RACCONTI E DIALOGHI.

Il primo passo.

(FRAMMENTO DI UN ROMANZO INEDITO.)

Alberto Bianchini aveva scelto la carriera dell’insegnamento

letterario, non solo per la tendenza naturale del proprio ingegno,

ma anche per un sentimento capriccioso di vanità mondana: perchè

gli pareva che in lui, giovane agiato, elegante, addestrato a tutti

gli esercizi cavallereschi, e destinato a brillare nella società

signorile, avrebbe acquistato una grazia insolita, sarebbe parso una

qualità singolare ed amabile quel titolo di professore di lettere,

che suol dare l’immagine d’uno studioso un po’ pedante e un po’

sciatto, rifuggente dal bel mondo per necessità o per natura. Ma questa

vanità egli aveva perduta in parte nel corso dei suoi forti studi

universitari, e non gliene restava più traccia quando, terminati gli

studi, entrava a un tempo stesso nell’insegnamento e nell’arte.

Nell’arte era entrato di sbalzo con un’opera d’immaginazione e

d’analisi: le confessioni d’un uomo che, rifatto fisicamente fanciullo,

ricomincia la vita scolastica, e giudica dai banchi della scuola, con

l’intelligenza e l’esperienza dell’età virile, gli studi, i compagni,

gl’insegnanti, i piccoli avvenimenti d’ogni giorno; lavoro, per le

sue forze, prematuro, e in molti punti manchevole; ma vivo e ardito,

lampeggiante d’idee originali, e condotto, da un capo all’altro, a

ondate d’eloquenza colorita e sonora, che avevano avuto una fortuna.

Ma dopo questo, cui eran seguiti altri libri, il suo ingegno s’era

urtato a un intoppo misterioso e insuperabile. Aveva ottenuto ancora

qualche favore la «Storia d’una casa di montagna», nuova nel concetto,

ma errata nel disegno, nella quale eran descritti e narrati, giorno per

giorno, il lavoro di costruzione, le fatiche, le dispute, gli amori, le

piccole vicende degli operai e delle operaie, dalla scavazione per le

fondamenta fino alla festa tradizionale per il compimento del tetto,

con una sovrabbondanza pesante di particolari tecnici, fornitigli dal

muratore Peroni, abitante nella casa: poi egli non aveva fatto più

altro che ricercar sè stesso senza ritrovarsi. E uscito deluso anche

dalla prova degli studi d’erudizione e di critica, a cui si ribellava

la sua indole impaziente e la sua calda fantasia, era vissuto lungo

tempo in uno stato doloroso d’impotenza artistica, durante il quale

aveva assistito alla morte lenta della sua prima gloria, cercando

invano una grande idea onde far scaturire una grande passione, sentendo

spegnersi, l’un dopo l’altro, tutti i suoi entusiasmi, e le sue

migliori facoltà arrugginirsi nell’inerzia, e intristire nell’ombra

anche la bontà del suo cuore. A ventitre anni era quasi celebre, a

trentacinque era come morto.

Un piccolo avvenimento fortuito lo mise quasi a un tratto in un nuovo

corso di idee. Era entrato quell’anno, a lezioni incominciate, nel

primo corso del liceo Brofferio, dov’egli insegnava lettere italiane,

un giovanetto di sedici anni, pallido, serio, che il Preside gli aveva

annunziato un giorno avanti con cert’aria d’inquietudine, dicendogli

che era fratello di un avvocato Rateri, non conosciuto da tutti e

due che di nome, direttore d’un giornale socialista, la «Questione

sociale», fondato di fresco. Non essendosi occupato mai di tale

argomento, che gli appariva come un problema di meccanica celeste, egli

non aveva mai letto il giornale, che a Torino leggevano pochissimi,

e che gli altri giornali cittadini non rammentavano mai. La presenza

di quel giovinetto nella scuola gli destò una vaga curiosità, che lo

indusse a cercare il foglio, con la certezza di non trovarvi che dei

saggi, non nuovi, di quella vacua rettorica rivoluzionaria, di cui

finanche l’eco lontana l’aveva sempre seccato. Ma, leggendone un primo

numero, e altri dopo, stupì.

