Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne.

Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva

avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor

suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al

primo... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti.

Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo

sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue

memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a

poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto

per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento

insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora

famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la

sua casa sarà quella ch'essa era prima? La cameretta ov'ella dormì i

suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori

non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza

maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata.

Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in

un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella

porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie... Non è

più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle

speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare

fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo

rumorose non istanno bene... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia

un giovane che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente

di questi amori come quand'era ragazza; adesso la è una seconda

edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma

e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una

grande disgrazia _per tutti_ che la povera Elisa, o Matilde, o Lucia,

comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!... E la

povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non

può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi

glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto

di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una

nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del

suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la

fortuna del secondo talamo.

La signora Paola era vissuta due anni col suo primo marito, due anni di

cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser

tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne

aveva ventuno e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come

un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore.

Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua

moglie; spaventato forse dalla tema di dover col tempo scendere dal

piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene

di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino

di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo

ancora dimenticata.

Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora

ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda

desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore

e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto... Era

tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi

le parlasse di matrimonio, guai!...

Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento

di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile.

Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il

solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La

morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo

spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno

la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel

mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato

in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello

che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso

la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di

fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente

un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto

per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva

assottigliato la non cospicua dote della moglie.

--Che non mi si venga a discorrere d'interesse--aveva detto la

vedova--perchè non voglio saperne. Vergogna!

Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico

della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte,

e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla

lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra

lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili

circostanze.

--Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.

--Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.

--In fin dei conti son libera.

--Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per

guadagno.

--Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i

mezzi della loro esistenza.

--Idee nuove che io non accetto.

--Idee vecchie sono piuttosto le vostre...

--Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....

--No, babbo.... io non volevo... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio

Ettore!

E giù in un pianto dirotto.

Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col

produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora

Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno

saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.

Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella

n'ebbe si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù

era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte,

il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello,

vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia

insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome,

era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a

una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo

più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai

a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir _mamma_ e _papà_,

e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso.

Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e

quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte,

e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio,

il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tanto

più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la

divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne

era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di

questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie

che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di

capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno

in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo

dall'insolentissimo Gino.

La storia di quello specchio si chiude in poche parole.

Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua

camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano

regalato ed era veramente nella sua piccolezza leggiadro e nitidissimo.

Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo

rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte

della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età;

era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No

certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime

sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in

vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, essa

si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera, mentre la madre e

una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida,

tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella

guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E

vi vedeva prima di tutto se stessa, in verità un bel visino, proprio

una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi,

curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma,

e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della

sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di

fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le

sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida

vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel

fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso

alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta

intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco

l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far

capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta

d'un baffo.

--Che cos'hai?--chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che

il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.

Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza

scomporsi.

La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno

aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che _quel qualcheduno_ era

nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.

--Ah signor impertinente!--disse la venerabile matrona con una voce

che somigliava al suono di una pentola fessa.--Non sa che non si può

entrare?

Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto

della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina,

e a lei che, stringendosi quanto più poteva lo accappatoio alle

spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla

spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.

Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia

zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera

sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare

lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le

lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua

scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella

voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma

del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.

E così quello specchio le divenne tanto caro ch'ella volle portarselo

seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto

amico nel suo gabinetto di _toilette_ in mezzo ad altri mobili più

belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella

continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi

tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando

gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva

le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che

oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e

le rughe che solcarono le sue guancie. Tutta la sua vita era passata,

ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna,

da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la

seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente,

era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate

da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non

pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e

fragil cristallo.

Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento

di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia;

pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai

dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto

villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie,

noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela

del suo passato.

IL PARASSITA INDIPENDENTE

Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?

No! Peccato. Era un carattere originale.

Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.

Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a

vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella

falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione

tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere

le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno

sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità

d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di

convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo

di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia;

la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il

suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue

amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.

Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose;

a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il

pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava

di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.

Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancie, bello della persona,

era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo

si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse

parte.

Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici

anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di

pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici.

In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali,

in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva

frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era

soltanto nel ballo.

Del resto sua madre ripeteva sempre:--Importa molto che Mario studi!

Pur che ci si metta in un giorno egli fa più strada che gli altri non

facciano in un mese.

E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria,

soggiungeva con una logica tutta sua:--Gli studi regolari convengono

a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al

cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.

Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo

di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la

quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.

Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un

po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata,

mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una

professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non

privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.

Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in

parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva

ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio

pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se

avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si

sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno

la speranza della vittoria... Ma fra coloro che lo circondavano non ve

n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.

Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso

era d'indole soltanto egoistica. Un giovane che aveva un bel nome

non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio

del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse

da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi

poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui

suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono

tanto? Chi lo uguagliava nel dar le disposizioni per una cena, per

una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E

tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni,

alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse:--Ma

via, ti pare?... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non

sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni

da doverti cercare un pane da oggi a dimani... Puoi aspettare, puoi

vedere... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista; vorresti

spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere

lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!...

Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un'opera

e allora avrai le ricchezze e la gloria...

Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle

nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni

dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso

fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie

del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro.

Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si

mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero

personaggi così cospicui quali erano la marchesa C..., la contessa

M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non

parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come un

disertore s'egli abbandonava la _buona_ società.

A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di

lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per

le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di

sua confidenza... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli

rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.

Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si

ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole.

Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe

fatto la _Trasfigurazione_ di Raffaello, se si fosse potuto scrivere

un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto

gli _Ugonotti_. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito,

festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini,

si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il

trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno

o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune

migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione

indipendente di cui aveva bisogno... Se Mario non era ben vestito, non

lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società

se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...

Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo

sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza.--Son cose

che si fanno tra amici--egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli

altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da

quelli del rimborso.

Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si

perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso

di dargli lo sfratto, perchè egli non aveva pagato per tutto un

anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi

della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere

intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di

non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante

mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte

C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione

o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato,

quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di

accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini,

i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo

verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il

solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il

conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente,

e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione.

Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un altro

alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo

disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal

pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del

quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori

che da gentiluomini.--Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga

o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che

cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?

Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta

grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per

fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava

all'amico X quanto può somigliare la signora..... (quasi mi scappava

il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore

un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono

di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne

egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore

sulla parete del salotto da ricevimento. Più di qualcheduno, non

iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto

ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice

proprietario rispondeva in fretta con qualche imbarazzo:--Una testa di

fantasia! Una testa di fantasia!

Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano

anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genìa, diventavano più

fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi,

a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si

andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo

e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano

moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si

maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo

riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche

gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara, egli, il favorito

di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di

troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile.

Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare

alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in

varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre

indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori de' suoi ospiti

col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere

corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne

chiudevano volontieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili

nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile

abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca

ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di

uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un

bigliettino alla sua padrona.

Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva

le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si

fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando

lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova

relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel

numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava

in villeggiatura.

Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto

in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una

ragazza _avariata_ del suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della

borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po'

di blasone.

Quelli che seguirono con qualche attenzione le vicende dell'esimio

Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli

furono fatte, cioè:

La contessina A....., 200 mila lire di dote, 35 anni, aspetto mediocre.

Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con

lui soli otto giorni;

La marchesina B....., 150 mila lire, 28 anni, non brutta, rea d'un

unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola

conseguenza;

La signorina L....., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire.

Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;

La signorina N....., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari,

350 mila lire, 27 anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente

bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee

assai abbondanti ogni primavera.

Nuovi racconti Dopo venticinque anni; Lo Specchio rotto; Il Parassita indipendente; Il Maestro di calligrafia; L'Orologio fermo; La Lettera di Margherita · 第 6 / 11 段