Nel quale è dimostrato che a quarant'anni non se ne hanno più venti.
Era questa la risposta che egli si meritava? Alcuni diranno di sì,
altri di no; il narratore non ardisce dare un giudizio. _In dubiis
abstine_.
Certo, era questa una brutta chiusa all'amor suo. Ariberti non aveva,
come suol dirsi, un'anima di ferro; appariva anzi uno spirito debole,
sempre dubbioso tra due partiti, sempre vagabondo tra mille pensieri;
e questo assai più per esuberanza di fantasia, che non per vera
fiacchezza d'indole. Or dunque, i suoi momenti di dignità li aveva
anco lui; un po' teatrali, se volete, ma appunto per ciò maggiormente
notevoli.
Si alzò, comprimendosi il petto che pareva volesse scoppiargli dalla
rabbia improvvisa, e muto, guardando la marchesa con occhio in cui si
dipingeva tutta la nobile tristezza di un cuore offeso che non usa
vendicarsi contro una donna, fece un profondo inchino e si allontanò.
Sperava fino all'uscio, che una voce lo richiamasse; poi sperò fino
all'anticamera; ma invano; Clementina lo lasciava partire, e, a
giudicarne dalle parole corse tra loro, forse per sempre. Ma anche la
marchesa era accasciata sotto il peso delle parole che aveva
profferite in quell'impeto subitaneo di sdegno. Epperò non fece, non
tentò nulla per richiamarlo; non pensò neppure, io credo, che la cosa
fosse da farsi e che il non farla potesse aver conseguenze così gravi.
Ed egli uscì non trattenuto, scese le scale, varcò la soglia del
portone e si trovò, quasi senza saper come, in istrada.
Andava oltre, davanti a sè, ignaro di ciò che faceva, come di ciò che
aveva dintorno. L'anima nostra ha qualche volta di tali offuscamenti,
per cui non è più presente a sè stessa. Così giunse passo passo fino
al ponte sul Po, dove il rumoreggiar dell'acqua contro le pile valse a
destarlo da quel suo stordimento.
Tutto era dunque finito? Clementina aveva dunque dimenticato ogni
cosa, per cogliere un pretesto, il primo che le era capitato, e
liberarsi da lui? Imperocchè quello era stato un pretesto e nulla più;
la donna che ama davvero, sa anche soffrire una acerba parola, e
aspettare che le si renda giustizia. Egli era geloso, ma sincero
amatore. Il difetto non faceva egli testimonianza della qualità? Amava
molto, sentiva profondamente; questo era il suo male. Epperò, mentre a
tutt'altri quell'avventura sarebbe parsa alla più trista una chiusa di
capitolo di romanzo della vita, a lui pareva a dirittura la fine.
Ora, come sarebbe egli quind'innanzi vissuto? In verità, non ne sapeva
nulla; ci vedeva buio, e non ardiva fermarcisi su. Andò in quella vece
a piangere dall'amico, non già per consolazioni che ne aspettasse, ma
per necessità d'uno sfogo.
--Tu hai parlato troppo liberamente;--gli disse Filippo, dopo che ebbe
udito ogni cosa.--Per altro se hai avuto torto nella forma, hai
ragione nella sostanza. Non so veramente a che ti possano servire
queste mie distinzioni; ma sento il bisogno di farle. Sii uomo, alla
perfine, e cerca di distrarti. Che ti pare d'un viaggetto fuori dello
Stato? Se hai la forza di sottrarti all'influsso di quest'aria e di
queste consuetudini, sei salvo; se no, con quella tua sensibilità
soverchia, mi caschi ammalato da senno.
--Sì, dici bene; vedrò;--rispose Ariberti.
Ma non ebbe la forza di seguire il consiglio. Per due giorni intieri
aspettò una lettera che non veniva mai, quantunque ad ogni tratto
interrogasse ansiosamente il suo portinaio, che ebbe a pigliarlo per
matto. Al terzo giorno incominciò a passeggiare nei pressi della casa
di Clementina. Al quinto, salì vilmente le scale e suonò il
campanello.
La marchesa non era a Torino.