Il giornale era scritto quasi per intero dal direttore, che si celava

sotto vari pseudonimi. Il supposto rétore arruffapopoli era una mente

ordinata e ragionatrice, dotata d’una forza d’argomentazione mirabile,

che allacciava e serrava il lettore per modo, da dargli quasi un senso

d’oppressione doloroso all’orgoglio, e aveva una potenza d’espressione

tutta propria, attinta, in parte, a forti studi letterari, la quale

s’aiutava in mille forme ardite e felici col latino, col francese,

col tedesco, col vernacoli, e col linguaggio di tutte le scienze,

condensando le idee, con uno sforzo quasi violento in uno stile

pieno di asprezze e di scosse subitanee, e come rumoreggiante giù nel

profondo, dove pareva di sentir martellare delle incudini, soffiare dei

mantici, fremere delle folle.

Egli che ignorava ancora l’arte facile con la quale si fa il vuoto e il

silenzio intorno ai propagatori delle idee odiate, si maravigliò che un

pensatore e uno scrittore di quella fibra non avesse più autorità e più

rinomanza. Digiuno affatto com’era delle dottrine che quegli propugnava

con tanto vigore, non poteva seguitare il filo scientifico dei suoi

ragionamenti, che richiedevano nel lettore studi e consuetudini

intellettuali molto diverse dalle sue; onde si arrestava ad ogni tratto

nella lettura come chi ha smarrito la strada in un paese straniero; ma

la gagliardia delle critiche, simile a percosse di fruste metalliche,

con cui flagellava i vizi e le idee della sua classe; la profonda

limpidità dello sguardo col quale, attraversando i tempi, vedeva gli

indizi, gli aspetti, le vicende della grande quistione a tutti gli

orizzonti della storia; la fede irremovibile nella propria ragione;

la superba certezza della vittoria futura, che appariva in ogni suo

scritto, piantata sopra un fondamento saldissimo di meditazioni

continue e pacate, gli scossero l’animo, gli suscitarono un vivo

desiderio di avvicinarsi, studiando la questione, a quel singolarissimo

ingegno. Un giorno quegli venne alla scuola a domandare informazioni

del fratello e scambiò qualche parola con lui. Il suo aspetto gli rese

anche più vivo quel desiderio. Era un uomo sui trentotto anni, alto e

diritto, con un viso lungo e regolarissimo, d’una bianchezza e d’una

fermezza marmorea, al quale i capelli irti e corti e la barba piena

facevano una cornice nera, quasi funerea, e aveva due occhi azzurri

velati, che parevan sempre fissi sopra un orizzonte lontano: una

testa d’ostinato, una fronte d’uomo imperturbabile, un abito da prete

spretato, una cortesia fredda, una voce aspra, e nessun gesto, come se

avesse le braccia d’un morto.

Di qui ebbe l’impulso primo che lo volse agli studi sociali....

*

Un caso lo spinse innanzi prima del tempo. Desideroso di conoscere

le prime manifestazioni dell’ingegno del Rateri, e un poco anche di

vedere in che specie di fucina egli martellava la sua strana prosa

di battaglia, andò un giorno a cercar la raccolta del primo semestre

all’ufficio del giornale, che era in una strada fuor di mano di Borgo

San Secondo, in due stanze a terreno, in fondo a un cortile silenzioso.

Visto l’uscio aperto, entrò senza picchiare, credendo di trovar nella

prima stanza un segretario o commesso che ricevesse i visitatori;

e invece si trovò subito nell’ufficio di redazione, in uno stanzone

lungo e nudo come un parlatorio di convento, dove, a capo d’una grande

tavola senza tappeto, coperta di giornali, stava seduto il direttore,

e ritto accanto a lui una signora e un operaio, che spiccavano sul

vano luminoso d’un finestrone. N’ebbe un senso di rispetto, come se

il desiderio della raccolta, che l’aveva condotto là, potesse parere

al Rateri un pretesto puerile per fargli indovinare l’animo proprio, e

quasi per offrirsi alla Causa.

Vedendolo entrare, il Rateri pronunziò il suo nome in accento

interrogativo, senza poter reprimere un piccolo moto di stupore, e gli

altri due lo guardarono con una curiosità evidente di saper con che

scopo fosse venuto. Gli passò sul viso un leggerissimo rossore, che

quelli notarono, e, rapidamente, guardando un busto di Carlo Marx che

era nel mezzo d’una parete, cercò un altro pretesto alla visita. Ma non

ce n’era altri che non dovesse parere anche più finto di quello.

Espresse il suo desiderio.

