E il cavaliere Arsandi, mentre camminava su e giù pel giardino e

gettava via arrabbiato i sigari uno dopo l'altro, cominciava a

dubitare che ci fosse almeno un po' d'esagerazione nell'emicrania

della signora Nottoli e ch'ella fosse gelosa della Matilde. Ciò lo

condusse a domandare a se stesso s'egli fosse veramente innamorato

di questa ragazza e se avesse veramente intenzione di aspirare alla

sua mano. Appena si fermò un istante su questo pensiero, egli provò

una impressione simile a quella che devono provare gli aereostati

quando, un minuto dopo staccati da terra, guardano in giù. Come? Si

è già percorso tanto cammino?... E anche all'Arsandi pareva di aver

fatto un'ascensione aerea. Un paio di giorni prima egli viaggiava

tranquillamente sulle ferrovie dell'Alta Italia portando seco la sua

vedovanza da lungo tempo racconsolata e cullando l'idea di farsi una

nicchia da celibatario in qualche città tranquilla della penisola,

in Venezia per esempio. Avrebbe vissuto da gran signore con le sue

quarantamila lire d'entrata, avrebbe fatto di suo figlio un artista e

sarebbe diventato egli stesso un mecenate delle arti. Alla galanteria

avrebbe atteso solo quel tanto che basta ad un uomo di quarantacinque

anni, fresco, ben conservato, il quale non voglia mettersi al disarmo.

Dell'antica Amalia si ricordava pochino e la credeva sempre fra le

braccia del suo virtuoso marito; quanto alla figlia di lei, sapeva

appena ch'ella esistesse. E adesso era proprio di questa figliuola

ch'egli si era invaghito, e fra le cose possibili c'era quella ch'egli

diventasse genero della sua amante di un tempo! Il signor Michele

pesava il pro e il contro di questa soluzione; i vantaggi di avere al

fianco una sposina giovane e bella e gli inconvenienti di un innegabile

_sbilancio_ di età; la simpatia dimostratagli dalla ragazza e gli

ostacoli che gli avrebbe sollevati contro la madre... E concludeva...

per esser sinceri non concludeva nulla, perchè del resto se gli uomini

concludessero sempre ci sarebbero molti fatti e poche parole, mentre ci

sono molte parole e pochi fatti... O forse egli concludeva unicamente

che la situazione era imbrogliata, ma che la Matilde gli piaceva, che

le rabbie mal celate della signora Amalia lo divertivano, e che non

c'era niente di male s'egli poteva passare in modo gradevole qualche

giorno senza impegnarsi e senza compromettere la virtù di nessuno. A

una decisione eroica, se occorreva, ci sarebbe venuto prima di partire.

Consumato l'ultimo sigaro, l'Arsandi rientrò in salotto ove trovò le

due donne nella posizione di prima e il professore Benvoglio che girava

intorno a loro come una farfalla intorno alla fiamma. La stanza era

nelle tenebre; solo in un angolo, sopra un tavolino, ardeva un lume

a petrolio la cui campana era coperta da una ventola verde. Su quel

tavolino stava lo scacchiere già bello e preparato coi due eserciti in

ordine di battaglia.

--Sia ringraziato il cielo--disse la signora Amalia quando vide

comparire l'Arsandi.--Così il professore starà un poco tranquillo.

Con la scusa del mal di capo la signora Amalia si ritirò prima delle

dieci, conducendo seco la Matilde. Rimasero a cena l'Arsandi, il

professor Benvoglio e il dottor Gerolami, il quale era venuto a far la

sua solita visita della sera e non sapeva capacitarsi della ricaduta

della signora Nottoli, ch'egli affermava di aver guarita da più d'un

anno con certe pillole di sua composizione.

