Potrebbe scrivere un libro utile chi dimostrasse quante bugie dicano e
mettano in giro, durante una guerra, quante leggende assurde creino ed
accettino l’ambizione degli individui, l’orgoglio nazionale credulo,
la condiscendenza della stampa interessata a adularlo, e l’ignoranza
infantile della moltitudine. Neppur da questo lato, certamente, giova
la guerra a «innalzare i caratteri» poichè intorno a un piccolo numero
d’eroi veri e a un numero maggiore di combattenti valorosi, ma non
eroici, suscita un numero grandissimo di sballoni e di millantatori e
di complici loro conscienti od ingenui, che offrono tutti insieme a chi
serbi sereno lo spirito uno degli spettacoli più compassionevoli che
possa dar di sè la natura umana.
E non parliamo dei moltissimi che, non avendo preso parte ad alcun
fatto d’armi, affermano dopo un certo numero d’anni, quando si son
confusi i ricordi degli avvenimenti, d’aver _visto il fuoco_ di ogni
battaglia; nè degli altri molti che, non essendo stati a una battaglia
che come spettatori fuor di pericolo, si vantano, in capo a un certo
tempo, d’avervi preso parte vivissima, e scroccano nella loro famiglia,
fra gli amici e nel pubblico una considerazione che non meritano.
Ma di quelli stessi che combatterono e rischiarono la vita davvero
quanti mentiscono i sentimenti che hanno provati, e ingrandiscono le
gesta proprie e le altrui, e danno per verità delle fantasie! Se n’ha
la prova nelle diversità grandissime e nelle contraddizioni enormi
che si riscontrano fra i racconti di quelli stessi che assistettero
allo stesso fatto, non già molti anni, ma pochi giorni dopo ch’esso è
avvenuto.
Certo, vi sono uomini di tempra quasi superiore alla umana, che
danno esempio, fra i pericoli supremi, d’una tranquillità d’animo
maravigliosa, che compiono atti e pronunciano parole, anche morendo,
degni dell’ammirazione d’un popolo. Ma sono, in realtà, rare eccezioni,
e non diventan molti se non perchè l’immaginazione ambiziosa li
moltiplica. Nove volte su dieci, quelle tanto frequenti descrizioni
di gente che «non batte ciglio» sotto il grandinar delle palle, che
scherza sulle proprie membra lacerate e spira gridando evviva, sono
purissime favole; le quali sono anche spinte il più delle volte a
un’esagerazione di particolari così impudente e puerile da mover
le risa o lo sdegno in chiunque sia stato una volta sul campo di
battaglia. Così, di recente, abbiamo letto d’un combattimento in
cui, mentre la morte li decimava, una schiera di combattenti faceva
una tale allegria che era _un vero carnevale_ e d’un ufficiale che,
mezzo affogato in un pantano, ammazzò non so quanti e mise in fuga il
resto d’un drappello di nemici, e di _tre soldati_ che arrestarono da
un’altura cento assalitori, e altri tanti e tali prodigi, che indussero
un ufficiale valoroso a levar la voce perchè si mettesse un termine,
per sentimento di dignità nazionale, alla fabbricazione delle leggende.
E in tutti i paesi, in tutte le guerre, segue il medesimo, e più forse
nelle guerre sfortunate che nelle vittoriose, per una ragione facile
a comprendersi; il qual fatto può anche far dubitare della verità
della sentenza: che le sconfitte ritemprano i popoli insuperbiti e
corrotti dalla fortuna riconducendoli a un giusto giudizio del proprio
valore. Nè questa è l’ultima cagione della persistenza d’un avventato
e provocante spirito bellicoso in un così gran numero d’uomini, che
non videro mai la guerra fuor che nei quadri; vale a dire: un concetto
falsissimo, creato in loro dalla menzogna convenzionale e tradizionale,
della guerra stessa, della facilità dell’eroismo e della moltiplicità
degli eroi; concetto falsissimo che si comunica e si tramanda in tutti
gli scritti storici, apologetici e poetici, relativi alla guerra, ai
quali s’informa l’educazione della gioventù, e fa sì che la letteratura
guerresca sia la più adulatrice e la più bugiarda di tutte le
letterature.