— Poco degne di me?... — rispose, frenando la voce. — Ma scusami, a me
pare che fossero indegne di me quelle che avevo prima. E non ho detto
la metà di quello che penso. Penso che, così com’è ora, la società
è tutta ordinata e diretta a benefizio d’una piccola minoranza, la
quale sfrutta tutte le forze dei lavoratori sotto la protezione delle
leggi, leggi che ha fatto essa sola e per sè sola; che tutto l’edifizio
sociale si regge sull’ignoranza e sull’abbrutimento delle moltitudini;
che è la sola violenza che lo tiene insieme, e che questo stato di cose
ci corrompe tutti, che è come un’infezione nell’atmosfera morale, la
causa prima di tutte le più tristi passioni e delle azioni più nefande
e della menzogna d’ogni nostra istituzione e d’ogni nostra parola;
e che questo stato di cose non può durare e non durerà e che è sacro
dovere di tutti il far tutto il possibile perchè non duri, se anche si
dovesse sconvolgere il mondo....
La signora, turbata, con un rapido moto della mano gli chiuse le
labbra. Il padre lo fissò lungamente con gli occhi spalancati, e poi,
prendendogli le due mani e mettendosele sul petto, gli disse a voce
bassa, con accento di affetto profondo e di sincero dolore: — Alberto,
figlio mio, sei proprio tu che dici queste cose?
— Son io senza dubbio — rispose il giovane con un sorriso contratto,
sciogliendo lentamente le mani. — Mi rincresce di spiacerti. Ma con chi
dovrei esser sincero, se non con mio padre? Io vedo ora il mondo sotto
altro aspetto che per il passato, ed è il suo aspetto vero. Credevo
che il mondo fosse la scienza, l’arte, la politica e tutta la gente
fortunata che si occupa di queste cose; e non vedevo altro. Ora vedo
che il mondo è la moltitudine, quasi relegata fuor del progresso, che
alla società dà tutto e non ne riceve presso che nulla, che suda sopra
e dentro la terra e si consuma nelle officine e copre delle sue ossa i
campi di battaglia senza cavarne altro frutto che di non morir di fame;
che dalla miseria è costretta a vendere la carne, l’anima e l’onestà
della donna e il sangue dell’infanzia, e per miseria minaccia, ruba,
ammazza, si dispera, impazzisce, s’uccide, fa del mondo un inferno....
Il padre fece l’atto d’interromperlo.
— .... Mentre un piccolo numero — continuò il figlio risoluto —
raccolto in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà e
trova che è bella la vita. Ora io mi son persuaso che a tutto questo
c’è rimedio, come milioni d’uomini lo sperarono per il passato, come
altri milioni lo credono al presente con molto più ragione dei primi.
Questa persuasione m’è entrata nell’anima come un raggio di sole. Sarà
un errore; il rimedio non sarà quello che si crede e si propone, sarà
un altro, saranno altri, complessi, lenti, difficili. Non importa.
La prima cosa da farsi per guarire un male è quella di riconoscerlo,
il primo dovere di chi vuol togliere un’ingiustizia è quello di
confessarla e di proclamare il buon diritto di chi la patisce. Io non
posso far altro, faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi e
dei miserevoli; rifiuto la complicità del mio silenzio all’oppressione,
e protesto. Non posso più aver pace e dignità di coscienza che
nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e,
a qualunque costo!
Il padre diventò pallido. Egli domandò con voce alterata:
— E tu dirai queste cose a tutti?
— Le dirò, naturalmente.
— E lo scriverai? — domandò il Bianchini abbassando la voce.
— Le scriverò.
— Ma tu non sei in te, Alberto! — esclamò la moglie afferrandogli la
mano.
— Scriverai quello che hai detto a me, — riprese il padre con maggior
commozione — che tutto è ingiustizia, menzogna e violenza, che
bisogna.... equiparar le fortune, che è necessario mutar le cose anche
se si debba sconvolgere il mondo?... E pubblicherai queste idee col
tuo nome.... a costo di metter la discordia in famiglia, di inimicarti
tutti, di rovinar la tua carriera?
— Senza il menomo dubbio, perchè ho detto che lo credo un dovere.
Il padre stette un momento a guardarlo, con un viso che Alberto non gli
aveva mai visto. Poi gridò, tremante di collera: — Ebbene, tu sei un
altro da quello che credevo. Tu non hai affetto nè per tuo padre, nè
per tua moglie, nè per il tuo bambino. Non hai più nè ragione nè cuore.
E sei un ingrato. Non ti riconosco più per mio figlio.
E si slanciò nell’altra stanza.
La signora, sconvolta da quelle parole, gli corse dietro, chiamandolo;
ma egli chiuse l’uscio con violenza.
— Alberto, — disse allora, severamente a suo marito, stentando a
raccoglier la voce — io avevo diritto di conoscere prima d’ogni altro
queste tue idee. Perchè non me le hai mai confidate?
Scosso profondamente da quella scena, la più grave, la sola grave che
il padre gli avesse mai fatto in vita sua, il giovane si ricompose a
fatica, e rispose con voce commossa, ma risoluta: — Perchè m’avresti
fatto come papà; hai veduto.
— No — disse la moglie; — avrei cercato di moderarti, di farti
riflettere.... T’avrei impedito di dare a tuo padre questo dolore.
— Sì — rispose il giovane, passandosi una mano sulla fronte — ho
ecceduto.... Ma egli pure.
— Tu sai che t’adora — disse la signora. — Io son certa che soffre
immensamente. — E soggiunse sottovoce: — vagli a chiedere perdono.
Alberto fece uno sforzo sopra di sè, poi rispose risolutamente, ma con
rammarico: — Non posso.
Fra madre e figlio.
LA MADRE (afflitta). — Intanto tu sei socialista e non credi in Dio
(toccando un piccolo crocifisso che tiene appeso al collo) e non hai
più fede in questo, che baciavi da bambino.
IL FIGLIUOLO. — Quando mai l’ho detto? No, cara mamma. Io non affermo;
ma non nego. Io spero. Ecco il mio stato di coscienza, che è anche
lo stato vero, credilo, della maggior parte di quelli che si dicono
credenti. Se non ho la fede ferma non è già perchè io sia socialista,
ma perchè sono un uomo del tempo mio. Il dubbio mi è venuto da
un’educazione intellettuale che non mi fu data dai socialisti. Guardati
intorno; vedi fra i nostri amici e conoscenti quante persone d’ogni
età, rispettate anche da te, avversissime al socialismo le quali
non hanno fede e lo dicono, o dicono di averla e vivono come se non
l’avessero. Il socialismo non comanda punto di non credere: dice: — La
coscienza è libera. — E non ti pare abbia ragione? Non è forse vero che
soltanto in una coscienza libera può nascere la fede vera?
M. — Ebbene.... se in qualche momento tu credi in Dio, come mai non
pensi, povero figliuolo, tu che vuoi mutare il mondo, che se la società
è fatta come è, è perchè Dio lo consente?
F. — No, cara mamma, non lo posso pensare. Il mondo di ora è tutt’altro
da quello che era secoli fa. Questo lo ammetti? Ebbene, se si è mutato
è perchè Dio lo ha consentito. Se ha consentito che si mutasse per
il passato, perchè non dovrebbe consentire che si muti nell’avvenire?
Quale credente oserebbe di affermare che la forma attuale della società
sia l’ultima ch’egli consente, quella che egli ha designato a non più
mutare? Che tutti i disordini e i mali che le sono inerenti egli li
voglia mantenuti per sempre? Se c’è una cosa manifesta, è che Dio ci
_lascia fare_, perchè se ciò non fosse non avremmo la libertà; senza
la quale non ci sarebbero nè meriti nè colpe. Siamo dunque liberi di
fare tutto quello che ci par bene, di distruggere tutto quello che ci
par male, di mutare la società nel modo che ci par meglio per essa, e
potendolo fare, abbiamo, davanti a Dio, il dovere di farlo.
M. — Sarà così.... non lo nego.... Ma il vostro errore è questo, che
la vostra idea, come dicon tutti, è un’utopia, fondata sopra una idea
falsa della natura degli uomini....
F. — Ma allora, cara mamma, e l’idea di Cristo, che tutti gli uomini
si amino come fratelli, che i ricchi diano tutto ai poveri riducendosi
poveri anch’essi, che si perdonino tutte le offese, che non si curi
alcun interesse della terra, non ti pare forse un’utopia, fondata
sopra un concetto falso della natura degli uomini? Vedi che in mille e
novecento anni non è diventata realtà; credi che lo sarà mai?
M. — Oh, la cosa è ben diversa! Tutto quello che prescrive il Vangelo,
ognuno che lo voglia, lo può fare; supponi che tutti lo facciano, e
il mondo sarà mutato in meglio, e sarà trasformata la società, come tu
desideri. Vedi che basta la religione a far questo.
F. — No, cara mamma. Se bastasse la religione a mantenere e a mandare
innanzi gli uomini sulla buona via, perchè sarebbero necessarie, anche
tra i popoli più religiosi, tante leggi e tanta forza per proteggere
vita e proprietà, per frenare e punire, per conservar l’ordine e la
pace? Vuol dire che la religione non basta. Se non basta a mantenere
quel po’ di bene che esiste, non basta a conseguire il meglio a cui
aspiriamo.
M. — Io non so.... Ma tutti lo dicono; voi volete un cambiamento
impossibile, una società che avete immaginata voi, che non è mai stata
e non sarà mai.
F. — Ma neanche la società quale è ora non è mai stata. È quella
che ora non sta, ma cammina. Vedi un po’ intorno a noi, cara mamma,
quante istituzioni, leggi, idee, costumi, tendenze, di cui, quando eri
giovine, non c’era indizio, o se ne parlava, se te ne ricordi, come di
idee stravaganti di pochi, che non si sarebbero attuate mai. Considera
un po’ tutte queste cose: organizzazioni operaie, società cooperative,
leghe di resistenza, leggi protettrici del lavoro, giurì popolari, idee
di solidarietà e d’eguaglianza, rivendicazioni di diritti e di riforme,
lotte formidabili fra lavoratori e padroni; precorri col pensiero lo
svolgimento di tutte queste cose nuove nell’avvenire, come faresti
con l’occhio di tante linee convergenti, poichè tutte quelle forze
tendono a un fine solo, che è uno stato migliore delle moltitudini, e
interroga la tua ragione, e vedi se non ti dice che nel punto in cui
s’incontreranno ci sarà il socialismo, o qualche cosa di molto simile,
donde si verrà a quello naturalmente. Tu vedi che il mondo muta. Tu
sei certa che fra cento anni sarà molto diverso da quello che è adesso.
