I. — A un banchetto.

È un pezzo che io domando a me stesso — e sarà forse una domanda

ingenua — perchè tutti gli uomini onesti e sensati d’ogni paese non

siano con noi, per quale ostinazione o per qual malinteso tutti,

anche coloro che non credono possibile il conseguimento del nostro

ideale, non si associno cordialmente all’opera nostra; tanto mi paion

certi e evidenti gli effetti benefici ch’essa produce con la semplice

diffusione delle idee e dei sentimenti a cui s’ispira.

Noi portiamo dentro una eredità sciagurata di falsi concetti e di

tristi passioni, oscuri e quasi ignorati avanzi di barbarie, che forman

fra tutti come una quantità enorme di materia infiammabile diffusa

per ogni popolo; la quale, o spontaneamente o per arte di pochi, anche

per una causa futile, o iniqua, o insensata, può di giorno in giorno

infiammarsi e scoppiare nella calamità terribile della guerra. Ebbene,

questi pericolosi avanzi di barbarie, quasi tutti celati sotto aspetti

ingannevoli, noi vogliamo afferrarli, analizzarli, farli vedere nella

loro essenza vera, disonorarli e distruggerli, affinchè nella decisione

delle contese fra popolo e popolo abbia una parte sempre maggiore la

Ragione, una parte sempre minore la Morte. Chi, onestamente, ci può

rifiutare il suo consenso e il suo aiuto?

Noi diciamo ai padri e alle madri: — Educate fortemente i vostri

figliuoli; ma non sia uno strumento omicida il primo trastullo che

ponete nelle loro mani, non sia la finzione della strage il primo

diletto della loro fantasia, perchè è un troppo vecchio e funesto

errore quello di secondar nel fanciullo l’istinto della ferocia

credendo di educarlo al valor pensato e generoso dell’uomo civile.

Diciamo ai giovani d’ogni paese: — Amate la patria; ma sia il vostro

quell’amor di patria, illuminato da un più largo e sapiente amore, che

di ogni popolo ci fa onorar le virtù e benedir le fortune, come d’un

necessario alleato nostro e di tutti nella eterna lotta per la vita

e per la civiltà che combattiamo con la Natura; non già quell’altro

gonfio d’orgoglio e roso di gelosia, che s’inalbera ad ogni ombra e

s’abbassa a ogni piato e ha bisogno d’eccitarsi con l’odio — col più

ingiusto, col più dissennato degli odi — quello che abbraccia milioni

di creature umane sconosciute e innocenti.

Diciamo a coloro a cui è affidata la difesa nazionale: — Bello è il

tener l’animo pronto al supremo sacrifizio per la patria, nobile è

l’ambizione di meritare la sua gratitudine; ma nessuna ambizione vi

mova a desiderar la guerra per la guerra, perchè di tutti gli eccessi

dell’egoismo questo è il più orrendo, e chi l’accoglie nel cuore non

è più un difensore del proprio paese, è un suo sanguinario nemico,

e doppiamente colpevole perchè si nasconde sotto le insegne dei più

diletti suoi figli.

Diciamo agli insegnanti, agli educatori: — Ispirate ai giovani

l’ammirazione delle grandezze antiche; ma non confondete in una

ammirazione medesima le anime grandi e i briganti fortunati, perchè è

un pervertire nella gioventù il senso della giustizia; non li avvezzate

a considerar gli eccidi dei popoli come quelli dei formicai che si

calpestan passando, perchè è inaridire le sorgenti della pietà; non

inculcate loro il concetto della necessità fatale della guerra, perchè

è uccidere in essi la fede nella civiltà e indurli al disprezzo della

razza umana; e non dite loro che le forze morali dei popoli non si

ritemprano che col ferro e col fuoco, perchè son là il lavoro, la

scienza, la carità, la miseria, il dolore che vi gridano: — Bastiamo

noi a far degli eroi e dei martiri sopra la terra! — e ve ne mostrano

ogni giorno una legione.