Allora quei tre lo fissarono con uno sguardo anche più intenso, col

quale egli incrociò il suo, curiosamente, indovinando il pensiero di

tutti e tre. Uno sguardo gli bastò per capire chi fossero l’uomo e la

donna che vedeva per la prima volta. La donna era certo quella Maria

Zara, della quale si parlava da un anno a Torino, dilaniandola, a

causa della propaganda che faceva tra le operaie, per raccoglierle in

associazioni, con articoli e conferenze, che si mettevano in ridicolo:

una specie di Luisa Michel, come la definivano. Il suo aspetto non

corrispondeva punto all’immagine che il Bianchini se n’era fatta,

udendone dire gli orrori che ne dicevano. Dimostrava un trentasei

o trentasett’anni: era alta di statura e pallida, e aveva gli occhi

scuri e profondi, con due grandi sopracciglia nere, da cui le risaliva

fino a mezza fronte una ruga sottile e diretta, che le dava un’aria di

energia virile, e sviava l’attenzione della grazia originale, benchè

un po’ appassita e quasi stanca, del suo viso pensieroso. Era vestita

di nero, col collo nudo, semplice, e pettinata semplicemente: pareva

una monaca che avesse buttato il velo, e il contrasto del suo viso

spirituale e triste con le belle forme del suo corpo robusto e fermo

nell’atteggiamento risoluto d’una donna abituata a parlare in pubblico,

aveva non so che di strano e seducente, da cui il Bianchini fu scosso.

L’operaio, meno alto di lei, un tipo di giovane russo, di viso fino ed

aperto, contornato d’una barba rossiccia, e vestito di panni logori,

ma pulitissimi, che lo guardava con gli occhi socchiusi d’un miope,

gli parve che dovess’essere — e non s’ingannava — un tal Mario Barra,

del quale la «Questione sociale» pubblicava certi articoli intorno

all’«organizzazione della classe operaia», veri torrenti di parole

e di pensieri monchi e disordinati, in cui si sentiva il balbettìo

impaziente d’una intelligenza affollata d’idee, che per la difficoltà

d’uscire s’ingorgavano come il liquido nel collo troppo stretto d’una

bottiglia capovolta.

Il Bianchini notò una diversa espressione nei tre sguardi che lo

fissarono: in quello del Rateri una fredda curiosità, come davanti al

semplice enunciato d’un problema aritmetico; in quello dell’operaio

una idea di simpatia, che s’avvicinava al sorriso; in quello della

donna il senso d’una interrogazione severa e quasi diffidente, ma in

cui gli parve pure di scorgere qualche cos’altro, come l’ombra d’una

rimembranza. E capì che tutti e tre gli avevano letto nell’anima.

Il direttore gli rispose lentamente, come distratto, che non essendo

pronta una raccolta intera, avrebbe cercato di farla mettere insieme,

e che, se anche fossero mancati dei numeri, siccome era stabilito che

i mancanti si ristampassero, egli sarebbe stato soddisfatto presto o

tardi: frattanto, gli avrebbe mandato a casa i fogli che c’erano.

Parlando, s’era alzato egli pure, e stava in mezzo agli altri due,

immobile, formando con essi come un gruppo statuario in fondo alla

stanza nuda; davanti al quale il Bianchini ebbe un pensiero che gli

scosse l’animo, e gli rimase impresso dentro indelebilmente insieme

con l’immagine di quelle tre persone raggruppate. Erano le tre grandi

forze del socialismo: un borghese; una donna, la grande ausiliatrice

invocata ed attesa, senza la quale nulla si sarebbe compiuto, quella

che doveva infonder la costanza ai valorosi, e suscitare gli inerti, e

svergognare i codardi, e sollevare, soffiando nell’oceano umano, l’onda

che avrebbe sepolto il vecchio mondo. Erano il simbolo vivente della

rivoluzione futura. E con questo pensiero gli s’affacciò alla mente,

quasi visibile come una realtà, l’abusata immagine dell’«alba d’un’età

nuova» e gli parve un momento che quelle tre figure immobili e ardite

si disegnassero sulla bianchezza di quell’orizzonte ideale.

Fu tentato di dire una parola; ma lo trattenne un senso di dignità, di

cui avrebbe saputo dar piena ragione. Si ristrinse a ringraziare, ed

uscì, facendo un saluto senza sorriso, a cui non risposero che i due

uomini, con un cenno del capo. Uscì socialista....

Come si diventa socialisti.