Ebbene, credi tu che allora sarà molto più vicino, o molto più lontano
che adesso, dall’ordinamento sociale che noi invochiamo?
M. (turbata). — Di queste cose io non sono in grado di discutere, caro
figliuolo.... Ma per quanto tu dica, io sento per le vostre idee una
ripugnanza.... un terrore, che vuol dir qualche cosa.
F. — Ma codesta ripugnanza, codesto terrore, pensaci bene, non sono
proprio le nostre idee che lo destano: te l’hanno destato le persone
che le travisano e ci calunniano. Pensa che milioni di uomini, per
lunghissimo tempo, hanno creduto in buona fede che i primi cristiani,
che pure vivevano in mezzo a loro, fossero gente malvagia e corrotta,
capace di ogni sozzura e di ogni delitto....
M. — Ah! non far di questi confronti, figliuol mio! Può darsi che il
mondo s’abbia a mutare, come tu dici; ma non muterà in meglio se non
sarà con Dio. Da lui solo vengono i buoni sentimenti e le buone idee.
E il cuore mi dice, che voi non siete con lui. Che cosa sarà mai il
progresso, la civiltà, tutto quello che tu vuoi, senza la religione?
F. — E che cos’è mai la religione senza le opere, cara mamma? Esamina
un poco, uno per uno, i nostri propositi. Il socialismo vuole una
società in cui non si possa arricchire sul lavoro altrui nè vivere
senza lavorare, in cui chi lavora abbia diritto a vivere, in cui,
lavorando tutti, il lavoro non sia per alcuno eccessivo, e quindi
non abbrutisca e non torturi alcuno, e dia al lavoratore il tempo e
il modo di ristorar le forze, di curar la famiglia e di coltivar lo
spirito; vuole che cessi questa necessità fatale che, per alimentare
la officina, strappa le madri ai figliuoli o i figliuoli alla
casa e alla scuola, estenuando e corrompendo donne e fanciulli,
perpetuando l’ignoranza nella moltitudine e seminando la morte fra
i deboli: vuole che cessi questa concorrenza sfrenata che è causa di
tante basse passioni, angoscie e rovine, questa furia d’acquistare,
questo terrore di perdere, questa mischia feroce degli uomini che
si disputano a morsi il palmo di terra e il boccoli di pane; vuole
che cessi tutto questo per dar luogo ad una società non più divisa
da orgogli e da odii di classe, non più irritata da uno spettacolo
d’ineguaglianze, d’ingiustizie e di miserie immeritate, che contrista
e scoraggia ogni coscienza onesta; vuole, insomma, che gli uomini
si accordino e si compongano, per quanto è possibile, in una grande
famiglia operosa, in cui, se non sono soppressi l’egoismo, i dolori,
le ineguaglianze della natura, l’egoismo è contenuto, i dolori sono
consolati, le ineguaglianze sono attenuate dall’affetto reciproco e
dal sentimento dell’interesse comune e non sieno possibili la fame e
la disperazione accanto all’abbondanza e alla festa. Ebbene, di tutti
questi desideri e propositi, cara mamma, c’è uno solo che contrasti la
religione? Uno solo che il tuo cuor buono e generoso possa rifiutare?
E dimmi ancora: si può credere in Dio buono e giusto, senza credere
ch’egli desideri che quell’ideale s’avveri? E si può creder questo
e non sentire il dovere imperioso di lavorare con tutte le forze al
conseguimento di quell’ideale? Tu dici che i buoni sentimenti vengon
da Dio. E allora, madre mia, donde mi vien mai questo sentimento che
provo per la moltitudine che fatica e che soffre, questa pietà che mi
fa pianger l’anima, questo desiderio del bene, quest’odio del male e
dell’ingiustizia che ha distrutto la pace della mia vita e che pure mi
dà le più nobili gioie che si godano sulla terra?
M. (commossa). — Certo.... se ti sento parlare.... Ebbene, se sei
sincero (con risoluzione improvvisa, prendendo il piccolo crocifisso
che tiene al collo e sporgendolo, con un dolce sorriso verso il
figliuolo) bacia un po’ questo....
F. (semplicemente). — Ha amato i poveri, ha consolato gl’infelici, ha
predicata la giustizia, è morto per i suoi fratelli. Con tutta l’anima
mia. (Bacia il crocifisso tre volte).
M. (con vivo slancio di commozione). — Figliuolo mio! (ma si rattiene
subito, ripresa da un turbamento, e passandosi una mano sulla fronte,
dice con accento di tristezza): Eppure.... non so.... non capisco....
F. (tra sè, con un sospiro). — Ecco la gran disgrazia.... Non capisco.
(Poi con profonda tenerezza e con vigore): O madre mia, io non posso
amarti di più; ma se invece di dubitare, di farmi dei rimproveri e di
frenarmi, tu mi dicessi un giorno: — Ebbene, figliuolo, sì hai ragione,
sono con te, va, combatti per il tuo santo ideale, la benedizione di
tua madre ti segue.... — io cadrei in ginocchio davanti a te e alla tua
croce, e sarei buono come un angelo e forte come un eroe!
M. (mettendosi il fazzoletto agli occhi). — Non dir più altro,
figliuolo.... va.... lasciami pensare.
Fidanzata e fidanzato.
(DA UN RACCONTO INEDITO.)
Si fidanzarono. E tutto andò bene fra i due cugini, stretti dal nuovo
vincolo, fin che egli non le palesò la sua nuova fede. Ma dopo che
le ebbe fatta una aperta confessione, accolta da lei, per dire il
vero, senza meraviglia e senza rammarico, cominciò tra il giovane e la
sua nuova fidanzata una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle
infinite piccole lotte famigliari di cui si compone la grande guerra
delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale
il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo
audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica che s’avvinghia
al passato. Egli avrebbe dovuto scansare quei discorsi; ma legandosi
la grande questione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni
giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando
affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo
di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea
dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione
e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione
intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.
Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte
le nuove idee ch’egli esprimeva andavano a urtare contro cinque o sei
idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la
resistenza molle, ma tenace, d’un’imbottitura in cui nessun argomento
penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi
sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, come gli
pareva la sua fidanzata; ma si richiede una sensività particolare che
vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui
raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare
la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perchè ella
vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi,
quanto più queste erano grandi tanto meno essa le vedeva, e tanto
più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso di una persona
ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno
spettro.
Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva
che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane,
poichè milioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di
sussistenza; che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar
una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla
dote; che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate
degli uomini, perchè, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e
di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui come
figliuole, come madri, come contribuenti lavoratrici subiscon gli
effetti; che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e
politici, come gli interdetti per imbecillità o per delinquenza, mentre
incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono, e
sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli
stessi uffici: che è assurdo il parlar d’uguaglianza fra gli uomini se
è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni
essa ne opponeva una sola. — Ma, caro Enrico — rispondeva placidamente
— la missione della donna è la famiglia!
Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su
cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue
esclamazioni d’orrore che l’errore di lei e degli altri era di posare
il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava
quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si
toglievano quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono
a vicenda, quelle a cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre
in visita o in chiesa e la prole in balìa dei servitori, e quell’altre
in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della
dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori
tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li
intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali
manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillano
in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte
le false idee che hanno ereditate essi stessi; a tutte queste domande
essa rispondeva invariabilmente: — Ma, Enrico! Strappare i fanciulli al
santuario della famiglia! Ma come lo puoi dire seriamente?
Quando, cadendo sul tappeto la questione del lusso, egli diceva che
il lusso è pernicioso alla società e agli individui, perchè divora i
capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perchè
storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori,
perchè assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci,
perchè provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità,
corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno della intellettualità
e della cultura e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita
il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste
osservazioni essa mostrava grande meraviglia, e rispondeva sorridendo:
— Ma, Enrico, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera
gente che il lusso fa lavorare? — E non lo diceva, ma lasciava capir
chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il
popolo sarebbe morto di fame.
Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella
società presente, il principio che «la legge è uguale per tutti» è
un’aperta menzogna, perchè il povero non può litigare col ricco, perchè
le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro,
perchè, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano
a difesa degli interessi della propria classe o cedono al potere da
cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in
cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole
sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il
piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle
ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le
prigioni addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la
classe dominante nasconde od attenua i delitti che si commettono nel
suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il
canto che s’innalza contro i suoi privilegi: a tutto questo rispondeva
ingenuamente: — Ma, Enrico, a me par naturale che la giustizia sia
più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più
pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È
una necessità, caro Enrico!
Quando infine, negando che il socialismo voglia sradicare dal cuore
dell’uomo l’amor di patria, egli le diceva che questa parola si
fraintende e si abusa ipocritamente, perchè essa non ha senso alcuno
se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente,
e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla
formata da due popoli e quasi da due razze diverse, di cui l’una che
lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo
spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’animo dal
disprezzo che si sente pesare sul capo; quando egli le diceva questo,
e soggiungeva che come la patria stava al di sopra della famiglia, la
umanità sta al di sopra della patria, e che il patriottismo chiuso e
orgoglioso non è che l’egoismo larvato d’una classe, essa rispondeva,
quasi scandalizzata: — Ma, Enrico! Anche la patria! Ma non è il più
sacro dei nostri affetti, dopo Dio?
E se, accalorandosi un poco, egli insisteva, essa metteva fuori
quel benedetto: — Non t’alterare! — che gli urtava i nervi: o
faceva di peggio: gli dava, tutt’a un tratto ragione, accarezzandolo
affettuosamente e sorridendo, come si fa per rabbonire un fanciullo
caparbio. Ma quello che più lo feriva, quando egli esprimeva le sue
idee intorno alla donna, alla famiglia o alla patria, era il sentirsi
dire a bassa voce: — Bada che ci ascoltano! — come s’ei tenesse dei
discorsi immorali, e il veder gli atti premurosi e i pretesti con cui
essa cercava di allontanare i suoi parenti, perchè non sentissero.
Un giorno, finalmente, essa fece un’uscita che decise del loro destino.
— Ma già — gli disse con un sorriso — è impossibile che tu rimanga un
pezzo in queste idee.... Cambierai, ne son certa. — E se non cambiassi?
— domandò il giovane mutandosi in viso. — Se non cambiassi — rispose
essa con vivacità insolita — io ne sarei infelice per tutta la vita.
Egli la guardò lungamente, pensieroso, senza dir parola, e poi si
asciugò con la mano una lagrima che essa non vide.
. . . . . . .
Tre mesi dopo, nello stesso giorno in cui Enrico, con la ferita ancora
aperta nel cuore, parlava per la prima volta in un Comizio socialista,
la bella cugina sposava placidamente un banchiere.