La mattina seguente la signora Amalia stava un po' meglio ma non

benissimo. Scese in salotto per far gli onori di casa, ma non uscì in

giardino, e tenne presso di sè la Matilde a leggerle i giornali. La

ragazza aveva un'aria molto annoiata; ella trovava che l'indisposizione

della madre, seppur esisteva in fatto, non bastava a giustificare la

schiavitù che era imposta a lei, e capiva che si voleva impedirle

di stare col signor Michele, Dio sa perchè... forse perchè la mamma

anch'ella... ah non conviene che una fanciulla faccia cattive

supposizioni... Comunque sia, la Matilde aveva un po' lo scetticismo

di famiglia e non poteva a meno di fermarsi su queste idee. Così, se

per una lontana ipotesi, l'emicrania della signora Amalia formava

parte del piano di campagna da lei combinato con suo fratello, è

forza riconoscere che in questa prima parte almeno il successo non

corrispondeva al desiderio degli strategici.

Più tardi la signora Nottoli, appoggiata al braccio di sua figlia,

consentì a fare una passeggiata. Era inquieta, impaziente, onde la

Matilde pensava in cuor suo che seppure la sua mamma non aveva dolor

di capo, certo ella soffriva di nervi. Non parlava molto, ma ne' suoi

discorsi era più caustica del consueto e perseguitava de' suoi frizzi

il disgraziato professore Benvoglio. Costui cercava di riderne e di

persuadersi che quella pioggia di epigrammi era una manifestazione

speciale di confidenza. Verso il cavaliere Arsandi la vedova era più

riservata, più contegnosa, e gli diceva di tratto in tratto;--Non

creda ch'io sia sempre così bisbetica, aspetti per giudicarmi che mi

sia passata questa fastidiosa emicrania. Già non mi dura mai più di

ventiquattr'ore.

Malgrado questo lieto pronostico, il termine indicato trascorse senza

che l'umore della signora Amalia si rasserenasse. Accadeva anzi il

contrario.

--Le si fa più intenso il male di capo?--chiese l'officioso Benvoglio.

--Sì, lasciatemi stare.

--Forse--osservò con qualche peritanza il professore--le converrebbe

ripigliare i suoi bagni freddi alle tempie.

--Non mi seccate coi bagni, che sono già troppo fradicia--proruppe la

signora alzandosi in piedi.

In quella entrò un servo portando il lume e introducendo un nuovo

personaggio, il fattorino del telegrafo.

La signora Amalia afferrò ed aperse il dispaccio con grande ansietà,

lo lesse con visibile compiacenza, indi accortasi che il suo contegno

poteva parere alquanto strano, si ricompose in calma, licenziò il

fattorino e disse agli altri che la guardavano:--Non è che un dispaccio

di Gustavo, il quale mi prega di mandargli la carrozza domattina alla

stazione di Ponte di Piave.

Da quel momento la guarigione della signora Amalia non fu più dubbia.

Una famiglia che villeggiava lì presso e che, saputala indisposta, era

venuta a informarsi della sua salute, fu pregata di trattenersi la

sera; si suonò il pianoforte, si giuocò, si chiacchierò fino ad ora

tarda.

--Ma, signora Amalia--disse una delle visitatrici--Ella avrà bisogno di

coricarsi...

--Oh no davvero--rispos'ella--i miei mali sono fatti così. Vengono a un

tratto e spariscono a un tratto.

--Sopratutto quando le giungono certi telegrammi--non potè a meno di

susurrarle all'orecchio il cav. Arsandi. Poi capì d'aver commesso una

indiscrezione e stette ad aspettarsi una ramanzina.

Ma la signora Amalia era diventata un agnello.--Uomo di poca fede--ella

esclamò--Lei crede persino ch'io mi sia inventate le parole del

telegramma? Guardi.--Tirò fuori di tasca il dispaccio e glielo spiegò

sotto gli occhi.

V'era scritto precisamente così: _Manda la carrozza a Ponte di Piave

per la seconda corsa di domani. Gustavo._

--Oh scherzavo. Anzi mi perdoni--disse il signor Michele.

