PER LA PACE.

Il socialismo e la guerra.

Disse il Jaurès all’assemblea francese, in un discorso che scosse tutta

la Francia, a coloro che accusano il socialismo di — indebolire il

coraggio — predicando la pace — e di fiaccare le energie nazionali:

— «Io dico, al contrario, che quello che può snervare il coraggio

è l’eccitazione continua in vista d’un pericolo che è continuamente

aggiornato, il sistema d’abituare la nazione all’illusione del coraggio

e ad un eroismo verbale. Le energie morali sono come le energie

fisiche: non si distruggono, ma si convertono le une nell’altre. È

inutile perciò il fermare l’energia d’una nazione nell’una o nell’altra

forma sotto il pretesto che essa dovrà servire un giorno al tale o

al tal altro scopo. Date a una nazione delle energie vive e sane:

l’energia del lavoro, l’energia del pensiero, l’energia della libertà,

l’energia del diritto, e se queste forze saranno minacciate un giorno

da un’aggressione straniera, esse si convertiranno spontaneamente in

una magnifica espansione di coraggio».

Le parole del grande oratore socialista della Francia dovrebbero

essere meditate dai reazionari bellicosi d’ogni paese, per i quali pare

che non esista questo quesito: se il sentimento dell’amor di patria,

principal forza d’un esercito in una guerra di difesa nazionale, non

debba essere più o men forte nelle moltitudini combattenti secondo

la maggiore o minor quantità di beni materiali e morali che l’idea

di patria rappresenta per esse; se da moltitudini che, difendendo

il paese proprio, sono consapevoli di difendere uno Stato dove hanno

libertà, giustizia, vita umana, non sia da attendersi maggior valore

e costanza che dai figli d’un popolo, nel quale quei beni non siano

ancora che aspirazioni temute e compresse; se, essendo in guerra una

grande forza la coscienza della propria superiorità morale sul nemico,

non abbia, di due eserciti, a battersi più fieramente quello che sa di

rappresentare un più alto grado di perfezione sociale, di combattere

per conservare una maggior somma di conquiste civili o economiche; se,

in fine, non debbano prevalere per virtù d’ardimento e di sacrificio

quei soldati che difendono l’integrità d’una patria, alla quale, oltre

che dall’affetto istintivo, si sentono legati dalla gratitudine di

figliuoli beneficati e protetti.