Fratello e sorella.
(FRAMMENTO.)
Dopo quella sera che sua sorella gli s’era buttata al collo, durante
la sua disputa col suocero, Alberto aveva notato in lei uno stato
d’animo insolito, il quale ad ogni nuova discussione, cui ella fosse
presente, intorno a questo argomento, si tradiva in lampi degli occhi,
in rossori improvvisi, in movimenti nervosi della persona, che pareva
ella si sforzasse di reprimere, quasi con un senso di vergogna; ma non
ci aveva badato gran fatto, credendo quello effetto di una sensitività
malata di ragazza romantica, tocca dai suoi discorsi più nella fantasia
che nel cuore. S’era invece operato in lei un mutamento profondo, che
non conoscendola intimamente, egli non poteva aspettare. Perchè non
era e non pareva bella, essa non era mai stata amata da sua madre la
quale disperava che potesse fare un bel matrimonio degno della casa,
e si vergognava un poco di lei, come un artista d’un’opera d’arte mal
riuscita.
Sin da bambina ella si era accorta di questa malevolenza della madre
dagli sguardi scontenti, e qualche volta astiosi, con cui si vedeva
spesso osservata da lei, da capo ai piedi, come una persona sconosciuta
e importuna. La signora Bianchini l’aveva sempre fatta sgobbare ai
lavori di casa per risparmiar fatica alle cameriere, le aveva sempre
dato sulla voce in conversazione, come se non dicesse che sciocchezze
o fanciullaggini, l’aveva sempre tenuta nell’ombra, quando poteva, come
se, mostrandosi o parlando, avesse fatto sfigurare la famiglia. E sotto
questa oppressione, ella era venuta su penosamente, diffidente e quasi
vergognosa di sè, con un sentimento esagerato della sua imperfezione
fisica, che la rendeva timida e impacciata, e le toglieva quasi ogni
grazia. E menava una vita triste, poichè anche la consolazione di
essere amata dal padre le era diminuita dai continui contrasti che,
per cagion sua, nascevano tra sua madre e quel buon uomo; il quale non
poteva tollerare ch’ella fosse aspreggiata ed umiliata.
Anche suo padre, d’altra parte, si mostrava più affettuoso col
figliuolo e quest’aperta parzialità dei suoi parenti era stata cagione
ch’ella non avesse mai amato il fratello, che assorto nei suoi studi
prima, e poi felice dei suoi trionfi, gli era parso sempre un poco
egoista e troppo ambizioso. Alberto, dal canto suo, invanito alquanto
fin dall’infanzia, e soddisfatto dei privilegi di cui godeva nella
famiglia, non solo non s’era mai curato gran fatto della sorella; ma
vedendola triste e fredda con lui, e credendola per questo invidiosa,
s’era fatto un falso concetto di lei, come d’un animo gretto e
acrimonioso, col quale, anche negli anni della sua più affettuosa
espansione non aveva mai potuto entrare in dimestichezza fraterna. Per
qualche tempo, dopo terminate le scuole, essa aveva preso passione per
le letture letterarie, e in ispecie per la poesia; ma non potendone
ragionar mai, nè con suo fratello che le metteva soggezione, nè con
suo padre che non ci aveva il capo, nè con sua madre che le tagliava
in bocca quei discorsi, come un’ostentazione ambiziosa disdicevole
alla sua persona, aveva rinunziato anche a questo conforto. In
seguito, s’era messa in capo di studiare da maestra; ma sua madre vi
s’era opposta a spada tratta, come a un proposito che offendesse il
decoro del casato. Da ultimo, aveva posto affetto alla cognata e al
nipote; ma non potendo star con loro che raramente, e di scappata,
per il molto lavoro che le era imposto in casa da sua madre, nemmeno
da quell’affetto poteva trar la consolazione che le abbisognava.
E s’era tornata a chiudere nella sua malinconia solitaria, qualche
volta piangente, spasso inasprita, il più del tempo rassegnata, ma
con un gran vuoto nell’anima, e come oppressa dalla sua vita arida e
senza scopo. Eppure v’era in lei una intelligenza aperta e viva, un
cuor gentile e forte, qualche cosa di dolce e di profondo, che non si
manifestava, in parte, nemmeno a lei stessa, per mancanza d’un oggetto
su cui si potesse espandere. Ora, tutto questo si scosse e si rischiarò
nell’anima sua al primo raggio della nuova Idea che udì annunziare dal
suo fratello. V’era dunque fuori della religione e della famiglia,
fuori dell’amore dell’arte, un mondo a lei sconosciuto, un grande
ordine di sentimenti e di idee, al quale anch’essa poteva sollevare
il suo spirito, e in cui, fra tanti altri propositi vasti e generosi,
primeggiava il concetto di dare alla donna la libertà, la dignità,
l’indipendenza della vita, di far sì che il suo avvenire non dipendesse
più soltanto dal suo viso e dalla sua borsa! Ella che era un’oppressa
della sua classe, che era umiliata e infelice, s’afferrò subito a
quest’idea, sentì prontamente una simpatia profonda per la moltitudine
sconosciuta degli oppressi e degli infelici, su cui non aveva mai
fissato il pensiero. Prestò attenzione a ogni parola di suo fratello,
entrò a poco a poco nell’animo suo, riconobbe di averlo mal giudicato:
nei suoi lunghi silenzi di ragazza trascurata, prese a volgere e a
rivolgere nel suo cervello tenace di piemontese le nuove idee; salì
più sovente da sua cognata, per sfogliare furtivamente i nuovi libri
di Alberto; se ne portò in casa parecchi, l’un dopo l’altro, e li
lesse avidamente la notte. Uno di questi, un discorso appassionato
e bello d’una signora socialista, diretto alle fanciulle borghesi,
che dimostrava loro il bene immenso che potevan fare dedicandosi alla
grande causa, e finiva con le parole: — Vieni dunque, o desiderata,
nelle nostre file!... — la commosse fino al pianto. Un ribollimento
nuovo di immagini, di affetti, di speranze le prese il cuore e
la mente, e divenne più violento per lo sforzo ch’ella faceva di
comprimerlo, per non provocare lo sdegno o il disprezzo di sua madre.
Ma sentiva che a tutti avrebbe potuto celarlo fuorchè a suo fratello,
che già la guardava con occhio scrutatore, in cui ella vedeva un
principio di simpatia, che le faceva battere il cuore. Sennonchè in lei
la timidezza antica, in lui il sospetto di ingannarsi e la dissuetudine
d’ogni famigliarità cordiale con essa, li rimovevano entrambi da
un’aperta spiegazione. Finalmente, questa avvenne. Salita un giorno in
casa di lui, per non lasciar solo il ragazzo con le donne di servizio,
essa entrò nello studio e si mise a leggere delle pagine sparse del
libro del «Lavoro dei fanciulli», che trovò sul tavolino.
Mentre essa, leggeva, Alberto, di ritorno dalla scuola, entrato un
momento da sua madre, era attirato da lei nella quistione solita
con un’asprezza e un’imperiosità di linguaggio, che per poco non gli
facevan perder la testa. Per non trascendere, la lasciò bruscamente, e
salito in casa con un nodo alla gola, stanco alla fine, e sconsolato
della dura guerra che sosteneva solo da vari giorni, entra a rapidi
passi nello studio, dove sorprese sua sorella. Questa, che stava
leggendo del martirio dei ragazzi nelle zolfatare in Sicilia, una di
quelle pagine potenti che escon dall’anima e vanno all’anima con un
grido d’angoscia, balzò in piedi con un tremito e, voltandosi, presentò
al fratello il viso pieno di lacrime, in cui splendeva la santa
commozione della pietà, e a cui si aggiunse in quel punto un raggio
d’ammirazione e d’amore per chi l’aveva commossa. Alberto la guardò
un momento stupito, si chinò a guardare i fogli, capì, — e aperse le
braccia, ed essa vi si gettò con un grido: — O fratello mio! — O mia
Ernesta! — gli rispose Alberto, e con un ardore che chiedeva perdono
d’averla per venti anni disconosciuta, le coperse il capo di carezze
e di baci. Nel santo amore dell’umanità si sentirono fratelli per la
prima volta.
Un “malfattore„.
Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo
padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del
Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei
tali: ho da farlo entrare?
— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque
mesi di carcere! Entri sul momento.
A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere
il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli
occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva
disgiungere in lui da quella d’un delitto.
E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio
e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui
trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma
pulito e di modi semplici e franchi.
Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono
una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande
e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta.
Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era
stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri,
con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto
uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così
aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso,
se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.
Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un
cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:
— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho
raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre
ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e
quello di tutti gli altri «malfattori».
Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e
cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo,
aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.
Il ragazzo, infatti, gli domandò a voce bassa:
— Che cos’ha fatto.... quel signore?
— Ha fatto — rispose il padre sorridendo — cinque mesi di prigione.
Il ragazzo rimase un momento perplesso. Poi domandò timidamente:
— Chi è?
— Alla buon’ora — rispose il padre, sedendo e attirando il figliuolo
a sè; — a questa domanda mi è più facile rispondere. Ma temo che tu
non capisca. Ascolta bene. Tu devi sapere che v’è in ogni paese una
quantità di gente, fra cui molti uomini di grande scienza e di grande
ingegno, e anche molti ricchi, i quali credono che a una gran parte
delle infinite miserie e ingiustizie che affliggono il mondo ci sia
rimedio. E pensano che il rimedio sia questo: che la società presente,
in cui la vita di ciascuno è una lotta contro tutti, si trasformi in
una grande associazione, nella quale tutti lavorino non più per il
vantaggio e nella dipendenza e legati alla fortuna d’un piccolo numero,
ma direttamente per la società che li retribuisca tutti equamente;
in una grande associazione, in cui non ci sia più, come c’è ora, un
gran numero d’uomini che faticano da ammazzarsi e son poveri, un altro
gran numero che non trovan lavoro e sono affamati, e delle migliaia
e migliaia che non lavorano e vivon nell’agiatezza. Mi hai capito?
