collegati per l’interesse comune cittadini di altri molti ordini e ceti
sociali? C’è forse un ceto, una classe qualunque della società che, se
sperasse di conseguire un vantaggio con l’associazione degl’intenti
e degli atti, anche con lo sciopero, anche con l’arma spuntata e
prudente delle minaccie, non lo tenterebbe? Non fecero, non fanno
anche dei ceti borghesi dimostrazioni per le strade, leghe contro
il fisco, intimazioni e minaccie al Governo? Non si sono accordati
degli industriali a chiudere le loro fabbriche, mettendo sul lastrico
una folla d’operai, per forzare lo Stato ad allentare il laccio
dell’imposta? Che c’è di più naturale e di più giusto che i lavoratori
ricorrano anch’essi al mezzo riconosciuto più efficace, al solo mezzo
che possa recare effetti immediati, e di cui hanno avuto tanti esempi
al di sopra di loro? Che se, avendo essi il numero, dalla loro azione
concorde ci viene un’inquietudine che l’azione degli altri non ci
desta, che colpa hanno essi d’essere in molti? È giusto il giudicare un
diritto non per sè stesso, ma dal grado d’apprensione che può destare
in noi chi lo esercita?
— Lasciamo andare il diritto. Quello che mi dà più pensiero è la
molteplicità, la simultaneità, la violenza dei moti, e l’esorbitanza
delle pretensioni, che rivelano un intento lontano, più grave assai dei
desideri presenti.
— Vediamo un po’. Le pretensioni saranno inopportune e eccessive in
certi luoghi e in certi momenti; ma non son tali da pertutto nè sempre:
non si può onestamente affermare il contrario. È la tendenza generale
nelle sue cause e nei suoi effetti generali che bisogna considerare.
Quando, fra cent’anni, si giudicherà con mente di storici il movimento
attuale, chi darà importanza al fatto che esso non sia stato opportuno
e ragionevole in tutte le sue manifestazioni parziali, che in alcuni,
e anche in molti casi e punti le richieste abbiano superato la
possibilità delle concessioni? E a chi non parrà naturale il fenomeno,
che ora si chiama _febbre_ o _contagio_, voglio dire quest’altro
fatto: che l’agitazione si sia propagata con troppa rapidità, che i
moti siano stati simultanei in una gran parte del paese, assumendo
una apparenza, e qualche volta anche un carattere inquietante? Ossia,
che ogni concessione giustamente ottenuta abbia destato intorno
cento speranze inappagabili, che in ogni parte si sia manifestata
una gran furia d’afferrare il momento che pareva più propizio, quello
in cui era lasciata per la prima volta alle moltitudini una libertà
relativa nell’esercizio dei diritti comuni, la quale esse temevano
ragionevolmente che fosse passeggiera come il Governo che s’arrischiava
a concederla?
Il cavaliere tacque un momento; poi rispose, corrugando la fronte: —
non temo le classi lavoratrici; temo chi le consiglia e le muove. C’è
un branco di mentecatti tristi che le hanno nel pugno.
— Ma no, amico; questo è il vostro errore capitale, cagione di tanti
altri errori: quello di credere, di voler credere a ogni costo che
pochi bastino a sommuovere delle moltitudini, a stornarle dal lavoro
per settimane intere, a spingerle incontro a pericoli e a danni, a
farle volontariamente digiunare e patire mille disagi. E perchè lo
farebbero? Dite: per acquistar popolarità. Ma è un gioco rischioso, in
cui la popolarità si può acquistare e si può perdere. Nella più parte
dei casi si perde, e si mette a cimento anche dell’altro. Ma se anche
fosse vero, se bastano veramente pochi a mover le migliaia, questa è
una prova indubitabile che la disposizione nelle moltitudini c’è, che
l’idea, il sentimento, l’impulso interno preesistono, e che quindi
prima o poi, in un modo o in un altro, anche senza quei pochi, il
movimento avverrebbe. In che illusione vivete! Anche i passati governi
dicevano dell’agitazione nazionale che gli agitatori, i colpevoli di
tutto eran pochi, e si cullavano nell’illusione che, sopprimendo quei
pochi, tutto si sarebbe quetato. E credi, amico, credi che non ultima
causa dell’irritazione delle classi lavoratrici è il sentirsi ripetere
eternamente quell’antifona, la quale, insomma, equivale a dir loro:
— Noi sappiamo bene che se un pugno di mestatori non v’istigassero di
continuo per fare il vantaggio proprio alle vostre spalle, voi sareste
incapaci di qualunque accordo fra di voi, di qualunque risoluzione
e azione collettiva diretta all’utile vostro: voi non siete che
un enorme pecorame umano, senza idee e senza volontà, che qualche
ciarlatano spinge di qua e di là a suo talento, ubriacandovi di parole
e d’illusioni. — Come volete che, al sentirsi dir questo, quando pure
sarebbero disposte a seguire i consigli di moderazione che anche dagli
agitatori molte volte ricevono, le moltitudini non siano tentate
a respingerli e a passar oltre, per provarvi che non sono mandre
incoscienti, ma folle d’uomini che pensano col loro cervello e vogliono
con la volontà propria?
Il cavaliere rimase silenzioso, stropicciandosi con le dita un orecchio.
— Vedi — riprese l’amico: — quello che ci fa guardare con animo
inquieto e ostile al movimento presente è il pensiero che in esso
sia un pericolo prossimo per il nostro superfluo, che noi ci siamo
assuefatti a considerare come necessario. Parlo del superfluo, non del
resto, perchè sarebbe insensatezza l’affannarci di quello che potrà
seguire nel mondo quando di noi non ci sarà più che cenere. Ora è certo
che il movimento non potrà aver buoni effetti per le classi lavoratrici
senza sacrifizi gravi della borghesia. Ebbene, persuaditi che questo è
giusto, e rassegnati fin d’ora a quei sacrifizi, rinunzia fin d’ora,
dentro di te, con volontà ferma, al tuo superfluo. Tu vedrai come ti
sentirai sollevato, come si chiarirà il tuo giudizio, con che occhio
diverso guarderai a quello che accade. Il movimento è giusto: ecco la
verità che ci dobbiamo fermare saldamente nella ragione e nel cuore.
La nostra classe, con la rivoluzione italiana, è stata portata su da
un’ondata che a noi parve d’un fiume fecondatore. Ora ci pare onda di
fiumana devastatrice quella che porta su le classi inferiori. E non
è: è un’altr’onda delle stesse acque benefiche. Cerca di metterti con
l’immaginazione in un atteggiamento benevolo verso quelle moltitudini
di cui l’ascensione si turba, e dico: con l’immaginazione del vero.
Fatti sempre presente al pensiero che manca a loro tutto quello che
rende a noi più cara l’esistenza: la soddisfazione del presente, la
sicurezza del domani, il godimento dell’intelletto, il senso della
libertà e della leggerezza della vita. Considera pure che in un tempo
lontano, quando, tenendo conto delle loro condizioni materiali e del
loro stato di cultura presenti, si farà un raffronto fra la vastità
del movimento attuale e il piccolissimo numero di casi di violenza che
l’hanno accompagnato, questo sarà argomento di grande maraviglia. In
fine, se tu non mi trattassi di predicatore, ti suggerirci ancora una
considerazione molto semplice: che sono nostro sangue, che ci son fra
loro i figliuoli delle migliaia che insanguinarono i nostri campi di
battaglia, che sono le ossa e la carne della nazione, anzi la nazione
medesima, in somma, poichè non solo essa non sarebbe senza di loro, ma
non ne potremmo neppur concepire l’esistenza.
Il cavaliere fece uno di quei gesti indeterminati, — coi quali si
scansa di dare una risposta.
— Andiamo, dunque —, rincalzò l’amico sorridendo, e mettendogli una
mano sulla spalla —, tu che sei manzoniano! Ricordati di quello che
dice il Cardinale a don Abbondio, rimproverandolo che la carne l’abbia
fatto tremar per sè, mentre la carità doveva invece farlo tremare per
gli altri: che di quel timore egli si sarebbe dovuto umiliare, che
avrebbe dovuto invocar la forza per vincerlo e che l’amore l’avrebbe
reso intrepido. — Ah! — gli dice — se v’avessero umiliato, offeso,
tormentato, vi direi d’amarli, appunto per questo: amateli perchè hanno
patito, perchè patiscono, perchè son deboli, perchè son vostri.
Il cavaliere continuò a star zitto per qualche momento; ma si sarebbe
potuto dir di lui quello che dice il romanziere del curato: che il
suo silenzio non era più quello di poc’anzi, che s’egli non sentiva
tutta la commozione che la predica voleva produrre, sentiva un certo
dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza
e di confusione.
Non si diede per vinto però, e disse tutt’a un tratto, un po’
bruscamente: — Tu abbellisci ogni cosa.
— Non abbellisco — rispose l’amico — no. Abbellisce la verità chi ne
nasconde i lati spiacevoli. Questo io non faccio nè con gli altri nè
con me stesso. Io non mi dissimulo i guai, i dolori che porteranno
a tutti gli avvenimenti di cui vediamo il principio; prevedo dei
giorni tristi, dei conflitti lamentevoli. Ma guardo pure al di là
di questi, vedo i resultati lontani, uno stato di cose migliore del
presente. In questo pensiero mi conforto. Nel fatto, vedi, io sono
ancora un borghese come te, immobile in un atteggiamento di difesa.
Eppure v’è un recesso in fondo alla mia coscienza, nel quale, come
filosofo antiveggente e previdente nell’avvenire, già svincolato d’ogni
interesse personale del presente, festeggio di nascosto il mio primo
maggio.
— Ah, questo poi — esclamò scattando il cavaliere — io non lo farò mai!
— Non lo puoi giurare, mio caro. Nell’animo d’ogni uomo di cuore e
di buon senso c’è oramai un seme segreto di socialismo, che si può
negare, che si può comprimere; ma che resta e germoglia a nostro marcio
dispetto. Germoglierà anche nel tuo cuore.
— Ne dubito.
— Vedrai.
— Starò a vedere.
Il cavaliere stette un po’ sopra pensiero, e poi, rasserenandosi
all’improvviso, disse all’amico, tendendogli la mano: — Sia come si
sia, non ti nascondo che con le tue parole m’hai un po’ risollevato
l’animo. Che cosa vuoi? Vivo in un cerchio di buona gente che vede ogni
cosa a traverso agli occhiali d’una così maledetta paura!
— Ecco la mia prima vittoria! — esclamò l’amico, stringendogli la mano.
— Ti ho strappato gli occhiali.
Passano le tessitrici.
Nel momento che s’alzavano da tavola udirono il rumore confuso d’una
folla, che s’avvicinava.
Tutti corsero alle finestre e ai terrazzi; la padrona di casa
s’affacciò alla finestra più vicina, con una delle sue figliole.
Venivano innanzi, per una via diritta, le operaie tessitrici,
scioperanti da due giorni; varie centinaia di ragazze e di donne,
fra le quali si vedevano delle teste grigie; tutte in capelli, molte
scarmigliate e coi panni in disordine; gruppi serrati, come grosse
pattuglie, che gridavano parole incomprensibili; schiere di dieci o
dodici, che si tenevano a braccetto e cantavano a voce altissima; molte
scompagnate, che correvano avanti e indietro e rompevano qua e là la
colonna, gesticolando, come se diffondessero una parola d’ordine, e i
canti, le grida, i discorsi, le risa stridule facevano tutt’insieme un
frastuono tra di battaglia e di baccanale, che si smorzava a quando a
quando come nel mormorio sordo d’un fiume, e poi riscoppiava più forte.