--Farò di più per mostrarle la mia clemenza. La condurrò domani in un

sito amenissimo e caratteristico. Gustavo si fa mandare la carrozza

a Ponte di Piave per recarsi più presto al Castello Collalto ove ha

alcune faccende da regolare. Noi andremo nello stesso luogo partendo di

qua. Così faremo un'improvvisata a Gustavo, ed ella vedrà un castello

del medio evo assai ben conservato, coi suoi merli, le sue armerie, le

sue torri, e le sue brave leggende di fantasmi.

Il cavaliere Arsandi mostrò di accogliere con piacere la proposta della

signora Amalia, ma in cuor suo egli non era pienamente tranquillo.

Sentiva intono a sè come un'aria di battaglia, ma non capiva ancora

da che parte dovesse venirgli l'assalto. S'egli avesse avuto quei

famosi venticinque anni di meno, egli sarebbe certo corso incontro

al pericolo con una vigorosa offensiva, ma l'età s'impone anche ai

più audaci, e il signor Michele preferì la tattica di Fabio Massimo a

quella di Annibale. Ciò sconcertava alquanto il romanzo della Matilde,

la quale si era aspettata nè più nè meno di una dichiarazione in tutte

le regole. Ella avrebbe pensato poi alla via da tenere, avrebbe pensato

se doveva corrucciarsi o no, ma circa alla dichiarazione, le pareva di

averne proprio diritto. A ogni modo le era forza di riconoscere che la

nojosa emicrania di sua madre non poteva a meno di aver impacciato il

signor Michele nei suoi movimenti.

--Vedremo che cosa nascerà domani--ella disse fra sè quella sera nel

coricarsi. E tra le altre idee singolari che le si affacciarono alla

mente prima di chiuder gli occhi vi fu quella di diventar matrigna di

un ragazzaccio grande e grosso come doveva essere il figlio del signor

Michele.

Tutto ciò, dirà qualche lettore, non prova certo una forte passione.

Verissimo, ma le forti passioni non hanno posto in questo racconto. Nè,

del resto, esse sono le più comuni nella vita.

CAPITOLO DECIMO

Sulle dieci del dì appresso un legno leggero tirato da due cavalli e

guidato dal ragazzo Marco che si pavoneggiava nella sua livrea, partiva

dalla villa Nottoli per Ponte di Piave. Poco dopo la signora Amalia

ordinava di attaccare il _landau_ che doveva condur lei, la Matilde,

il cavaliere Arsandi e il professor Benvoglio al castello Collalto.

Il professore avrebbe fatto senza di questa gita assai volentieri;

egli trovava che le gite guastano la villeggiatura e che a goder le

gioie della campagna bisogna saper passare le lunghe ore all'ombra

di un'acacia o di un platano leggendo un buon libro e conversando

piacevolmente con la dama del cuore. Ma egli non sapeva opporsi ai

desiderii della signora Amalia, nè gli bastava l'animo di restarsene a

casa mentr'ella andavasene altrove.

Al momento di salire in carrozza giunse la posta. C'era anche una

lettera pel cavaliere Arsandi. Un osservatore molto attento avrebbe

sorpreso nel volto della signora Amalia i segni di un dubbio angustioso

di cui non sarebbe stato facile intendere la ragione; ma fu un lampo ed

ella disse con affettata indifferenza:--È una lettera di suo figlio,

m'immagino?

--Appunto--rispose il signor Michele.

--E che cosa le scrive di bello quel giovinotto?

--È affascinato da Venezia.

--È naturale. Un artista.

--Egli aggiunge poi che contava di fare oggi una gita a Chioggia.

--Oggi?

--Sì, dice domani, e la lettera ha la data di ieri.

La signora Amalia lasciò cadere il discorso, e un sorriso leggermente

ironico sfiorò le sue labbra. Ma non era un sorriso nuovo in lei e

l'Arsandi non vi badò più che tanto.