Ebbene, tutti costoro che desiderano e sperano che venga un giorno in
cui tutti gli uomini lavorino concordemente per il bene proprio e per
il bene comune, senza strapparsi il pane di bocca l’un l’altro, senza
odiarsi e temersi a vicenda, e partecipando tutti ai benefizi della
vita civile, come figliuoli di una famiglia nella quale tutti sono
amati e protetti ad un modo, si chiamano socialisti. E che cosa fanno
essi? Fanno questo. Si adoperano con tutte le loro forze a dimostrare
agli altri che un tale stato della società è possibile, non solo, ma
che si attuerà a poco a poco, necessariamente, per forza delle cose;
ma che per conseguirlo più presto e senza violenze bisogna che tutti
lo desiderino e lo preparino infondendo nelle moltitudini un concetto
lucido di che cosa esso sia e un sentimento profondo della concordia
fraterna necessaria ad attuarlo, educandole all’adempimento dei loro
doveri e all’esercizio dei loro diritti, persuadendole che l’unico
modo di raggiungere la mèta è che esse affidino la rappresentanza dei
loro interessi e delle loro volontà ad uomini che siano interessati a
raggiungerla, ossia che appartengono anch’essi alla immensa famiglia
su cui pesa la povertà e l’ingiustizia. Mi sono spiegato? Ora questo
signore che vedi, è un socialista. È un lavoratore che lavora per
vivere, ma in tutto il tempo che gli resta libero va attorno fra la
gente, e ragiona, spiega loro la cosa, cerca di trasfondere negli altri
la propria fede, senza istigare all’odio contro alcuno, non solo, ma
adoperandosi a spegner gli odii dove li trova, esortando i violenti
a temprarsi, gli incolti a studiare, i discordi a conciliarsi, tutti
i poveri e malcontenti a confidare in un avvenire migliore, a cui si
verrà pacificamente e legalmente, per la sola forza della verità e
della giustizia, quando la verità sarà compresa da tutti e la giustizia
sarà da tutti voluta. E bada che egli non si affatica e non si affanna
se non per produrre un bene, del quale egli è certo che non arriverà in
tempo a godere. Egli vive come un povero perchè è povero; ma dà agli
altri anche quel pochissimo che a lui par superfluo e a noi parrebbe
necessario. Se fosse ricco, darebbe per la fede tutto il suo avere. Se
gli chiedessero la vita, darebbe anche la vita, perchè non vive che
per quell’Idea. E ha un passato senza macchia, ed è buono e semplice
come un ragazzo. Puoi pensare quanti uomini ho conosciuto in vita mia;
ebbene, egli è uno di quegli uomini più onesti, più disinteressati, più
rispettabili che io abbia conosciuti. Io gli voglio bene e lo ammiro.
Il ragazzo rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora suo padre, ora
«il libero dal carcere». Poi domandò:
— E allora.... perchè l’hanno messo in prigione?
— Perchè pensa e dice tutto quello che t’ho detto, — rispose il padre.
— Ma dunque.... potrebbero mettere in prigione anche te, che dici le
stesse cose?
— Certo.
— E perchè ci hanno messo lui soltanto?
— Perchè dice tutte quelle cose più forte e più apertamente, che è
quanto dire che è più disinteressato e più sincero, che desidera più
ardentemente il bene, che è più coraggioso e più generoso di me.
Il ragazzo non ribattè più parola e stette guardando con gli occhi
spalancati il suo ospite, che continuava a leggere.
— Animo, — gli disse il padre all’orecchio; — quando è entrato egli s’è
accorto che tu hai avuto paura di lui come di un brigante; tu gli devi
una riparazione; vagli a domandare se sta bene.
Il ragazzo si mosse lentamente e s’andò a mettere fra le ginocchia
del «pregiudicato» senza osar di parlare, ma come offrendo la testa
bionda alle sue carezze. Quegli smise il giornale e dato uno sguardo
a lui e al padre, capì e sorrise. Ma il suo saldo cuore che in mezzo
alle persecuzioni e sotto l’affronto delle manette non aveva mai avuto
un momento di debolezza, fu scosso dall’atto del fanciullo, il quale
rappresentava ai suoi occhi una nuova generazione gettata da un impulso
generoso dell’anima nella causa che gli era sacra. Lo fissò un momento
con gli occhi scintillanti, poi prese con le mani quella testa bionda e
vi stampò un bacio.... che gli fu reso con effusione.
Riavvicinandosi a suo padre il ragazzo gli accennò con un gesto di
meraviglia, che la sua fronte era inumidita.
— Non t’asciugare, — rispose il padre — è acqua di battesimo.
Discussioni.
Trovò in casa del Cambiari una dozzina di convitati i quali avevan
finito allora di sparecchiare uno dei succolenti pranzi che il padrone
imbandiva ogni quindici giorni a un numero sempre incerto di amici,
poichè egli faceva gli inviti e se ne scordava, e fissava spesso a
parecchi delle ore diverse. Il piccolo salotto, in cui la disarmonia
dei mobili e dei colori e l’arruffio delle chincaglie scheggiate e
sbreccate dai ragazzi raffiguravano il tenor di vita della famiglia,
era affollato. Ma ad Alberto, tutto acceso della sua idea, non spiacque
quell’affollamento inaspettato che in altra occasione gli sarebbe
riescito molesto. Appena entrato, però, s’accorse da più d’un viso e
da un leggero mormorio che, durante il pranzo, dovevano aver parlato
dei fatti suoi, e di quali fatti s’immaginava. C’eran due ingegneri,
un impresario costruttore, degli impiegati in riposo, ch’egli aveva
trovato là qualche volta; degli sconosciuti, quasi tutti panzuti e
brizzolati, e tre giovani signore; oltre alla numerosa progenitura del
padron di casa di cui spuntava un musino roseo dietro ogni spalliera
di seggiolone. Vedendo a vari convitati gli occhi lustri e le guancie
scarlatte che tradivano il prurito della discussione, Alberto si
tenne preparato a un assalto. E questo gli fa dato quasi subito, prima
in forma di scherzo, poi a poco a poco, seriamente; ma con una così
manifesta ignoranza degli elementi della quistione, con un così ingenuo
sfoggio dei più vieti luoghi comuni, che egli seguitò a parar le botte
a colpi d’arguzia, senza perdere un momento il suo buon umore. Quando
gli assalitori cominciavano ad eccitarsi, capitò la visita dei coniugi
Luzzi, e, la comparsa della piccola signora sfavillante di vita, chiusa
in un fresco vestito avana che dava al suo visetto bruno, segnato d’un
neo, una grazia adorabile, troncò di netto la discussione.
Alberto espose allora al Cambiari, a quattr’occhi, l’idea del suo
lavoro, e gli disse il suo desiderio di parlare col Baldieri. — Con
l’anarchico Baldieri? — esclamò il Cambiari, dando un passo indietro;
e soggiunse in tuono d’avvertimento amichevole: — Alberto, bada!...
— La cosa, d’altra parte, non era così facile: il Baldieri parlava a
cuor libero con lui perchè (e glielo diceva) era un borghese logico
e sincero, ossia un aperto nemico; ma un borghese socialista, con
un rivoluzionario tartufo, come egli li chiamava, razza anche più
odiosa a lui dei reazionari arrabbiati, doveva essere un altro paio di
maniche; c’era il rischio di pigliarsi un «no» tanto fatto. Nondimeno,
insistendo Alberto, egli promise che gli avrebbe parlato. E gli diede
qualche informazione: era un operaio colto, aveva fatto il ginnasio
inferiore, pareva un ufficiale in borghese; ma, si tenesse per
avvisato! Non doveva aspettarsi dei complimenti da lui. Poi gli disse
piano, accennando alla compagnia: — Se la riattaccano tira in avanti a
celiare, te ne prego.
La riattaccò subito, infatti, un vecchietto arcigno, invalido, decorato
di non so qual ministero, di conosciuta avarizia; il quale domandò
bruscamente ad Alberto, agitando una mano per aria: — Ma insomma, a
quale delle scuole del socialismo appartiene lei, si può sapere?
Alberto rispose: — A che serve dire di che scuola sono a chi non ne
accetta nessuna? E a che pro parlar di rimedi sociali con chi crede i
mali irreparabili e nega che ci siano?
— Noi non neghiamo i mali — rispose l’altro, — ma vogliamo ripararvi
con la carità.
Alberto si ricordò in quel punto che in una sottoscrizione pubblica
dello scorso inverno, quel signore aveva mandato ad un giornale
due lire per sè e cinquanta centesimi per ciascun membro della sua
famiglia, tutti firmati in colonna, in modo che era riuscito a far
stampare sette volte il suo nome con uno scudo: la tariffa, presso
a poco, delle inserzioni. — Con la carità? — gli disse allora, —
faccia...; ma non si rovini.
La stoccata era forte: le signore non poterono rattenere un sorriso; la
Luzzi si coperse il viso col ventaglio.
Uno sconosciuto, balbuziente, coperse la ritirata del vecchietto
ripetendo la sua domanda: — Dica dunque: è collettivista? è comunista?
— È per l’uguaglianza assoluta, per un ordine sociale che metterebbe
alla pari Dante Alighieri e un cretino?
— E perchè mai, — ribattè Alberto, facendo un viso ingenuo —
respingerebbe «lei» un tale ordinamento?
Si udirono scricchiolare alcune seggiole; ma il colpito non sentì il
colpo alla prima. Vedendo però sorridere la signora Luzzi, sospettò
qualcosa e disse piccato: — Lei fa il socialista con un secondo fine.
Alberto lo guardò con stupore, e domandò sorridendo: — Per aver
stipendi e decorazioni?
Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!
Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più
sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova
per arrivare più presto a Venezia.
Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì
la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare
sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro
incipriato!
— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.
— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce
d’appartenere a una razza inferiore!
Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco
la mia alleata!
Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se
era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non
n’aveva.
— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime:
prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e
dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di
manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società,
non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o
morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un
mestiere.
— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è
socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?
— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo
violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo
facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi
regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da
cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.
— Magre ragioni! — rispose un vecchio maggiore pensionato, amico
del Luzzi. — Chi è persuaso d’un’idea, deve tutto sacrificarle! Lei
dovrebbe essere il primo a dar l’esempio.
A costui rispose la signora Luzzi: — Se è così, signor maggiore, lei
vuole liberare Trieste dall’Austria, perchè non prende il fucile e
parte per il primo per la frontiera?
Il maggiore si rivoltò, dicendo che il paragone non calzava; ma la
signora Luzzi ribattè: — E poi, mi scusi, c’è contraddizione. Se un
socialista è ricco, gli dite: — Dovete dar tutto agli altri. Se è
povero gli dite: — Siete socialista perchè non avete nulla da perdere.
Che logica è questa?
Rimasero tutti un po’ sconcertati; ma se la cavarono fingendo
di prendere quell’argomento in ischerzo, e voltarono il discorso
per domandare ad Alberto che idee avesse sulla proprietà, e se il
socialismo volesse obbligar tutti a lavorare.