--E dove?--chiese Ariberti al servitore, che gli aveva data quella
strana notizia.
--A Rocca Vignale; è partita ier l'altro.--
A Rocca Vignale, e in principio di primavera, lei, che ricusava di
andarci nella calda stagione! Dopo tutto,--pensò Ariberti, che aveva
sempre davanti agli occhi la cagione dell'alterco,--il mio tenore è
servito a dovere.
--E dimmi,---proseguì ad alta voce,--rimarrà molto laggiù?
--Non ha detto nulla; ma credo che rimarrà pochi giorni, perchè ha
preso con sè solamente la Luisa e l'Aristide.--
La Luisa, come avete già indovinato, era la cameriera; quanto al
secondo, che rispondeva al glorioso nome di Aristide, non era altri
che lo staffiere, ed io ho il rammarico di non sapervi dire se fosse
incorruttibile come il suo omonimo ateniese.
Ariberti aveva potuto ottenere quei ragguagli per la grande entratura
sua in quella casa e per l'antico ossequio ond'era circondato da tutti
i servitori della marchesa. Ma anche con tutti quei ragguagli, il
nostro eroe non ne capiva un'acca. Gli passò per la mente il disegno
di andare a Rocca Vignale; ma con qual pretesto, e con qual fronte, si
sarebbe presentato laggiù? Mulinò, almanaccò tutto quel giorno, ma
senza trovarci il verso, e quella sera stessa aveva la febbre, una
febbre violenta che lo ridusse a letto e diede uno spavento indicibile
alla sua donna di governo, che mandò tosto pel medico.
Non vi racconterò la malattia, che fu lunga, ed ebbe il suo periodo
acuto, durante il quale Filippo Bertone non si tenne niente sicuro di
vincerla. Ma potè finalmente la natura, poterono le cure amorevoli,
potè la presenza di una fata gentile, che vegliava lunghe ore del
giorno al capezzale dell'infermo.
Egli la vedeva ad intervalli, e figgeva in quel volto soave i suoi
occhi smarriti, senza intendere come mai ella si trovasse là, accanto
al suo letto, e credendola a volte una visione della sua giovinezza.
Ma non era quella una vana apparenza, una forma fantastica richiamata
dal suo cervello indebolito; era lei, proprio lei, la marchesa di San
Gi... cioè, no, dico male, la contessa Bertone, poichè, nella
congiuntura delle sue nozze recenti, Filippo, il gran medico, il
professore insigne, era stato fatto conte, e mai titolo di nobiltà
doveva essere meglio portato, in una società che crede ancora, e
crederà per un pezzo, a queste anticaglie.
Le quali, del resto, non fanno male a nessuno, e accortamente
svecchiate secondo il merito degli uomini, non già secondo la somma di
danaro che possono spendere, potrebbero anche aiutar meglio ad
uguagliare gli uomini, innalzandoli, che non abbiano fatto finora
tante belle teoriche, rimaste in sospeso e soggette a revisione.
Assistito dagli angioli dell'amicizia, Ariberti risanò. La vicinanza
di quella donna, che egli aveva amata tanto e odiata a' suoi tempi,
per venerarla più tardi come l'esemplare delle gentildonne, bella
ancora a malgrado degli anni in tanta copia cresciuti, amorevole con
lui come coll'amico e fratello dell'uomo prescelto da lei, quella
vicinanza, io dico, rialzò lo spirito abbattuto di Ariberti, consolò
di qualche più lieta immagine i suoi giorni di convalescenza e gli
riaperse il cuore alla speranza, a questo fiore gentile, ospite
assiduo della casa nostra, così restìo sempre a morire sotto il rovaio
e le brine, così facile a rinascere col primo raggio di sole.
Per altro, se gli tornò il sentimento della vita, gli tornarono anche
le malinconie, i desiderii e gli spasimi, che fanno corteggio alla
esistenza. La vista di quella coppia affettuosa gli era cara ad un
tempo e molesta. Erano due felici, quelli che stavano con tanto amore
al suo fianco. Non lo mostravano; anzi, in presenza di lui, si
parlavano a mala pena, e quel poco era tutto rivolto all'amico
sofferente. Ma il trovarsi ambedue là, quel grand'uomo e quella gran
dama, intesi ad un'opera di schietta carità fraterna, non chiariva
egli abbastanza la piena concordanza delle loro anime elette?