........ Spronato da quel desiderio, egli si gettò alle nuove letture

con la curiosità vivace di un viaggiatore che si affaccia a una terra

sconosciuta, sorvolando a tutto il socialismo sentimentale e filosofico

del primo periodo, per afferrarsi ai fondatori scientifici della

dottrina. Era, per sua natura, singolarmente preparato a ricevere da

quelle prime letture una impressione straordinaria, poichè il più vivo

e il più profondo dei suoi sentimenti era quello che chiamò «fondamento

d’ogni moralità» lo Scopenhauer: la pietà; raffinato in lui da una

calda immaginazione. In ogni periodo della sua vita, anche quando

egli aveva l’animo più offuscato dall’orgoglio, dalla sensualità, dai

rancori, quel sentimento aveva trovato aperta sempre e subito la via

del cuore, dal quale scacciava sull’atto, per più o meno tempo, tutti

gli altri. Egli non poteva veder soffrire senza soffrire egli stesso

con intensità quasi uguale a quella di chi l’impietosiva. La vista

di un vecchio povero, d’un fanciullo consumato dagli stenti, d’una

donna lacera e piangente, gli dava all’anima una stretta violenta, una

angoscia, un impulso di pietà appassionata, che gli faceva vuotar la

borsa, che gli avrebbe fatto dare anche i panni che portava addosso, se

non gli fosse rimasto altro da dare.

Anche la sola idea astratta d’una creatura umana, che, in mezzo a una

grande città, con o senza sua colpa, non ha un tozzo o un pugno del

più vile alimento da cacciarsi in corpo per non morire, che manca di

quello che non manca al cane, alla belva, all’insetto più schifoso

e malefico, gli era insopportabile come un dolore fisico acuto; e

per poter vivere e lavorare doveva cacciar di continuo dalla mente,

con uno sforzo faticoso, il pensiero che siffatte miserie esistevano

intorno a lui, che gli passavano accanto non viste per la via, che

si nascondevan forse nella sua medesima casa, sopra il suo capo. Fino

allora, per altro, egli non aveva sentito che la pietà della indulgenza

e dei dolori individuali. Ma quando, nelle nuove letture, vide per

la prima volta la miseria delle classi inferiori, studiata in tutti

i paesi, esposta in tutti i suoi svariatissimi aspetti, esaminata

in tutte le sue conseguenze funeste, provata con cifre spaventevoli:

quando conobbe tutte insieme le forme più miserande e inumane della

fatica, gli orrori delle cave, delle risaie, degli opifici avvelenati,

delle terre miasmatiche, le moltitudini condannate all’ozio e alla

fame, le generazioni infantili falciate dalla morte, che sta in agguato

dietro al lavoro, i milioni di tane immonde dove milioni di uomini si

ammontano, si ammorbano e s’imbestiano, e ritto davanti a sè, come

una montagna di sozzure, il cumulo immenso di alimenti ripugnanti e

mortiferi di cui si pasce quotidianamente una moltitudine innumerevole

di gente che lavora per un consorzio civile da cui par segregata

e reietta; allora tutta l’anima sua ne fu sconvolta, come dalla

rivelazione d’un nuovo mondo. Per la prima volta egli vide scorrere

davanti a sè l’enorme fiume nero della miseria, e onde di sangue, di

sudore e di pianto, ciascuna delle quali travolge una vittima e manda

una maledizione e un singhiozzo, e come il «Faust» del Goethe sentì

tutte le angoscie dell’umanità pesare sulla sua fronte e schiacciare il

suo cuore.

E nel tempo stesso egli udiva dire per la prima volta che questi mali

non erano effetto di una legge misteriosa di natura, ma avevano le

loro cause nelle istituzioni umane, e queste cause vedeva per la prima

volta esposte e dimostrate. E si diede a studiarle avidamente. Era la

parte critica della dottrina, la più forte e la più persuasiva, quella

in cui regnava un quasi compiuto accordo fra le scuole più discordi,

e alla quale erano opposte meno valide ragioni dagli avversari. Qui,

nondimeno, errò per qualche tempo in una nebbia d’idee, cercando di

afferrarne una, che gl’illuminasse tutte le altre. E ne afferrò una,

che era già nella sua mente da un pezzo, ma confusa e fuggevole:

cagione prima d’ogni male, il possedimento concesso a un piccolo

numero d’uomini di quello che è l’origine di tutti i prodotti e di

tutte le ricchezze, e il grande serbatoio di quanto è necessario alla

vita comune: la proprietà privata della terra, su cui tutti nascono e

muoiono, e l’uso della quale è supremo interesse di tutti; la proprietà

che toglie all’uomo il diritto di partecipare al dominio della natura,

e fa che milioni d’uomini, trovando già tutto posseduto al loro

apparire nel mondo, nascono servi e mendichi. L’ingiustizia e il danno

di una tal legge apparvero con la stessa evidenza luminosa che avrebbe

avuto per lui l’assurdità di un monopolio dell’aria che respiriamo. E

per lo squarcio fatto da questa nella cerchia delle sue vecchie idee,

un’altra gli entrò nella mente subito dopo, legata stretta alla prima:

