Buon giorno ai lettori.
Il sole era già alto sull'orizzonte... Anzi, io posso dirvi, senza
tanti preamboli, che erano le otto suonate, quando la signora Zita
entrò nella camera da letto del signor commendatore.
Ordinariamente, soleva chiamarla egli stesso con una tiratina al
campanello, la cui nappa pendeva di contro al muro, accanto al suo
capezzale. La chiamata era di solito alle sette, fosse inverno od
estate, perchè egli non misurava più il sonno secondo le stagioni, e
ne schiacciava poco, in tutte le trecentosessantacinque notti
dell'anno.
Quella mattina, per contro, il signor commendatore non aveva dato
segno di vita; e la sua donna di governo, dopo essere stata un pezzo
in orecchio, si era pur risoluta ad usare il suo diritto di vecchia
granata di casa, andando a vedere co' suoi occhi che diavol fosse che
aveva sconvolto l'ordine di natura, e fatto dormire il signor
commendatore mezz'oretta di più.
Ora non fu poca la meraviglia, anzi lo stupore della signora Zita
degnissima, quando vide il letto deserto e non ancora toccato. La
povera donna strabiliò addirittura, allorquando, nel voltarsi a caso
verso la finestra, gli venne veduto il padrone, ancora imbacuccato
nella sua veste da camera, colle braccia abbandonate sulle ginocchia,
il capo appoggiato contro la spalliera del sofà, le labbra e gli occhi
semichiusi, tra il sonno e la veglia.
La chicchera del tè stava ancora sul tavolino, e il liquido che ci si
vedeva ancora per entro, fin quasi all'orlo del vaso, mostrava
chiaramente che il signor commendatore si era assopito dopo la prima
sorsata.
--Gesummaria!--sclamò la signora Zita, giungendo le palme e levando
gli occhi al soffitto, di là dal quale, dopo tutto, avrebbe trovato i
casigliani del terzo piano.--Che sarà mai accaduto al padrone? Ah
voglia il cielo che... Ma no,--proseguì dando una rifiatata di
contentezza;--egli respira. Si sarà addormentato leggendo; di certo è
così. Benedetti giornali! E adesso, che cosa si fa? L'ho a
svegliare?--
Il signor commendatore non dormiva; vegliava, ma colla mente assonnata
e senza aver coscienza di ciò che gli stava dintorno. Il fruscìo delle
vesti di monna Zita e l'immagine di lei, che venne d'improvviso a
pararglisi davanti, gli fecero spalancar gli occhi e tornare lo
spirito alle cure del presente.
--Che è?--domando egli, scuotendosi.--Signora Zita, è proprio lei?
--Son io, signor padrone, son io. Ma come va? Non è andato a letto?
--Io? a letto? È vero; son qui sul sofà. Ma dica, siamo qui veramente?
Io non mi ci raccapezzo, in verità.
--Ella è qui nella sua camera; non vede? Il letto è laggiù, non ancora
toccato.
--È proprio vero. Che diamine sarà egli accaduto? Ed ho un freddo
nell'ossa... un freddo!...
--Eh, si capisce; i caloriferi hanno lavorato fino a tanto che hanno
potuto, e poi, buona notte. Ma cosa è stato, mi dica? Se mi avesse
chiamato, Dio benedetto!
--Brava! Se ci avessi pensato, sarei anche andato a letto. Ma non ci
ho pensato; ero in viaggio.
--In viaggio!--ripetè la signora Zita, inarcando le ciglia.
--Sicuro, in viaggio; ma non si spaventi, la prego. Non ero già a
cavalcioni su d'un manico di scopa. Ero partito sull'ippogrifo della
fantasia.
--L'ippogrifo! Che diavolo è?
--Ah, non lo conosce? È un quissimile del cavallo pegasèo. Ha capito?
No? Metta allora che io abbia sognato ad occhi aperti.
--Manco male che si sveglia di buon umore!
--Sì, perchè no?--rispose il signor commendatore, che andava
infilzando parole per mo' d'esperimento, quasi volesse sincerarsi che
era ben lui che parlava.--Il guaio si è che non capisco nulla di ciò
che mi è intervenuto stanotte...--
E pensava, frattanto, e cercava di cogliere il punto critico, la
peripezia che c'era stata tra la sera e la notte, tra la sua vecchiaia
e la sua giovinezza. In quel mezzo gli venne veduta la chicchera del
tè, col liquido nereggiante per entro.
--Ecco il nappo della vita!--diss'egli.