Quando le prime furon tanto vicine da poterne vedere i visi accesi e
le bocche squarciate, la signora fece un passo indietro dalla finestra,
esclamando: — Che orrore!
In quel punto si vide accanto uno dei molti invitati, del quale le era
noto il nome da quella mattina soltanto: un amico di suo fratello, un
giovine alto e pallido, che durante il pranzo era stato quasi sempre
silenzioso, e che per questo, o per l’espressione severa e dolce del
viso, le aveva destato curiosità e simpatia.
Il giovine aveva udito la sua esclamazione.
— Infatti — disse pacatamente, con un sorriso —, non è quello l’aspetto
più gentile in cui si possa presentare il suo sesso, signora. Ne
convengo.
La signora rispose con vivacità: — Il mio sesso! Mi perdoni, signore:
lei coglie un brutto momento per farmi osservare che quelle son donne
al pari di me.
— È vero. Ma ci sono delle verità che è bene ricordare appunto nei
momenti in cui riescono più sgradevoli. Io le ho ricordato questa con
un’intenzione cortese: per attenuare in lei una impressione penosa.
Quelle donne sono infiammate da una passione. Una passione violenta è
come una lesione passeggiera del cervello, la quale produce effetti
consimili in tutti gli esseri umani, a qualunque classe sociale
appartengano. Vada a vedere, signora, in una Casa di salute a che cosa
una lesione del cervello riduce la dignità, il pudore, l’educazione, la
gentilezza delle più nobili dame.
— Ma quelle son pazze, signore!
— E perciò fanno mille volte peggio di queste. Ma neanche queste
sono nel loro stato normale, voglio dire in uno stato in cui si possa
giustamente giudicare la loro indole, il loro grado d’educazione, il
loro modo abituale di sentire e di vivere. Pensi un po’, in questa
folla che ci passa davanti, quante donne ci saranno, capaci di fare
i sacrifici più generosi per la loro famiglia, che si strappano il
pane di bocca per i loro figliuoli, che li allattano fra mille cure,
fatiche, privazioni, e quante altre, di quelle che non son madri,
faranno lo stesso.
— Questo lo so; ma non giustifica....
— Non dico per giustificare, signora; dico per rendere lei più
indulgente. Quelle che a lei più ripugna di vedere in codesto stato
di eccitamento scomposto, che paion briache, sono le ragazze. E a me
pure. Ebbene, quando le vedo così, io penso, guardandole, a quante di
esse hanno visto fin da bambine, forzatamente, i più brutti aspetti
della natura umana e del mondo, a quante prima dei vent’anni hanno già
avuto dalla vita delle delusioni tristissime, non confortate neppure
dalle distrazioni dello spirito e dagli agi materiali, che soccorrono
le ragazze infelici della nostra classe sociale; in quante è un vero
miracolo che si sia salvato dai contatti inevitabili della volgarità e
della brutalità umana la bontà dell’animo, l’affetto per la famiglia,
la sincerità dell’amore. E anche penso quanto saranno brevi in loro
la gioventù e la bellezza, e quante di esse, dopo aver perduto l’una
e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro avranno una maturità
più travagliata dell’età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una
vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale. E allora, se è scappata
anche a me l’esclamazione che è uscita dalla sua bocca, signora, me ne
pento... e me ne vergogno, mi perdoni.
La signora non badò alle sue ultime parole: era tutta intenta alle
operaie, che s’erano arrestate sulla piazza, formando un vasto
assembramento, intorno al quale accorrevano curiosi da ogni parte.
Pareva che tenessero consulta sul dove dirigersi, o che aspettassero un
rinforzo d’altre scioperanti; alcune, nel mezzo, agitavano le braccia
come se arringassero le compagne, scoppiavano applausi, la folla si
rimescolava, il gridìo cresceva.
La signora fu presa da una viva inquietudine. — Chi sa che cosa stanno
macchinando, ora! — esclamò. — Ah, fortuna che ci sono ancora dei
soldati.
— È giusto — osservò il giovane con un sorriso leggermente ironico,
che essa non vide. — Pensi a quanti soldati daranno all’esercito tutte
quelle tessitrici.
La signora riattaccò il discorso interrotto. — Ma intanto —, disse
— lei che parla di tante virtù, perchè non sono al lavoro le sue
protette, invece di star qui a far baccano e a spaventar la gente?
— Andiamo, cara signora: supposto pure che siano qui per puro spasso,
bisogna convenire che si danno di questi spassi assai di rado, perchè
li pagan troppo cari. Vogliamo contare cinque giorni dell’anno?
Ebbene, pensi che in tutti gli altri trecento e sessanta, escluse
le domeniche, quando lei si sveglia, esse sono già al lavoro da due
ore; che quando la sera lei ritorna a casa a desinare stanca del suo
giro di visite, esse staranno ancora al lavoro altre due ore, e che
son lì, tutti i giorni, anche nei mesi che lei passa sul mare, o in
collina, o in montagna, e che la maggior parte, con dieci ore almeno
di fatica quotidiana, non guadagnano quanto occorre giornalmente a lei
per l’acqua da profumarsi. A lei, che è buona e ragionevole, non pare
scusabile che facciano del chiasso qualche volta per migliorare un po’
la loro condizione?
— Migliorare! — rispose la signora. — Ma quasi sempre.... Ma nel caso
presente, per esempio, hanno delle pretensioni esorbitanti; tutti lo
dicono; i padroni non possono; si dovrebbero ridurre sul lastrico, per
contentarle....
— Un momento, signora. Supponiamo pure che siano in errore, che abbiano
delle pretensioni inappagabili: il fatto è che esse non lo credono.
Ecco il punto. Credono fermamente che i padroni possano: facendo dei
sacrifici, si capisce. Come può pensare che, se non credessero questo,
farebbero quello che fanno, che, se stimassero impossibili ai loro
padroni le concessioni che loro domandano, vorrebbero, smettendo il
lavoro, costringerli a chiuder le fabbriche, e ridursi a perdere per
conseguenza anche quel pezzo di pane che ora si guadagnano? Dunque
sono in buona fede, dunque sono scusabili. E lo sono anche per un’altra
ragione. Esse vedono intorno a sè, in tutte le forme più appariscenti,
il lusso, la prodigalità, lo sperpero: capiscono vagamente che
tutto questo esce in grandissima parte dal lavoro delle classi a cui
appartengono: domandano che una parte maggiore del frutto del loro
lavoro rimanga a loro invece di convertirsi in superfluo per gli altri:
a chi hanno da rivolgere questa domanda se non a chi le fa lavorare?
Sbaglieranno; quei tali appunto a cui si rivolgono, nel caso attuale,
non potranno contentarle; ma sono pure i soli nei quali esse possano
fondare la loro speranza; se fanno male i conti, sono compatibili, e
anche se non credono al _non possumus_ che loro si oppone, perchè sanno
che è una risposta che si dà quasi sempre, e spesso anche dal ricco al
povero che gli chiede un soldo. Si lasci intenerire un poco, signora.
Basta un po’ d’immaginazione per questo. Pensi come debbono aver
mangiato stamani quelle donne, e a che tavola sederanno questa sera,
e domani; si raffiguri le loro povere case, la loro vita di tutti i
giorni, il centesimo lesinato, l’ansietà continua del giorno che verrà,
le sere eterne che passano ad aspettare con trepidazione il marito o il
padre che non torna, e i mille «no» dolorosi con cui debbono rispondere
ai mille desideri dei loro bambini, tentati nella grande città da tante
cose desiderabili, che essi credono fatte per loro come per gli altri.
— Io saprei sopportare tutti questi sacrifici, se la necessità me li
imponesse —, rispose con accento d’alterezza la signora. — Molte donne
della nostra classe li hanno affrontati coraggiosamente nel periodo
della rivoluzione nazionale.
— Lo credo di lei, e delle altre lo so. Ma convenga che chi non si
trova in tale necessità deve usare qualche indulgenza verso quelli
che vi si trovano, perchè tra il sentirsi capaci di patire e il patire
c’è qualche divario. E poichè lei mi ricorda i sacrifici fatti dalle
«signore» alla rivoluzione, mi permetta di dirle ancora una cosa.
È vero: molte, in quel tempo, hanno sopportato nobilmente povertà,
esilio, separazioni dolorose. Ma crede lei che esse e i loro mariti e
i figliuoli avrebbero fatto quanto fecero se avessero potuto prevedere
che, liberata e unificata la patria, il popolo sarebbe rimasto
perpetuamente nelle stesse condizioni materiali e morali in cui si
trovava allora? Non crede invece che li eccitasse sopra tutto all’opera
la speranza, anzi la certezza che con la libertà e l’unità nazionale
sarebbe cominciato un grande movimento d’ascensione delle classi
popolari verso uno stato migliore di vita, economicamente migliore
per prima cosa, poichè la miseria è il primo degli impedimenti a ogni
progresso civile? E crede che questo movimento d’ascensione, sperato
allora, considerato come l’ultimo e più santo scopo d’ogni lotta, e
desiderato adesso da quanti hanno cuore e ragione, perchè è giusto,
perchè è necessario, perchè è l’adempimento d’una legge del mondo,
crede lei che si produrrebbe se il popolo lavoratore, se queste donne
come tutti gli altri non chiedessero, non si accordassero per strappare
delle concessioni, non si agitassero a quando a quando per sferzare
l’inerzia delle classi superiori, per ricordarci le promesse dei nostri
padri, e anche per impaurire l’egoismo dei soddisfatti?
La signora non rispose.
— E non pensa pure, signora, che l’inquietudine che essi ci danno con
questi perturbamenti dell’ordine sia per la maggior parte di noi una
piccola espiazione dovuta del non aver fatto per loro quanto potevamo,
del non pensare a loro che quando vi ci costringono?
La folla delle scioperanti s’era riformata in colonna, e s’allontanava.
Un’operaia, che era rimasta indietro, passò sotto le finestre correndo,
per raggiungere le compagne. Era incinta.
— Anche quella! — esclamò la signora, accompagnando la sua corsa
faticosa e scomposta con uno sguardo nel quale, però, appariva un
sentimento più di pietà che d’avversione.
Il giovane le disse: — Sentiamo un po’, signora: sarebbe in collera
anche con lo scioperante che quella porta con sè?
— Con quello no —, rispose la signora con un sorriso che non potè
reprimere.
— Ebbene, non lo dev’essere nemmen con la madre perchè, sicuramente, va
a gridare con le altre non tanto per sè quanto per lui. Sia certa che
la spinge alla corsa l’illusione di sentir la sua voce che le dica: —
Va, mamma, va; fatti sentire: avrai forse un pezzo di pane di più, o
otterrai almeno di riportarmi a casa dalla fabbrica un’oretta prima.
La signora ebbe uno di quei movimenti involontari della bocca che
tradiscono una scossa del cuore; ma cercò di dissimularlo, e disse
vivamente, un po’ piccata:
— Ma sa lei che ha parlato come un socialista?
— No, signora —, rispose con dolcezza il giovane —, semplicemente come
un cristiano.
Una tempesta in famiglia.
