CAPITOLO XXIII.

Buon giorno ai lettori.

Il sole era già alto sull'orizzonte... Anzi, io posso dirvi, senza

tanti preamboli, che erano le otto suonate, quando la signora Zita

entrò nella camera da letto del signor commendatore.

Ordinariamente, soleva chiamarla egli stesso con una tiratina al

campanello, la cui nappa pendeva di contro al muro, accanto al suo

capezzale. La chiamata era di solito alle sette, fosse inverno od

estate, perchè egli non misurava più il sonno secondo le stagioni, e

ne schiacciava poco, in tutte le trecentosessantacinque notti

dell'anno.

Quella mattina, per contro, il signor commendatore non aveva dato

segno di vita; e la sua donna di governo, dopo essere stata un pezzo

in orecchio, si era pur risoluta ad usare il suo diritto di vecchia

granata di casa, andando a vedere co' suoi occhi che diavol fosse che

aveva sconvolto l'ordine di natura, e fatto dormire il signor

commendatore mezz'oretta di più.

Ora non fu poca la meraviglia, anzi lo stupore della signora Zita

degnissima, quando vide il letto deserto e non ancora toccato. La

povera donna strabiliò addirittura, allorquando, nel voltarsi a caso

verso la finestra, gli venne veduto il padrone, ancora imbacuccato

nella sua veste da camera, colle braccia abbandonate sulle ginocchia,

il capo appoggiato contro la spalliera del sofà, le labbra e gli occhi

semichiusi, tra il sonno e la veglia.

La chicchera del tè stava ancora sul tavolino, e il liquido che ci si

vedeva ancora per entro, fin quasi all'orlo del vaso, mostrava

chiaramente che il signor commendatore si era assopito dopo la prima

sorsata.

--Gesummaria!--sclamò la signora Zita, giungendo le palme e levando

gli occhi al soffitto, di là dal quale, dopo tutto, avrebbe trovato i

casigliani del terzo piano.--Che sarà mai accaduto al padrone? Ah

voglia il cielo che... Ma no,--proseguì dando una rifiatata di

contentezza;--egli respira. Si sarà addormentato leggendo; di certo è

così. Benedetti giornali! E adesso, che cosa si fa? L'ho a

svegliare?--

Il signor commendatore non dormiva; vegliava, ma colla mente assonnata

e senza aver coscienza di ciò che gli stava dintorno. Il fruscìo delle

vesti di monna Zita e l'immagine di lei, che venne d'improvviso a

pararglisi davanti, gli fecero spalancar gli occhi e tornare lo

spirito alle cure del presente.

--Che è?--domando egli, scuotendosi.--Signora Zita, è proprio lei?

--Son io, signor padrone, son io. Ma come va? Non è andato a letto?

--Io? a letto? È vero; son qui sul sofà. Ma dica, siamo qui veramente?

Io non mi ci raccapezzo, in verità.

--Ella è qui nella sua camera; non vede? Il letto è laggiù, non ancora

toccato.

--È proprio vero. Che diamine sarà egli accaduto? Ed ho un freddo

nell'ossa... un freddo!...

--Eh, si capisce; i caloriferi hanno lavorato fino a tanto che hanno

potuto, e poi, buona notte. Ma cosa è stato, mi dica? Se mi avesse

chiamato, Dio benedetto!

--Brava! Se ci avessi pensato, sarei anche andato a letto. Ma non ci

ho pensato; ero in viaggio.

--In viaggio!--ripetè la signora Zita, inarcando le ciglia.

--Sicuro, in viaggio; ma non si spaventi, la prego. Non ero già a

cavalcioni su d'un manico di scopa. Ero partito sull'ippogrifo della

fantasia.

--L'ippogrifo! Che diavolo è?

--Ah, non lo conosce? È un quissimile del cavallo pegasèo. Ha capito?

No? Metta allora che io abbia sognato ad occhi aperti.

--Manco male che si sveglia di buon umore!

--Sì, perchè no?--rispose il signor commendatore, che andava

infilzando parole per mo' d'esperimento, quasi volesse sincerarsi che

era ben lui che parlava.--Il guaio si è che non capisco nulla di ciò

che mi è intervenuto stanotte...--

E pensava, frattanto, e cercava di cogliere il punto critico, la

peripezia che c'era stata tra la sera e la notte, tra la sua vecchiaia

e la sua giovinezza. In quel mezzo gli venne veduta la chicchera del

tè, col liquido nereggiante per entro.

--Ecco il nappo della vita!--diss'egli.