la lucida comprensione d’un’altra causa di mali infiniti: il disordine

immenso nella produzione di tutto ciò che alla società è necessario,

l’anarchia della industria ridotta un giuoco d’azzardo, di cui scontano

le perdite le moltitudini che non hanno parte dei profitti, una libera

concorrenza che mette in perpetuo contrasto l’interesse personale con

l’interesse collettivo, che fa della vita civile una guerra combattuta

con le armi dell’astuzia e della frode, che mette il lavoro, funzione

sociale senza protezione e senza diritti, in balìa della cupidigia e

dell’egoismo, che sperpera un tesoro enorme di tempo, di forze e di

ricchezza, trascurando ogni cosa utile ad altri che non frutti a chi

la produce, arricchendo gli uni colle spoglie degli altri, mantenendo

la società in uno stato perpetuo di affanno e di violenza, in cui si

logorano le più nobili facoltà e si scatenano le più tristi passioni

umane.

E infine egli comprese, per la prima volta, nelle sue origini e nei

suoi effetti, il grande fatto, che non aveva mai meditato della

ricchezza: intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione

nell’apparente, non reale libertà di contratto tra chi compra il lavoro

e chi lo vende, la figliazione mostruosa del denaro che mantiene delle

dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per

l’esistenza e conquistatori senza lotta fino alla morte; l’esenzione

iniqua della ricchezza individuale dal debito che ella avrebbe verso

la società per la grande parte in cui questa concorre a produrla;

e riconobbe nei suoi istituti e nell’opera sua la grande feudalità

finanziaria, che non contenuta da alcun freno nè di legge nè di morale,

posta quasi al disopra del diritto e dello Stato, fornita di tutti i

privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il

commercio, l’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze

nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni a tutti i

progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a

tutti il lavoro, perturba coi suoi monopoli giganteschi le condizioni

dell’esistenza dei popoli, e raccogliendo a poco a poco nelle proprie

mani tutti i mezzi di produzione, con cui costringe una sempre maggior

moltitudine d’uomini a chiederle pane e a subire le sue leggi, tende a

dividere la società in una piccola schiera di dominatori che avranno

tutto e in una folla immensa che non avrà nulla, separate l’una

dall’altra da una disuguaglianza più odiosa, da un’avversione più

feroce, da una contrarietà d’interessi più inconciliabile e più funesta

di quella che separava la servitù e la signoria dell’età media.

Quetato il primo tumulto di queste idee, che lo misero in uno stato di

rivolta segreta contro la società, si presentò a lui pure quell’eterna

domanda: — che fare? — e allora prese ad esame i grandi rimedi, la

trasformazione fondamentale di ogni ordinamento, che il socialismo

proponeva. Era la parte più debole della dottrina, quella in cui

è a tutti più arduo e più lungo acquistare una salda persuasione

favorevole.

Egli fu lietamente meravigliato, sulle prime, trovando la teoria della

ricostruzione condotta già molto più innanzi di quello che si fosse

vagamente immaginato, una enorme quantità di materiali del nuovo

edifizio già lavorati e quasi ordinati dal pensiero scientifico di

mille intelletti poderosi e pazienti, la nuova vita sociale descritta

e dimostrata possibile e quasi perfetta fin nelle sue minime funzioni

e in ogni più difficile prova. Poi, voltandosi ad ascoltare le ragioni

degli avversari, s’arrestò, sgomentato. Al primo urto della loro

critica che affermava assurda la nuova teoria del valore, soffocata

dal collettivismo la libertà individuale, distrutto dall’abolizione

della proprietà privata lo stimolo al lavoro, impossibile proporzionare

legalmente il compenso alla varia natura dell’opera, inconcepibile

l’azione d’uno Stato proprietario d’ogni cosa e incaricato di tutte le

direzioni e di tutte le iniziative, gli parve che l’edificio crollasse,

ed egli indietreggiò, soverchiato per un istante dall’amarezza d’una

gran delusione. Ma se non riusciva a persuadersi della possibilità dei

rimedi, a che giovava l’indignazione contro le ingiustizie, a che la

pietà delle miserie e dei dolori? E questi sentimenti erano già in lui

così forti, che non poteva più rassegnarsi a crederli vani.