È fuor di dubbio che dei miracoli di valore compiuti dagli eserciti

della rivoluzione francese fu prima cagione l’idea, fiammeggiante fin

nell’ultimo dei loro soldati, di difendere una nazione che innalzava

in faccia al mondo la bandiera d’una nuova storia, di portare sulle

punte delle loro baionette il verbo della libertà contro un dispotismo

inteso ad eternare il passato per terrore dell’avvenire; ond’era

universale in quegli eserciti la coscienza di sovrastare moralmente,

quasi come una razza superiore, alle masse asservite e inconscienti

che avevan di fronte. È dunque strano e quasi inesplicabile come gli

avversari ostinati del presente moto del proletariato, che accusano

chi lo guida e lo seconda di voler distruggere il sentimento e le

forze militari della patria, e da quel moto mirano a distrarre gli

animi con lo spauracchio perpetuo d’una guerra nazionale, non pensino

che il mantenere le classi lavoratrici, come essi vorrebbero, nel

presente stato di miseria intellettuale o economica, avrebbe per

effetto certissimo d’indebolire alle radici il vigore difensivo della

nazione, principalmente costituito dalla fede del maggior numero nella

virtù benefica delle istituzioni che la reggono e dalla speranza comune

di uno stato migliore; il quale dal sopravvento straniero sarebbe

allontanato o precluso. Essi vogliono nel pugno della nazione una spada

enorme; ma non considerando se sarebbe gagliardo o fiacco il braccio

che l’ha da reggere, se ardente d’entusiasmo o restìa l’anima che deve

movere il braccio, se sarebbero sane e concordi, o inferme e slegate,

tutte le facoltà di quell’anima; se, insomma, si possa avere in guerra

un grande esercito quando non s’ha in pace un grande popolo, e se tale

possa essere un popolo povero, malcontento ed incolto. Il corollario

di queste osservazioni è un paradosso apparente, che noi stimiamo

una grande verità; cioè, che di due nazioni in guerra, di cui l’una

attentasse all’integrità dell’altra, non essendo troppo diseguali le

forze del numero e delle armi, la più valorosa, la più tenace, la più

sicura della vittoria sarebbe quella in cui l’evoluzione socialista

avesse portato le moltitudini a un più alto grado di prosperità e di

coscienza civile: l’evoluzione socialista, poichè non v’è oramai altra

via di progresso sociale, anche se l’ultimo ideale del socialismo fosse

un’illusione.

Dopo Algesiras.

Quando pareva che dalla conferenza d’Algesiras fosse per nascere

una conflagrazione europea, dalla voce dei profeti del peggio fummo

maravigliati a tutta prima come dal pronostico di una cosa insensata

e incredibile. — Come, nello stato presente di civiltà —, domandammo

a noi stessi — perchè due potenze europee non riescono a conciliare

certi loro interessi commerciali in un angolo dell’Affrica, è ancora

possibile lo scoppio d’una guerra che metterebbe a fuoco e a sangue

forse l’Europa intera, e farebbe tale sperpero di vite, d’oro e di

lavoro, e accumulerebbe tanti orrori, e avrebbe effetti funesti per

così grande spazio di tempo, da non potervi fermare l’immaginazione

senza un brivido di sgomento mortale? È possibile ancora che il

presente e l’avvenire di milioni d’uomini di dieci paesi dipendano

dalle discussioni di venti persone, delegate dai Governi, non dalle

Assemblee dei loro Stati, a trattare una quistione che la grandissima

maggioranza di quei milioni d’uomini non conosce, o non comprende,

o non cura, e che, comunque si consideri, non è una quistione vitale

per nessun popolo, ma un contrasto d’interessi ristretti, a cui non ha

dato importanza improvvisa che un risentimento d’orgoglio nazionale?

È dunque così barbaricamente costituito ancora, dopo tanto corso di

civiltà, l’organismo politico e sociale delle nazioni, che resti in

balìa di pochissimi lo scatenare i popoli a un macello immenso, e

che da questi se ne attenda il cenno come una sentenza del destino;

che d’un fatto così formidabile, del quale i popoli stessi hanno pur

da essere attori e vittime, si dica rassegnatamente: — Avverrà? non

avverrà? — come d’un fenomeno della natura, indipendente da ogni azione

umana? È possibile che si esprimano ancora, parlando di individui,

soggetti, per quanto posti in alto, a tutti gli errori umani, concetti

spaventevoli come: — Se questi o quegli «vorrà» o «non vorrà» la

guerra? — Che si possa dire ancora (e non paia orrendo): — Meglio il

disastro passeggiero d’una guerra che quello perpetuo della pace armata

—, come se fra le due vie: di far la guerra per poter disarmare e di

disarmare per non farla, non si potesse sensatamente neppur discutere

la preferenza da darsi alla prima? Che, in fine, si consideri ancora

la guerra con la mentalità selvaggia di quel condottiero spagnuolo,

per cui essa era «el verdadero estado del hombre»? È possibile? — Che

tutto questo fosse possibile sapevamo bene prima che la Conferenza

d’Algesiras si radunasse; ma le voci, che questa fece sorgere, d’una

guerra probabile e prossima, ci destarono, come fa sempre l’avvicinarsi

d’un pericolo che prima era lontano, quasi un concetto nuovo del

pericolo medesimo, e un nuovo sentimento, che fu di maraviglia dolorosa

e sdegnosa, e d’umiliazione e di rivolta insieme della nostra coscienza

d’uomini civili.