La sera del sei maggio, la casa del cavalier Bianchini sfolgorava per
la solita festa dell’anniversario del suo matrimonio. Ma, come accade
spesso nelle famiglie, il ricevimento fu preceduto da una burrasca.
La signora aveva fatto un colpo di testa. Informata dal marito delle
nuove idee del figliuolo Alberto, dopo avergli promesso di serbare il
segreto, aveva creduto atto di alta saggezza l’andar di nascosto ad
avvertire il suocero «commendatore», affinchè venisse preparato al
ricevimento e, giovandosi dell’uditorio che avrebbe fatto eco alla
sua voce e rincalzato la sua autorità, ricondusse il giovane alla
ragione; e quella sera stessa, a desinare, aveva annunziato al cavalier
Bianchini il proprio tradimento con una così baldanzosa sicurezza
d’aver fatto bene, ch’egli ne era andato fuor dei gangheri. Quando il
buon Moretti, arrivato il primo, entrò nel salotto, col suo viso rosato
e ilare di vecchio ottimista, vide ancora il suo amico con una faccia
fremente, su cui si confondevano le vampe del Barolo e quelle della
collera, e la signora con l’aria altera e ostinata di chi ha difeso
tenacemente un’idea
Ma il Bianchini sperava ancora di scongiurare la battaglia a forza di
diplomazia. E si mise subito all’opera. Tirato da una parte il Moretti,
gli raccomandò, con viso grave, che non facesse, nella serata, cadere
il discorso sul _primo maggio_ e sulla questione sociale, perchè, su
quell’argomento, sarebbe potuto seguire un urto tra il suocero e il suo
figliuolo, che la pensavano diversamente.
— E perchè mai? — domandò il Moretti con meraviglia. — La discussione
fa la luce: finirebbero con intendersi.
— Ah! è impossibile! — rispose il Bianchini, e insistè, fin che quegli
promise.
Entrarono quasi ad un tempo Alberto e sua moglie, col piccolo Giulio,
e il vecchio dottor Geri — padron di casa — insieme col figliuolo
e col nipote: un ragazzo di sedici anni, che era scolaro d’Alberto.
Questi formavano una triade curiosa: somigliantissimi l’uno all’altro
nonostante le grandi differenze d’età: si vedeva che il ragazzo sarebbe
stato fra vent’anni il ritratto miniato del padre, e dopo altri venti
quello del nonno: erano una dinastia secca e fegatosa; tutti e tre
lunghi e un po’ curvi, tutti e tre sorridenti ad un modo, con la
contrazione facciale di chi si spazzola i denti. Il vecchio aveva un
viso scialbo e sbarbato, che pareva livido per effetto della parrucca
nera e degli occhiali affumicati; di sotto ai quali sporgeva un gran
naso, incurvato a becco sopra una bocca torta e inquieta, che rivelava
i sentimenti non manifestati dagli occhi sempre bassi e vaganti, come
se cercassero qualche cosa per terra. Tutti e tre risposero con lo
stesso sorriso acre alla cortesia festosa con cui furono accolti;
cortesia che il vecchio Geri, come padron di casa, scroccava, essendo
tirato a tal segno, che da anni il cavaliere Bianchini ordinava
e pagava di proprio ogni minima riparazione, per non spender con
lui parole inutili. La sua avarizia era proverbiale anche fuori di
casa sua. Non affrancava mai una lettera, non dava mai una mancia,
e d’estate, per le strade di Torino, quando arrabbiava dalla sete,
prendeva una limonata da mezzo soldo dagli acquaiuoli delle cantonate.
E non solo non faceva mai una elemosina, ma la vista d’un mendicante
lo esasperava al punto che, se avesse osato, l’avrebbe battuto. Aveva
esercitato in altri tempi la medicina, e poi smesso, perchè gli
era sfuggita tutta la clientela, a causa della sua indiscrezione.
Da anni tutte le gioie della sua vita si riducevano a quella di
esser padrone di casa. Per lui un padrone di casa era un cittadino
insigne e benemerito, una colonna dello Stato, che aveva diritto al
più ossequioso rispetto delle autorità e ai più delicati riguardi
della cittadinanza. Scriveva ogni settimana una letterina a qualche
gazzetta, firmata con le iniziali, per lagnarsi dei canti notturni,
dello strepito dei carri, delle trombe dei soldati, dello schiamazzo
degli scolari, di ogni cosa che potesse turbare la quiete del suo
«stabile». E ripeteva come un intercalare, interpretandola a modo suo,
la sentenza del Goethe, che non è un uomo degno davvero di questo nome
chi non ha fatto un figliuolo o piantato un albero o fabbricato una
casa. L’umanità, per lui, si divideva in padroni di casa e pigionali, e
questi erano d’una razza inferiore.
Appena i tre Geri furono seduti, il cavalier Bianchini fece loro a
bassa voce la stessa raccomandazione che al Moretti.
— Capiranno.... c’è dissenso di idee.... se si potesse evitare....
Il vecchio fece le meraviglie, il figliuolo sorrise, cercando con
gli occhi la signora Giulia, soddisfatto di scoprire un lato odioso e
ridicolo nel giovine professore che, per opposizione di natura, gli era
sempre stato antipatico. E stava per fare una domanda, quando entrarono
il Cambiari e sua moglie.
Entrò con loro come un soffio di salute e di buonumore. Quella bella
bruna rotonda, semplice e allegra, e quel pezzo d’uomo dal viso aperto,
sul quale s’univan la bontà, l’intelligenza e l’astuzia, tutti e due
pieni di vita e di parlantina, erano l’immagine della loro casa: una
casa di onesti chiassoni, affollata di figliuoli e figliuole d’ogni
statura, dove si recitava, si ballava, si correva in bicicletta per
le camere, si andava a letto al tocco di notte e si mangiava a tutte
le ore, senza che alcuna contrarietà o piccola disgrazia scolastica o
domestica interrompesse mai il corso delle visite, dei pranzi, delle
scampagnate, in cui si profondeva ogni anno quanto c’entrava. E in
mezzo a quella babilonia il Cambiari lavorava di forza e con fortuna,
smarrendo e ritrovando conti e disegni fra i balocchi e i giornali di
mode, sonando il piano nei ritagli di tempo, schiassando con la prole,
leggendo un po’ di tutto da letto e corteggiando per spasso le amiche
di sua moglie, la cui ridente spensieratezza e ingenua ignoranza di
bella e buona baliona gli rallegravano la vita.
Scambiati i saluti, il cavalier Bianchini condusse in un canto il
Cambiari e gli fece la raccomandazione. Quegli sorrise da prima: poi si
mise sul serio, per cortesia. Certo, il genero e il suocero erano due
teste da non dover lasciar che cozzassero in una quistione di quella
natura. Egli domandò se Alberto fosse sempre fermo nelle sue idee. Il
Bianchini gli rispose di sì, risolutamente, e soggiunse piano:
— E ha ragione! Io son con lui! Sono anch’io per la verità e per la
giustizia!
Il Cambiari lo fissò, sospettando che fosse brillo. Ma il Bianchini gli
voltò le spalle per andare incontro al signor Luzzi e alla sua signora,
che entrò con uno slancio di ballerina.
Il Luzzi e sua moglie erano la coppia più bizzarra della compagnia.
Lui era vicedirettore d’una Società d’assicurazioni, una figura
mingherlina di scolaretto infrollito, mezzo calvo, con due occhietti
di topo, e due minuscoli baffetti neri, che parevan segnati sulla
pelle con sughero bruciato; un viso su cui mostrava un’astuzia che non
aveva, dandosi l’aria di pensare, di sapere, di capire molto di più
che in realtà non facesse. Non si poteva indovinare quanti anni avesse
di là dai quaranta. Passava per un’autorità nella sua professione,
perchè dedicava tutto il suo tempo a escogitare progetti di riforme
amministrative della Società, studiando gli ordinamenti di tutte le
società assicuratrici dell’universo; progetti che eran presi sempre
in grande considerazione, e non attuati mai. Si diceva che avesse una
fortuna; ma egli lo negava risolutamente, con un sorriso sfuggevole.
E parlava pochissimo; ma, fingendosi raccolto nei suoi pensieri, non
perdeva una parola di nessuno.
Nessuno capiva come si fossero appaiati lui e sua moglie, che era
una brunetta ardita di trent’anni, con due occhi che bruciavano,
con un neo graziosissimo sulla guancia sinistra, con un corpicino di
ragazzetta precoce, somigliante a quelle elastiche donnine giapponesi,
che s’appallottolano e s’acchiocciolano così bene sulle stuoie delle
sale e sulle ginocchia del marito, e vestita sempre con un’eleganza e
un gusto perfettamente conformi alla sua bellezza minuta e irrequieta,
tutta guizzi e scatti e capricci che mettevan voglia d’afferrarla. E
con questo mostrava una serietà così intelligente, quando voleva, che
un uomo di Stato le avrebbe parlato di politica come a un provetto
giornalista. Da due soli mesi suo marito era stato trasferito da
Venezia a Torino, dove la signora Giulia aveva riconosciuta in lei
un’antica compagna di collegio, perduta di vista da più di vent’anni;
ma ricordata sempre fra altre cento come lo spirito più turbolento e
più ribelle della scolaresca.
Colto un momento opportuno, il cavaliere Bianchini fece la
raccomandazione al signor Luzzi, nell’orecchio. Costui, senza
guardarlo, strizzò un occhio. Poi gli domandò in tono di compatimento:
— E anche lei, cavaliere, è uno di quelli che credono che esista una
questione sociale?
Il Bianchini rispose gravemente:
— Esiste.
E l’altro:
— È un’allucinazione della borghesia. — Nondimeno promise di tacere.
Dopo questo, andato a raccomandar un’ultima volta la prudenza al suo
Alberto che lo rassicurò, il cavalier Bianchini si soffermò in mezzo
al salotto e girò uno sguardo soddisfatto sulla bella compagnia; fra la
quale durava ancora il baratto dei saluti e dei complimenti con quella
strascicata e verbosa cortesia borghese, che è la contraffazione della
gentilezza aristocratica. Si vedeva però, e si sentiva che mancava
qualcuno, l’invitato più cospicuo, un personaggio tenuto da tutti, in
coscienza o per compiacenza, in gran conto, e da tutti designato con lo
stesso titolo: il Commendatore.
— Verrà il commendatore?
— Non c’è ancora il commendatore?
— Quando avremo il commendatore?
La cameriera annunziò ad alta voce:
— Il signor commendatore!
Entrò prima la signora Paola, una nanetta vestita di scuro, con la sua
aria timida e dolce di buona divota, e la sua inseparabile croce d’oro
appesa al collo, e poi la faccia larga del commendatore, coi baffi
alla Bismarck e i capelli grigi ravviati ad arco sulle tempie: un gran
vecchio solido e pulito, che poteva riuscir simpatico a chi non notasse
l’espressione di durezza che aveva sulla bocca un po’ ricascante dai
lati, e una luce indefinibile che gli brillava a fior d’occhi, non
derivata di dentro, simile al riflesso delle palle di vetro. Si vedeva
che era venuto di mala voglia, per puro dovere di parente.