Una forza prepotente lo cacciava innanzi. Egli aveva bisogno di una

fede, oramai, e la voleva ad ogni costo. E allora si mise a cercarla

con la passione che vuol trovare quello che cerca e abbatte tutti gli

ostacoli sulla sua via. Si lanciò a capo basso contro alla critica

nemica del suo sogno, raccolse nuove ragioni contro i suoi argomenti,

si dissimulò fra questi i più forti, ingrandendo nella propria

immaginazione l’importanza di quelli che riusciva ad abbattere, si

afferrò all’idea che la trasformazione si sarebbe compiuta per effetto

di eventi imprevedibili e di forze non ancor conosciute, che i vizi

dell’ordinamento proposto sarebbero stati corretti con le modificazioni

suggerite ed imposte dall’esperienza, che la società nuova avrebbe

creato essa medesima, come la natura negli organismi animali, gli

organi necessari alle sue nuove funzioni, che dalla concordia dei

milioni d’oppressi già vicini alla mèta sarebbe derivato nella società

un tal mutamento morale da rendere agevole quasi miracolosamente

l’attuazione d’ogni più vasta ed ardita idea; che in fine, quello che

innanzi a ogni cosa premeva e s’aveva a fare era di consacrarsi alla

santa causa, di proclamare e diffondere il sentimento di giustizia e

della intollerabilità dello stato sociale presente, di ordinare per

ora le moltitudini intorno a questa sola bandiera, poichè esse non si

raccolgono che sotto alla bandiera della negazione, e di suscitare

nella gioventù colta e generosa, con l’esempio e con la parola, la

fiamma della fede che compie i prodigi e solleva il mondo. Così un po’

per virtù d’entusiasmo, un poco per effetto di persuasione, egli s’era

formato una illusione di certezza, che la gioia d’aver dato alla sua

vita un nuovo ideale gli fece creder così piena e ferma ed illuminata,

da non aver più bisogno di porla alla prova ritornando a pesar le

ragioni dei negatori. Datosi alla nuova idea con l’impeto della sua

natura, non comunicando più che con le menti che gliela avevano infusa,

trovava ogni giorno una nuova ragione in suo sostegno, esultava della

sua rapida diffusione, che su di lui aveva forza di argomento, e

l’accarezzava in segreto come un tesoro e n’era altero come di una

conquista aspettando d’essere abbastanza forte di meditazione di studi

per poter professarla arditamente e difenderla da valoroso.

Tutti i suoi ideali passati, intanto, tutte le sue ambizioni di

insegnante e d’artista impallidivano davanti a quella nuova ospite

dell’anima sua, come al sorgere dell’alba la fiammella del lume con cui

aveva vegliato a meditarla....

Fra padre e figlio.

(FRAMMENTO.)

La mattina alle dieci, quando fu tornato dalla passeggiata solita,

mentre sua moglie e la ragazza erano a messa, gli capitarono in casa

Alberto e la nuora.

Egli si slanciò incontro al figliuolo come se non l’avesse visto da un

mese. Entrarono tutti e due nella stanza di studio, inondata di luce,

tutti e due così freschi, belli, vestiti bene, splendidi di gioventù e

di allegrezza, che il Bianchini non potè trattenere un’esclamazione di

piacere e rimase un momento immobile ad ammirarli. Ah! quell’Alberto,

quel caro figliuolo! Ogni volta che lo vedeva era tentato di cacciargli

le mani in quei folti capelli biondi arricciolati, come gliele metteva

quand’ora bambino, che ci si perdevano come dentro un mucchio di

matassine di seta. Non era molto alto della persona, ma di membra ben

proporzionate e solide, e aveva il viso di suo padre, ma raffinato di

forme e nobilitato dalla luce dell’ingegno, e quella medesima aria di

bontà, ma ingentilita e mista a una franca espressione d’alterezza

virile. Egli risentiva sempre davanti al figliuolo la gioia d’un

artista mediocre che ha imbroccato per caso un capolavoro. E godeva

a metter giù davanti a lui ogni apparenza d’autorità paterna, e

a dimostrargli che sentiva la sua superiorità, per fargli meglio

comprendere il proprio affetto e la propria gratitudine.

Sedettero un momento tutti e tre intorno a un tavolino rotondo, di

contro la finestra, donde entrava un raggio di sole, che dorava il

capo del giovane, e metteva in vista la freschezza bianchissima di sua

moglie, e il Bianchini parlò subito degli avvenimenti del 1.º maggio,

scherzando, preparato a una scrollata di spalle del figliuolo, che

viveva tutto nei suoi studi letterari, incurante d’ogni altra cosa.