E ricordando il sapore che vi aveva sentito la sera addietro, volle

assaggiare il suo tè.

--Diamine! È amaro sempre.

--Ci ha messo lo zucchero?--entrò a domandare monna Zita, che non

capiva una maledetta di quegli esperimenti.

--E chi ne sa niente? Può darsi benissimo che io lo abbia dimenticato.

--Non ce l'ha messo, difatti. Veda, la zuccheriera è colma.

--Ella ha ragione, signora Zita, ed io ho perduta la testa. Ma

già--proseguì il signor commendatore, borbottandosela tra' denti,--se

c'era lo zucchero, il nappo della vita mi pareva dolce, e il

sortilegio correva ugualmente. Piuttosto, quella stecca falsa non era

da diavolo autentico; ed io avrei ben dovuto avvedermene!--

La signora Zita, vedendolo almanaccare a quel modo, come un uomo che

fa conti a mezza voce, pensò che gli avesse dato volta il cervello.

--Signor padrone, se provasse ad andarsene a letto....

--Sì, non dici male; mi leverò almeno il freddo dall'ossa. Su, vecchio

arnese, compagno mio da tanti anni, che m'era parso di aver lasciato

per istrada, come il serpente la scorza! Sono stato un ingrato, non

c'è che dire, e tu se' capace di avertelo avuto a male. Non è vero,

grinzoso compare? Ahimè, non torna giovine chi vuole, e il meglio è

ancora di tenersi caro il suo asino, con tutti i suoi guidaleschi.

Signora Zita, le pantofole! Bene, grazie; buon giorno a lei, e buona

notte a me.

--Il padrone scherza coll'amaro in bocca;--disse la signora

Zita tra sè, mentre usciva dalla camera per dargli tempo a

spogliarsi.--Bisognerà mandare pel medico, che venga con un

pretesto a vederlo.--

Intanto il signor commendatore si era posto a letto, e rannicchiato

sotto le coltri cercava di scaldarsi le membra intirizzite. Quando il

medico giunse nella sua camera, egli non aveva anche potuto pigliar

sonno.

Era un medico coi fiocchi, un medico da principi, quello del

commendatore Ariberti. Ma non dubitate, quantunque conte, rettore

dell'università e professore di fama europea, egli non andava che al

letto dei poveri e di un piccolo stuolo di amici, che si veniva

assottigliando d'anno in anno.

--Tra i poveri son nato e non debbo dimenticarli; diceva egli.--Cogli

--amici ho vissuto negli anni della florida salute, e mi piace non

--perderli d'occhio, ora che incominciano ad aver bisogno di me.--

Da questo cenno il lettore ha già conosciuto Filippo Bertone.

--Or bene, che significa ciò? Vengo per invitarti a pranzo, e sento

dalla signora Zita degnissima, che sei tornato poc'anzi di viaggio e

che non hai dormito stanotte. Belle imprese, signorino! Come se aveste

vent'anni!

--Li ho avuti per l'appunto stanotte;--rispose il commendatore

Ariberti, sorridendo malinconicamente e stringendo la mano all'amico,

mentre questi correva coll'altra a tastargli il polso.

--Ah, ah! siamo dunque stati nel paese dei sogni? Male, male;--notò il

conte Filippo;--lo dice anche la chiesa:

_Et mala mentis somnia

Et noctium phantasmata_

--_Et noctium phantasmata!_--ripetè, assentendo del capo, il signor

commendatore.--Infatti, non ero mica addormentato, quando ho veduto...

--Che cosa? Raccontami.

--Sciocchezze, Filippo mio, visioni d'inferno.

--Appunto per questo hai da dirmi ogni cosa. Anche i sogni sono

sintomatici in patologia.--

Ariberti si fece allora a raccontare per filo e per segno tutto quello

che gli era occorso in quella notte memorabile, dall'apparizione del

personaggio, invocato in un momento di sdegno, fino ai pentimenti

della sua scontenta vecchiaia. Il conte Filippo, che era così spesso

in ballo e si rivedeva come in uno specchio nelle memorie dell'amico,

stette ad udirlo con molta attenzione, dimenticando a volte la sua

condizione di medico, per seguire il racconto colla benevola curiosità

dell'uditore commosso.

--Tu ci hai avuto una allucinazione in piena forma;--diss'egli ad

Ariberti, poichè questi ebbe finito.--Il tuo sistema nervoso è

fortemente irritato, e bisognerà rimediarci.

--Venga il rimedio, se il mio povero sistema ne franca la

spesa;--rispose Ariberti, sorridendo malinconicamente.--Ma una cosa mi

sa di strano, e ancora non riesco ad intenderla; come in nove, o dieci

ore...