Alberto, che non lo vedeva da più giorni, andò tra i primi a porgergli
la mano, che egli strinse col suo fare solito, come un direttore
generale a un giovine impiegato. Quando tutti l’ebbero riverito,
rimase in un canto coi due Geri, gli altri sedettero un po’ da tutte
le parti, e incominciò un vivo cicalìo, il solito scambio di domande
che non chieggon risposta, di risposte non udito da chi le ha chieste,
di racconti incominciati e non finiti, attraversati e rotti da altri
discorsi smozzati, da risatine di signore, da esclamazioni di finto
stupore e di finto piacere, da quel palleggio di riempitivi, di
ripetizioni, di tritumi di frasi e di pensieri, che si fa in tutte
le riunioni, prima che siano avviate le conversazioni particolari.
E questo cicalìo continuò fin che i padroni di casa invitarono gli
ospiti a passare nella sala da pranzo, dove ogni anno, quella sera,
era preparata loro un’improvvisata che s’aspettavano. Era, sotto
una illuminazione da altar maggiore, una mostra appetitosa, in cui
fra i mazzi di fiori e le torricelle di confetti s’alzavan le punte
variopinte dei gelati, i colli scintillanti delle bottiglie, le
piramidi odorose dei mandarini, sparso ogni cosa con arte su varie
tavole, in mezzo a uno sfoggio di maioliche, d’argenteria e di
cristalli, che, al primo entrar nella sala, faceva passare un lampo
d’alterezza negli occhi ai due coniugi, concordi in quell’unico
sentimento.
Qui la società, si divise in gruppi, secondo le affinità elettive:
sul sofà più grande, addossato a una parete, le signore giovani e la
ragazza; sur un sofà d’angolo, la padrona di casa e la signora Paola,
col Moretti, fido cavaliere delle vecchie signore; dalla parte opposta
il commendatore coi suoi due Geri; gli altri uomini, ritti accanto
alla gran tavola del mezzo; i due ragazzi sul terrazzino. Era una
bella serata; dagli alberi della piazza veniva una buona fragranza
di fogliame fresco, e le facciate delle case attorno, imbiancate
dalla luce elettrica, facevano alle finestre aperte un lontano sfondo
teatrale, che accresceva la gaiezza della sala.
I vassoi erano già a mezzo sparecchiati e le conversazioni parziali già
avviate da un pezzo, e nessun discorso s’era inteso che accennasse a
quello pericoloso: il cavaliere Bianchini si cominciava a rassicurare.
E ne aveva una viva soddisfazione d’amor proprio, perchè, infine, era
lui, lui Antonio Bianchini, che con la sua saggia politica, con la
eloquenza delle sue raccomandazioni, gravi di profondi significati,
aveva ottenuto il grande scopo. Gli restava un vago timore: che il
commendatore assalisse, anche non provocato; ma dal viso non gli
pareva, e udendo che ragionava della gran quistione della fognatura di
Torino, che era una delle sue intestature, scacciò anche quel timore, e
se n’andò, tutto sereno, a dir barzellette alla signora Cambiari.
Alberto, dal canto suo, risoluto di mantenere la promessa fatta
alla moglie, di non attaccare il lucignolo il primo, non era neanche
scontento d’essere lasciato in pace. E discorrendo d’affari di scuola,
in mezzo alla sala, col Cambiari e col Luzzi, osservava tratto tratto
la moglie di questo, che gli destava ancora la curiosità d’una persona
nuova, non avendo, nei due mesi da che la conosceva, scambiato con lei
che qualche parola.
Ma, a un certo punto, continuando il suo discorso, egli colse a volo
una frase del suocero che discorreva coi Geri:
— Chiunque fa sperare un miglioramento alle classi povere per altra via
che quella della moralità e dell’educazione, le inganna.
Alberto s’interruppe, e disse piano al Cambiari e al Luzzi:
— È il solito giro vizioso. L’educazione non è possibile senza un certo
grado di prosperità materiale, perchè non c’è moralità che resista alla
prova prolungata del bisogno. È come voler curare un malato con una
medicina che non può inghiottire.
— Certo — disse il vecchio Geri, rispondendo al commendatore — la
moralità è nel lavoro.
Alberto scrollò una spalla e mormorò:
— Nel lavoro umano, non nel lavoro che abbrutisce.
Il suocero rispose al Geri:
— È provato, d’altra parte, che c’è dieci volte più poveri per vizio
o per indolenza che per sfortuna. Le statistiche son là. E quel tanto
di povertà che deriva dalla sfortuna non è in potere degli uomini di
toglierlo appunto perchè non è causato da loro. È una verità antica
come il mondo.
— E così il problema è risolto — disse Alberto un po’ più forte.
A quelle parole, il cavalier Bianchini s’avvicinò, col viso del
contadino che vede una minaccia di gragnuola all’orizzonte.
Il commendatore, che aveva sentito, si rivolse direttamente al giovane,
e gli disse con accento autorevole:
— Non è risolto perchè non è risolvibile, caro il mio professore.
Nessuna riforma potrà mai fare che la maggioranza degli uomini non
sia condannata a un lavoro duro e poco pagato. La povertà del maggior
numero è un male costituzionale, cronico, della società; è l’effetto
d’una legge sociale a cui è assurdo di ribellarsi.
A quelle parole, dette con la sicurezza di non aver ribattuta, tutti
tacquero, fiutando una battaglia.
— Non è effetto d’una legge — rispose Alberto; — ma di _leggi_.
— E sia pure, di leggi! Ma di leggi naturali del mondo economico,
altrettanto fisse e immutabili quanto quelle del mondo fisico.
— Fisse? — domandò Alberto, correggendo con l’accento rispettoso
l’irriverenza della forma interrogativa — immutabili?... Perchè? Senza
dubbio, sono fondate su fatti; ma questi fatti sono forse necessità
da potersene dedurre dei principii assoluti? I fatti mutano: possono
dunque mutar le leggi che vi si fondano.
Il commendatore sorrise.
— Sogni! — disse poi. — Non muta, non muterà mai il fatto principale,
che la vita dell’uomo è una guerra permanente contro tutto e contro
tutti, che la fortuna è dei vincitori, e che tutti non possono vincere.
La sola cosa a farsi è di mantener libera, com’è ora, la concorrenza,
che è l’anima d’ogni progresso. Non negherai questo, voglio sperare.
— Mi scusi — rispose Alberto — lo nego.
Il commendatore dilatò gli occhi.
— Non c’è libertà di concorrenza — proseguì il giovane — dove le forze
sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero; e non ci può
essere fin che non siano parificate fra tutti i membri della società le
condizioni iniziali della lotta.
— Le fa forse pari la natura?
— No; ma non si tratta di sopprimere gli effetti delle disuguaglianze
che fa la natura, si tratta di sopprimere le disuguaglianze esistenti
fin dalla nascita fra quegli uomini che la natura ha fatto eguali.
— Queste son legate a quelle, e se anche si potessero sopprimere,
rinascerebbero necessariamente.
— No, quando non fosse possibile altra proprietà che quella che è
frutto del lavoro personale.
— Alla buon’ora! — esclamò il suocero, con una risata, alzandosi da
sedere. — La soppressione dell’eredità! A questo sei già arrivato!
Accetta le mie sincere congratulazioni.
Prima che il figliuolo avesse tempo di rispondere, il cavalier
Bianchini si mise in mezzo, e con un sorriso che tradiva l’affanno,
palpando il petto ad Alberto e rivolgendosi al commendatore:
— Nessuna discussione — disse — nessuna discussione. I giorni di festa
non si discute. Questa sera comando io. Se sento ancora una parola,
spengo i lumi e sciolgo l’assemblea.
I disputanti si chetarono, voltandosi ciascuno a dire le proprie
ragioni al suo crocchio, mentre ripigliava il cicaleccio generale. Ma
tutti e due avevano il viso mutato, e sorridevano con uno sforzo, un
po’ ansanti. Si capiva che, tra poco, avrebbero incrociato i ferri da
capo.
Il dottor Geri, intanto, la riprese subito per conto suo col
commendatore e col proprio figliuolo. Per lui non c’era altro rimedio
ai mali sociali che nel mettere un limite alla moltiplicazione della
specie, con tutti i mezzi possibili, che egli conosceva e accettava
tutti, anche i più duri e ributtanti. Tutte le altre proposte gli
facevano pietà. Era un’idea fissa, che gli era stata trasmessa, come
un «tic» ereditario, da suo padre medico, il quale aveva conosciuto nel
1830 il Malthus, quand’era professore d’economia politica a Haileybury,
e s’era entusiasmato della sua persona e della sua teoria. Per lui il
Malthus era uno dei più grandi benefattori dell’umanità. E lo nominò
dieci volte in trenta parole.
La signora Cambiari, alla quale quasi tutti i nomi celebri riuscivan
nuovi, stupita e contenta di conoscer quello, si voltò verso il vecchio
Geri e gli disse ad alta voce:
— Ah! Malthus! Quello che non vuol più bambini?
Tutti risero, perfino il Geri. Ma subito si rifece serio e ripigliò il
suo discorso:
— L’avvenire è per la sua dottrina. Quando il basso popolo ne sarà
persuaso e la metterà in atto, il mondo sarà mutato.
— Ah, signor dottore! — disse la signora Luzzi — non parli di quel
tristo prete, un misantropo, nemico dell’amore, un uomo brutale e
ripugnante.
Ma il vecchio Geri non discuteva con le signore. E continuò:
— Frenare la produzione degli affamati, non c’è altro. Tutti i nostri
mali derivano dall’essere in troppi a voler star bene.
Il Moretti saltò su dall’angolo opposto della sala, gridando con la sua
voce di galletto:
— No, signor dottore! Non c’è un uomo solo di troppo sulla terra! Ogni
uomo è produttore! Tre quarti della terra sono incolti per mancanza
d’uomini!
Il Cambiari disse:
— In nessun paese s’è mai verificata la teoria delle due progressioni.
Il Moretti rincalzò:
— E poi, col moltiplicarsi degli uomini, si moltiplicano, e più presto,
le piante e gli animali che li alimentano.
E Alberto soggiunse:
— Migliorate le condizioni economiche delle classi inferiori e saranno
meno prolifiche per la stessa ragione che lo son meno le altre classi.
Il dottor Geri fece un segno di compatimento a tutti e tre, e domandò
in aria di dubbio ad Alberto:
— Conosce lei la teoria del Malthus?
Alberto si piccò.
— La conosco — rispose — e mi pare una teoria molto comoda per
dimostrare che la miseria è inevitabile e salvare il nostro egoismo da
ogni rimprovero della coscienza.
— Queste sono ragioni di sentimento — ribattè il dottore. — Il fatto
innegabile è che per far aumentare i salari dei lavoratori non c’è che
diminuire l’offerta delle braccia. Questa è matematica. Che altro mezzo
propone lei?
Il commendatore lo toccò col gomito, e gli disse con ironia:
— Ma non l’ha già detto, che il mezzo è l’abolizione della proprietà?
Alberto si voltò, punto sul vivo, e rispose:
— Loro dicono abolizione della proprietà come direbbero abolizione
della luce, o qualche altra cosa soprannaturale e impossibile. Ma
questa divina proprietà non è esistita sempre nè da per tutto. Come
la società l’ha istituita, la può togliere, o piuttosto, trasformare;
chè infatti non si tratta di altro. La forma della proprietà non è
forse in stato di variazione continua? Tutte le forme di essa, che
ora ci paiono più strane, esistettero, e ne esistono ancora degli
esempi. La proprietà ha seguito le trasformazioni della produzione.