Gran forza, nel mondo, il vincolo di due cuori innamorati! E lui,
solo, pur troppo, disperatamente solo! Imperocchè, oramai, la sua vita
era spezzata. All'età sua non si ricominciava da capo. Clementina!
Clementina! E quel nome e quella immagine gli stavano sempre dinanzi.
Nessuno l'aveva nominata. Filippo faceva ogni poter suo per non
richiamarla, anche di straforo, alla mente del suo povero Ariberti. Ma
nessuna cura di prudente amico bastava a dissipare quell'altra,
assidua e dolorosa, che gli stava nell'anima. Avrebbe voluto chiedere
di quella donna, ma la fermezza di carattere del suo amico Filippo lo
metteva in suggezione. Non era egli forse un atto di debolezza il
pensare a quella donna che lo aveva trattato con tanta noncuranza?
E tuttavia gira e rigira, quando finalmente il suo medico gli
consigliò di mutar aria per assicurare la sua convalescenza, Ariberti
sentì che non avrebbe potuto partire senza vederla. Era una viltà la
sua; ma infine, chi non è stato vile almeno una volta in amore?
Gli angioli dell'amicizia non erano ad assisterlo. Egli afferrò la
penna, e, pieno di speranza e di timore, di desiderio e di vergogna,
scrisse un viglietto alla marchesa di Rocca Vignale
«_Clementina,_
«Sono stato molto male, e ancora non ho potuto
uscire di casa. Che fate voi? Mi avete perdonato? Io
vi ho veduta tante volte, benigna e sorridente apparizione,
attraverso i vaneggiamenti della febbre, che
spero di sì. Il cuore non inganna; e il mio è tutto
pieno di voi.
«ARIBERTO»
Dopo che ebbe scritto e suggellato il foglio, chiamò il servitore.
--Questa lettera alla marchesa di Rocca Vignale. Se la marchesa è in
città, bene; se no riporta la lettera, che la manderò per la posta.--
Il dado era tratto. In quell'ora si decideva della sua sorte. Che cosa
avrebbe pensato Clementina, ricevendo il viglietto? Gli avrebbe
risposto? Lo avrebbe incoraggiato a tornare da lei? Come gli parve
lungo il tempo, che dovea mettere il servo ad andare e tornare!
Finalmente egli giunse. Non era stato più di mezz'ora, e ad Ariberti
era parso già un secolo.
--Orbene? Era a Torino?
--Sì signore; ho consegnato la lettera all'Aristide, e m'ha detto che
la rimetteva subito nelle mani della signora marchesa, che ancora non
era uscita di casa.--
Le ansie d'Ariberti cominciavano allora. La marchesa aveva letto il
foglio e ci pensava su, se forse, in un momento di collera, non lo
aveva fatto a pezzi e gittato sul fuoco del suo caminetto. Ed egli
andava cercando di ricomporne le frasi nella sua mente, ed ora si
pentiva di non averle scritto più umilmente appassionato, ora di non
avere usato uno stile più cerimonioso e tranquillo. E frattanto,
nessuna risposta. Due ore, tre ore, passarono in quella aspettazione
angosciosa. Forse era giorno di visite? No, era un martedì, e la
marchesa non riceveva che le mattine del giovedì. Ma forse doveva
andar lei in qualche luogo, per qualche obbligo da cui non avesse
potuto liberarsi. Certo, era così, non poteva essere altrimenti; ma in
fine, due righe erano presto mandate, e non ci voleva una gran fatica
a scriverle. Insomma, il nostro convalescente era inquieto, e quando
Filippo tornò da lui, lo trovò colla febbre.
--Mi rincresce,--gli disse Bertone, dopo avergli tastato il
polso,--perchè volevo darti una notizia...
--Quale? che cos'è!--saltò su gridando Ariberti. Te ne prego, non mi
--tener sulla corda.
