--Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto

lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non

meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un

povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è

un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.

--Io?

--Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua

casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza

del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia

alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non

voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu

pure, sorellina cara, fa un po' di _toilette_ e presentati nella

tua ordinaria maestà... Diamine! _Il faut frapper l'imagination des

peuples_, come dice Calcante nella _Belle Hélène_...

CAPITOLO SETTIMO

Dopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il

faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva

abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina

egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala

s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo,

fresco e sorridente come uno zerbinotto.

--Dove andate?--chiese questi dopo scambiati i primi saluti.--In camera

vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è

un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.--E senz'aspettare

risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del

signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.

--Il mio caro Martelli--ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe

cessato da ogni resistenza--come sono lieto di rivedervi dopo otto

anni... E come vi trovo bene!

--Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete

il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?

--Nemmen uno. E voi?

--Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore--rispose il

Martelli scoprendosi il capo.--E sì che ho consultato le quarte pagine

di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete

ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazione

_Canuti! Canuti! Canuti!_

--Siete matto? Insomma che età mi date?

--Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...

--Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...

--E io tredici.

--Sett'anni di differenza in tutto...

--Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di

più.

--Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli,

giovane di cuore e di membra...

--Si direbbe che la vedovanza conservi meglio del celibato. Ma

narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia

sorella?

--Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.

--E trovaste?

--L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io

potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio

figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.

--Arturo è dunque con voi?

--Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista,

ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa

più avvicinarsi alla finestra della nostra camera da _Danieli_ senza

mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti

ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.

--Ci siamo--pensò Gustavo. Quindi con una risatina--Vi piace davvero?

--Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino

della gioventù.

--Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro

forse... non so che riuscita farà.

--Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè

trovi un uomo a modo.

--Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a

poco a poco una istituzione impossibile.

--Spiegatevi.

--È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più

entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia,

porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, il _deficit_.

--Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della

piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può

mirare ben più in alto...

--All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca?

Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.

--A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.

--Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che

sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica

ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni

caso, monaca no.

--E allora?

--Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda

della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio

di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre. Vuole l'araba fenice. Un

bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc.

Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè

c'è pure la Matilde.

--Dove?

--Là, dall'altra parte del giardino--rispose Gustavo segnando col

dito.--Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso

sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante...

Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il

giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro

minuti... Avete tempo di prepararvi.

La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il

dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde

trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così

giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di

ventidue anni.

--Eppure è così--replicò la signora Amalia--e non c'è nulla di strano,

perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.

--Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra

mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più

giovane del signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E

il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto

cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso

alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.

--Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza

degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre

anche il busto per tenersi ritti.

--Il busto!--esclamò ridendo la ragazza.--O che ci hanno da fare gli

uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...

La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a

frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto

giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se

non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica

amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?

Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano

entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor

Michele ed il signor Gustavo.

--C'è anche lo zio?--disse la Matilde a sua madre.--Non s'era ritirato

nella sua camera?

Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro, gli porse ambe le

mani e si lasciò baciare sulle due guancie.

--Beati gli zii!--pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i

suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa

aria sospettosa che lo turbò alquanto.--La mia paternità mi ha

rovinato--egli disse fra sè.

Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo

abito di _alpagà_ grigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più

oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù

di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La

Matilde invece aveva un vestito di _percalle_ a fondo bianco con righe

celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino

rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua

persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle

membra.

--Per bacco! Siete due figurini--disse il Martelli rivolgendosi alle

due donne.--Anche l'amico Arsandi è azzimato come un _lion_. Non ci

sono che io in una _toelette_ indecorosa. Vi saluto e vado in camera a

provvedere alla mia riputazione.

Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo

seguì per alcuni passi e gli chiese--Hai capito nulla?

--Mi pare che tu non abbia tutti i torti--egli rispose--ma vedremo più

tardi.

Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso

su una poltrona con un libro in mano.

--Oh signor professore, come va?--disse Gustavo.--Sempre fresco già,

sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?

--Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima

ristorato con una buona lettura.

--Eccellente abitudine. E che libro legge?

--Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità...

Vecchiumi, roba da rigattieri.

--Via, mi lasci vedere.--E con gentile violenza prese di mano il

volumetto al titubante professor Benvoglio.--Oh che bel titolo! E che

lungo! Quasi più lungo del libro. _Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi

scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi

Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc._

--Io sono innamorato sopratutto--soggiunse il Benvoglio ripigliando

il suo libro--della perizia con cui l'autore maneggia il participio.

Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...

In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè

e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio,

interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era

stata deposta tutta questa grazia di Dio.

--Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura--disse con

aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.

--Motteggiatore insopportabile!--brontolò il Benvoglio!--Non c'è

proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più

gusto--egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.

CAPITOLO OTTAVO

Sullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella

condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però

di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la

vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva

presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli

voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di

un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la

Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido

e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo

passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più

volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.

Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.

--Come va l'equitazione?--chiese lo zio alla nipote.

--Male--risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima

continuò:--Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha

rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti

la prova.

--Oh--disse il Martelli, che passava per un discreto

cavallerizzo.--Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?

--No, no--sclamarono le due donne--andrai certo con le gambe all'aria.

Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità

dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado,

ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.

--Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...

--Ah mio caro--replicò questi ferito nel suo amor proprio--se non ci

riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.

Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa

curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.

Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La

signora Amalia aveva il maligno desiderio di contemplare il petulante

suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli

augurava un pieno trionfo.

Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli

scrollò il capo con un risolino sardonico.

--Vorranno almeno cascar sul molle?--egli disse.

--Sì, sì, sul prato--rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.

--Ma si sciupa l'erba--osservò il giardiniere ch'era lì per caso.

--Meglio l'erba che il collo--soggiunse sentenziosamente Marco,

un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.--Non è vero,

padroncina?

La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco.

Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita;

si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno

d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.

--È questo l'animale feroce?--chiese il Martelli tostochè vide la

Lilì.--E dove la conducono?

--Qui davanti, sull'erba--rispose la signora--È condizione _sine qua

non_.

--Bah! Che paure ridicole!

--Gustavo, non fidarti.

--Ma se pare un agnellino?

--_Latet anguis in herba_... Non va bene, professore?--soggiunse

la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere

anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso

e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.

--Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar

tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono

esercizi pegli uomini e non per le signorine:

Pera chi osò primiero

Discortese commettere

A infedele corsiero

L'agil fianco femmineo,

come cantò il nostro Foscolo.

Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere

rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio

affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per

avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una

certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando

i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini

d'angiolo, supposto che vi siano angioli e che gli angioli abbiano

piedi.

--Ah eccomi!--gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella.

Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un

salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando

il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già

fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.

--Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?--chiesero la

signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che

avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio,

essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.

--Male no--rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua

e là--male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo

aveva questo vizio?

--Scusi--osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo

rimprovero.--Ella era così sicuro del fatto suo.

--E poi--soggiunse la Matilde--non bisogna mica credere che la Lilì

usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla

parte opposta.

--Bisogna ch'io muti vestito--rispose Gustavo guardandosi i

calzoni.--Sono verde come una lucertola.

--Fino al polsini--notò la Matilde.

--Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.

--Oh povero zio, povero zio!

--Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe

all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?

--Nemmen per idea.

--Badi, badi--disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse

col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.

--Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi

dinanzi a un pericolo--osservò il professor Benvoglio che sperava di

veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.

--Non mi ritirerei se non in un caso--replicò questi--che il professore

volesse montare in vece mia.

--Discorsi senza sugo--brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.

La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo

al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e

benevola della più docile bestia del mondo.

--Ah gesuitessa!--mormorò lo stalliere passandole la mano sulle

orecchie.

In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La

Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col

suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e

s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non

perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata

la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a

tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo

dall'incomodo fardello.

Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo

duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida,

il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio

che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.

Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:

Ardon gli sguardi, fuma

La bocca, agita l'ardua

Testa, vola la spuma...

Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che

aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore,

ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse

fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo

le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei

cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al

trotto il quadrupede.

--Bravo! bravo!--esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno

sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò

alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le

disse:--Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele

abbia il busto!

Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che

la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere

Arsandi e alla Matilde un pericoloso _tête-à-tête_, si guardarono in

viso con aria contrita.

Gustavo ruppe per primo il silenzio.

--_Nous sommes enfoncés_, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna

terreno continuamente.

--Pur troppo--rispose la vedova.

--Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?

--Nemmen per idea.

--Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.

--È presto detto. Come si fa?

--Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose. _Primo_, che

venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi;

_secondo_, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde;

_terzo_, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre

eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte

sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per

passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu

sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...

--Già voi altri uomini vi fate tutto facile--replicò infastidita la

signora Amalia.

--E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è

ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei

monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.

--No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa

faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con

la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno

smacco.... Ma non avevi un'idea?

--Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato

pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu

l'approvi?

--Via, fammela conoscere.

--Ecco--principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve

la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di

tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine

del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.

A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che

sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una

faccenda.

--Siamo d'accordo--gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli

saliva in carrozza.--Il telegramma vuol dire che non verrai solo.

--E c'incontreremo?

--Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...

--Non dubitare.

CAPITOLO NONO

La sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi

si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che

sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie

che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente

e fastidiosa.

--Ma non eri guarita?--chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa

notizia improvvisa.

--Credevo d'esser guarita--rispose dispettosamente la signora

Amalia--ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.

Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla

sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare

il medico e a prendere le medicine, a meno che ella non preferisse

di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una

passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva,

lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.

Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le

desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per

l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di

capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il

solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col

cavaliere Arsandi.

Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde

non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora

Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta.

Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo,

e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:--Povero

signor Michele--gli disse--mi dispiace davvero quanto accade. È una

fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma

passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura

che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non

istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodata vicino a me

questa povera ragazza--e accennò a sua figlia--con l'ufficio di farmi

dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un

sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una

trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi

amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.

Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero

scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor

Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana,

non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il

mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere

tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un

uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di

costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e

antipatico?

Nuovi racconti Dopo venticinque anni; Lo Specchio rotto; Il Parassita indipendente; Il Maestro di calligrafia; L'Orologio fermo; La Lettera di Margherita · 第 3 / 11 段