Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al

conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono

d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti;

i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli

cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri

citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della

sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto

di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale

egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava

macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali

sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del

proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si

sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.

Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a

sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle

tratte fatali.

Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie

e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di

musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar

macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma

tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli

avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A

quarant'anni tutti ci chiedono:--O che avete fatto fino al presente?

Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri

arrivano?--E poi--faceva osservare il conte Mario quando sollecitava

uno dei soliti _prestiti_ da uno dei soliti amici--e poi, capisci bene,

col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego

che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca,

d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta una

_camorra_, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè è

parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di

un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha

l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno

o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa

con una satira alfieriana!

Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale

volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni

alla sua teoria che un amico fosse una giovenca da mungere a proprio

piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò

per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia

degli uomini.--Quale egoismo!--egli sclamava dopo aver subìto un

rifiuto.--Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!....

Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando,

egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti

e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le

nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava

diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per

sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col

crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e

molti temevano d'esser fatti segno a' suoi strali.

Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai

un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli

sfaccendati che dicevano--Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha

la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi

nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere

indipendente.

Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva

che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio

di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome!

Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate

del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte

non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e

impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non

si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè

in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta

l'umanità, possono non ambir nulla e non amar nulla, e si contentano di

appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro

sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano!

Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della

nazionalità. Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla

gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie

della morale.

Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo,

conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli

che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo

commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi

culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato

gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le

buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone

di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato

a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù del

_gorgonzola_ grasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi

beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad

una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le

beccaccie, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole,

salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per se stessa una

rivelazione di gusti grossolani e plebei.

Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava

a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di

farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava

essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a

spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da

farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici

finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.

E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma

usava modi conformi a quella _indipendenza di carattere_ ch'era il

maggiore suo vanto.

Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X.

Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva:--_Si è_ preso palco per

stasera?

E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva

voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito:--Come! Non si

va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di

non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia

simile....

Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al

suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona

scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie

accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere

immeritevole dei favori della fortuna.

Pur non era implacabile e il dì appresso si ripresentava, perdonando,

alla tavola di chi aveva vituperato la sera.

Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori

ricevuti. Non era egli un grande artista _in potenza_? Ebbene egli

faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano

stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio

le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua

adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più

ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'_Assunta_;

nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele

preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra

sè:--Adesso il creditore son io.

Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero

o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da

qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della

sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolata solitudine

della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era

troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a

virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non

poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno.

Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del

mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che

erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo,

ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla

società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non

lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva

dato più di quanto egli s'era atteso da lei.

Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una

pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè

ella glieli offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.

Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti,

fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa

abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la

stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentr'egli era

in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la

chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre

qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.

Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un

frammento di specchio, dopo aver spazzolato in tutti i sensi l'unico

vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta

fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle

illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile.

Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle

mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e

seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico.

Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli

le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od

il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone,

avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra,

ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli

rivivevano ai lieti dì della giovinezza; egli invece aveva finto di

credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti

anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo,

povero, infermiccio..... Misero chi non prepara gli alloggi alla

vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne

l'estate non vestendo i panni invernali.

Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli

eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di

loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi

con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni _vuoti_. La sera

rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo

domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo,

compreso quello della pigione.

Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore

di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni

Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che

conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione

di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.

Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista

Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò

prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte)

e disse:--Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.

--Sicuro--rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo

telaio da ricamo.

--È stranissimo--soggiunse il signor Giovanni Battista.

Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio

altri cinque minuti.

--Non capisco--riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.

--Se facessimo intanto portare in tavola?--insinuò timidamente il

marito.

--Ti pare?--replicò _madama_.--Rinalducci andrebbe su tutte le furie.

Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....

--E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.

--È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla

fredda.

--Gli è che invece io preferisco la minestra fredda.....

--Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!

--Già.... anche troppo commensale--sospirò il signor Giovanni Battista,

e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare

all'uscio.

Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e

disse subito:--È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In

lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano.... Ah!

aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è

scritto anche: _Condannata 50 centesimi_. Eccoli....