E ricordando il sapore che vi aveva sentito la sera addietro, volle
assaggiare il suo tè.
--Diamine! È amaro sempre.
--Ci ha messo lo zucchero?--entrò a domandare monna Zita, che non
capiva una maledetta di quegli esperimenti.
--E chi ne sa niente? Può darsi benissimo che io lo abbia dimenticato.
--Non ce l'ha messo, difatti. Veda, la zuccheriera è colma.
--Ella ha ragione, signora Zita, ed io ho perduta la testa. Ma
già--proseguì il signor commendatore, borbottandosela tra' denti,--se
c'era lo zucchero, il nappo della vita mi pareva dolce, e il
sortilegio correva ugualmente. Piuttosto, quella stecca falsa non era
da diavolo autentico; ed io avrei ben dovuto avvedermene!--
La signora Zita, vedendolo almanaccare a quel modo, come un uomo che
fa conti a mezza voce, pensò che gli avesse dato volta il cervello.
--Signor padrone, se provasse ad andarsene a letto....
--Sì, non dici male; mi leverò almeno il freddo dall'ossa. Su, vecchio
arnese, compagno mio da tanti anni, che m'era parso di aver lasciato
per istrada, come il serpente la scorza! Sono stato un ingrato, non
c'è che dire, e tu se' capace di avertelo avuto a male. Non è vero,
grinzoso compare? Ahimè, non torna giovine chi vuole, e il meglio è
ancora di tenersi caro il suo asino, con tutti i suoi guidaleschi.
Signora Zita, le pantofole! Bene, grazie; buon giorno a lei, e buona
notte a me.
--Il padrone scherza coll'amaro in bocca;--disse la signora
Zita tra sè, mentre usciva dalla camera per dargli tempo a
spogliarsi.--Bisognerà mandare pel medico, che venga con un
pretesto a vederlo.--
Intanto il signor commendatore si era posto a letto, e rannicchiato
sotto le coltri cercava di scaldarsi le membra intirizzite. Quando il
medico giunse nella sua camera, egli non aveva anche potuto pigliar
sonno.
Era un medico coi fiocchi, un medico da principi, quello del
commendatore Ariberti. Ma non dubitate, quantunque conte, rettore
dell'università e professore di fama europea, egli non andava che al
letto dei poveri e di un piccolo stuolo di amici, che si veniva
assottigliando d'anno in anno.
--Tra i poveri son nato e non debbo dimenticarli; diceva egli.--Cogli
--amici ho vissuto negli anni della florida salute, e mi piace non
--perderli d'occhio, ora che incominciano ad aver bisogno di me.--
Da questo cenno il lettore ha già conosciuto Filippo Bertone.
--Or bene, che significa ciò? Vengo per invitarti a pranzo, e sento
dalla signora Zita degnissima, che sei tornato poc'anzi di viaggio e
che non hai dormito stanotte. Belle imprese, signorino! Come se aveste
vent'anni!
--Li ho avuti per l'appunto stanotte;--rispose il commendatore
Ariberti, sorridendo malinconicamente e stringendo la mano all'amico,
mentre questi correva coll'altra a tastargli il polso.
--Ah, ah! siamo dunque stati nel paese dei sogni? Male, male;--notò il
conte Filippo;--lo dice anche la chiesa:
_Et mala mentis somnia
Et noctium phantasmata_
--_Et noctium phantasmata!_--ripetè, assentendo del capo, il signor
commendatore.--Infatti, non ero mica addormentato, quando ho veduto...
--Che cosa? Raccontami.
--Sciocchezze, Filippo mio, visioni d'inferno.
--Appunto per questo hai da dirmi ogni cosa. Anche i sogni sono
sintomatici in patologia.--
Ariberti si fece allora a raccontare per filo e per segno tutto quello
che gli era occorso in quella notte memorabile, dall'apparizione del
personaggio, invocato in un momento di sdegno, fino ai pentimenti
della sua scontenta vecchiaia. Il conte Filippo, che era così spesso
in ballo e si rivedeva come in uno specchio nelle memorie dell'amico,
stette ad udirlo con molta attenzione, dimenticando a volte la sua
condizione di medico, per seguire il racconto colla benevola curiosità
dell'uditore commosso.
--Tu ci hai avuto una allucinazione in piena forma;--diss'egli ad
Ariberti, poichè questi ebbe finito.--Il tuo sistema nervoso è
fortemente irritato, e bisognerà rimediarci.
--Venga il rimedio, se il mio povero sistema ne franca la
spesa;--rispose Ariberti, sorridendo malinconicamente.--Ma una cosa mi
sa di strano, e ancora non riesco ad intenderla; come in nove, o dieci
ore...