Il professore Benvoglio sfoggiò durante il tragitto una straordinaria

erudizione. Discorse a lungo dei Collalto, dei loro castelli, della

leggenda della murata viva che compare di tratto in tratto vestita di

bianco fra i verdi del parco, dell'amore infelice di Gaspara Stampa

pel conte Collaltino, del suo canzoniere di cui citò alcuni brani, e

del libro che sulla poetessa gentile publicò Luigi Carrer. Anzi, su

questo proposito, egli affermò di aver dato utili consigli al celebre

scrittore veneziano, grande amico suo, come tutti i morti illustri

sogliono essere dei vivi pedanti.

Ma gli altri gli badavano poco o punto, e parevano preoccupati.

--La salita si può fare a piedi--disse la signora Amalia quando furono

in vista le torri del castello di San Salvatore.--La carrozza ci verrà

dietro.

Alle falde del colle il cocchiere si fermò e la signora Amalia appena

scesa dal legno si impadronì del braccio del cavaliere Arsandi, con

noia gravissima della Matilde e del professor Benvoglio, i quali non

sentendosi proprio fatti per andarsi a genio, camminavano a fianco

l'uno dell'altro senza dirsi una parola. La Matilde sfogava il suo

dispetto abbattendo con la punta dell'ombrellino le testo dei fiori di

campo che crescevano lungo il margine della via e cacciando lontano

da sè col piede irrequieto i ciottoli che le facevano intoppo. Non

c'era omai più dubbio; sua madre si era invaghita sul serio del

signor Michele e lo voleva per sè. Ma che roba! Una donna che aveva

tutt'altro pel capo! Dopo due anni soli di vedovanza! E quell'asino del

professore Benvoglio che si sdilinquiva e poi all'occasione non era

buono di farsi valere!... La fanciulla lanciò una occhiata di superbo

disprezzo al professore che camminava con la testa bassa e con le mani

dietro la schiena. Quanto al Benvoglio, poveretto, non è da credersi

ch'egli non fosse roso dal verme della gelosia; aveva cercato anzi di

sollevarsi alla dignità tragica del furore di Orosmane e di Otello,

aveva assaporato, in teoria, la feroce compiacenza di ridurre in

minutissimi pezzi il suo rivale e di sfolgorare la dama che sprezzava

i suoi omaggi, ma un sentimento molto umano, la paura, calmava in lui

gl'impeti del sangue. Egli sentiva che il cavaliere Arsandi, il quale

lo passava di tutta la testa, avrebbe potuto farlo girare intorno a

se stesso col dito mignolo e sentiva pure che una risata sonora della

signora Amalia sarebbe bastata a sviare miseramente il fiume maestoso

della sua eloquenza. E il tapinello, convinto della sua debolezza,

quasi piangeva dal dispetto.

--Iersera così ilare e oggi così turbata--disse l'Arsandi alla signora

Nottoli, quando avevano già fornito quasi tutta l'ascesa, discorrendo

pochissimo.

--Turbata? Oh no--ella rispose con un sorriso che lasciò vedere la

doppia fila de' suoi bellissimi denti.

--Via, mi confessi che ha qualche cosa per il capo.

--Oh non creda, ma è vero che in questi giorni sono d'umore

variabile... Ci fu l'emicrania.

--Singolare emicrania. Venuta e scomparsa in quella maniera!...

--Sta a vedere che dubiterebbe... Oh eccoci giunti.

Infatti erano sulla spianata del castello. Gli occhi della signora

Amalia non tardarono a scoprire in un angolo il legno ch'era andato a

prendere Gustavo. Ella si staccò dal braccio del suo cavaliere e mosse

verso il ragazzo che le veniva incontro col berretto in mano.

--Mio fratello è solo?... ella chiese.

--Non signora, c'è con lui un altro, un bel giovane...