Ora la produzione è diventata collettiva e la proprietà dei mezzi
di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i
disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che
li produce.
— Parole sonore e vuote come i tamburi, — replicò il suocero. —
E tu credi che nello stato attuale della civiltà sia possibile lo
svolgimento della personalità umana, l’ordine della società e il buon
assetto della famiglia, senza la proprietà?
— È indispensabile la proprietà a questo fine, secondo lei?
— E chi può dubitarne?
— E allora, come non trova giusto che i sette decimi della popolazione,
che lavorano e non hanno proprietà nessuna, ne vogliano la loro parte?
Ciò che è im-pos-si-bi-le a ottenere senza far la proprietà collettiva?
Il suocero fece un atto di commiserazione, alzando gli occhi alla vôlta:
— La proprietà collettiva! Dei del cielo! C’è ancora qualcuno che ne
parla sul serio? Io credevo il collettivismo sotterrato e decomposto da
un pezzo!
Alberto fece per rispondere; ma il Geri figlio, col suo sorriso
sprezzante, prendendo la parola la prima volta, lo prevenne con
l’argomento solito:
— Un momento.... Tolta la proprietà individuale, che è quanto dire la
speranza di arricchire, mi dica lei: dove sarà lo stimolo al lavoro?
— Scusi, — rispose Alberto, con freddezza — la grandissima maggioranza
dei lavoratori d’adesso è la speranza d’arricchire che li stimola
al lavoro? E i centomila impiegati, che mandano avanti tutte le
amministrazioni piccole e grandi, lavorano per arricchirsi?
Il Geri scrollò il capo.
— Ma al lavoro libero, a quello dei più intelligenti della nostra
classe, che lavorano il doppio del dovere d’ogni onest’uomo, e
unicamente per far fortuna, che stimolo rimarrebbe?
— Ma se hanno coscienza di fare un lavoro utile alla società....
No, questo è un tasto che non suona. Le dirò invece: Crede lei che
l’eccesso d’attività che quelli spiegano ora per far fortuna vada tutto
a vantaggio della società? Non conta per nulla tutte le birbonate che
per far fortuna si commettono? e il danno che si fa agli altri? e la
vita arrabbiata che si conduce? e la corruzione che si semina?
Il Geri scambiò uno sguardo e un sorriso col commendatore; ma prima che
rispondesse entrò di mezzo il Moretti, dicendo:
— Un’obiezione capitale, caro amico, capitale. Lasciamo da parte il
lavoro meccanico. Io domando che stimolo avrebbe il più difficile, il
più prezioso, il più benefico dei lavori, quello degli inventori!
— Ma signor Moretti! — esclamò la signora Luzzi dal suo sofà. — Non si
dice anche adesso che tutti gli inventori muoiono all’ospedale?
Molti risero. Alberto guardò con curiosità la signora; poi disse:
— A lei, signor Moretti, risponda. — Ma mentre questi cercava la
risposta, il commendatore, irritato che al giovane rimanesse anche
solo un’apparenza di vittoria, gli andò a piantar davanti la sua mole
maestosa, con l’aria di volerla far finita, e fra l’attenzione di
tutti, che aspettavano il colpo di grazia, gli domandò:
— Dunque tu sei per lo Stato collettivista?
— Sì — rispose Alberto.
— Sei per lo Stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che
resta solo e unico proprietario di tutto ciò che regola i prodotti,
che tiene in bilancia tutti gl’interessi, che governa la vita e il
progresso d’un popolo come il cammino d’una mandra di pecore? Dimmi
questo soltanto. Dimmi se hai mai pensato, almeno per un quarto d’ora,
all’assurdità di questo Stato prepotente e strapotente, che avrebbe
bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico appetto al quale il
nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti
i difetti e gli errori di lentezza, di imprevidenza, di confusione, di
spreco che già si rimproverano allo Stato attuale? Dimmi se hai pensato
a questo, perchè io sappia se debbo continuare o no a ragionare.
Dando uno sguardo intorno prima di rispondere, Alberto vide sua moglie
col capo basso, come già vergognata della cattiva figura che egli stava
per fare: n’ebbe dispiacere e ne prese animo.
— Stia tranquillo — rispose — potrà continuare a ragionare. Lo Stato
che lei ha definito non è quello del socialismo. Loro giudicano questo
da quello, come se l’uno non fosse che l’altro ingrossato, e qui è
l’errore. Lasciamo pur stare che neanche ora lo Stato fa tutto male,
come non fa tutto bene l’iniziativa privata; che se non fa sempre
bene, non è almeno interessato a far male, come i privati son troppo
spesso, e che se bene non può fare in molte cose è perchè, fuor della
classe privilegiata di cui è in mano e che lo sfrutta, non trova, per
questa ragione appunto, che diffidenza e ribellione. Lasciamo anche
stare che, con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi
invocate l’intervento dello Stato per sopprimerla ogni volta che avete
un interesse di classe da salvare, e che è assurdo il parlare di libera
concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi,
ossia creando un monopolio. Ma è una fiaba che il socialismo voglia uno
Stato onnipotente, un autoritarismo senza limiti. Il socialismo vuole
uno Stato che serva la nazione, non che governi nel senso d’ora, che
sia subordinato alla società, non che la domini. E non ha da essere un
organismo prefisso e immobile, ma una forza d’organizzazione che si
perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi
secondari, in corpi di governi locali, in un gran numero di meccanismi
inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto
l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita
sociale.
— «Fata viam invenient» — disse il Cambiari.
Il commendatore voltò verso l’ingegnere il sorriso compassionevole che
aveva preparato per il genero, e gli disse:
— Signor Cambiari, avrebbe anche lei perduto il bene dell’intelletto?
— Ma no — rispose questi tra il faceto e il serio, con l’aria di chi
gode a soffiar nelle dispute. — Trovo giusta l’idea d’Alberto, che
per l’organizzazione della Società, come i socialisti la vogliono,
si debba anche tener conto della cooperazione dei fatti. Mi permette
d’esprimer tutto il mio pensiero? L’edifizio futuro si costruirà come
si è costrutto il presente, che fu tirato su ed accomodato a poco a
poco dalle generazioni, secondo i loro bisogni, che mutavano, e secondo
le norme successive dell’esperienza. Non si può quindi giudicare fin
d’ora quello che sarà per l’appunto lo Stato socialista, nè pretendere
che qualcuno lo dica. Si vedrà. — E soggiunse, accarezzandosi il mento:
— Sapeva la borghesia francese dell’89 che governo avrebbe costituito?
Voleva il potere politico per fare i suoi affari a comodo suo; ma non
prevedeva nemmeno la repubblica, non prevedeva nemmeno che cosa sarebbe
stato la sua costituzione economica. — E non essendo guardato dal
commendatore, mise fuori due dita di lingua.
Quegli lo fissò, quand’ebbe finito, e disse, dondolando il capo:
— Lasciatevi dire una cosa: mi fate pietà tutt’e due. — E voltò
le spalle; mentre il Cambiari si stropicciava le mani, come chi ha
fatto uno scherzo ben riuscito, e il cavalier Bianchini rivolgeva un
atto supplichevole al figliuolo, perchè tacesse. Questi acconsentì
mordendosi le labbra. Ma il vecchio Geri tornò all’assalto.
— O mi dica un po’, signor professore? — disse con voce dottorale. —
Tutte le istituzioni sociali, proprietà, famiglia, stato, religione,
son legate fra di loro intimamente; non si può toccare l’una senza
toccare l’altra: che cosa farà della famiglia?
— Sì, sentiamo — dissero altre voci — che cosa farà lei della religione
e della famiglia?
E il Geri giovane, dando un’occhiata alla signora Giulia, soggiunse:
— Avrebbe in proposito le idee di Maria Zara?
Quasi tutti risero.
— Che orrore! — esclamò la signora Giulia.
La vecchia Bianchini fece un atto di ribrezzo. Non avevan mai
letto nulla di lei; ma sapevano chi era, una specie di petroliera,
un’apostolessa e praticante dell’amor libero, la ganza di tutto
il partito, una donna da non nominarsi fra gente per bene. La sua
reputazione era così orribile che Alberto, benchè la sapesse una donna
onestissima e immensamente buona, non s’attentò neppure a difenderla.
— Che cosa farà lei della famiglia? — domandò di nuovo il dottor Geri.
Alberto non aveva ancora idee ferme su quell’argomento, che era il
più pericoloso di tutti; ma capì che non poteva ceder su quello, senza
lasciar il sopravvento agli avversari anche negli altri.
— Non creda di sgomentarmi con questa domanda — rispose, ostentando
sicurezza d’animo.
— Neanche la famiglia non è una istituzione immutabile: si modifica e
progredisce col progredire della società; col mutarsi della condizione
sociale della donna. Questa è molto mutata dal passato, anche lei lo
deve riconoscere. Ora, come la famiglia d’oggi non è più quella del
medio evo, così essa assumerà necessariamente un’altra forma quando la
donna sarà affrancata dalla servitù economica e avrà tutti i diritti
dell’uomo.
S’alzò un grido di protesta.
— Le idee di Maria Zara! — esclamò il Geri figlio.
— E di Luisa Michel! — gridò il suocero. — Ora farai l’apologia degli
orrori della Comune!
— Eh, lasciamo stare gli _orrori_! — rispose Alberto, cominciando a
irritarsi. — In servigio di tutte le cause si commisero degli orrori:
la religione ebbe i roghi e la tortura, e la difesa della proprietà
male acquistata fu sempre più feroce che gli assalti della fame.
— Ma se lo dicevo — gridò il commendatore — che avresti anche difeso i
fucilatori dei prigionieri!
— Non è vero! Io non difendo nè chi ammazza i prigionieri in nome della
rivoluzione, nè chi li macella in nome dell’ordine.
— E non fai differenza fra gli uni e gli altri! — ribattè il suocero,
scoppiando.
Qui s’intromise da capo il Bianchini padre, supplichevole, e con lui
la signora Giulia e la sorella d’Alberto, accarezzando l’uno e l’altro
e sospingendoli dolcemente da due parti opposte, fin che il cerchio
si spezzò in vari gruppi, e la battaglia si ruppe in una serie di
scaramucce.
Vicino alla finestra, nacque una discussione intorno alle condizioni
degli operai fra il dottor Geri, il Cambiari e il Moretti, ai quali
s’aggiunse la signora Luzzi. Il dottor Geri affermava che i salari
erano aumentati in proporzione dei prezzi delle derrate.
— Questo vorrebbe dire — osservò il Cambiari sorridendo — che siccome
erano scarsi prima, sono insufficienti anche adesso.
— Il pane è ribassato.
— Ma è rincarata la carne.
— È scemato il prezzo del riso.
— Ma son rincarati il vino, l’olio, lo zucchero, il caffè.... lo
spirito....
— E le pigioni, signor dottore? — domandò la Luzzi.
— Ma che pigioni! — rispose il dottore. — Badiamo ai fatti generali. Il
fatto è che gli operai vestivano di grossa tela, ora veston di panni;
che andavano a piedi nudi, e ora portan le scarpe, e sono alloggiati
meglio d’una volta. Oltredichè godono dei vantaggi comuni della civiltà
progredita: strade ferrate, gas, luce elettrica, acqua potabile,
giardini pubblici, musei aperti a tutti. Conta per nulla lei tutto
questo?