--Ti sia passata tanto roba per le mani, vuoi dire? Ma bada, Ariberto,
non è mica necessario che tu abbia rifatto in questo piccolo spazio di
tempo tutto il cammino fornito in quarantanni di vita operosa. I casi
trascorsi ti sono passati per la fantasia, come fanno le immagini sui
vetri d'una lanterna magica. Del resto, i più recenti studi
dell'Accademia di Francia, hanno posto in sodo che i sogni, anco i più
lunghi, avvengono nell'ultimo periodo del sonno, cioè a dire quando il
sangue incomincia a rifluire verso il cervello, per rinnovare tutti i
fenomeni della vita sensitiva. Ai nostri tempi il sonno era creduto
una forma di congestione cerebrale: ed è invece tutto all'opposto. Non
ti faccia dunque meraviglia se queste immagini del passato, così
lunghe a ricordarsi, per l'uomo desto, nella loro progressione
ordinata, siano invece così veloci e mutevoli per l'uomo dormente, o
allucinato. Non impacciati dai necessarii ritardi dalla parola e del
moto, i tuoi nervi hanno adempiuto in breve al loro duplice uffizio,
attivo e passivo, e tu hai potuto vedere ed operare, senza durar la
fatica inerente a questi due atti. Vedi, ti spiego alla buona gli
arcani della scienza; lascio da banda tutte le parole barbare, che te
la renderebbero più autorevole nella sua oscurità.
--Tu sei il Boccadoro;--disse di rimando Ariberti. A me rincresce
--soltanto d'una cosa...
--E quale?
--Che il diavolo m'abbia giuntato. Scambio di farmi vivere una vita
nuova; m'ha fatto perdere il tempo a riviver la vecchia.
--Mio buon amico, che farci? Alla tua età, come alla mia, il diavolo
non suol più venire, per rimetterci un po' di zolfo nelle vene. Del
resto, io non mi lagnerei del tiro; il mio passato lo rivivrei tanto
volentieri!
--Beato te, Filippo, che hai preso di primo acchito la, strada buona!
Hai lavorato indefessamente e sei diventato un uomo di vaglia; hai
amato un donna che è stata il tuo angelo custode; non ti sei indugiato
di qua e di là; mentre io...
--Mentre tu hai troppo fantasticato e meno operato. È poi un gran male
quando i risultati hanno ad essere gli stessi? Te lo ha cantato
Orazio, che la sapeva lunga: _Omnes eodem cogimur_; andiamo tutti ad
una meta.
--Tu vuoi consolarmi,--notò Ariberti,--e dici quel che non pensi.
--Non guardar troppo nel sottile;--replicò Filippo, che si sentiva
stretto tra l'uscio e il muro.--Dopo tutto, rispondi a me; riuscendo
tutti ad un fine, non ci parrà forse a tutti di aver perduto una parte
del nostro tempo in opere vane, e non ci dorrà a tutti di aver
tralasciato di far la tal cosa e la tal'altra? Segno che questo
granellino di sabbia lanciato nello spazio era ancora troppo grande
per noi. E nota che lo va diventando sempre più a mano a mano che
l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo ci svelano nuove
parti di sè, e i materiali della storia, dell'osservazione e dello
studio, si accrescono. Dunque siamo intesi, oggi tu sei a pranzo da
noi?
--Ma... e non scrivi nessuna ricetta? La signora Zita ti piglierà per
un medico da dozzina.
--Lascia fare. Ai rimedi penseremo più tardi. Del resto, ti tratteremo
da ammalato. Il mio cuoco ci ha in testa tutto il ricettario di
Galeno.
--Mio buon Filippo,--sclamò Ariberti, stringendo la mano del medico
tra le sue,--almeno se la gioventù e gli amori sono volati via,
l'amicizia rimane.
--Ma sì, per bacco! E poi rimane ancora dell'altro; per esempio, la
coscienza;
_La buona compagnia che l'uom francheggia
Sotto l'usbergo del sentirsi pura._
Vedi dunque di dormire un paio d'ore, e che non venga più il maligno a
darti noia. Anzi, prima di andarmene, ti fo un bel crocione
sull'uscio. _Vade retro, Satana_; qui si vorrebbe schiacciare una
dormita.--
Il conte Filippo Bertone uscì, e il signor commendatore, dopo essersi
voltato sul fianco buono, si pigliò un sonno che aveva pur meritato.
Lettori, svegliatevi voi.