È un pezzo che io domando a me stesso — e sarà forse una domanda
ingenua — perchè tutti gli uomini onesti e sensati d’ogni paese non
siano con noi, per quale ostinazione o per qual malinteso tutti,
anche coloro che non credono possibile il conseguimento del nostro
ideale, non si associno cordialmente all’opera nostra; tanto mi paion
certi e evidenti gli effetti benefici ch’essa produce con la semplice
diffusione delle idee e dei sentimenti a cui s’ispira.
Noi portiamo dentro una eredità sciagurata di falsi concetti e di
tristi passioni, oscuri e quasi ignorati avanzi di barbarie, che forman
fra tutti come una quantità enorme di materia infiammabile diffusa
per ogni popolo; la quale, o spontaneamente o per arte di pochi, anche
per una causa futile, o iniqua, o insensata, può di giorno in giorno
infiammarsi e scoppiare nella calamità terribile della guerra. Ebbene,
questi pericolosi avanzi di barbarie, quasi tutti celati sotto aspetti
ingannevoli, noi vogliamo afferrarli, analizzarli, farli vedere nella
loro essenza vera, disonorarli e distruggerli, affinchè nella decisione
delle contese fra popolo e popolo abbia una parte sempre maggiore la
Ragione, una parte sempre minore la Morte. Chi, onestamente, ci può
rifiutare il suo consenso e il suo aiuto?
Noi diciamo ai padri e alle madri: — Educate fortemente i vostri
figliuoli; ma non sia uno strumento omicida il primo trastullo che
ponete nelle loro mani, non sia la finzione della strage il primo
diletto della loro fantasia, perchè è un troppo vecchio e funesto
errore quello di secondar nel fanciullo l’istinto della ferocia
credendo di educarlo al valor pensato e generoso dell’uomo civile.
Diciamo ai giovani d’ogni paese: — Amate la patria; ma sia il vostro
quell’amor di patria, illuminato da un più largo e sapiente amore, che
di ogni popolo ci fa onorar le virtù e benedir le fortune, come d’un
necessario alleato nostro e di tutti nella eterna lotta per la vita
e per la civiltà che combattiamo con la Natura; non già quell’altro
gonfio d’orgoglio e roso di gelosia, che s’inalbera ad ogni ombra e
s’abbassa a ogni piato e ha bisogno d’eccitarsi con l’odio — col più
ingiusto, col più dissennato degli odi — quello che abbraccia milioni
di creature umane sconosciute e innocenti.
Diciamo a coloro a cui è affidata la difesa nazionale: — Bello è il
tener l’animo pronto al supremo sacrifizio per la patria, nobile è
l’ambizione di meritare la sua gratitudine; ma nessuna ambizione vi
mova a desiderar la guerra per la guerra, perchè di tutti gli eccessi
dell’egoismo questo è il più orrendo, e chi l’accoglie nel cuore non
è più un difensore del proprio paese, è un suo sanguinario nemico,
e doppiamente colpevole perchè si nasconde sotto le insegne dei più
diletti suoi figli.
Diciamo agli insegnanti, agli educatori: — Ispirate ai giovani
l’ammirazione delle grandezze antiche; ma non confondete in una
ammirazione medesima le anime grandi e i briganti fortunati, perchè è
un pervertire nella gioventù il senso della giustizia; non li avvezzate
a considerar gli eccidi dei popoli come quelli dei formicai che si
calpestan passando, perchè è inaridire le sorgenti della pietà; non
inculcate loro il concetto della necessità fatale della guerra, perchè
è uccidere in essi la fede nella civiltà e indurli al disprezzo della
razza umana; e non dite loro che le forze morali dei popoli non si
ritemprano che col ferro e col fuoco, perchè son là il lavoro, la
scienza, la carità, la miseria, il dolore che vi gridano: — Bastiamo
noi a far degli eroi e dei martiri sopra la terra! — e ve ne mostrano
ogni giorno una legione.