— Ma questi vantaggi li pagano con le tasse.
— O che tasse paga chi non ha quattrini?
— Ma come! Non sa che ogni operaio che guadagni tanto da vivere paga il
venti per cento del suo salario in tasse indirette?
— Ma che venti per cento! Si sa come si fanno questi calcoli.... E poi
consideri le case operaie, gli istituti ospitalieri, i bagni popolari,
la maggior igiene, che diminuisce le malattie infettive. Una volta eran
decimati dal vaiolo....
— Già — disse scherzosamente la Luzzi. — Come osano di lamentarsi? Son
vaccinati!
Fu una risata. Alberto, sopraggiunto in quel momento, le disse:
— Brava, signora Luzzi! Val più una delle sue bottate che tutti i
nostri ragionamenti.
La discussione continuò; ma da qualche minuto il Cambiari s’era
staccato dal gruppo e discorreva con la signora Paola, seduta accanto
alla madre d’Alberto; questa sdegnata, quella stupefatta e quasi
tremante per la disputa che aveva ascoltato. L’ingegnere finiva
di confonderle la testa dicendole che il socialismo non era che
la risurrezione del cristianesimo, e citandole cardinali e vescovi
tedeschi, inglesi e americani che avevano espresso idee socialiste.
— Ah! non è possibile — rispose la signora. — Non scherzi su questo
soggetto, signor ingegnere!
— Come, non è possibile? Ma, cara signora, sono fatti sacrosanti. E i
padri della chiesa? Lei rispetterà i padri della chiesa. Ebbene, San
Clemente ha detto che «tutto dovrebbe appartenere a tutti», San Basilio
ha detto che «il ricco è un ladro», San Giovanni Crisostomo che «tutti
i beni dovrebbero essere in comune».
La signora lo guardò; poi scosse la testa.
— Ma non avran detto proprio così. Lei m’ha l’aria d’inventare. Se il
mondo è com’è, è perchè il Signore vuole che sia così. Se Sua Santità
benedice anche i ricchi, vuol dire che la ricchezza non è una colpa.
— Sua Santità? Ma Sua Santità è un socialista dichiarato. Non sa che
in una sua pastorale, quand’era vescovo di Perugia, ha detto che gli
operai sono «sfruttati da una cupidità senza viscere»?
— L’avrà voluto dire in un altro senso. Lei si vuol burlare di me. Che
gusto ci ha a tormentarmi?
— Ma no, lei vedrà.... finirà con diventare anarchica. — E le parlò
del suo famoso anarchico, il Baldieri, che aveva un libro terribile
di propaganda tutto fatto con frasi delle Sacre Scritture, e che a
sentirlo parlare, alle volte, pareva un sacerdote sul pergamo.
— Ah! che profanazione! E lei sta a sentire di questi orrori?
E si voltò a chiedere soccorso alla signora Bianchini. Ma questa s’era
avvicinata a un crocchietto dove il Geri figlio, ridendo, ma schizzando
bile dagli occhi, metteva in burletta lo Stato collettivista:
— .... E così avremo lo Stato muratore, fabro ferraio, calzolaio,
contadino, filatore, stampatore, impresario d’omnibus e di tranvai. Il
debito pubblico sarà trasformato in «titoli di consumazione» e invece
della moneta si avranno i «buoni di lavoro». Non fo celia, signori
miei. Sono profezie stampate. E siccome i valori delle cose non saranno
più determinati che dal tempo necessario a farle, così, vedete, non si
comprerà più, per esempio, un soprabito da cento lire, ma un soprabito
da cento ore; si comprerà tre quarti d’ora di sapone, un quarto d’ora
di spago, cinque minuti di zolfanelli. E le fatiche più penose essendo
le meglio retribuite, un’ora di lavoro alle fogne frutterà quanto due
ore di lezione d’un professore di letteratura. E non più proprietà
privata. Ciascun italiano sarà proprietario d’un trenta milionesimo
della proprietà nazionale. Non ci sarà più nè mercato, nè borsa, nè
pigioni di casa, nè lusso, nè servitori, nè serve: la cucina sarà
un’istituzione sociale....
Gli uditori ridevano. Ma egli tacque vedendo avvicinarsi Alberto, che
l’aveva inteso, e si guardarono l’un l’altro nel bianco degli occhi,
con un sorriso sarcastico. La signora Bianchini prevenne l’urto,
facendo in là il suo figliuolo, e gli disse a voce bassa, risentita:
— Ma dove hai la testa? Per che via ti metti? Il commendatore è
indignato. Non ricominciare. Che cosa diventa la nostra casa!
Alberto non rispose. Aveva ancora un peso sul cuore, un bisogno
prepotente di lotta e di sfogo, stimolato anche dallo stato
d’eccitazione in cui si trovava tutta la compagnia. Uno dei più
eccitati era il Moretti, che incantucciava ora l’uno ora l’altro,
per esporgli i suoi progetti, coi quali risolveva la gran quistione.
Sgusciatogli di mano il cavalier Bianchini, che aveva altro pel capo,
egli afferrò il signor Luzzi, per comunicargli una sua nuova idea, che
era di fondere insieme tutte le società cooperative di consumo, per
formarne una sola immensa, che abbracciasse tutti i generi, e in cui
entrassero a poco a poco tutti i cittadini dello Stato.
— Stia bene a sentire. La cifra degli affari di questa società sarebbe
uguale alla cifra totale della consumazione d’Italia, e pari a un
dipresso a quella della produzione. Ebbene, quando questa gigantesca
cooperativa sarà in grado di comperare tutta la somma della produzione
annuale della nazione, è evidente che sarà assolutamente padrona,
non solo del commercio (si sottintende), ma di tutte le industrie
produttive; e allora le potrà comprare, e le comprerà. Ed ecco sciolta
pacificamente la gran quistione che affanna il mondo! Che cosa ne dice?
Ma il Luzzi, che non credeva alla _gran quistione_, sogghignò, come
se non prendesse sul serio nè il progetto di lui, nè tutte le altre
chiacchiere che sentiva da un’ora.
Allora il Moretti, con l’immaginazione sempre più accesa, agguantò
il Cambiari, e mise fuori un’altra pensata. — Chi sa, la quistione
sociale avrebbe avuto forse una soluzione affatto diversa da quella
che il socialismo proponeva; una soluzione fatta balenare dall’ultimo
congresso dei naturalisti a Berlino, nel quale s’era espresso il
concetto che, per mezzo dell’elettricità, fosse possibile trasformare
la materia prima in alimento. Non aveva detto il chimico Meyer che
si potrebbero convertire in cibo le fibre legnose, e un altro, che si
sarebbe fatto una specie di pane con la pietra?
— Ma certo! — rispose il Cambiari. — E sarebbe una cuccagna, per
noi, che abbiamo gli Appennini e le Alpi. — Ma lasciò ad un tratto il
Moretti, udendo Geri il giovane e Alberto, che discutevano acremente in
mezzo alle signore.
— E crede lei — domandava il Geri — che una massa d’operai ignoranti
potrebbe da sè sola mandare avanti le industrie?
— E chi le dice che le manderebbero avanti gli operai ignoranti? —
ribattè Alberto. — E adesso, sono forse i capitalisti, in generale,
gli azionisti, i padroni, insomma, che mandano avanti le industrie più
grandi? Non sono dei salariati come gli operai, dal primo ingegnere
all’ultimo computista? Che cosa sarebbe mutato, mi dica, con la
soppressione del capitalista, rimanendo nella società il capitale! E
crede che tutta l’intelligenza e la scienza che ora fanno andare il
mondo non accetterebbero, per necessità, la nuova condizione di cose,
continuando a fare la parte loro?
— No, mai! — rispose il Geri. — Piuttosto che annientarsi, si farebbero
annientare. Non si piegherebbero al vostro dispotismo.
La signora Luzzi lo rimbeccò.
— No, signor Geri — disse. — Gl’intelligenti, i dotti si
convertirebbero a mille per volta, come s’è sempre visto. E tutti
proverebbero con dei documenti d’essere stati socialisti fin
dall’infanzia.
Il Geri le lanciò uno sguardo come una frustata e Alberto la guardò con
viva simpatia. Ma la discussione ripigliò, inasprendosi, e cadde d’un
salto sulla quistione del diritto al lavoro.
— Non c’è senso comune! — disse il Geri. — Come ci sarà del lavoro per
tutti, se ora già ne manca, e se, soppressi i ricchi, avverrà un’enorme
diminuzione nei consumi?
— Non ci ha altro argomento?... Ma questa diminuzione sarà ampiamente
compensata dal maggior consumo della grande maggioranza, messa in
condizioni migliori; maggioranza che ora, per la scarsità dei salari
e per la disoccupazione, consuma appena lo stretto necessario, e anche
meno!
Il Geri levò gli occhi in alto, come per dire: — Che spropositi!
— Ma come si farà allora — disse forte — a mantenere la produzione
a paro coi nuovi bisogni, che cresceranno enormemente, e in
corrispondenza all’aumento della popolazione, che sarà effetto della
vita migliorata?
— E c’è bisogno che io glielo spieghi? Ma è chiarissimo! Si raddoppierà
il prodotto della terra in virtù della grande cultura razionale,
impossibile ora per il frazionamento della proprietà.... Un momento,
mi lasci finire.... Si svolgerà largamente il macchinismo circoscritto
ora dalla sovrapproduzione, dal basso prezzo del lavoro umano, dalla
insufficienza del capitale privato, e ci sarà un maggior numero di
lavoratori per la soppressione dei parassiti, degli intermediari,
dei produttori di cose inutili. — E vedendo il Geri ridere, soggiunse
bruscamente:
— Ma come non lo capisce?
— Ma come non capisce lei che gira in un povero circolo vizioso?
— Ma lei lo chiama vizioso perchè non è capace d’uscirne!
In quel punto, per fortuna, il dottor Geri prese per un braccio il
figliuolo, e gli osservò che non era conveniente il prolungar quella
discussione col professore in presenza del suo scolaro, il quale stava
lì a sentire, con gli occhi scintillanti di compiacenza maligna. E
nello stesso tempo Alberto si sentì tirare il vestito da sua moglie,
che lo scongiurava di quetarsi.
Seguì una breve tregua agitata, mentre la cameriera riportava attorno i
vassoi, e il cavalier Bianchini notò con vivo rammarico che il Geri, il
commendatore ed Alberto, nell’atto di recare il bicchiere alla bocca,
avevan le mani tremanti: pessimo segno.
Intanto tutte le signore, meno la moglie dell’ingegnere, eran passate
nel salotto, dove commentavano a bassa voce la discussione. La signora
Paola, la madre e la moglie di Alberto erano turbate, avevano tutte un
presentimento che sarebbe finita male, che qualche cosa di molto triste
per la famiglia dovesse accadere quella sera. Soltanto la signorina
Ernesta taceva, ma col viso pensieroso, con due fiammelle guizzanti nei
piccoli occhi neri e dolci, che annunziavano un fermento insolito di
idee.
Nella sala da pranzo si tornavano a sentire delle voci concitate.
Sopraggiunse la signora Cambiari, ridendo, e disse:
— Hanno ricominciato. Oh questi uomini! Tiran fuori delle parole così
stravaganti! — E provò, ma non riuscì a dire: _socializzazione della
terra._ — No, non ci riesco: mi fa starnutare. Provi un po’ lei,
signora Luzzi.