— Hai visto — gli disse — hai sentito, ieri sera, quei mascalzoni?...

Il figliuolo rispose con indifferenza. Sì, aveva visto. Era rimasto

un’ora sotto i portici della piazza, in fondo, davanti al caffè Rossi.

E s’arrestò a quelle parole, come se gli rincrescesse di soggiungere

quello che aveva in mente. Ma, domandandogli suo padre che cosa ne

pensasse, espresse il pensiero.

— Che cosa vuoi — disse. — Per me.... mi fa pena vedere una società

che, quando la gente che la fa vivere domanda un po’ più di benessere e

un po’ meno di lavoro, per tutta risposta le mostra le baionette.

Il padre lo guardò con due grandi occhi.

— Capisco — rispose poi — ma lo domandino in un altro modo.

— È un pezzo che lo domandano in un altro modo — osservò il figliuolo

sorridendo. — Che cosa hanno ottenuto finora?

Il padre tornò a guardarlo stupito.

— Ma, — disse dopo — bisogna vedere se le loro domande sono

ragionevoli. Infine.... la condizione degli operai è migliorata molto,

da una volta.

— È un’asserzione discutibile — rispose il giovane. — È migliorata per

alcuni, è peggiorata per altri, è diventata più precaria per tutti.

Ma, ammesso pure che stessero peggio una volta.... ti parrebbe giusto

negare un diritto ad un negro affrancato, per la ragione che suo padre

schiavo, non ne aveva nessuno?

Il Bianchini non afferrò l’argomento.

— Sta bene — obbiettò — ma.... lasciamo andare; il migliorare la

propria condizione dipende anche in gran parte da loro; se facessero un

po’ più d’economia, se non avessero dei vizi, se s’istruissero....

— Ma, caro papà — gli rispose con sorriso amorevole il figliuolo —

quando i salari bastano appena alla vita, come vuoi che bastino a

far delle economie? I vizi! Dio mio, noi lo sappiamo bene che grandi

vizi si possono avere senza danaro. E che tempo è lasciato loro per

istruirsi?

— Che tempo è lasciato loro per istruirsi! — ripetè il Bianchini un po’

imbarazzato. — Dunque, tu sei per le otto ore di lavoro?

— Certo.

— E credi che le otterranno?

— No.

— Vedi dunque che lo stato attuale delle cose è inevitabile.

— No, padre mio. Tu vuoi dire che lo stato attuale delle cose era

inevitabile che si producesse, come fase d’ogni svolgimento di fatti;

e questa è la verità. Ma è un’altra cosa. Come lo stato attuale è

derivato da un altro, così un altro col tempo succederà a questo,

necessariamente, per forze indipendenti dalla volontà dei privati e dei

governi.

Il padre lo guardò un’altra volta con stupore; poi crollò il capo, non

persuaso. E domandò recisamente:

— In che maniera?

— Ah! in quanto a questo — rispose il giovane sorridendo.... — io

non posso saperlo. Si può prevedere a che arriverà la società: ma non

seguire la via o le vie per cui passerà per arrivarvi.

— Vorresti dire una rivoluzione? — domandò il padre fissandolo.

— Può anche darsi. O se non una rivoluzione, una serie di scosse

violente, di convulsioni sociali, che a poco a poco muteranno

radicalmente lo stato attuale.

— E credi che comincerà presto questa serie di.... rivoluzioni? —

domandò il Bianchini col sorriso di chi dubita se il discorso sia serio

o faceto.

— Credo che sia già cominciata — rispose il figliuolo.

A queste parole il Bianchini e la signora s’alzarono tutti e due

insieme ridendo, come per fargli capire che non dubitavano più d’uno

scherzo.

— E da quando in qua hai queste idee? — gli domandò la moglie celiando.

E il padre ripetè la domanda, mettendogli scherzosamente una mano sulla

spalla: — Giusto; da quando in qua hai queste idee?

Alberto s’alzò piccato e rispose: — Ho parlato sul serio. Come potete

supporre che io scherzi sopra un argomento di questo genere?

Il padre cessò di ridere. — Perchè allora non ci hai mai espresso le

tue idee?

— Perchè prevedevo che non ci saremmo intesi. Vedete bene che avevo

ragione.

— Ma insomma — disse il Bianchini battendosi sulla fronte le dita

riunite della mano destra — dimmi proprio chiaro e preciso quello che

pensi.