— Non si riuscirà mai a questo! — esclamò il maggiore. — La proprietà
è un istinto! Persin lo scoiattolo, persino il topo campagnolo
sono proprietari, perchè ammassano per l’inverno delle provvigioni
sovrabbondanti, di cui resta loro una parte nella primavera. Vede
dunque che perfino tra le bestie ci sono i ricchi, che hanno del
superfluo perchè sono stati previdenti.
— Ma le bestie — rispose Alberto — fanno le loro provviste da sè,
non le fanno fare agli altri, e non son provviste che fruttino altre
provviste senza fatica come il danaro, e i topi non le lasciano ai
figliuoli perchè marciscan nell’ozio.
— Queste son celie! — gli rispose uno dei due ingegneri. — Non c’è
bisogno di ricorrer alle bestie. Lei che è letterato, dovrebbe sapere
la definizione che ha dato dell’uomo un grande scrittore: «L’uomo è
un animale proprietario». Che cosa gli avrebbe da rispondere, signor
professore?
— Gli risponderei che non discuto quell’epiteto, con chi si appropria
quel sostantivo.
La Luzzi rise: l’ingegnere fece una spallata. — Non sono questioni, mi
scusi, da trattarsi con giuochi di spirito!
— Ma come vuol che me la cavi altrimenti, — rispose Alberto ridendo —
se m’assaltano tutti insieme e non mi lascian rifiatare.
— La proprietà è frutto del lavoro!
— Non tutta, nè sempre.
— Eh, andiamo — osservò il Cambiari all’ingegnere battendogli una mano
sulla spalla, — che lavoro ti sono costate le ottantamila lire che
guadagnasti rivendendo il tuo terreno fabbricabile di San Salvario a
dieci volte il prezzo che ti era costato?
— Sei socialista tu pure? — gli domandò l’ingegnere indispettito.
— Quando son disoccupato, — rispose il Cambiari.
— Ma quello è un caso eccezionale, — ribattè al Cambiari il maggiore. —
Prendiamo il nostro impresario qui presente. Egli non lavora più con le
braccia, ma è più benemerito che se lavorasse, perchè con la proprietà
acquistata dà del lavoro ogni anno a duecento operai.
— Dà del lavoro! — interruppe Alberto. — Perdoni, signor maggiore: io
domando se non sono duecento operai che danno il loro lavoro a lui....
— Ma come?
— Ma certo! Se il lavoro di quei duecento operai non fruttasse a lui
molte migliaia di lire, lo darebbe loro?
— Ma questa è una capriola.
— Una capriola da avvocato — aggiunse l’impresario.
— Già, è l’avvocato del lavoro, adesso, il cavaliere degli
sfruttati.... l’_amico degli operai_: il titolo d’un almanacco a dieci
centesimi! È anche amico degli operai che _fanno_ il lunedì? — domandò
un signore grasso, amico del Bianchini padre, che teneva le mani
incrociate sul ventre.
— E perchè no? — gli disse la signora Luzzi con un sorriso vezzoso —
non è amico di lei, che «fa» tutta la settimana?
Risero tutti, anche il signore grasso. E questa volta Alberto si voltò
verso la signora con un moto di viva simpatia che essa vide.
— Eh, caro signore, — riprese l’avvocato — lei fa l’avvocato dogli
operai senza conoscerli; ma cambierebbe idee se ci avesse che
fare. Restii al lavoro, briaconi, ignoranti e presuntuosi insieme,
maldicenti, feroci dei padroni: un bravo operaio è una mosca bianca, lo
creda pure....
— Io non capisco.... — rispose Alberto — ma se gli operai sono
fannulloni, chi è che fa tutto l’enorme lavoro manuale di cui la
società ha bisogno ogni giorno? Vanno a ubriacarsi all’osteria! Si
vanno a ubriacare anche molti signori in luoghi più puliti, è vero;
ma senza la scusa di aver per case delle buche, in cui ripugni di
passar la sera, o col vantaggio di poter nascondere l’ubriacatura in
una _cittadina_. Sono ignoranti! Questo è certo, e non hanno scusa:
quando li vedo tornare a casa la sera, rotti da dieci ore di lavoro,
io domando: O perchè non vanno al Circolo filologico? Dicono anche male
dei padroni. Ma mi pare che lei, dal canto suo, non faccia di loro dei
panegirici.
— Ben risposto, davvero! Ma le ripeto una cosa sola: vorrei che ci
avesse da fare per una settimana e mi darebbe poi il suo bravo parere
sopra le _otto ore di lavoro_!
— Il lavoro è un freno! — sentenziò il vecchio impiegato.
— Un freno che ammazza — rispose Alberto — non è più un freno; è un
capestro.
— E lo vogliono allentar bene il capestro i profeti socialisti che
profetizzano il lavoro di tre ore al giorno!
— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato
— anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha
inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre
ore.
— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende
da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?
— Ma per me ha lavorato mio padre.
— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e
non lei?
Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo
vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:
— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?
La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella
paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di
tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da
vivere, perchè si dovrebbe lavorare?
Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli
occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.
Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli
operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso
al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava.
Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò,
soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da
desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato....
— disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei
ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del
prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il
numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso —
contro il pudore.
— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così
fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.
Molti risero, altri fecero dei cenni di disapprovazione. — Ma lei
ha torto — riprese la signora, senza turbarsi, — perchè è la cattiva
nutrizione, che intristisce gli uomini. Sa il proverbio tedesco: «Der
Mensch ist was er isst». L’uomo è ciò che egli mangia!
— Ma signor Luzzi! — esclamò il Cambiari, voltandosi verso il marito —
la sua signora è socialista! È forse lei che la catechizza?
Il Luzzi, che non aveva ancora aperto bocca, crollò il capo in atto
di compatimento verso sua moglie, come per dirle che era una pazza,
poi espose la propria idea, mettendo nei suoi occhietti di topo
un’espressione di finissima astuzia. Eran tutti malati d’immaginazione.
Il socialismo era un fantasma creato dalla borghesia, la quale
rassomigliava a certi malati che a furia di parlare di una malattia
che non hanno, finiscono con soffrirne davvero. Egli aveva affermato il
proposito di non aprir bocca in quelle controversie, perchè gli facevan
compassione.
Tutti scrollarono le spalle; quel Luzzi che non aveva senso comune. Il
socialismo esisteva, anche troppo; ma erano «i socialisti borghesi,
borghesi dilettanti» quelli che gli fortificavano la vita. — Sono
loro — disse il vecchio impiegato ad Alberto, ripetendo delle parole
lette di fresco — loro che giuocano col mostro ancor piccolo, ancora
innocente, con un nastro al collo come un agnello, e lo tiran su a
bocconcini, senza pensare che un giorno mostrerà i denti e divorerà
loro stessi e tutti quanti.
— Ma è appunto quello che io penso! — rispose Alberto.
— E anche quello che desidera?
— Io non desidero che il bene di tutti.
— A spese di alcuni, non è vero?
— Sarebbe sempre più giusto che il bene di alcuni a spese di tutti.
Tutti protestarono in coro, l’impiegato fece un atto di sdegno e
la discussione stava per volger alle brutte quando il Cambiari la
interruppe con uno scherzo, e la troncò poi affatto la comparsa di un
cameriere con un gran vassoio pieno di bicchieri.
Allora tutti si levarono in piedi e formarono vari gruppi conversanti
a voce bassa e concitata, nei quali Alberto argomentò dai gesti e
dagli sguardi che gli si levava la pelle. E si accorse che le signore
non gli erano meno ostili degli uomini. Già, durante la conversazione,
nonostante le risatine, provocate da certe sue risposte epigrammatiche,
egli aveva colto a volo da tutte, fuorchè dalla padrona di casa, delle
occhiate malevoli, quasi sprezzanti. E quell’abbandono, a cui non era
preparato, del sesso gentile, che l’aveva sempre accarezzato cogli
occhi e con la parola, lo rattristò. Si trovava solo in un angolo:
cercò con lo sguardo la signora Luzzi.
Era accanto a lui, come se avesse indovinato il suo pensiero.
Egli le disse piano, con calore: — Grazie.
E vide che i suoi occhi, belli come non gli erano mai apparsi, si
velavano.
. . . . . . .
Amicizia nuova.
..... a quell’uscita tutti e tre protestarono, ridendo, e uno più forte
degli altri, picchiando un pugno che fece sobbalzare i bicchierini del
cognac, con cui stavano coronando la colazione:
— Sì, — ripetè con garbo, ma con fermezza il professore, — ve lo
ripeto. E volete che ve lo dimostri che non conoscete il mondo? Siete
qui un conferenziere sociologo, che insegna a rimpastare la società, e
due romanzieri che scrutate dentro e fate parlare persone di tutte le
classi sociali, e non c’è uno di voi che conosca un operaio.
Uno dei romanzieri fece una spallata. — Ne conosco cento — rispose. —
Non è mai venuto un operaio a fare una riparazione in casa mia che io
non mi sia intrattenuto con lui per un’ora.
— A interrogarli come i generali interrogano le sentinelle: di che
classe? quanti mesi di servizio? avete a lagnarvi di nulla? E credi
d’averne conosciuto uno solo in codesta maniera? Credi che si possa
studiare un uomo delle classi inferiori, a cui non ci lega nessun
vincolo, da cui ci separano cento idee false, nello stesso modo che ci
facciamo un concetto d’un romanzo nuovo scartabellandolo distrattamente
in un momento d’ozio?
— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha
torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della
letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal
pennello zoliano.
— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri.
— Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il
pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come
Enrico Leyret.
— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.
— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.
— L’amicizia.
Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo
falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di
maniere e d’abitudini.
— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella
propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte
le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita
signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione
d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce
l’amicizia.
— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o
non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.
— È una realtà.
— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.
— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la
sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella
di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia:
anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona
di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon
uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di
pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi
che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se
avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora,
con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e
ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come
d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con
tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento,
ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere.
La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che
gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli
occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva
a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato
dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la
famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più
che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e
sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi
nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una
schietta stima e di una viva benevolenza.
— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è
socialista?
— Sì.
— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato
socialista.
— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il
socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come
procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della
pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco
tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche
peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.
— Ti ha almeno illuminato l’_amico_, riguardo alla soluzione?
— M’ha fornito dei dati che ignoravo.
— Riflettici la luce, dunque.
— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima
volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza
del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene:
sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo,
più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti
pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i
casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni,
della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento
e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme
generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si
prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le
quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che
quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà
formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e
molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come
d’una verità psicologica elementare.
— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.
