Disse il maresciallo Moltke che la guerra svolge nel cuore umano dei
sentimenti nobili.
Si può dir lo stesso di tutte le grandi calamità pubbliche, compresa la
peste. A proposito della peste di Milano, appunto, osserva Alessandro
Manzoni che «nei pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni
di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una
sublimazione di virtù». Ma soggiunge: — «e, pur troppo, non manca mai
insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità».
Il giudizio del Moltke, dunque, non esprime che una mezza verità; anzi
meno che mezza.
Che molti concordino in quel giudizio deriva dall’essere generalmente
considerata come giusta la definizione: «La guerra è un duello tra due
popoli»; la quale è invece falsissima, perchè nella maggior parte degli
atti e dei procedimenti riconosciuti legittimi in guerra non v’è ombra
di quel qualsiasi sentimento o concetto cavalleresco a cui è informato
il codice del duello fra gentiluomini. La guerra, certo, offre ai
coraggiosi e ai generosi molte occasioni di dar prova onorata e utile
della loro virtù, e molti begli atti individuali lo dimostrano, in
tutte le guerre, compiuti anche da quella parte, la quale combatte per
una causa iniqua.
Ma questi atti, che compiono soltanto gli uomini forti e nobili, non
sono che piccoli e rari episodi; non sono la guerra.
Quando si combatte il nemico, come s’intende a far sempre, con duplice,
triplice forza numerica e con tutti quei vantaggi d’armi, di tempo e
di terreno che danno la certezza assoluta della vittoria, come ad un
uomo che lotti con un fanciullo; quando da un’altura conquistata si
fulmina a fuochi di fila una mandra di fuggenti, di cui non si vedon
più che le spalle; quando, guidati dallo spionaggio e dal tradimento,
si assiale nelle tenebre e nel sonno un accampamento mal guardato e
vi si semina la morte prima che vi si possa tentare un principio di
resistenza; quando si casca inaspettati, mille contro cento, sopra un
convoglio di viveri, e si macella la scorta e si preda il convoglio,
affamando migliaia d’uomini che si batterono forse eroicamente il
giorno innanzi; quando da lontano molte miglia, e senza pericolo, si
rovesciano sopra una città dei nembi di ferro e di fuoco, che vanno a
mutilare monumenti d’arte secolari, a incendiar biblioteche, a rovinare
edifizi d’utilità pubblica, a sterminare nei loro letti donne, vecchi,
fanciulli, malati, feriti; quando ai cittadini d’una città disarmata
si estorcono con le armi alla mano gli ultimi scudi, che, dopo essersi
impoveriti per la patria, essi serbavano agli ultimi sacrifizi; quando,
sia pure per necessità e senza ferocia, s’invadono e si manomettono
le case dei privati, si trascinano prigioniere «in ostaggio» delle
famiglie atterrite e tremanti, e si strappano le derrate e gli animali
e si devastano i campi ai coloni affamati e supplichevoli; quando,
stando in agguato dietro ai muri o alle siepi, si uccidono alle spalle
gli esploratori solitari, o si fucilano dei cittadini per il solo
fatto d’aver difeso la patria senza vestire una divisa, o si spara
nel dorso ai prigionieri inermi ed affranti che tentano di mettersi in
salvo; quando si fa tutto questo — e si fa di continuo in ogni guerra
— quali «sentimenti nobili» si possono «svolgere» nel cuore umano? Il
vero è che per far tutto questo, come vuol esser fatto, vigorosamente,
bisogna soffocare nel proprio cuore quei sentimenti. Basterebbero a
provarlo, fra mille altri fatti, il seguente: che uno scrittore noto in
Europa, e non sospetto di malo animo verso la Germania, abbia osservato
negli operai affluiti a Berlino, in quel breve periodo di prosperità
fastosa e fittizia che succedette alla guerra con la Francia, un
grande cambiamento; davanti al quale egli domandò a sè stesso «se
essi avessero serbato in fondo al loro nervo visivo l’immagine
dogli uomini uccisi e dei villaggi incendiati, poichè s’erano fatti
violenti e rissosi, indifferenti ai ferimenti e agli omicidi, e
facili a servirsi del coltello». Ma che più? Ne dà una prova lo
stesso maresciallo Moltke, nell’appendice alla sua Storia della guerra
franco-germanica, con una frase, che forse egli non avrebbe scritta,
se quando gli venne sulla punta della penna gli fosse tornato in mente
ad un tempo il giudizio suo sopra citato. È la pagina dove parla del
suo incontro col principe di Bismarck sul campo di Sadowa coperto di
cadaveri sfracellati e di feriti rantolanti nel sangue, nel momento
che arrivava il corpo d’esercito del principe ereditario. Egli dice: —
«Noi galoppavamo allegramente a traverso al vasto campo, senza badare
agli orrori che esso ci offriva». — Tale effetto aveva prodotto nel suo
cuore, pur naturalmente buono, la guerra.