Il giovane rispose con dolce pacatezza: — Ecco quello che penso.

Penso che la parte che è data ai lavoratori nel prodotto generale

della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano

nell’opera generale della produzione. Penso che non è giusto che quella

parte della società che fa il lavoro più necessario e più faticoso

per nutrirla, vestirla e ricoverarla e dare all’altra parte il tempo

e i mezzi d’istruirsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e

ricoverarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi.

Penso insomma, che il lavoro non raccoglie tutti i benefizi, a cui

avrebbe diritto, del progresso della civiltà, perchè questi benefizi

gli sono intercettati da un difettoso e ingiusto ordinamento sociale.

Ecco il mio pensiero.

La signora, con la voce placida, si intromise nella discussione. — Ma,

Alberto, come vuoi che tutti si possan trovare nelle stesse condizioni

di fortuna?

Il Bianchini approvò con un cenno del capo.

— Non dico questo — rispose Alberto. — Ma perchè si debbono trovare,

regolarmente, nelle condizioni peggiori quelli che faticano di più e

che sono più necessari? Perchè ci deve essere tanta gente che lavora

troppo e non mangia abbastanza, tanta altra gente che lavorando

pochissimo, vive nell’agiatezza, e tant’altra che non lavorando punto,

nuota nell’abbondanza?

— Ma perchè il mondo è fatto così, figliuol mio! — esclamò il padre,

allargando le braccia, maravigliato dall’ingenuità del figliuolo. —

Perchè così è sempre stato e sarà sempre!

— No, papà. Così come ora non è sempre stato. C’erano la schiavitù e il

servaggio, e non ci son più; c’era il feudalismo, c’era il dispotismo,

e sono scomparsi; c’era l’ineguaglianza civile e politica delle classi,

ed è stata, almeno legalmente, soppressa. Vedi che il mondo si è

mutato; e se può mutarsi non è ragionevole il dire: — è fatto così —

per provare che non c’è rimedio alle sue ingiustizie e ai suoi mali.

Il padre esitò un momento.

— Ma come dovrebbe ancora mutare — domandò poi — se dici tu stesso

che abbiamo la libertà e l’eguaglianza, che è quanto dire che tutte le

strade sono aperte a tutti per migliorare la propria sorte?

Il figliuolo fece un leggiero atto d’impazienza. Poco tollerante della

contraddizione per vivacità di natura, lo impazientiva anche di più

la contraddizione di suo padre che pure amava tanto, appunto perchè in

tutte le altre questioni egli l’aveva sempre trovato cedevole, persuaso

o no, alle sue idee. Gli salì alle guancie un leggiero rossore.

— Ecco l’errore — esclamò. — La libertà e l’eguaglianza furono una

conquista di fatto per una parte della società; ma rimasero due parole

vuote per l’altra. L’eguaglianza vera non può sussistere fin che

l’esistenza del maggior numero dipende dalla volontà o dalla fortuna di

pochissimi. La libertà non è che per chi ha mezzi e coltura. Chi non

ha nè gli uni nè l’altra è schiavo della miseria, della sua ignoranza

e del caso. La via a migliorar la propria sorte non è aperta a tutti,

perchè tutti quelli che nascono in condizioni privilegiate di fortuna,

si trovano già a mezza strada e l’ingombrano, e non c’è uno su mille

degli altri che possa raggiungerli e aprirsi il passo fra loro. Pensaci

un poco, papà. È una ingiustizia che rivolta. Se non ce ne accorgiamo è

perchè i nostri interessi ci hanno fasciata la coscienza.

Il padre lo guardò un’altra volta, più profondamente stupito di prima.

Poi si ribellò, ripetendo una frase udita. — Oh, infine — disse con

energia insolita — il mondo è di quelli che se lo presero, che sono

stati i più forti.

— Saranno stati i più forti una volta — rispose Alberto. — Ora non

sono altro, in massima parte, che i più fortunati e i più furbi. — Ma

ammettiamo i più forti. Vuol dire che quando, mettendosi d’accordo,

saranno i più forti i lavoratori, avranno ragione di cacciarci il

tallone sul collo, come noi facciamo adesso con loro.

Il Bianchini ebbe una scossa.

— Ma, Alberto! — esclamò la moglie scandalizzata, guardandolo in

faccia, come se gli vedesse una faccia nuova

— Ma, figliuol mio! — disse il padre con un accento di severità triste

che non aveva mai usato con lui — chi t’ha ispirato queste idee....

così poco degne di te?

Lotte civili · 第 7 / 30 题