--Che furia! Aspetta un pochino, e preparati a stare allegro. Ho
incontrato poc'anzi una signora...
--Lei!
--Sì, lei; ma chetati! Non si piglia mica la felicità d'assalto, come
un ridotto nemico. Disponiamoci all'evento, mentre io ti racconto ogni
cosa in ordine. Ho veduto la sua carrozza qui sotto. Ella scendeva,
mentre io stavo per infilare il portone. Mi ha chiamato, ha voluto
saper tutto, ed io le ho raccontato ogni cosa appuntino. Insomma, son
diventato un confidente in piena forma, e voglio mettere sull'uscio di
casa mia un cartello, che dica così: «Il conte Bertone, amico
patentato, dà consigli gratuiti e fa le paci tra gli innamorati alle
rotte».--
Ariberti sapeva benissimo che cosa pensare dei meriti di Filippo in
questa pace. La marchesa non aveva detto all'amico di aver ricevuto il
viglietto, e questo gli risparmiava un po' di vergogna. Clementina
aveva in quella vece raccontato che, tornata il giorno innanzi dalle
Langhe, aspettava la visita del suo onorevole amico, e soltanto da un
giornale aveva ricevuto la notizia della convalescenza, prima di
sapere che ci fosse stata la malattia. Perciò era corsa subito, non
badando neppure a quello che avrebbero potuto pensare i torinesi,
vedendo la sua nota livrea all'uscio di strada dell'onorevole
Ariberti.
--Donna divina!--pensò il nostro eroe, con quella medesima facilità
impetuosa con cui qualche settimana prima aveva pensato e detto ben
altro.
--E adesso,--ripigliò Filippo Bertone,--appòggiati al mio braccio e
andiamo nel salotto, dove ella ti attende. Non ho voluto farla entrar
qui, per non farti, cadere in deliquio.
--Amico mio, non mi sono mai sentito così forte come oggi.
--Ah sì? e frattanto ti tremano le gambe. Tienti al mio braccio, ti
dico.--
Ariberti obbedì, perchè infatti la commozione non gli consentiva di
far la strada da sè.
--Andiamo dunque;--pensava in quel mentre Filippo;--così l'aveva a
finire. Il mio amico non è nato della schiatta dei forti. Al dolore
non sa resistere, la gioia lo abbatte, i saldi propositi lo
spaventano; segue il filo della vita come vuole la fortuna, vede il
meglio e lo approva, per attenersi al peggiore partito. Conduciamolo
dunque dalla marchesa Clementina, poichè non c'è altro a farne di lui,
«e naufragar gli è dolce in questo mare».--
La marchesa era seduta su d'un canapè, colla testa appoggiata contro
la spalliera e le braccia abbandonate sulle ginocchia, in atto di
persona stanca. Al rumore dei passi di Ariberti e del suo amico
Filippo, si scosse e tentò di alzarsi per muovergli incontro; ma
Ariberti non le diè tempo a farlo, perchè spiccatosi dal braccio di
Filippo, corse barcollando verso di lei e si lasciò cader ginocchioni
a' suoi piedi, dando, com'era richiesto dalla circostanza, in uno
scoppio di pianto.
--Ah, vedi? io te l'avevo pur detto, che non ti puoi reggere ancora da
solo;--gridò Filippo, per attenuare le difficoltà di quella critica
scena.--Signora marchesa, il mio amico ha molto sofferto; ma speriamo
che andrà da oggi in poi ricuperando le forze. La bellezza e la grazia
hanno più potere in cotesto, di tutti i medici dei due emisferi.--
La marchesa Clementina si fece rossa in volto come una fragola, e
chinò la fronte con atto leggiadro, che poteva interpretarsi per un
ringraziamento e per un moto di verecondia.
--Signor conte,--diss'ella poscia, cercando di ricondurre il discorso
al convalescente;--non le parrebbe che un po' d'aria dei nostri
monti...
--Ottimo pensiero!--rispose prontamente Filippo, che si era inchinato
a sua volta per quella delicatissima allusione alla recente contèa.