Intanto si avvicinò la moglie del custode, e salutata la signora Amalia

che già conosceva, le disse:--Quei signori stanno ad aspettare in sala

d'armi.

--Egregiamente. Andremo subito a raggiungerli. Ci accompagnate voi?

--Sì, signora.

Il resto della comitiva aveva côlto in questo dialogo solo quel che

bastava per intendere che col Martelli c'era un'altra persona; non si

capiva poi chi fosse questa persona, e la Matilde ne domandò conto a

sua madre.

--Lo ignoro,--replicò questa--vedremo.

--Sempre nuovi seccatori!--borbottò il Benvoglio.

Il Martelli e il suo compagno che stavano a un finestrone della

sala d'armi guardando la pittoresca valle della Piave, si voltarono

rapidamente appena intesero un suono di passi.

--Ecco--disse Gustavo avanzandosi con la sua cera più

gioviale--presento alla brigata il signor Arturo Arsandi che ha

consentito a lasciar per un giorno la cosidetta _regina dell'Adria_

per salutare queste dame e fare un'improvvisata a suo padre. La

signora Amalia Nottoli, mia sorella, mia nipote Matilde, il professore

Benvoglio, membro dell'Istituto di scienze, lettere ed arti, e

finalmente il cavaliere Michele Arsandi... Ma questo lo conoscete, non

è vero, Arturo?

--Ma bravo, signor Arturo--esclamò la signora Amalia porgendo

cordialmente la mano al simpatico giovinotto--venga un po' a smentire

suo padre che le aveva fatto una riputazione di uomo selvatico... Mio

figlio, egli diceva, non lascerebbe le chiese, i palazzi, le gallerie

di Venezia per tutto l'oro del mondo. È per questo ch'io non l'ho

condotto meco, è per questo che sarebbe fatica gettata l'invitarlo...

No, non si scusi, signor Arturo, lei ha risposto nel miglior modo a

queste calunnie col venire... Che gliene pare, signor Michele?--ella

soggiunse rivolgendosi all'Arsandi--Mi sarà grato di questa sorpresa

che le procuro...

--Ma sì, davvero, gratissimo--rispose il signor Michele che non sapeva

ancora raccapezzarsi.

Il giovane Arturo, il quale aveva salutato affettuosamente suo padre,

si sarebbe forse accorto dell'imbarazzo di lui se la sua attenzione

non fosse stata assorbita dalla Matilde. Ella gli pareva bellissima, e

poi, cosa singolare, ella gli ricordava in modo strano la mezza figura

di donna che lo aveva tanto colpito nell'_album_ paterno. Così la

curiosità mescevasi in lui all'ammirazione.

--Non era mai stato in Italia?--gli chiese la signora Nottoli.

--Mai--egli rispose--ma ora che ci sono, credo che non ne partirò più.

Mi piace tutto in Italia, la natura, l'arte, la lingua...

--Ma sa che per uno vissuto fin dalla nascita in Inghilterra, Ella

parla l'italiano egregiamente?

--Oh non mi aduli... Si discorreva sempre in italiano col babbo...

del resto ho l'accento straniero... E ogni tanto avrei bisogno

del dizionario... perchè mi manca un vocabolo e allora divento

addirittura... ecco, per esempio,... babbo, come si dice in italiano

_dumb_?

Il signor Michele era distratto e non gli diede retta; venne invece in

suo soccorso la Matilde: --Muto--ella insinuò con la sua cara vocina.

--Ecco un dizionario impreveduto--sclamò ridendo la signora Amalia.

Arturo si voltò verso la bella ragazza che egli aveva fino a quel

momento ammirata in silenzio, e le fece la solita domanda:--Sa

l'inglese?

--Vorrei saperlo com'ella sa l'italiano--replicò la giovinetta.

Il ghiaccio era rotto e i due giovani si misero a conversare insieme.

