?--proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

--Signor professore, le consegno il mio elaborato--rispose il ragazzo

guardandolo in aria di mezza canzonatura.

--Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro... Dunque hai finito? Va, va,

che andrà tutto benissimo.

Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo

un quarto e così via via fino all'ultimo.

--Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!

Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato

mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra

cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua

sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a

vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti

gemelli.

* * * * *

Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli

elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e

consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.

--Grazie, professore--disse questi con amabilità--grazie. La pregherò

poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni... Ma che

cos'ha che mi pare turbato?

--Scusi, cavaliere--balbettò il calligrafo--non so nemmen io che

cos'abbia... Ha già inoltrato la mia istanza?

--No--rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento

che gli era stato consegnato nella mattina dal professore--No, è ancora

qui.

--Potrebbe darmela un momento?

--Eccola.

--Se me la lasciasse fino a domani--continuò timidamente il nostro

Antonino.--Vorrei pensarci su.

--Davvero?--disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un

tantino ironico.

--E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino

all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?

--Oh si figuri--rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.--È

dal suo punto di vista... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto

al riposo... Ah se fossi nel caso suo!--sospirò il Preside, guardando

macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse

leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.

--Ah, per lei è un'altra cosa--ripigliò il professore di calligrafia,

che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.--Lei è una

brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi

studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche...

Il Preside, scrollò le spalle quasi a significare--Povero grullo! come

t'inganni!

--Ma io--seguì a dire il nostro Antonino senza badare ai gesti del suo

interlocutore--io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia

per mio conto?

--Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata...

--E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo

stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.

--Perchè--incalzò il Preside--mi pare che questi benedetti ragazzi non

si contengano con lei come dovrebbero.

--Si esagera, sa--ripigliò un po' confuso il signor Antonino--- fanno

qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del

resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che

è necessario nelle altre materie... Ma, in ogni maniera, quest'anno non

c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.

Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di

conclusione:--Che vuol che le dica? Ci pensi.

* * * * *

Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la

sua dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in

grandi incertezze, e poi decise di aspettare.

Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti

continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non

lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza

misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il

bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete,

ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli

abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la

necrologia.

L'OROLOGIO FERMO

Non vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.

Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato

per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il

suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi

ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola

città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche,

poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al

Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, tra i pubblicisti, o tra

gli oratori dei _meetings_. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere.

Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un

luminoso avvenire. Imparava ogni cosa prestissimo, scriveva con buon

gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi

posti.

Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.

Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici

anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista

e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.

Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due

uomini che si rivedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi

incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si

ripigliano dove si sono lasciate.

Federico pareva anche più riguardoso di me.

--Sei stato sempre bene?--gli chiesi.

--Sì--replicò brevemente.

--E la tua ferita?

--Oh! Una cosa da nulla.

Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a

discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio,

argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di

far altro da mattina a sera che di compulsar codici e di trattar cause.

Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino ad accusarlo di calcolar tempo

perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.

Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume

e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.

Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di

rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva.--Or

ora, se vorrai, usciremo insieme--egli soggiunse. Lo disse in tuono

così freddo che avrei avuto una gran voglia dì piantarlo lì, ma in

quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere,

diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di

peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.

--Che bella vista!--dissi, tanto per non restare in silenzio.

--È più bella dall'altra stanza--osservò Federico che aveva trovato il

documento e mi si era avvicinato.--Passa pure.

E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice

ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia

distesa di colline e di ville.

--Tu dormi qui?--gli chiesi.

--Sì. È la mia camera da letto.

--Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti

questo immenso orizzonte!

--Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole--egli

continuò--e bisogna abbassar le tendine.

Mentre Federico eseguiva questa operazione, i miei occhi si fissarono a

caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che

segnava le sei e quindici minuti.

--Oh--diss'io--quell'orologio è matto.

--È fermo--egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la

lingua.

Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due

colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla

mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di

fabbricazione--1822.

--È un oggetto da museo--ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più

da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita

il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi

afferrò il braccio e mi gridò:--Non lo toccare!--con tale un accento

ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una

miccia.

--In nome del cielo, che cosa c'è?--sclamai sbigottito.

--Perdonami--rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di

comporre le labbra a un sorriso.--Avevo paura che tu movessi le

lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'innondarono di

lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi

sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.

Alla fine Federico incrociò le braccia e sì appoggiò alla spalliera di

una seggiola volgendosi verso di me.

--Ti ricordi--egli mi disse--di venti anni fa quando passammo la

domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso

Sacile?

--Sicuro che me ne ricordo--replicai, non intendendo bene ove egli

volesse mirare.--Fausto Rioni che adesso è deputato... Ho perso di

vista anche lui.

--E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?

--Aspetta che mi raccapezzi... ah sì... sì.

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