--Gli avevo per l'appunto consigliato un viaggio; ma il buon Ariberto
non si mostrava molto propenso ad obbedirmi.
--Obbedirà, non dubiti, obbedirà;--ripigliò la marchesa, colla
asseveranza di una donna che sa il poter suo;--l'amicizia ha diritti
incontrastabili. Dico bene, signor legislatore?--
Ariberti sorrise ed assentì con un cenno del capo.
--Benissimo;--continuò la marchesa;--sappia dunque, signor Ariberti,
che tutto rifiorisce a Rocca Vignale, dove ho passato due settimane,
per mettere quella bicocca in assetto. Dio mio, ce n'è voluto; ma
infine, credo di averla resa abitabile, e la castellana potrà
esercitarvi non indegnamente gli uffici della ospitalità verso un
pellegrino come Lei. Voglio credere almeno che non mi farà il torto di
posporre Rocca Vignale a Dogliani.--
L'invito non poteva non essere accettato. Non era forse Clementina la
signora del suo cuore? Del resto, niente lo chiamava più alla sua casa
di Dogliani. Da qualche anno il signor Amedeo aveva pagato il suo
tributo alla terra e riposava accanto alla diletta compagna della sua
giovinezza. Perciò Ariberti, che già aveva accettato col gesto, stava
per aggiungere alcune parole di ringraziamento, molto compassate ed
analoghe alla circostanza. Ma Filippo non era più là, per servirgli da
uditorio, ed Ariberti lasciò la retorica e l'etichetta da banda, per
afferrare la mano della marchesa e imprimervi il più ardente dei baci.
--Siete sempre un fanciullo; il mio bel fanciullo;--soggiunse
Clementina, senza ritrarre la mano, ma cercando di rimetterlo a posto
sul canapè, dond'egli si era mosso per cadere di bel nuovo ai suoi
piedi.--Adesso, amico mio, pensate a risanare; lo voglio. E badate,
vo' che risani anche lo spirito, perchè, qualche volta mi esce di
riga.
--Oh, perdono... perdono...--mormorò egli, nascondendo la fronte nelle
pieghe della veste di lei.
--Animo, via,--interruppe Clementina;--non parliamo più del passato.
Voglio vedervi d'ora in poi ragionevole; a questi patti io sarò sempre
quella di prima.--
Così, com'io ve l'ho raccontato minutamente, l'onorevole Ariberti,
bambino quadragenario, rientrò nelle grazie della marchesa, e
ridivenne il suo umilissimo servitore, anzi il suo schiavo negro, se
mi consentite la frase. Visse a Rocca Vignale una trentina di giorni,
ma senza curarsi gran fatto della bellezza dei campi e del cielo. Ogni
bellezza era in lei. E laggiù, in quella solitudine, gli era sembrato
di star bene, perchè quella donna doveva essere più sua che non
altrove; ma, ben presto quei luoghi gli vennero in uggia, vedendo
tutti gli uffici di castellana a cui la marchesa adempiva, e dovendo
mandar dal profondo dell'anima a tutti i diavoli il sindaco, il
parroco, il medico condotto e gli altri notabili della terra, che
troppo spesso gli rubavano la sperata dolcezza degli amorosi colloqui.
Poi, si tornò alla capitale, e l'onorevole Ariberti si sorbì un altro
poco di vita parlamentare. Si era per fortuna agli sgoccioli, e, poco
dopo, la sessione fu chiusa. Cominciate le vacanze, nè la marchesa
parlò di andare da capo nelle Langhe, nè egli si pigliò la briga di
accennarvi, nemmeno alla lontana. Andarono in quella vece a certi
bagni riputati di Francia, e il nostro eroe passò l'estate seguitando
la signora su tutte le strade maestre di quel vicino paese, e dalla
Svizzera per giunta, reggendo sul braccio uno scialle, e facendo il
viso umano a tutti i segretari di legazione e addetti militari
d'ambasciata, che per sua dannazione giravan in lungo ed in largo
l'Europa. C'erano giorni che il poverino si credeva un marito e andava
chiedendo tra sè in qual chiesa lo avessero gabellato per tale.