Non in inglese però; Arturo aveva un gusto diverso da quello di suo

padre; egli amava bearsi nella musica della favella italiana che gli

pareva cento volte più dolce sulle labbra della Matilde, e avrebbe

creduto un sacrilegio il costringer quella parola viva e scorrevole

al giogo di un idioma straniero; preferiva di gran lunga sembrar

impacciato egli stesso, e farsi correggere dalla sua interlocutrice. Nè

il dialogo aveva alcuna somiglianza con quello che s'era tenuto un paio

di sere addietro tra la Matilde e il signor Michele. Non era una lotta

di galanteria; era una conversazione animata, spontanea che aveva in

sè il calore e la buona fede della gioventù. Arturo non rifiniva di

parlar di Venezia, e, come sovente accade, egli, forestiero, rivelava

alla Matilde, veneziana, cento bellezze da lei o ignorate, o non

curate, o dimenticate, della sua città. Che non aveva egli veduto, che

non aveva egli notato nella sua breve dimora in Venezia? Ed era in

procinto di fare un giro nelle isole quando il signor Gustavo venne in

traccia di lui e volle condurlo seco.

--Se ne pente?--chiese la Matilde.

--Oh no!--rispose Arturo guardandola fisso.

La fanciulla abbassò gli occhi, arrossì un poco e si aggiustò le pieghe

del vestito.

--Scusi una mia curiosità--riprese il giovane, côlto da un

pensiero--Aveva ella conosciuto mio padre prima d'adesso?... Era stata

a Londra negli ultimi anni?

--Io!--fece la ragazza maravigliata--Non fui mai fuori d'Italia.

--E il babbo mancava dall'Italia da quasi venticinque anni... Dunque...

--Dunque è impossibile quel ch'ella dice. Ma perchè questa domanda?

--È strano... In un vecchio album del babbo c'è una mezza figura a

lapis che le somiglia tanto...

--Somiglia a me? Ma il signor Arsandi è pittore?

--Disegnava una volta; ora non più.

--Vede bene, _una volta_ io non potevo esser quella che sono adesso...

--È giusto e m'avveggo di aver detto una grossa corbelleria.

A esser sinceri, la Matilde credeva d'aver risolto l'enigma; quella

mezza figura disegnata dal signor Michele _una volta_ doveva

rappresentare sua madre; ma ella non trovava il verso di dirlo, appunto

perchè cominciava a capire che qualche cosa doveva esserci stato fra

sua madre e il cavaliere Arsandi.

--Dev'essere una gran compiacenza per lei l'avere un figliuolo

simile--osservò la signora Amalia al signor Michele.

--Oh... s'immagini...

--Via, Arsandi, siate galante--soggiunse il Martelli--Confessate che

anche mia sorella può essere orgogliosa di sua figlia... Guardate che

bella coppia!

--Bellissima... veramente...

La signora Amalia scoppiò in una delle sue risate sonore.

--Ma, signor Michele, e ha coraggio di dire a me che sono d'umore

variabile?... Si giurerebbe ch'ella ha incontrato per queste sale la

_donna bianca_.

--Io vorrei che parlassimo un pochino sul serio.

--Adesso? Qui?... Oibò!... Le darò udienza, a casa, stassera.

--Il signor Michele è un uomo di spirito, ma suo figlio è molto più

simpatico--disse la Matilde a sua madre giunti che furono alla villa.

La signora Amalia si stropicciò le mani in silenzio.

CAPITOLO UNDECIMO

Il sole volgeva al tramonto. Nel giardino Nottoli sulla collinetta

respiciente il lago stavano seduti chiacchierando la signora Amalia, la

Matilde, i due Arsandi e il Martelli, tutti insomma gli ospiti della

villa, ad eccezione del professore Benvoglio che dormiva in salotto da

pranzo. A un tratto la padrona di casa fece col dito un cenno da regina

al signor Michele e si alzò in piedi. Egli si affrettò a lasciare il

suo posto e ad avvicinarsele.