Diciamo infine ai credenti: — Che cos’è la religione, che non predica
la pace, non solo, ma che domanda a Dio che si spargano dei torrenti
di sangue, e lo ringrazia mentre fumano ancora? Venite con noi, se è
vero che portate nell’anima l’amore e il perdono, levate la voce per la
nostra causa, se non mentite a Gesù Cristo quando invocate il suo regno
sopra la terra.
Questo noi diciamo, e per il conseguimento dell’alto fine abbiamo una
fede profonda nella potenza della parola ragionata e appassionata,
infaticabilmente ripetuta e diffusa dalle scuole alle officine, alle
chiese, agli atenei, alle reggie, gridata in tutte le lingue e su
tutte le frontiere, prima da migliaia, poi da milioni di voci, fin che
diventi così formidabile da far cadere dai pugni del mostro la spada
spietata e la fiaccola infame.
— È un sogno! — ci gridano. — Ebbene — sì — è un sogno; — ma come
quello che tra l’infuriare degli odi e delle guerre cittadine, quando
l’Italia, era tutta in brani sanguinanti, doveva allietare qualche
volta i nostri antichi padri, mostrando loro nell’avvenire, come
un prodigio incredibile, tutte quelle frontiere cancellate, tutte
quelle ire spente, tutti quegli implacabili fratricidi disarmati e
riconciliati per sempre intorno a una sola bandiera.
E si compirà il sogno di oggi come si compì quello d’allora.
Sì, soffiate pure nelle vanità patriottiche, riattizzate antichi
e recenti rancori, alzate barriere doganali, coprite di fortezze i
confini: contro ai grandi fiumi che corrono a mescolarsi nell’oceano
non giova impedimento di dighe: i popoli inciviliti vanno l’uno verso
l’altro spinti da una forza a cui nulla resiste, riconoscono a poco a
poco immaginarie più che reali le tanto predicate avversioni di razza
e falsa apparenza l’antagonismo dogli interessi, e confondono idee,
usanze, lavoro, arte, sangue, e vanno con rapidità così maravigliosa
moltiplicando e serrando fra di loro, sotto l’impulso dei bisogni
crescenti, i vincoli della vita, che l’idea di reciderli con la spada,
per qualunque sia causa, parrà tra non molto altrettanto assurda e
abbominevole che quella di risolvere le quistioni interne d’una nazione
scagliando l’una contro l’altra le sue provincie, riaccese dei furori
selvaggi del medio evo.
Questa è la fede di tutti noi, forza e conforto divino dell’anima
nostra; fede che neppure da una gigantesca guerra europea, che
scoppiasse domani, non sarebbe minimamente scemata.
Quanto a me, n’ho un’altra anche più ardita, che ai più di voi parrà
illusione. Io credo che l’idea della pace abbia già percorso, per
effetto di forze estranee alla vostra propaganda, un cammino assai
maggiore di quello che non appaia a noi stessi, assai maggiore di
quello che l’orgoglio ferito d’un grande popolo possa consentire che
si affermi. Credo che le quistioni internazionali che sono oggi un
pericolo avranno una soluzione lontana, ma pacifica, compresa nel
giro d’una più vasta mutazione di cose. Credo che alle moltitudini
innumerevoli che domandano nutrimento umano, vita intellettuale e
giustizia, non si risponderà mandandole come armenti al macello,
dopo del quale, per preparare nuove rivincite e nuove difese, si
ricomincerebbe ad affamarle più spietatamente di prima; — credo che
questo esecrando sterminio di popoli da cui rifugge l’imaginazione
inorridita e che da vent’anni ci pende sul capo come una maledizione
di Dio, non seguirà —; che l’aurora del ventesimo secolo non si leverà
su questa vergogna del mondo. Io lo credo — voi, forse, lo sperate.
Alziamo dunque insieme i bicchieri, e salutiamo con un cuor solo, con
un solo evviva questa santa speranza!