--Ti sia passata tanto roba per le mani, vuoi dire? Ma bada, Ariberto,

non è mica necessario che tu abbia rifatto in questo piccolo spazio di

tempo tutto il cammino fornito in quarantanni di vita operosa. I casi

trascorsi ti sono passati per la fantasia, come fanno le immagini sui

vetri d'una lanterna magica. Del resto, i più recenti studi

dell'Accademia di Francia, hanno posto in sodo che i sogni, anco i più

lunghi, avvengono nell'ultimo periodo del sonno, cioè a dire quando il

sangue incomincia a rifluire verso il cervello, per rinnovare tutti i

fenomeni della vita sensitiva. Ai nostri tempi il sonno era creduto

una forma di congestione cerebrale: ed è invece tutto all'opposto. Non

ti faccia dunque meraviglia se queste immagini del passato, così

lunghe a ricordarsi, per l'uomo desto, nella loro progressione

ordinata, siano invece così veloci e mutevoli per l'uomo dormente, o

allucinato. Non impacciati dai necessarii ritardi dalla parola e del

moto, i tuoi nervi hanno adempiuto in breve al loro duplice uffizio,

attivo e passivo, e tu hai potuto vedere ed operare, senza durar la

fatica inerente a questi due atti. Vedi, ti spiego alla buona gli

arcani della scienza; lascio da banda tutte le parole barbare, che te

la renderebbero più autorevole nella sua oscurità.

--Tu sei il Boccadoro;--disse di rimando Ariberti. A me rincresce

--soltanto d'una cosa...

--E quale?

--Che il diavolo m'abbia giuntato. Scambio di farmi vivere una vita

nuova; m'ha fatto perdere il tempo a riviver la vecchia.

--Mio buon amico, che farci? Alla tua età, come alla mia, il diavolo

non suol più venire, per rimetterci un po' di zolfo nelle vene. Del

resto, io non mi lagnerei del tiro; il mio passato lo rivivrei tanto

volentieri!

--Beato te, Filippo, che hai preso di primo acchito la, strada buona!

Hai lavorato indefessamente e sei diventato un uomo di vaglia; hai

amato un donna che è stata il tuo angelo custode; non ti sei indugiato

di qua e di là; mentre io...

--Mentre tu hai troppo fantasticato e meno operato. È poi un gran male

quando i risultati hanno ad essere gli stessi? Te lo ha cantato

Orazio, che la sapeva lunga: _Omnes eodem cogimur_; andiamo tutti ad

una meta.

--Tu vuoi consolarmi,--notò Ariberti,--e dici quel che non pensi.

--Non guardar troppo nel sottile;--replicò Filippo, che si sentiva

stretto tra l'uscio e il muro.--Dopo tutto, rispondi a me; riuscendo

tutti ad un fine, non ci parrà forse a tutti di aver perduto una parte

del nostro tempo in opere vane, e non ci dorrà a tutti di aver

tralasciato di far la tal cosa e la tal'altra? Segno che questo

granellino di sabbia lanciato nello spazio era ancora troppo grande

per noi. E nota che lo va diventando sempre più a mano a mano che

l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo ci svelano nuove

parti di sè, e i materiali della storia, dell'osservazione e dello

studio, si accrescono. Dunque siamo intesi, oggi tu sei a pranzo da

noi?

--Ma... e non scrivi nessuna ricetta? La signora Zita ti piglierà per

un medico da dozzina.

--Lascia fare. Ai rimedi penseremo più tardi. Del resto, ti tratteremo

da ammalato. Il mio cuoco ci ha in testa tutto il ricettario di

Galeno.

--Mio buon Filippo,--sclamò Ariberti, stringendo la mano del medico

tra le sue,--almeno se la gioventù e gli amori sono volati via,

l'amicizia rimane.

--Ma sì, per bacco! E poi rimane ancora dell'altro; per esempio, la

coscienza;

_La buona compagnia che l'uom francheggia

Sotto l'usbergo del sentirsi pura._

Vedi dunque di dormire un paio d'ore, e che non venga più il maligno a

darti noia. Anzi, prima di andarmene, ti fo un bel crocione

sull'uscio. _Vade retro, Satana_; qui si vorrebbe schiacciare una

dormita.--

Il conte Filippo Bertone uscì, e il signor commendatore, dopo essersi

voltato sul fianco buono, si pigliò un sonno che aveva pur meritato.

Lettori, svegliatevi voi.

La notte del Commendatore · 第 27 / 28 题