Il cameriere uscì.

Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora

Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva, dietro le

spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:

_Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore._

MARIO.

--Diavolo! diavolo!--disse il signor Smerigli.--A quest'ora! come si

fa? Senza aver pranzato?.....

--Non puoi ricusarti,--osservò la signora Valentina.

--È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.

--Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?

--Sì, sta a vedere se non se n'è già andato....

La signora Valentina scosse il campanello.--La persona che ha portato

questa lettera?--ella chiese al servo che si presentò.

--È giù che attende.

--Vedi bene--riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.

Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una

tazza di brodo e uscì brontolando.

Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò

disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per

modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva

pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura

delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.

--Questa mattina--ella disse--il conte s'era alzato come il solito e

m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo

lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si

sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non

abbisognava di niente e che non lo seccassi.... Finalmente un'ora fa,

contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava

a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo

aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui

pochi minuti or sono, scrollò il capo, fece un salasso e disse che

tornerà entro mezz'ora..... Santo Iddio!..... Chi si sarebbe figurata

una cosa simile?..... Ancora un uomo fresco....

E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.

Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e

gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il

capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.

--Devo aprire? chiese il signor Smerigli.

Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.

Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il

pover'uomo morì di lì a poco.

Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa

del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto.

In cima alla pagina era scritta in bel carattere rotondo la parola

_testamento_.

Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte

Rinalducci?

Il signor Smerigli lesse ad alta voce:

_Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi

seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico

Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide

colla seguente semplicissima iscrizione:_

_Mario conte Rinalducci

d'anni..... mesi.....

Visse e morì indipendente._

--Accetta l'eredità?--chiese il giudice con una certa aria di

canzonatura.

--Sì, sì, che vuol farci?--rispose il signor Smerigli, scrollando le

spalle.--Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!

=Il Maestro di Calligrafia=

In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti

dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di

letteratura. La cosidetta _sorveglianza_ era affidata al signor

Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per

abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova

scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia

su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano,

e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino

libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si

adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo

stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene,

quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della

scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia,

secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli

insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica

con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene

erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello

di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o

segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli

si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al

suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato

di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per

correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii

che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno

d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un

miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte,

ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo

acuto di gallo mattiniero: _Chichirichì_. Il professore rosso come un

gambero correva allora verso la cattedra gridando: _Or ora faccio una

nota a tutti_--ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore

che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi

gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile,

come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antonino _faceva la nota a tutti_, ma prima del termine della

lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la

lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare

deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei

conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il

Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere,

il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea;

anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore

Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar

le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche

studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale

non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le

spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno

scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti

dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a

quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo,

chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta

a una lettera, che cominciava: _All' pregiatissimo_? Appena due o tre

giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave

travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con

viso tra compunto e faceto e dicevano:--Scusi, sa, signor professore,

se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli

s'inteneriva subito e diceva:--Ohibò... ohibò!... Loro... voi altri

siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti...

basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di

giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano

dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua

famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda

e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse

la sua pensione.--Ma--soggiungeva la signora Bettina, che non era

un'aquila--ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema

vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei

entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello.

Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una

cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un

po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare

alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie

contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli

sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata

vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne

uscivano, la _ragazzaglia_, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare

dietro a squarciagola: _bella! bella! bella!_

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo

affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva

accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa!

Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la

paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

--Già--brontolava la bisbetica donna--quando si ha la disgrazia di

non aver uomini in casa ma _pecore_ (ho detto pecore) non si può

nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie davvero se

sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu

lascierai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione

intiera, potrai pensare un poco a tua sorella...

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea

di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso.

Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo

soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di

pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello

cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto

interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze,

egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più

spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di

_madamigella_ Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi,

egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15

ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a

breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi

facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore

a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio

arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a

calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.

Nuovi racconti Dopo venticinque anni; Lo Specchio rotto; Il Parassita indipendente; Il Maestro di calligrafia; L'Orologio fermo; La Lettera di Margherita · 第 7 / 11 段