Ma, vedendo che la signora Giulia era inquieta, la esilarò un momento,
dicendole con la più grande ingenuità:
— Ma io credo che il signor Alberto faccia per celia, per stuzzicare un
poco quei signori. Lo confesserà all’ultimo, vedrai, e tutto finirà in
una risata.
Poi fecero tutte dei complimenti alla signora Luzzi per lo spirito
che aveva mostrato nella conversazione, e il Cambiari, entrando, ci
aggiunse il suo. Mentre le altre non sentivano, le disse piano, con
gravità comica, guardandola negli occhi:
— Lei è socialista?
— Non so — rispose la signora — ma ho le mie idee. Non foss’altro
che perchè il socialismo vuol fondare il matrimonio sull’amore, sulla
dignità umana, mentre ora non è che un contratto mercantile.
— Lei vuole la libertà della donna?
— Certo.
— È forse schiava, ora? Non è forse la donna che impera?
— Sì, le donne belle. Ma le altre?
— Perchè s’interessa lei delle altre?
La Luzzi rispose seria:
— Un complimento non è una ragione.
Il Cambiari la fissò ancora, e gli balenò il sospetto che quel
socialismo non fosse schietta farina, che nascondesse un suo disegno
sopra il bel socialista, a danno del brutto vicedirettore. Ma udendo
la voce del commendatore che parlava con acrimonia straordinaria,
rientrarono tutti in fretta nella sala da pranzo.
L’oratore, in piedi, parlava ai due Geri, fingendo di non badare
ad Alberto, della lotta fra capitale e lavoro. No, per quanto
armeggiassero con società di resistenza, coalizioni internazionali
e l’inferno, il capitale non sarebbe stato mai soggiogato; anche
a costo di far da per tutto come a Melbourne, in occasione dello
sciopero famoso dei cavatori di carbone, degli accenditori del gas
e dei facchini, quando s’erano uniti in lega ingegneri, avvocati,
ecclesiastici, impiegati, studenti, e avevan lavorato alle officine,
improvvisata l’illuminazione elettrica, caricato e scaricato le navi
con le proprie braccia. No, piuttosto di subire la prepotenza del
numero, sia d’operai, sia di contadini, si sarebbero inventate macchine
su macchine, si sarebbe ridotta a pascolo mezza l’Europa, si sarebbero
fatti venire lavoratori industriali e agricoli dalla China e i negri
dall’Africa.
— E le scimmie! — aggiunse Alberto, non potendosi più contenere. —
Perisca il mondo, purchè si salvi il capitale e duri lo sfruttamento.
Il suocero si voltò, come sferzato da quella ultima parola, che egli
odiava, e urlò quasi:
— Eh! finiamola una volta con questa parola bugiarda, di cui ci empite
gli orecchi! Di che sfruttamento andate cianciando? In che maniera il
capitalista sfrutta l’operaio, se questi può accettare o respingere le
condizioni che egli propone? Come può il capitalista esser tiranno se
l’operaio è libero?
— Libero?... — ribattè Alberto. — E io dico dal canto mio: finiamola
con questa parola bugiarda di libertà. Chi non ha nulla non è libero,
perchè non può aspettare e non si può muovere. Il capitale può
aspettare e può muoversi. Non c’è libertà reale di contratto fra chi ha
bisogno del pane e chi può rifiutarlo.
— E allora non è libero neppure il capitalista, perchè è costretto
dalla concorrenza a dare il meno possibile: la intendi?
— Poichè la intende lei! Ma il male è appunto nella concorrenza, che il
socialismo vuol sopprimere.
— Ah! È dunque una forza maggiore che il capitalista subisce. Che ci
venite a blaterar d’ingiustizia, allora?
— Ma l’ingiustizia c’è ugualmente, e patentissima È che il capitale
pretende e si appropria una parte che non gli spetta.
— E quale parte? — domandò il suocero, sogghignandogli in viso.
— Quale parte? — domandarono insieme i due Geri.
— Ma è chiaro. Quando il capitalista ha cavato dal guadagno
gl’interessi del capitale che impiegò nella produzione, e tutte le
spese, e la quota annua d’ammortizzamento, e anche un largo compenso
per il suo lavoro personale (se lo presta), con qual giustizia si
appropria il resto, invece di ripartirlo fra tutti i lavoratori che
hanno concorso alla produzione?
Il commendatore e i due Geri si guardarono un momento in aria di
stupore, come credendo d’aver franteso; poi diedero in una risata.
— Questa è enorme! — esclamò il suocero, fingendosi esilarato. — Ma se
l’appropria come premio per il rischio che ha corso il suo capitale!
Negherai, professore, che c’è un gran numero d’industriali che vanno in
rovina?
Alberto fremè a quell’interrogazione burlevole; ma il suocero non gli
lasciò il tempo di rispondere.
— Venga lei — disse — signor Cambiari, che pure poco fa gli dava
ragione: venga lei a spiegare questa elementarissima verità al suo
amico.
Il Cambiari, col suo sorriso astuto, s’avvicinò al gruppo, lisciandosi
il mento, e disse con molta placidità:
— In questo, mi scusi.... sarei piuttosto d’accordo col mio amico.
Il rischio esiste per questo o per quel capitalista, per Tizio o per
Caio, ma non per la classe intera, nella quale rimangono ad ogni modo
i profitti. Mi spiego? Poichè, non essendo i capitalisti collegati,
ma in lotta fra di loro, quello che l’uno perde l’altro guadagna. Non
è forse vero? Per la qual cosa, se taluni si rovinano, se il lavoro
dei loro salariati non ha dato un prodotto rimuneratore, non se ne può
dedurre.... dico il mio parere.... che debba il lavoro fortunato degli
altri operai esser defraudato d’una parte del compenso che gli spetta,
e questa parte accumularsi tutta a vantaggio del capitale.
— Ecco l’argomento — disse Alberto.
I tre avversari guardarono prima il Cambiari e poi si guardarono tra
loro, come per dirsi:
— Costui vuol fare il buffone alle nostre spalle.
— Ma questi sono miserabili cavilli da avvocato — rispose il
commendatore. — Ma appunto perchè non sono collegati tra di loro è
logico e giusto che ciascun capitalista pensi a sè solo!... — Poi
scrollò le spalle. — Ma io son ben ingenuo a risponderle. Lei non parla
sul serio. Io non discuto più nè con chi manca di sincerità, nè con chi
manca di senso morale.
Alberto si scosse.
— Mi spieghi — disse con accento quasi di comando — perchè manco di
senso morale.
— E hai bisogno che te lo spieghi! Ma è perchè non comprendi, non senti
che non si potrebbero attuare le tue idee senza commettere un’odiosa
spogliazione, senza violare il più sacro diritto.
— Quale «più» sacro diritto? C’è qualche diritto superiore a quello
che ha la società di modificare i propri ordinamenti? Lo stato moderno
non è forse fondato sul diritto delle maggioranze? Chi si potrà opporre
alla maggioranza quando essa vorrà valersi di questo suo diritto per la
revisione del diritto di proprietà?
— Non alteri il senso delle parole, signor professore di letteratura;
non si tratterebbe di revisione; ma d’una vera e propria spogliazione
delle classi abbienti.
— Adagio un po’.... — entrò a dire il Cambiari, con viso d’innocente
— non si tratterebbe che di riscattare, io credo. Ai capitalisti
espropriati si farebbe un pagamento rateale in forma di mezzi di
godimenti.... per un tempo da convenirsi....
— Buffonate! — rispose il suocero, perdendo la pazienza. — Chiamate
almeno il latrocinio col suo nome!
— Latrocinio? — domandò Alberto, con quanta calma gli fu possibile. —
C’è latrocinio, c’è spogliazione quando si toglie a un cittadino ciò
che possiede, in onta alla legge che glielo guarentisce. Ma quando la
legge si muta, quando lo si espropria in virtù della legge stessa, in
nome d’un interesse pubblico superiore al privato, dov’è il latrocinio?
— Dov’è il latrocinio? Ma con che faccia...? Ma sarebbe un latrocinio
tanto più sfacciato, tanto più odiosa perchè fatto colle leggi e coi
carabinieri, senza possibile difesa! Ma il tuo _senso morale_ non te lo
dice? Ma con chi parlo, alla fine?
— E io mi rivolgo al «suo» senso morale, alla sua coscienza di
cittadino e di patriotta. Ma la storia degli ultimi secoli, lei lo
deve sapere, non è che una storia di continue spogliazioni, fatte in
nome del bene pubblico. La monarchia ha spogliato i grandi feudatari,
la borghesia ha spogliato l’aristocrazia e il clero, l’Italia ha
confiscato il patrimonio ecclesiastico, l’America ha espropriato i
possessori di schiavi. Ma noi saremmo ancora al Medio Evo, se non si
fosse fatto tutto questo!
— Non barattar le carte. Qui non si tratta d’una espropriazione,
tu lo sai; si tratta di una spogliazione, d’una ruberia universale,
perpetrata per fondare uno stato di cose che nulla assicura debba esser
migliore del presente, che tutto fa presagire peggio mille volte. Qui
si tratta di rubar tutto ed a tutti!
— No, non _rubare_, ma riprendere; non a tutti, ma ad un’infima
minoranza, a una piccola casta, che senza il popolo non può sussistere,
e di cui il popolo non ha più bisogno.
— Non dire castronerie: non è una casta, poichè tutti vi possono
entrare.
— V’entra uno su mille; e intanto essa sfrutta ed opprime tutti quelli
che ne restan fuori.
Il suocero fece uno sforzo manifesto per frenarsi, passandosi una mano
sulla fronte, e cercando a un tempo un’idea, una frase che troncasse la
discussione in un modo onorevole per lui, senza essere una troppo grave
provocazione. E in quel mentre, tra il mormorio vivace di tutti, il
cavalier Bianchini, tutto sossopra, diceva piano ai vicini:
— Alberto passa il segno.... passa il segno.... Ma anche il
commendatore è un po’ duro.... Parla con un tuono.... Che cosa crede
alla fine?... Ma Alberto passa il segno.... — E sballottato fra gli
argomenti contrari, desiderava insieme che il figliuolo avesse il
disopra, per onor del suo nome, e che il commendatore la finisse con
una ragione vittoriosa, per esser rassicurato sull’avvenire della
società. Tremò, vedendo che quegli si moveva per uscire, senza dir
nulla.
Ma arrivato a un passo dall’uscio il commendatore si arrestò, e
voltandosi verso Alberto, gli disse con una ostentazione di pacatezza
che il tremito della bocca smentiva:
— Senta, signor professore. Il modo di rifare la società non l’hanno
ancor trovato nemmeno i socialisti. Se l’avessero trovato, sarebbero
già padroni del mondo, perchè gli interessati a crederci e a seguirli
sono la maggioranza. Se non riescono a tirar questa con sè, è perchè
non possono persuaderla delle loro idee. E non solo la maggioranza non
n’è persuasa, ma non ci arriva neppure col pensiero. Il popolo non si
moverà mai, ne sia certo, per una dottrina che non capisce.
— Non la capisce per ora — rispose Alberto — non perchè non sia chiara
e logica, ma perchè egli è ignorante. Ma l’ignoranza va scemando. La
capirà tra poco, e capire ed essere persuaso, esser persuaso ed agire,
agire e vincere, saranno per lui una cosa sola.