*

Più vivo ci fu reso questo sentimento dalla considerazione d’un

fatto. È fuor di dubbio che a una guerra per la quistione affricana

era risolutamente avversa l’opinione dei più in ogni nazione; che,

non parlando delle classi lavoratrici, in tutte le altre classi

sociali d’ogni paese d’Europa, a consultare cittadino per cittadino,

non si sarebbe trovato uno su mille, che non giudicasse tal guerra

una mostruosa follia. Or bene, come mai fra quelle classi, che pure

tante volte concordarono da paese a paese in potenti iniziative

di carità pubblica e in affermazioni di grandi principii e intenti

d’umanità, non s’è manifestato un accordo internazionale, nè vasto nè

circoscritto, per iscongiurare una tal follia, non s’è levato almeno

un grido di molti, che esprimesse il giudizio di tutti, e ammonisse

tanto solennemente i Governi e i rappresentanti loro da assicurare il

mondo che d’un tale ammonimento non avrebbero potuto non curarsi? Come

lasciarono che soltanto dalle file del socialismo s’alzasse la voce che

diceva il pensiero e l’animo delle nazioni? È dunque vero che esse non

hanno più ideali, nè forza, nè fede in sè medesime e nella necessità

della loro funzione sociale, e che si lasciano andare con inerte

acquiescenza agli eventi, poichè non sono più in grado di governarli?

O sentono che la consuetudine di deridere gli apostoli della pace

universale, perchè troppi di questi sono anche apostoli d’un’altra

fede, toglie loro il diritto e l’autorità di bandir crociate contro una

guerra, qualunque sia? E che è questo sentimento religioso, in alcuni

paesi pur così ardito e pugnace, e che pare si ridesti in tutti con

nuovo colore sociale e nuovi intendimenti umanitari, se nella recente

occasione non inspirò, non solo alcuna solenne voce collettiva, ma

neppure qualche grande voce solitaria a deprecare l’eccidio minacciato,

gridando in nome della fede il «no» della coscienza universale? E

non si dica che ciò non si fece per essere ancor remoto e vago il

pericolo, poichè una dimostrazione efficace non si sarebbe potuta

fare se non appunto in quel periodo in cui le menti e gli animi erano

ancor tranquilli, e sarebbe stata troppo tarda quando la rottura dei

negoziati avesse turbato gli spiriti e fatto incominciare dai Governi

in lotta quell’opera di sovreccitamento delle passioni nazionali, per

cui hanno in mano tanti mezzi pronti e sicuri. Che segno hanno dato in

quest’occasione le classi superiori di spirito umanitario progredito,

di civiltà affinata, di sentimento religioso sincero?

*

Un altro fatto singolare notammo. Quella parte della stampa, che

si dice «dell’ordine» non solo delle due nazioni che sarebbero

state immediatamente alle prese, ma anche dell’altre, che più

probabilmente sarebbero state travolte poi nella lotta; quella parte,

in special modo, che si mostrò più incline a giudicar probabile il

grande disastro, ne parlò come avrebbe parlato d’un pericolo simile

cinquant’anni sono, ossia, come d’una guerra che, dove fosse stata

decisa, sarebbe avvenuta senz’altro, e si sarebbe svolta nei modi,

nelle condizioni e con gli effetti stessi degli altri tempi. In nessuna

delle sue considerazioni vedemmo considerato l’avvenimento probabile

in relazione col mutato spirito delle moltitudini, con le nuove forze

politiche sorte, col nuovo stato d’opposizione profonda e permanente

in cui si trovano in ogni paese, con effetti quotidianamente visibili,

e spesso gravissimi, le classi sociali che hanno la ricchezza e il

potere e quelle che hanno il numero e l’avvenire; non espresso mai

alcun dubbio sulla persistenza dell’antica solidità e docilità di

questi smisurati organismi di guerra, che non sono più veri eserciti,

ma popoli armati, portanti in sè un nuovo mondo d’idee, manifesto a più

segni anche in quello che è il loro nucleo stabile in tempo di pace,

e che è pur composto degli elementi loro più quieti e più semplici;