— Mi sono persuaso che v’è nella maggior parte, come in quell’uno, un
sentimento, il quale li spinge al socialismo con altrettanta forza, se
non maggiore, del desiderio e della speranza d’un miglioramento della
vita materiale, ed è la coscienza ribelle, come a un’ingiustizia, allo
stato d’inferiorità sociale e morale in cui li tiene l’opinione della
borghesia, la coscienza del loro diritto a una maggior dignità di
vita, anche fuori d’ogni considerazione di agiatezza, un’aspirazione
alla coltura, all’educazione, a tutte quelle cose, la cui mancanza li
separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori.
Mi sono persuaso che non deriva da pigrizia o da sollecitudine della
salute il desiderio d’una riduzione della giornata di lavoro; ma da un
vero imperioso bisogno di vivere un po’ di vita del pensiero, di avere
il tempo di mescolarsi, se non altro come spettatori, alla vita del
mondo, di rompere con qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana,
affannosa come la corsa di gente inseguita, dalla casa all’officina,
dall’officina alla pentola, dalla pentola al letto, che travolge
come un vento affetti e pensieri e opprime il respiro dello spirito e
confonde quasi come in un sogno faticoso il sentimento dell’esistenza
— La seconda scoperta — osservò uno dei romanzieri — non val quella
dell’America; ma val più della prima.
— Taci: è tutto un nuovo mondo per te, che non sei mai uscito dal
vecchio continente della letteratura. Ho scoperto che noi siamo
tutti in un grande errore supponendo che per effetto della distanza
da cui son separate le classi, la nostra si sottragga in gran parte
all’osservazione e all’indagine censoria delle classi lavoratrici;
mi sono accertato, studiandone uno solo, che anche fra gli operai più
incolti v’è ora l’intuizione acuta d’una quantità d’abusi dei signori,
di ingiustizie e di lacune delle leggi, d’immoralità mascherate della
vita politica e del commercio finanziario, delle quali li crediamo
ignoranti affatto come di cose dell’alta scienza; che v’è fra di loro
un gran numero di «dilettanti critici» di processi e di cronache
mondane scandalose, di «specialisti» che conoscono le sorgenti
impure della fortuna di molti loro concittadini, che segnano a dito
i figliuoli ricchi e rispettati di padri usurai o falliti con frode,
che indicano le palazzine guadagnate in un’ora con un colpo fortunato
alla Borsa, che conoscono vizi ed imbrogli di faccendieri illustri e
potenti, come giornalisti di professione, che portano in tasca e cavan
fuori a proposito, per leggerli nei crocchi, dei giornali vecchi, nei
quali sono accennati i milionari pensionati del Governo a ottomila
lire l’anno e i professori d’Università che riscuotono lo stipendio di
un decennio senz’aver fatto una lezione, e che citano esatte le somme
enormi profuse da municipi dissestati in festeggiamenti adulatorii e
le gratificazioni favolose largite da certe grandi amministrazioni ai
loro pezzi grossi, mentre fanno aspettare per anni dei miseri sussidi
a vedove e a orfani di lavoratori manuali che, faticando diciotto
ore al giorno per sessanta lire al mese, si sono accorciata la vita
a benefizio degli azionisti. Mi sono persuaso che sono tutte queste
cognizioni accumulate nei cervelli, tutti questi sentimenti, ribollenti
negli animi, che fanno trasmodare molte volte le moltitudini mosse
da prima da un intento pacifico, e che la più parte di coloro che
le condannano, accorderebbero loro molte «circostanze attenuanti» se
sapessero.... quante cose esse sanno.
— Ci hai dell’altro? — domandò il conferenziere.
— E del meglio? — domandarono gli altri due.
— Dell’altro e del meglio. Ho capito quanto sia erroneo il concetto
che noi ci facciamo, generalmente, del lavoro manuale, e quindi
ingiusto nel più dei casi il rimprovero che si fa agli operai di non
«amare il lavoro» nel senso e nel modo che noi amiamo il nostro. Ho
capito quanto si debba essere indulgenti, per questo riguardo, col
grandissimo numero che compiono un lavoro monotono, il quale è duro e
opprimente per modo che molti l’abbandonano per darsi a fatiche anche
più gravi e men retribuite, non per altro che per liberarsi dall’eterna
intollerabile uniformità dei movimenti muscolari a cui li costringe
l’attuale divisione del lavoro nella grande industria, e per cui, alla
lunga, nasce in loro un abborrimento invincibile. Molte cose avevo
lette nei libri al proposito; ma il mio amico per il primo, con certe
frasi e immagini vive del suo vernacolo, molte volte ripetute, mi fece
comprendere e sentire quasi come per esperienza la tortura della fatica
avvelenata dalla noia, la tristezza delle lunghe giornate passate nelle
officine oscure, tra il fumo e il polverio, in uno strepito assordante,
l’aspettazione interminabile del suono liberatore della campanella,
il continuo affannoso desiderio che spinge tutti i pensieri verso la
domenica come a una terra promessa lontana, dove si potrà respirare e
pensare, essere un uomo per un giorno.
Mi son quindi persuaso anche di questo: come in moltissimi non si ha
che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di forze e
da un enorme tedio accumulato, quello che a noi pare rassegnazione
ragionevole al proprio stato; mi son persuaso che quello che noi
giudichiamo in molti indifferenza o avversione al socialismo che li
cerca, non è altro che inettitudine o ripugnanza allo sforzo necessario
per comprendere e appropriarsi le proprie idee, impotenza della mente
paralizzata da un lavoro macchinale di molti anni, il quale non è più
in loro, come dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del
midollo spinale, e li ha ridotti a vivere come le rane, a cui sono
stati tolti i lobi cerebrali. A voi, romanzieri: ecco un argomento
degno dei vostri studi più dei cuoricini delle contesse.
— Sta bene; — gli rispose uno degli apostrofati — ma.... _passez au
déluge_.
— Eh, il diluvio verrà, se non metterete giudizio. Tutte queste cose il
mio amico non me le disse come io le ho dette a voi, si sottintende;
ma io le compresi dai frammenti dei suoi discorsi o glie le lessi
dentro per gli spiragli che mi lasciava aperti tra parola e parola.
Incoraggiato, ho continuato a scavare nell’animo suo, aprendogli
sempre il mio tutto quanto, e v’ho scoperto delicatezze di affetto
che non immaginavo, sentimenti e pensieri che non venivano fuori se
non perchè non trovavano la via d’uscita, o ne uscivano travisati
dall’espressione monca ed impropria; ho afferrato a volo idee e
intuizioni nette di una mente vergine, non viziata, come la nostra,
dalla consuetudine di guardar le cose a traverso le reminiscenze dei
libri e di giudicarle in relazione coi giudizi altrui; ho inteso da
lui giudizi sulla società e sulla vita originali e sensati, domande
elementari e profonde di bambino, che mi mettevano in impiccio, e
ragioni semplici e lucide, alle quali, con mio stupore, non trovavo
nel mio magazzino intellettuale nessuna ragione da opporre, che non
fosse un giuoco di parole. Per tutte queste cose mi son legato a lui,
e ho provato nella sua compagnia come un ringiovanimento del senso
dell’amicizia, certe compiacenze vive e delicate delle prime intimità
fraterne dell’adolescenza, delle quali non avevo quasi più memoria.
L’amicizia dura da vari anni. S’è stabilito un commercio intellettuale
fra di noi. Io gl’impresto dei libri; egli, dopo lettili, mi domanda
delle spiegazioni le quali non di rado non valgono i suoi commenti
impreveduti, che mi fanno pensare anche quando battono in falso. Ho
veduto la sua intelligenza allargarsi e rischiararsi rapidamente, come
quella d’un ragazzo che, invece d’imparare, riacquistasse la memoria
di cose dimenticate. E ciò non ostante, non so proprio chi di noi
due abbia giovato all’altro di più. Per me egli è stato la chiave che
m’aperse la porta d’un mondo ignorato. E gli sarei grato per il solo
fatto di avermi indotto questa persuasione: che il miglior modo di
istruire e di educare il popolo, di riuscirgli utili e di essere giusti
con lui, è quello di legarglisi con dei vincoli individuali d’amicizia,
e che se ogni borghese colto avesse un vero amico nelle classi operaie,
il mondo procederebbe certo egualmente verso la mèta a cui la legge
della vita lo sospinge, ma forse per altra via e con altro passo, con
maggior vantaggio di tutti.
— Applausi dal settore di destra — disse uno dei romanzieri. — M’hai
persuaso benchè tu abbia parlato come un professore. Cedimi dunque il
tuo amico.
— Ah no! — rispose il professore. — Fate voi altrettanto per conto
vostro. Un’amicizia di tal genere non serve a nulla, anzi non si può
avere se non si conquista. Vi trovereste a dover rifare il lavoro
medesimo, a vincere le stesse difficoltà e le stesse diffidenze ch’io
ho dovuto vincere. Non è uno di quegli amici che s’imprestano come un
soprabito.
— E allora come trovarne?
— Ci dovrebbero essere delle agenzie speciali.
— Dobbiamo ricorrere alla «Camera del Lavoro».
— Ridete pure, — rispose il professore mentre tutti si alzavano per
uscire. — Avete ingegno: son ben certo che quello che vi ho detto, vi
rimarrà stampato nel cervello, e che ci penserete molte volte.... senza
ridere.
Fra anarchico e socialista.
(FRAMMENTO.)
La visita che Alberto aspettava con maggiore impazienza era quella del
Baldieri. Il concetto un po’ fantastico che s’era fatto di lui, il
pensiero di trovarsi per la prima volta davanti a un operaio d’idee
profondamente discordi dalle sue, a un agitatore audace, provato da
processi e da prigionie, che forse gli veniva in casa di mala voglia,
e col proposito di dirgliene delle dure, lo tennero per vari giorni in
uno stato di curiosità viva; la quale diventò vivissima quando, all’ora
indicatagli dal Cambiasi con un biglietto, egli sentì una vigorosa
scampanellata.
Dal viso con cui la cameriera gliel’annunciò e dall’incertezza con
la quale disse _un uomo_ invece di _un signore_, capì che doveva aver
visto una faccia straordinaria.
E quando l’«uomo» gli fu davanti, egli dovette fare uno sforzo per
dissimulare l’impressione che gli produsse il suo aspetto.
Non vide sul primo momento che due occhi azzurri potentissimi in una
testa bionda più alta della sua; la quale pronunziando il suo nome,
s’alzò invece d’inchinarsi.