Il suocero s’imbrunì.
— È quello che si vedrà — disse avviandosi di nuovo per uscire. —
Provatevi! La società è più solida delle vostre teste, e voi ve le
spezzerete come contro un muro di granito.
— Così si diceva anche prima della rivoluzione francese.
Il commendatore tornò indietro vivamente:
— Il confronto è insensato. L’ordinamento attuale è ben altrimenti
forte che il governo francese dell’89, e l’impresa del socialismo è
tutt’altra, perchè vuol rovesciare l’edifizio dalle fondamenta. La
proprietà assalita sarà ancora la più grande forza del mondo. Avrete
una Vandea che vi sterminerà come uno sciame d’insetti.
— Ci ho i miei dubbi! La borghesia è divisa, scettica e sfibrata. E
poi, badate, l’esercito dei vostri futuri eroi s’assottiglia di giorno
in giorno, poichè in tutti i campi della proprietà i grossi vanno
mangiando i piccoli, e questi passano dalla parte opposta. Già tutto
lo strato inferiore della borghesia non ha più nulla da perdere ad
abbandonarla.
— Oh! basteranno a difendersi quelli che rimarranno, con un fucile da
una mano e uno scudo dall’altra!
— Sarà troppo tardi per offrir lo scudo.
— E allora v’ammazzeranno senza offrirlo.
— Ah! Non oserete nemmeno di barricarvi in casa!
A quelle parole, seguì un improvviso mutamento sulla faccia
del vecchio: egli guardò il giovane con un’espressione di viva
curiosità, poi gli s’avvicinò, e gli domandò con un accento di comica
commiserazione:
— Ma chi t’ha messo su? Con chi pratichi? Chi ti ha attaccato questa
peste?
— Il socialismo non è una peste — rispose Alberto, sdegnoso, — è la
guarigione d’una peste, della peste dell’egoismo, che ci accieca
e c’infradicia tutti. Nessuno m’ha messo su. Non ho avuto bisogno
d’istigatori per diventare un galantuomo.
L’ultima frase fu come un pugno nel petto al commendatore, che diede un
passo indietro, livido, e poi scoppiò, balbettando dalla rabbia:
— .... Ah! sei diventato un galantuomo.... Questo vorrebbe dire.... Il
socialismo è la guarigione.... Te lo dirò io che cos’è il socialismo!
È la malattia dei cervelli dissestati e incompresi, è la maschera
delle ambizioni malsane.... in voi altri; e negli altri sai che
cos’è? È l’orrore del lavoro, è la frenesia dell’invidia, l’odio di
ogni superiorità, il furore di godere a ufo, lo scatenamento di tutte
le più basse passioni e di tutti i più tristi istinti, che tendono
a sopprimere la responsabilità personale, a cancellare ogni dovere,
a onorare il vizio e a giustificare il delitto. Ecco che cos’è il
socialismo. E ora ho finito.
Mentre egli parlava, tutti gli s’affollarono intorno per quetarlo
cercando di prenderlo per le mani o pei panni, di modo che, all’atto
di rispondergli, Alberto si trovò solo in mezzo alla sala, come se
combattesse contro tutti; e così ritto e risoluto in quella solitudine,
col capo biondo che pareva d’oro, con la fronte alta e accesa, era
bello di tutta la generosità della sua passione e di tutta la grandezza
del suo ideale. Ma mentre tutti s’aspettavano una risposta fulminea,
rimasero stupefatti al vedergli gli occhi inumiditi, all’udir la sua
voce raddolcita a un tratto, e quasi supplichevole.
— Ma come è possibile? — disse con profonda commozione, battendosi
una mano sulla fronte. — Io non capisco! Ma perchè v’infuriate tutti
a codesto modo quando s’esprime la fede in un miglioramento del mondo?
Come non sentite che, se anche l’idea è erronea, la passione è nobile
e santa? Come mai il cuore non vi dice nulla? Che cos’è quest’astio,
quest’ira implacabile contro chi cerca il bene e difende i deboli e
vuol scemare la miseria, il dolore, l’odio, il delitto? Mai, mai che
v’esca un grido generoso dall’anima! O perchè fate battezzare i vostri
figliuoli nel nome di Cristo?
A quel punto sua sorella si spiccò dal gruppo degli uditori e gli si
slanciò al collo d’un salto.
— Ah! brava! — esclamò la Luzzi.
Ma la madre la tirò indietro con uno strappo, e le disse piano in viso:
— Ridicola!
Irritato anche più da quell’atto, il commendatore, asciugandosi la
fronte col fazzoletto come dopo un assalto di scherma, rispose ad
Alberto:
— Se tu credi di mutare il mondo con delle tirate di sentimento!... — E
finì di versare tutta la sua compassione in una parola: — .... Poeta!
— Piglio atto della parola ingiuriosa, — ribattè Alberto con un sorriso
amaro. — Ma se non salveremo il mondo noi col sentimento, lo condurrete
alla rovina voi con la vostra ostinazione, con la vostra negazione
eterna, col vostro inesorabile egoismo di classe....
— Siete voi, che lo trascinate alla rovina — gridò il suocero,
rifacendo il viso torvo — voi col lavorìo infernale che fate tra le
classi povere per renderle tanto più malcontente quanto più la società
si sforza di migliorarne lo stato, voi che pervertite il popolo
adulandolo, ubriacandolo di illusioni e stillandogli il veleno nel
sangue! Voi, le serpi che noi ci scaldiamo nel seno!
— Ebbene, credetelo pure, è forse meglio così. Così voi date ragione ai
violenti, secondo i quali non si può ottener nulla che con la forza, e
convertite in violenti anche i miti. Provocate la forza, la subirete.
— Anche delle minacce! — Non occorreva più altro! Ma per fortuna,
signor genero, c’è ancora della polvere e del piombo!
— Non li avrete sempre.
— Questo è un pensiero scellerato!
— E il suo è sanguinario e inumano.
Tutti s’interposero; ma il commendatore era fuori di sè, si sciolse
da tutti, si slanciò verso Alberto e mettendogli il viso contro il
viso, pallido e convulso, gli gridò in faccia con un riso stridente di
disprezzo:
— Ah! Povero mentecatto!
— No, no, papà! — gridò la signora Giulia quasi piangendo e mettendogli
una mano sulla bocca.
Alberto rimase muto, immobile, bianco. Il suocero se n’andò a passi
impetuosi in mezzo a un gran disordine, a un mormorio di esclamazioni,
di preghiere e di commenti; e un momento dopo, approfittando della
confusione che durava ancora, se ne andò anche Alberto, seguito dal
ragazzo spaventato e dalla moglie tremante, senza badare a suo padre
che lo chiamava, trinciando l’aria con dei gesti di naufrago, fra le
condoglianze degl’invitati.
Un giovane perduto.
(Dialogo fra due signori ultra cinquantenni, un cavaliere, e
un.... pedone, che si rivedono dopo molti anni, in casa del primo:
seduti di qua e di là da un tavolino, sul quale fra due bicchieri a
calice, c’è una bottiglia di vin di Madera.)
PEDONE (bevendo un sorso). — Mi rallegro, mi rallegro davvero di
ritrovarti sano come una lasca. E il tuo figliuolo, che vidi ragazzo?
Sarà un uomo. Che cosa fa? L’avrai ancora in casa, m’immagino.
CAVALIERE (rannuvolandosi). — Non me ne parlare.
P. (ansioso). — Che cosa vuoi dire?
C. — Cosa voglio dire?... Una cosa che non vorrei dire, caro mio.
Tu sai l’adorazione che avevo per quel figliuolo unico; sai quanto
ho fatto per dargli una buona educazione, per istillargli dei buoni
principî, per metterlo sulla buona via.... Ebbene (emettendo un
profondo sospiro), è diventato un socialista!
P. (dà un balzo sulla seggiola; poi, dissimulando un sorriso sotto
l’aspetto grave). — O che mi dici?... Era un così buon figliuolo!
Vorrai dire: un filantropo, come si diceva una volta; un socialista
cristiano, come si dice ora; in somma, un socialista platonico....
andiamo. Ebbene, e con questo? Chi non l’è a vent’anni, ai tempi che
corrono?
C. — Ah no, pur troppo, amico mio! È un socialista socialista, un
militante, come dicono, un iscritto al partito, un propagandista,
un’ira di Dio. Ah, non me ne parlare, te ne prego. Tu tocchi una piaga
che sanguina. Un giovane perduto!
P. (pensieroso ma con un sorriso sulle labbra). — Diavolo!...
diavolo!... Ed era così buono e affettuoso! Chi gli ha pervertito il
cuore?
C. (guardandolo). — Non dico che abbia il cuore pervertito. No. È
sempre quello.... in fondo. Non ho da lagnarmi di lui.... da questo
lato.
P. — Non ti manca di rispetto? Non s’è mutato con te?
C. — Ma no, nonostante.... perchè puoi immaginare le battaglie che
abbiamo avuto e che abbiamo di continuo, a ogni proposito.... No,
proprio, a dir la verità, egli ha sempre mantenuto nella contraddizione
una buona maniera, una temperanza, dirò anche.... uno spirito di
conciliazione.... Perchè di natura è buono. Sto per dire che quanto
a bontà.... Tira a convertirmi con la dolcezza, capisci? Ci vuole una
bella ingenuità.... e una bella faccia, ti pare?
P. — Ma, in somma, s’è rovinata la carriera: questo è quel che vuoi
dirmi.
C. — La carriera per esser giusti, no. Ti debbo dire una cosa, che
forse immagini. Tu sai che, se non altro, egli ha il pane assicurato
per l’avvenire. Ho voluto che studiasse da avvocato, per avere un
titolo. Mi contentò. Ma, ti dico il vero, m’ha sempre spaventato l’idea
di vederlo buttarsi alla caccia della clientela in mezzo a una banda
di concorrenti affamati. Gli dissi: — non esercitare l’avvocatura;
lascerai il posto a un bisognoso; purchè tu studi, purchè ti appassioni
per qualche scienza e ti proponga uno scopo alla vita; a me basta.
— Ebbene, è questo appunto che mi danna! Che si dia al socialismo
uno di quei figliuoli di famiglia spiantati che ci hanno qualcosa da
guadagnare e nulla da perdere, lo capisco; ma lui, che non aveva nulla
da desiderare, che non può sperare di migliorare la propria sorte.... o
come s’è potuto buttare per quella maledetta via? Come s’è potuto dare
alla macchia?
P. — Ho capito. Tu volevi almeno che studiasse. E mena una vita
scioperata. Il socialismo, per lui, è un pretesto della fannullaggine.
C. — Non dico questo. Eh, se non fosse che lo studiare. Non ha mai
studiato tanto. È sempre lì al chiodo, col capo tra i libri e gli
opuscoli, che gli fanno un monte sul tavolino, e ne raccatta di nuovi
ogni giorno. Si scervella sopra una quantità di quistioni impossibili
a risolvere. Questioni utili, non nego, importanti, se si vuole; ma
superiori alla sua età, e pericolose, che gli montan la testa. Oh, per
questo.... ha delle cognizioni; tanto che mi trovo spesso impacciato
a discutere, non perchè mi manchino le buone ragioni, s’intende; ma
perchè non so citare le autorità, mi capisci?... E lui cita come un
quaresimalista.
P. — E allora?... Ah, ho inteso. Ti spilla molti quattrini!