Diciamo infine ai credenti: — Che cos’è la religione, che non predica

la pace, non solo, ma che domanda a Dio che si spargano dei torrenti

di sangue, e lo ringrazia mentre fumano ancora? Venite con noi, se è

vero che portate nell’anima l’amore e il perdono, levate la voce per la

nostra causa, se non mentite a Gesù Cristo quando invocate il suo regno

sopra la terra.

Questo noi diciamo, e per il conseguimento dell’alto fine abbiamo una

fede profonda nella potenza della parola ragionata e appassionata,

infaticabilmente ripetuta e diffusa dalle scuole alle officine, alle

chiese, agli atenei, alle reggie, gridata in tutte le lingue e su

tutte le frontiere, prima da migliaia, poi da milioni di voci, fin che

diventi così formidabile da far cadere dai pugni del mostro la spada

spietata e la fiaccola infame.

— È un sogno! — ci gridano. — Ebbene — sì — è un sogno; — ma come

quello che tra l’infuriare degli odi e delle guerre cittadine, quando

l’Italia, era tutta in brani sanguinanti, doveva allietare qualche

volta i nostri antichi padri, mostrando loro nell’avvenire, come

un prodigio incredibile, tutte quelle frontiere cancellate, tutte

quelle ire spente, tutti quegli implacabili fratricidi disarmati e

riconciliati per sempre intorno a una sola bandiera.

E si compirà il sogno di oggi come si compì quello d’allora.

Sì, soffiate pure nelle vanità patriottiche, riattizzate antichi

e recenti rancori, alzate barriere doganali, coprite di fortezze i

confini: contro ai grandi fiumi che corrono a mescolarsi nell’oceano

non giova impedimento di dighe: i popoli inciviliti vanno l’uno verso

l’altro spinti da una forza a cui nulla resiste, riconoscono a poco a

poco immaginarie più che reali le tanto predicate avversioni di razza

e falsa apparenza l’antagonismo dogli interessi, e confondono idee,

usanze, lavoro, arte, sangue, e vanno con rapidità così maravigliosa

moltiplicando e serrando fra di loro, sotto l’impulso dei bisogni

crescenti, i vincoli della vita, che l’idea di reciderli con la spada,

per qualunque sia causa, parrà tra non molto altrettanto assurda e

abbominevole che quella di risolvere le quistioni interne d’una nazione

scagliando l’una contro l’altra le sue provincie, riaccese dei furori

selvaggi del medio evo.

Questa è la fede di tutti noi, forza e conforto divino dell’anima

nostra; fede che neppure da una gigantesca guerra europea, che

scoppiasse domani, non sarebbe minimamente scemata.

Quanto a me, n’ho un’altra anche più ardita, che ai più di voi parrà

illusione. Io credo che l’idea della pace abbia già percorso, per

effetto di forze estranee alla vostra propaganda, un cammino assai

maggiore di quello che non appaia a noi stessi, assai maggiore di

quello che l’orgoglio ferito d’un grande popolo possa consentire che

si affermi. Credo che le quistioni internazionali che sono oggi un

pericolo avranno una soluzione lontana, ma pacifica, compresa nel

giro d’una più vasta mutazione di cose. Credo che alle moltitudini

innumerevoli che domandano nutrimento umano, vita intellettuale e

giustizia, non si risponderà mandandole come armenti al macello,

dopo del quale, per preparare nuove rivincite e nuove difese, si

ricomincerebbe ad affamarle più spietatamente di prima; — credo che

questo esecrando sterminio di popoli da cui rifugge l’imaginazione

inorridita e che da vent’anni ci pende sul capo come una maledizione

di Dio, non seguirà —; che l’aurora del ventesimo secolo non si leverà

su questa vergogna del mondo. Io lo credo — voi, forse, lo sperate.

Alziamo dunque insieme i bicchieri, e salutiamo con un cuor solo, con

un solo evviva questa santa speranza!

Lotte civili · 第 19 / 30 题