--Torniamo subito--disse la signora Amalia al resto della brigata

mentre s'allontanava coll'Arsandi. E rivoltasi a lui:--No, non ispenga

il sigaro, è inutile. Ormai anche le donne han preso la bell'abitudine

di fumare... Ella ha diritto ad una spiegazione. Gliel'avevo promessa

per questa sera; gliela do prima del crepuscolo; non si lagnerà

di me. Però badi, se lei non avesse nulla, proprio nulla sulla

coscienza, nè lei avrebbe da domandarmi, nè io avrei da offrirle questa

spiegazione... Ella mi ringrazierebbe dell'improvvisata che le ho fatto

mandando Gustavo a prendere il suo Arturo, e ce la passeremmo tutti

allegramente per alcuni giorni...

--Come! Nella sua improvvisata non ci sarebbe malizia?

--No, no, non creda questo... ma se c'è malizia non è colpa nostra...

E dico nostra perchè metto nel conto anche mio fratello... Oh via,

non faccia l'indiano e giuochiamo a carte scoperte... Ella mi capita

qui dopo venticinque anni che non ci eravamo veduti, capita, debbo

ritenere, per salutarmi, per mostrarmi che un uomo e una donna possono

restare amici anche se da ragazzi si erano promessi di sposarsi o di

morire e poi nè si sono sposati, nè sono morti... Io la accolgo con

vero piacere, non ho dispetti, non ho rancori; venticinque anni fa

eravamo bimbi tutti e due... e del resto, il tempo è un gran medico...

esso disarma la collera o tutt'al più muta in innocenti epigrammi le

sfuriate dell'amor proprio offeso... Ma a lei, caro signor Michele, il

tempo fa dei brutti tiri. Ella a vicenda si accorge e non si accorge

degli anni che passano, e crede a cinque lustri di distanza di potere

ripigliare con la figliuola la partita lasciata a mezzo con la madre...

--Ma, signora Amalia...

--Mi neghi un po' che appena arrivato s'è sentito in obbligo di far la

corte a mia figlia?

--Non mi pare che il mio contegno avesse nulla di sconvenevole.

--Ella è troppo ben educato da potersi meritare un tale

rimprovero--rispose la signora--ma i fatti hanno la loro logica a cui

non si scappa. Lo ha detto l'imperatore Napoleone.

--Che fatti?

--Dio mio! I fatti della galanteria come gli altri.... Per noi donne

maritate la cosa cammina più liscia; la società per noi ha un milione

di indulgenze; la civetteria, oh è un affar da nulla; la passione, ci

ha colpa il marito che non seppe comprenderci.... Ma le fanciulle, la

loro riputazione è come un vetro; un soffio l'appanna...

--Ma dunque il rendere omaggio alla bellezza, alla grazia di una

fanciulla è una colpa?

--Quando l'omaggio è troppo entusiastico e quando chi lo rende non può

sposar la fanciulla è per lo meno una leggerezza, la quale non approda

ad altro che a gettare il ridicolo sul corteggiatore o a compromettere

la ragazza... E io sono una buona madre.

--Locchè significa ch'Ella vorrebbe farmi ridicolo?

--Non dico questo... Sono anche una buona amica...

--Obbligatissimo...

--Ma sono sincera. E l'altro ieri per esempio non mi sarebbe

dispiaciuto di vederla...

--Fare un capitombolo dal cavallo?

--Si figuri... come mio fratello.... senza farsi male... sul tappeto

erboso.

--Ma mi perdoni--riprese il signor Michele facendosi serio--supponga un

momento ch'io le avessi domandato la mano di sua figlia?

Nuovi racconti Dopo venticinque anni; Lo Specchio rotto; Il Parassita indipendente; Il Maestro di calligrafia; L'Orologio fermo; La Lettera di Margherita · 第 4 / 11 段