Sapere, per l’esempio della Francia nel ’71 e della Russia nell’anno in
corso (1906) che cosa segue nelle nazioni vinte in una grande guerra;
riconoscere, come ognuno riconosce, che gli eserciti attuali, formati
di milioni d’uomini, non sono più veri eserciti, ma popoli armati, il
cui spirito è un’incognita, e di cui la vittoria soltanto può mantener
la coesione; non ignorare le quistioni vitali che agitano la società
presente e che tengono le moltitudini in uno stato quasi continuo
di febbre e di convulsione; sentir cantare l’«inno dei lavoratori»
dai coscritti, chiedere il congedo in assembramenti dai richiamati e
protestare nei comizi i reduci dalle grandi manovre; sapere, sentire,
veder tali cose, e parlar d’una guerra, e desiderarla, come un modo di
soffocare per un periodo di tempo le grandi quistioni urgenti che non
si sanno risolvere, ossia, proporre d’uscire dalle difficoltà presenti
tentando la fortuna nazionale in un gioco d’azzardo che, se fallisse,
avrebbe per conseguenza la miseria pubblica triplicata, l’inasprimento
di tutte le ire, la difficoltà ingigantita di tutti i problemi, e quasi
senza dubbio uno sfacelo spaventevole della compagine dello Stato:
questo dovrebbe parere assurdo ad ogni uomo che abbia lume di ragione.
Eppure a molti non pare, e lo dicono. A chi lo dice non c’è altro che
metter le mani sulle spalle, fissarlo negli occhi e gridargli sul viso:
— Al manicomio!