Lo fece sedere, e l’osservò a varie riprese, di sfuggita, cominciando
subito le sue interrogazioni, come se non s’occupasse punto della
sua persona. Il Cambiasi aveva ragione. Egli non avrebbe saputo
immaginare un viso che esprimesse più audacemente l’idea dell’anarchia
rivoluzionaria. Era un viso lungo e sanguigno, con un gran naso
arcato e sottile, che dava l’idea d’un’arma offensiva, e una bocca
ferma, guernita di baffi petulanti, e un poco torta verso la guancia
sinistra, dove s’apriva una cicatrice piccola e profonda, come il buco
d’una palla di pistola. Ma più fieramente parlanti erano gli occhi,
coi quali, fissando Alberto mentre rispondeva breve e netto alle sue
domande, pareva che dicesse: — Chi è costui? Cosa cova? Che fine può
avere la sua impostura? — Mai due occhi umani non gli avevano frugato
dentro all’anima come quei due. Tutto ciò che v’è ancora di dubbioso
nella sua nuova fede, tutti i pensieri e sentimenti che lo legavano
ancora alla sua classe, gli parve che si agitassero, si scontorcessero
sotto quello sguardo come un gruppo di bisce sferzate. Tanto che il
suo cuore ardito se n’adontò e si ribellò, mandandogli un’ondata
di sangue fino al collo, e invece di restringere la conversazione
come aveva fissato, al lavoro dei fanciulli, egli decise d’assalirlo
nel campo stesso delle sue idee, quando il primo argomento fosse
esaurito. E cominciò a fissarlo, alla sua volta, negli occhi. E di
volo riconobbe in lui quello che altri già riconobbero negli anarchici
idealisti e sinceri: i caratteri fisici anticriminali: fronte larga,
cranio ampio, una folta barba castagna, le pupille chiarissime. Era
un bell’uomo; ma di quella bellezza che lascia l’animo incerto fra la
simpatia e l’avversione; una di quelle figure vistose ed insolite, che,
quando s’incontrano per la strada, vi fanno dire: — chi sarà costui?
— A un certo punto sorrise, e Alberto fu stupito della espressione
singolare di quel sorriso; pensò al sorriso, come lo chiama l’Antonino,
_fantastico_, di Cola di Rienzo. Anche nella calma con cui parlava, il
suo viso, il suo gesto, la voce, la parola, tutto aveva qualche cosa di
tagliente e di aggressivo.
Quando capì che l’interrogatorio era finito, s’alzò a un tratto, con
impeto, come se le sue gambe fossero due molle d’acciaio che avessero
dato uno scatto a suo malgrado. Ma una curiosità imperiosa costrinse
Alberto a trattenerlo.
— Come, — gli domandò sorridendo — se ne va senza cercar di convertirmi?
Il Baldieri lo guardò, senza comprendere: — Convertirla a che?... —
Ma nell’atto stesso che fece quella domanda, comprese. — Ah! — disse
— intendo.... No: non credo che sia il caso. Mi scusi, sa. Ha qualche
cos’altro da domandarmi?
Alberto fu urtato da quella durezza: — Poichè rifiutate la discussione,
non mi resta nulla da dire.
— Rifiuto la discussione! — ribattè l’anarchico. — Non la rifiuto
mai quando credo che possa servire a qualche cosa. Ma a che cosa può
servire.... tra me e lei?
Alberto volle rispondere; ma quegli lo prevenne. — Allora — disse
— sarò franco; me lo permetterà. Noi non ci possiamo intendere. Un
borghese non può esser con noi. Si può illudere, può essere qualche
volta in buona fede....; ma alla prima occasione ci volterà le
spalle, per forza, perchè non si può cambiare il midollo delle ossa.
Tutt’al più, loro possono essere socialisti. Ma socialista e borghese
è tutt’una per noi..... come per loro anarchico o pazzo. A che pro
discutere coi pazzi? Dica la verità: per lei l’anarchismo è una pazzia.
Alberto gli fece cenno di sedere: quegli sedette sull’orlo della
seggiola, come per fargli intendere che non si voleva trattenere.
— Non la credo una pazzia, — disse Alberto in tuono cortese — non
mi pare irragionevole lo sperare che gli uomini potranno un giorno
far di meno delle leggi, quando avranno raggiunto quel grado di
moralità in cui la legge è superflua, perchè le basta la coscienza.
Ma credo la moralità attuale ancora tanto lontana da quel termine, da
rendere impossibile l’attuazione del vostro ideale, il quale è tutto
fondato sulla esistenza d’uomini quasi perfetti. Crede lei in una
trasformazione miracolosa della natura umana?
— Ma che miracolosa! — rispose il Baldieri con atto di impazienza.
— Ecco la loro fissazione! Naturale, logica, non miracolosa; logica
e certa, per effetto delle condizioni d’esistenza, affatto nuove,
che dovranno mutar gli uomini per necessità, come il cambiamento del
recipiente muta la forma del metallo fuso. — E fece un gesto come per
dire: — È così chiara!
— È impossibile — disse Alberto. — Voi credete gli uomini pronti alla
trasformazione, perchè, già sin d’ora, li giudicate migliori di quelli
che sono, perchè non pensate che gran parte del male che non fanno, non
lo fanno se non perchè non lo possono, perchè sono disarmati, compressi
dall’ordinamento civile in cui vivono; ma togliete domani tutti i
freni, come volete fare, e gli uomini ricadranno nelle barbarie d’un
salto.
Il Baldieri scrollò le spalle in atto di pietà. — Lo dicevo che non
ci possiamo intendere! — E ribattè con vivacità febbrile, picchiando
il pugno sulla fronte e facendo scattar le parole: — Ma in che
maniera un uomo intelligente non capiva che ogni crimine, ogni trista
passione di adesso era l’effetto necessario d’una violenza, d’una
restrizione imposta alla libertà, d’un vizio o d’una ingiustizia
inerente all’organizzazione sociale? — Ma questo non si discute, —
gridò — questo è patente come una verità elementare d’aritmetica!
Ma non lo vede, non lo riconosce dieci volte al giorno, anche in sè
stesso? — E dicendo questo, piantò in viso ad Alberto due occhi ch’ei
non li aveva ancor visti, e che lo stupivano, quegli occhi fissi di
smalto delle figure dei mosaici, che il Renan dice esser propri dei
fanatici. Ed egli intuì rapidamente quella verità: che la fede assoluta
in qualche cosa è per noi, uomini del presente, un fatto assolutamente
sconosciuto, e che però ci è impossibile il metterci coll’immaginazione
in quello stato dello spirito umano. Comprese che c’era un abisso fra
quell’uomo e lui. Stette guardando un momento quegli occhi, poi disse:
— Ebbene, supposto pure un miglioramento morale immediato negli uomini,
come si può concepire una società senza organizzazione?
— Ma non si tratta di sopprimere ogni organizzazione! — rispose
l’anarchico, impazientendosi da capo. — Questo è un altro dei loro
chiodi. Si tratta di sostituire all’organizzazione autoritaria una
volontaria, una federazione d’associazioni di lavoratori, che abbracci
la società intera!
— Ma non sono possibili associazioni senza patti contrattuali, io
credo; e questi patti saran sempre delle leggi!
— Non saranno leggi, perchè saranno spontanei e liberi, e si potranno
mutare e distruggere quando si vorrà!
— Ma io non capisco neppur questo. In che maniera codeste associazioni,
e nella loro federazione, si potrà mantenere l’accordo e ottenere
l’operosità di tutti? Come potranno funzionare regolarmente l’una e
le altre senza controllo, ossia senza autorità, senza leggi, senza la
coazione dello Stato?
— Oh, curiosa! E come funzionava la società, prima che ci fosse tutto
questo?
— Appunto: voi volete ritornare allo stato di natura; ebbene ci siamo
stati, e siam venuti al segno in cui ci troviamo adesso.
— Ma noi ci torniamo con l’esperienza e con la scienza.
— Sta bene: dunque in condizioni affatto diverse, che ci permetteranno
di rimanervi. Io comprenderei l’anarchia se si potesse tornare in tutto
e per tutto allo stato primitivo. Ma non ci possiamo tornare con la
complessità attuale della società, con l’attuale sistema di produzione,
col macchinismo, con la divisione del lavoro, che richiedono la
cooperazione metodica, armonica, puntuale d’una collettività di
lavoratori, i quali debbono sacrificare la loro libera volontà. Come la
sacrificheranno, se non ci saranno costretti?
Il Baldieri sorrise.
— Ma non ci sarà bisogno di costringerli perchè non avranno da fare
un sacrificio! Esca un momento col cervello dallo stato presente.
Lavoreranno spontaneamente, senza sforzo, non solo perchè avranno da
lavorar meno, e vivranno meglio, ma perchè nello stato sociale in cui
si troveranno sarà evidente, chiarissima a ognuno l’idea del dovere di
ciascuno e di tutti, e questa sarà il più grande stimolo al lavoro e la
regola migliore della condotta!
Alberto non rispose. La discussione ritornava sempre allo stesso
punto, andava a battere contro la fede in un mutamento miracoloso degli
uomini. Era inutile proseguire. Tutte le sue obbiezioni si sarebbero
spezzate contro quell’idea. Ma non voleva parer vinto.
— No, — disse — è impossibile. Non posso concepire che due forme
d’anarchia. Una, possibile, dopo una rivoluzione, anche domani: quella
del vostro Stirner, uno dei padri dell’anarchismo; uno stato di libertà
assoluta, in cui ciascuno combatta contro tutti, e dove si formerebbero
dei gruppi di forti, per libero e mutuo consenso, senz’altro pensiero
che l’interesse personale; lo sfruttamento di tutti, insomma, fatto
da ciascuno; l’altra che sarebbe l’attuazione del vostro ideale, ma
soltanto possibile dopo che la società sarà passata per un periodo
di preparazione collettivista, in cui l’individuo svolgendosi e
perfezionandosi, ridurrà a poco a poco superflua e poi nulla l’azione
delle leggi e dello Stato: ma ciò in un tempo incalcolabile lontano.
Fuor di queste due, non c’è altra anarchia che non sia un sogno.
L’operaio balzò in piedi col viso in fiamma.
— E allora è peggio che un sogno — gridò — è un’assurdità, è una
stupidità il loro socialismo, con le sue leggi e col suo Stato! Come
non capiscono che lo Stato è la peste, perchè non è e non può esser mai
altro che l’organizzazione della forza per proteggere la proprietà, lo
sfruttamento, l’usurpazione? che se si lascia in piedi una sola delle
istituzioni presenti, si riformerà intorno a quella, per necessità,
tutto ciò che era prima? Che pazzia! Si rada tutto una buona volta
dalle fondamenta, come vogliamo noi, e quando non ci saranno più classi
nemiche perchè non ci sarà più proprietà individuale, non sarà più
soltanto inutile lo Stato, ma impossibile, ma ridicolo, come l’insegna
d’una bottega bruciata! Finchè non vi sarà entrata nel cranio questa,
voi altri signori socialisti non sarete mai altro che puntelli, senza
saperlo, di tutte le istituzioni odiose che volete buttar giù, e noi
vi combatteremo, noi vi odieremo peggio dei borghesi! Se non comanda
altro, la riverisco.