nessun presentimento od accenno a qualche cosa di più grande e di più

terribile della guerra stessa, che avrebbe potuto prevenirla o renderla

impossibile, o scoppiar con essa e troncarla, precipitando gli Stati in

una convulsione, dalla quale, per l’immaturità dei tempi, non sarebbe

potuto uscir altro che desolazione e miseria per tutti, seguìte da una

riscossa di tutte le idee del passato. Quello che seguì in Europa da

trent’anni nell’ordine delle idee, dei partiti, delle relazioni fra

le classi, del movimento delle forze sociali, parve non avvenuto, a

considerare il criterio e il linguaggio con cui quella stampa ragionò

della guerra.

*

Ma questo fatto non ci maravigliò, poichè sarebbe assurdo l’attribuirlo

a ignoranza o a trascuranza della verità; nel qual caso soltanto

potrebbe maravigliare. Esso non fu effetto che d’uno spontaneo e

tacito accordo, non fu che una finzione logica e necessaria, che si

ripeterà in ogni caso simile. Considerare i pericoli d’una guerra

europea sotto l’aspetto che s’è accennato, sarebbe un riconoscere nelle

nuove idee, nell’organizzazione internazionale del proletariato, negli

effetti ottenuti dall’azione del socialismo una potenza, che convien

disconoscere invece, per non ingrandirla nel concetto di chi ci ha

fede e di chi la teme; sarebbe un ammettere che il socialismo domina

già virtualmente la storia. Ora, si tacciono con tanto maggior cura

le verità invise quanto più sono palesi. E questa è così palese per la

prova dei fatti che non c’è più alcuno che, pur negandola, non ne sia

intimamente persuaso. Troppo è manifesto che è la forza crescente del

socialismo la principal cagione per cui non iscoppiò in Europa dopo il

1870 la tanto temuta guerra, benchè tante volte ci siano state propizie

le occasioni politiche e se ne sia predicata l’imminenza. Monarchi,

governi, oligarchie interessate trattenne la coscienza che il terreno è

mal fido per il gran duello e che la lama è mal ferma nell’impugnatura.

In tutti è la persuasione profonda, benchè dissimulata, che v’è una

sola, grande e urgente quistione nel mondo civile, e che, se anche

la guerra potesse compiersi, non sarebbe da quella che una diversione

passeggiera; dopo la quale la quistione suprema risorgerebbe con tutta

l’urgenza di prima nel paese o nei paesi vittoriosi, accresciuta

forse dall’eccitamento febbrile che lascia nei popoli la vittoria,

e divamperebbe come un incendio nei paesi vinti. E forse la prima

causa della lamentata indifferenza delle classi superiori in faccia

al recente pericolo fu quella persuasione; per la quale non credevano,

in fondo, che si sarebbe fatta la pazzia di tentar l’avventura. Così,

mentre si deride l’utopia socialista della pace perpetua, l’utopia va

diventando realtà, in Europa, principalmente per opera degli stessi

utopisti. Di tanto in tanto, quando certi loro interessi si trovano

a cozzo, uno Stato innalza di faccia all’altro, per minaccia, una

gigantesca armatura; ma l’armatura resta là come uno spauracchio, e

dopo qualche tempo è rimessa nell’armeria. È perchè il gigante antico,

a cui i Governi la dovrebbero vestire, ha una nuova coscienza, e la

volontà sua non è più in loro potere. Egli vuol lavorare, non uccidere,

e le conquiste a cui aspira non le può più compiere sotto la loro

bandiera.

Otto frammenti.

Lotte civili · 第 18 / 30 题