È un errore il credere che si educhino i giovani al coraggio e
ai sacrifici patriottici destando in essi il furore della gloria
soldatesca e quella febbre d’orgoglio nazionale, che non è amor di
patria sapiente, ma orgoglio individuale, dilatato e larvato. Si
destano in loro, insieme con questi sensi, un desiderio spensierato
della guerra, un disprezzo facile e crudele della vita altrui e altre
passioni e tendenze che li sviano dal culto degli alti ideali. Ma
quanto al farne dei cittadini forti e dei soldati intrepidi, la cosa è
diversa.
Nel fatto, sui campi di battaglia e nei cimenti della vita civile,
si vedon far mala prova molti di quelli che eran più smaniosi della
lotta, molti patriotti furibondi e squassapennacchi terribili, ed anche
uomini a cui l’educazione letteraria o militare diede tutti i caratteri
apparenti del cittadino valoroso o del bravo soldato, e mostrare invece
una intrepidità e una fermezza inaspettata giovani e uomini maturi,
d’indole grave e modesta e d’idee miti e ragionevoli, i quali non
avevan dato innanzi alcun indizio della loro forza. La fermezza e il
coraggio, in costoro, derivano da un sentimento profondo di dignità
personale, dalla coscienza di combattere per una causa giusta, da
un concetto particolare che hanno della vita, e da altre forze mal
definibili che sono in fondo all’animo loro. Su queste forze non hanno
potere alcuno quelli che credono di formar dei prodi cittadini e di
suscitar degli eroi gridando perpetuamente alla gioventù: — Patria,
armi, sangue, guerra, gloria!
Questi non fanno che seminar del vento e ritardare il cammino della
civiltà col mantener vivo il pregiudizio funesto che si fortifichi un
popolo inebbriandolo d’ambizione e facendogli adorare la spada.