Alberto notò il tremito violento della mano con cui egli riprese il
suo cappello, e capì che gli bolliva dentro un’ira anche più forte
di quella che avevano espresso le sue parole; l’ira che accende in
ogni uomo di fede la discussione, come un atto offensivo e pericoloso
insieme, per la sua fede. Per non irritarlo di più, cambiò sveltamente
di tattica.
— E sia pure — disse. — Rimanga ciascuno nella sua idea. Non le
faccio più che una domanda: lei non crede in altri mezzi che nella
rivoluzione?
— In nessun altro — rispose il Baldieri, avviandosi per uscire. — Senza
di questo, tutto è impostura e buffoneria, e l’inferno attuale durerà
in eterno.
— E crede nell’azione rivoluzionaria senza organizzazione?
— Fermissimamente, perchè l’organizzazione della rivoluzione sarebbe
la tirannia preparata, com’è stata sempre finora. E senza capi. E se
verran fuori dei capi, saranno per loro le prime fucilate.
— E senza organizzazione e senza capi, chi manterrà l’ordine e la
giustizia nella presa di possesso del capitale sociale?
Con questo, credette d’averlo messo al muro. Ma l’anarchico gli diede
una risposta meravigliosa:
— Nessuno avrà interesse a prendere più di quello che gli occorre per
lavorare.
A questa risposta inaspettata, a vedere la sincerità assoluta
che brillava nei suoi occhi chiarissimi e fissi, Alberto si sentì
disarmato, e l’obbiezione che stava per fargli ancora riguardo al
principio: «ciascuno secondo i suoi bisogni», non attuabile se non
nel caso d’una produzione sovrabbondante per i bisogni di tutti, gli
morì sulle labbra. Egli sentì una specie d’ammirazione attonita per
quella fede cieca, per quell’uomo così saldamente, così invincibilmente
persuaso della sua idea.
— E crede anche — si restrinse a dirgli — i tempi già maturi per una
rivoluzione?
— Magari per vincerla, no. Ma per cominciarla, per avviarla con delle
rivolte, che scuotono l’opinione pubblica, poichè non c’è altro che
la violenza che mandi avanti una causa, e non si fanno proseliti che
con degli esempi d’audacia. La miglior propaganda è di sgomentare il
nemico, di fargli tremare la terra sotto i piedi, di rendergli la vita
così tribolata e miserabile, di far desiderare anche a lui la fine di
tutto. I primi si sa, pagheranno i vasi rotti, come accade sempre; ma
ne verrà dopo degli altri, che s’andranno moltiplicando; e poi verrà
il momento favorevole, in cui agiranno tutti insieme, e allora sarà
un uragano, che non lascierà più un sasso sull’altro di questa infame
galera. E sarà presto, com’è vero che io e lei siamo qui, e che ci
guardiamo in faccia.
E questo disse con un tale accento, con un tale sguardo che Alberto,
con sua intima vergogna, sentì scorrere un freddo istantaneo dentro il
suo sangue borghese, e si passò una mano sulla bocca per nascondere lo
sforzo di mandar giù la saliva. Dopo una breve pausa gli domandò: — È
anche per l’azione individuale?
Quegli lo guardò fisso, e poi scrollando le spalle come si fa a una
domanda fanciullesca, rispose sprezzantemente, ma vigorosamente:
— No!
— E in un’azione collettiva — gli domandò Alberto — sarebbe pronto a
sacrificarsi fra i primi?
— Io?... — quegli disse guardandolo. E soggiunse con un accento
tranquillissimo: — E non me lo legge sulla faccia?
Alberto lo fissò senza parlare. E non sapendo dir altro: — Grazie —
disse — delle informazioni.
— Era mio dovere, — rispose l’operaio. — Se occorrerà altro, potrà
avvertir l’ingegnere. Al piacere di rivederla.
E senza dargli il tempo di porger la mano, se n’andò a passi risoluti,
facendo risonare i tacchi sul palchetto come tanti colpi di martello.
Alberto rimase pensieroso in mezzo alla stanza, e gli prese un dubbio
improvviso intorno a quell’idea, la quale neppur nei libri dei suoi
propugnatori più eloquenti, egli aveva mai potuto, non che accettare,
comprendere. E fece ancora uno sforzo per concepire la società come un
tutto così fuso ed uno che non fosse possibile determinarvi la parte
che spetta a ciascuno delle ricchezze che essa produce; e in cui tutti
avessero uguale diritto sul prodotto dell’opera comune; e si compiesse
la partecipazione senza abusi, senza disordini, come una immensa
famiglia concorde.... Ah, no, era un’illusione, un sogno, una follia!
Ma lo distolse da questo un altro pensiero: — Da che poteva nascere
quella fede in una grande bontà ed equità futura degli uomini, se non
da un così appassionato desiderio del bene altrui che gli facesse velo
al giudizio? Che altri impulsi poteva egli avere, se non generosi,
poichè in un nemico d’ogni superiorità e d’ogni autorità sociale
l’ambizione non poteva essere, e la probabilità di migliorar la sua
sorte era tanto minore di quella di perder la vita o la libertà per
riuscirvi?
*
Poi domandò a sè stesso: — Ma quanti avranno la fede e la fibra di
costui? Forse un altro nella sua città — pensò — forse non dieci nel
suo paese, forse non mille nel mondo.
— Ah, no, — concluse. — Non si fa un esercito di eccezioni umane.
L’esercito siamo noi, e travolgeremo nel nostro corso enorme anche
loro. Essi non sono che la schiuma delle nostre onde, che andrà perduta
nel mare....
Agitazioni e scioperi.
Il buon cavaliere, data appena una scorsa alla rubrica quotidiana
«Agitazioni e scioperi» dove gli cadde sott’occhio la notizia d’un
vasto sciopero agrario imminente in una provincia dell’Emilia,
buttò via il suo fido giornale ed esclamò con accento di grande
scoraggiamento: — Insomma, non si campa più! Questa non è più vita, è
una convulsione perpetua, è il ballo di San Vito della Nazione, è una
esistenza d’affanno a cui il mio temperamento non può reggere. Se ha
da seguitare così, piuttosto di continuare a vivere in queste ansie
dell’inferno, com’è vero il sole, io vado a finire i miei giorni in
un’isola disabitata dell’Oceania.
E ciò detto, piantò il gomito sulla tavola, appoggiò una guancia sulla
palma della mano, e stette così, scotendo il capo, come per riaffermare
il suo proposito di emigrazione dal mondo civile.
L’amico che conosceva a fondo la sua natura di don Abbondio borghese,
gli si fece accanto e gli disse con molta pacatezza: — Senti, caro
mio. Il solo modo di vivere in pace, quanto si può, è di persuadersi
che la pace al mondo non è possibile, perchè il mondo in pace
sarebbe un mondo morto. Noi italiani siamo male avvezzi. Dal 1866 in
qua, da quasi quarant’anni, non abbiamo più avuto scosse nazionali
profonde. La spedizione di Roma del 1870 è stata una festa. La guerra
d’Africa, oltrechè non mise in pericolo la nazione, non ci diede che
delle commozioni molto attenuate dalla lontananza dei fatti. Questi
quarant’anni di bonaccia hanno fatto nascere e crescere in tutti
l’illusione che la civiltà d’un popolo possa progredire come va avanti
un piroscafo sulla faccia d’un lago dormente. Quindi il movimento
attuale del proletariato, che ci riscuote dal lungo dormiveglia, ci
pare il finimondo. Ma voltiamoci un poco indietro col pensiero. Non
parlo del periodo della rivoluzione francese e del primo impero, che
fu anche per l’Italia una convulsione d’un quarto di secolo. Parlo
della rivoluzione nostra. Dimmi che cosa sono le agitazioni presenti
appetto a quelle per cui passò la borghesia in quel periodo. Prima le
cospirazioni e i conati falliti, con le conseguenze tragiche delle
persecuzioni, delle confische, degli esigli, delle prigionie, delle
morti; poi una sequela di guerre, ciascuna delle quali poteva finire
con l’invasione straniera e con una reazione terribile, e in cui tutto
era messo a rischio: la vita, gli averi, la libertà, l’esistenza stessa
della nazione; per una lunga serie d’anni si visse come un esercito
accampato, non davanti ad un nemico, ma in mezzo ad un cerchio di
nemici, minacciati, insidiati di fuori e di dentro da mille pericoli,
senz’alcun benefizio della pace negli intervalli di tregua, in procinto
perpetuo di un fallimento disastroso, in una vicenda continua di
speranza e di disperazione. Non ti pare che i pericoli e gli affanni
d’oggi siano ben poca cosa in confronto di quelli passati?
Il cavaliere scrollò il capo, e rispose tre volte no. — No;
l’agitazione e i pericoli d’allora li volevamo noi, e sapevamo
quello che volevamo. Era un movimento storico, necessario, chiaro,
circoscritto. Ma questo chi sa dove andrà a finire?
— E anche questo è determinato da una necessità storica, è un fenomeno
naturale della vita sociale. Credi che le forze della vita e della
storia agiscano in una classe sola della società? Quello era un
movimento circoscritto! Da che confini? Forse che la borghesia s’è
contentata dell’unità e della libertà? Conseguite queste, non abbiamo
noi cercato di ricavarne tutti i possibili vantaggi individuali e di
classe, morali e economici? Ora le moltitudini voglion fare lo stesso:
migliorare il proprio stato, come abbiamo fatto noi, servendosi delle
stesse conquiste che a noi giovarono. E questo non facciamo noi ancora,
tutti quanti? Chi non s’agita, in un modo o in un altro, per migliorare
lo stato proprio? Chi è pago delle proprie condizioni di vita anche
fra i più fortunati? Non diciamo noi che il malcontento è padre d’ogni
progresso? Rifletti un poco. Noi giudichiamo naturale, giustificabile,
anche lodevole che si dia moto e s’affanni per accrescer la sua fortuna
il milionario, perchè riesce a vantaggio comune l’attività ch’egli
spiega a quel fine, e non vorremmo che le classi sociali più povere
s’agitassero per innalzarsi a una condizione di vita più umana! Ti par
che sia logico? Ti par che sia umano?
— Non c’intendiamo. Non son contrario al fine: mi spaventano i mezzi,
m’inquieta il fatto che queste classi si organizzino, si leghino e si
muovano di concerto: in questo è il pericolo, e questo condanno.