--Amico mio, siate ragionevole;--gli bisbigliava qualche volta
Clementina, mentre si tornava in otto o in dieci da una di quelle
corse, che egli avrebbe fatte assai più volentieri in due.
E bisognava esserlo; se no... Il mio onorevole eroe ci aveva ancora
davanti agli occhi l'esempio salutare dei corrucci di madonna.
Pensando al suo stato di cattività, qualche volta si compativa da sè;
ma in di grosso, poi, si era avvezzato alla catena, e sgranocchiava i
suoi giorni con quella apatica immobilità con cui un fachiro indiano
avrebbe snocciolato i chicchi della sua coroncina di preghiere.
Così passarono gli anni. Come uomo, non era più giovane, ed aveva
lasciato trascorrere la bella età in cui l'ingegno può dare i suoi
frutti migliori. Rispetto alla politica, poi, si era contentato a
rimanere in seconda linea, e tutto lasciava credere che si sarebbe poi
rassegnato a passare in serrafila, anzi nella retroguardia, colle
bagaglie. Qualunque cosa si faccia, bisogna amarla molto e non vedere
che quella, per farla bene e derivarne un po' di gloria al suo nome.
Ora il nostro eroe, che aveva cominciato coll'amar tante cose e col
volerne abbracciare tante altre, non doveva riuscire eccellente in
nessuna. Il cavaliere servente della marchesa di Rocca Vignale,
studiava poco, e a sbalzi, che è la peggior forma di studio;
accompagnava la signora a teatro, per rimanerci due o tre ore
confinato in fondo al palchetto, mentre i galanti farfalloni aliavano
intorno alla sua dama e si succedevano senza tregua nei posti
migliori; viaggiava regolarmente quattro mesi all'anno, per vedere i
soliti alberghi e le solite cravatte bianche, e far capo ai soliti
magazzini di mode. Per farvela breve, la sua vita si ridusse ad essere
la ombra di quella donna, non cattiva, ma vana; ambedue esemplari
degnissimi di una generazione, che non ha fatto grandi cose e che non
lascierà traccia di sè nella storia.
Talvolta si vergognava di quella sua vita disutile e sciocca, e
borbottava una mezza protesta.--Amico mio,--gli diceva allora
spietatamente la dama,--lasciate certi bollori alla gioventù;
ricordatevi che avete già molti capegli bianchi.--
Ah sì, pur troppo, il guaio era quello; molti capegli bianchi. E come
era egli giunto alla imbelle vecchiaia? Come aveva egli speso il suo
tempo? Chiuso in un guscio, come la testuggine, foggiandosi attorno un
mondo di piccole cose e di piccole consuetudini, vagando dall'una
all'altra senza disegno, errando e pentendosi, vedendo il meglio ed
appigliandosi al peggio, schiavo della fantasia che non aveva saputo
sfruttare, indirizzandola ad una meta gloriosa e lontana, vittima del
suo cuore, di cui aveva secondato la sensibilità morbosa senza saperla
rinvigorire colla dignità del carattere, ricco d'ingegno e inoperoso,
superbo e svogliato, uno dei centomila che partono pieni di baldanza
dalla prima stazione e poi, per non aver misurate le forze, si
stancano a mezza via e giacciono anelanti qua e là, su tutti i margini
della strada. Insomma, non aveva saputo vivere come Filippo, che
nell'amore e nello studio si era prefisso una meta e avrebbe potuto
togliere ad impresa una bussola, col motto: _aspicit unam_; nè saputo
imitare il filosofo giramondo, che sa il pregio mediocre della vita e
la spende con giusta misura, viaggiando la buccia di melarancia su cui
lo ha messo a vivere il fato, e rimpizzando il suo cervello di
cognizioni, il suo cuore di sensazioni, il suo taccuino di note.
Vecchio! E non poter ritornare indietro! O non era dunque meglio
finirla d'un tratto con una maturità disutile, e diventare decrepito a
dirittura? Che cos'erano vent'anni di più, per un uomo giunto di là
dai quaranta, e senza aver trovato la sua via? Il meglio lo aveva
vissuto, non gli restava che il peggio.