In cui si sciorina la teorica delle lune.
Così voleva e disvoleva, dubitava, credeva e tornava a dubitare,
amando quella donna con una veemenza che sentiva del feroce. Gli amori
in cui entrano i sensi per la massima parte, son tutti così. Lo
spirito ci avverte di stare in guardia, e si affanna a trovar sempre
nuove cagioni di sospetto, che disgraziatamente nessuna logica è più
buona a distruggere; ma la bellezza ci attrae, c'involge, ci penetra
fino al midollo, nè troviamo più modo di riaverci, di esser padroni di
noi. Ed era così bella costei, con quella testolina briosa, quel collo
di cigno, e quelle forme flessuose! La serpe lo aveva chiuso nelle sue
spire ed egli ne sentiva il fascino; si dibatteva impaurito, e non
avrebbe osato spiccarsene. Pure, non era mica la donna sognata da lui
a mente libera, la donna amante ed austera, nella cui dignità potesse
giurare e nel cui affetto fidarsi come in cosa di cielo. Dio
immortale! Ma perchè si era egli abbattuto in costei? E innamorato
pazzamente, sdegnoso e raumiliato ad un tempo, fremeva dentro di sè,
non volendo confessare la sua debolezza, che pure gli traspariva dagli
occhi.
Povero martire di sè medesimo! Io che non gli voglio un bene
sviscerato e non lo adulo punto, come avete veduto, ma che mi curo di
lui come il medico dell'ammalato, a cagione della malattia, lo
compiango sinceramente e dal profondo dell'anima.
La tortura andava per verità un po' troppo in lungo. Il rivale gli era
sempre tra' piedi. Inoltre, un nuovo dubbio si aggiungeva, per dar
noia ad Ariberti. Giudicatene voi. Che il biondino si trovasse in
tutte le feste a cui andava la marchesa Clementina, si capiva, perchè
non erano molte e il bel mondo torinese non era così ricco di numero,
da potersi rinnovare ogni volta, come l'uditorio di un teatro di
Parigi o di Londra. E a proposito di teatri, era anche naturale che
l'ufficialino si trovasse al Regio, in quelle sere che la marchesa di
Rocca Vignale soleva essere nel suo palchetto. La cosa poteva piacer
poco ad Ariberti, che doveva vederselo ogni volta da fianco,
visitatore importuno, ma in quel fatto non c'era niente d'insolito, e
il nostro geloso doveva portarselo in pazienza. Ma qualche volta la
marchesa Clementina andava al D'Angennes, al Gerbino, o ad altro
teatro di prosa, non pigliando norma che da un capriccio passeggero, o
da un invito di Ariberti, che aveva l'arte di non farne mai un giorno
prima. E andava col cuor contento, il nostro eroe, in quei teatri di
second'ordine, perchè là, grazie al cielo, non li avrebbe seguiti
quell'altro. Ma no; finiva il second'atto, e una mano traditora apriva
discretamente l'usciolino del palco. Chi era? Lo indovinate alla
prima; il biondino, sorridente, amabile, e carico per soprappiù di
notizie del mondo elegante, che piacevano tanto alla marchesa
Clementina; mentre lui, Ariberti, non ci aveva che i ragguagli della
Camera, e la marchesa da qualche tempo non s'occupava più di politica.
Una, due, e andiamo là, fino a tre volte, pensò che quelle apparizioni
fossero opera del caso. Per altre due o tre, immaginò che il
giovinotto, non vedendo la marchesa al Regio, facesse la ronda in
tutti gli altri teatri. Da ultimo sospettò che ci fosse un'intesa tra
i due. Il proverbio gli diceva che a pensare il peggio ci s'indovina
di sicuro. E allora soggiungeva tra sè: la donna è fatta così; di due
uomini ne inganna sempre uno. Io sono il primo per ordine di tempo; di
certo inganna me. Saranno scherzi, ammettiamolo; ma sono scherzi
pericolosi. Ah, qui ci vuole un rimedio, e bisognerà giocare
d'astuzia.
Ne aveva pensata una da maestro; ma era un poco grossa, e il nostro
Ariberti, che amava il giuoco onesto, non poteva risolversi a mandarla
ad effetto. Intanto, alla Camera si preparava una battaglia campale,
ed egli ci si buttò a capo fitto, sperando di trovarci qualche giorno
di oblio.
Il Ministero non si reggeva; troppi erano e compatti gli avversari;
gli amici, parte disanimati, parte titubanti e si temeva che avessero
a girare nel manico. Ariberti ebbe pietà degl'ingrati, e, colta
l'occasione a volo, improvvisò un discorso, in cui versò a piene mani
la passione, l'ironia, il sarcasmo, la veemenza, il calore ond'era
tutto compreso. Rianimò i timidi, fulminò i traditori e gli ambigui,
rinfacciò agli avversarî la loro politica fiacca e la loro
amministrazione partigiana, opponendovi quella del ministero liberale,
che non aveva dato un passo sulla via dell'arbitrio, che non aveva
rimosso un pubblico ufficiale, anche sapendolo ligio ai suoi nemici e
loro fido strumento nelle elezioni generali, bastandogli il conforto
della sua coscienza, unico usbergo contro le male arti avversarie ed
unica sicurtà che amasse dare delle sue intenzioni al paese.
Efficacissimo nel dipingere i mali che l'amministrazione cessata aveva
cagionati, fu semplice e schietto nello esporre quel po' di bene che
il ministero s'era ingegnato di fare; virile nelle accuse, e femmineo
nel movimento degli affetti, ebbe lampi di meravigliosa eloquenza
nella sua perorazione, scosse l'assemblea, infiammò le tribune, e la
maggioranza dei voti suggellò il suo trionfo nella vittoria del
ministero, che ancora il giorno avanti si riteneva spacciato da tutti.
Per qualche giorno l'onorevole Ariberti tornò ad esser l'eroe del
campo parlamentare. I ministri, che egli aveva così efficacemente
sostenuti, sentirono l'obbligo di mostrarsi cortesi verso colui che
poteva ben dirsi il loro salvatore. La gratitudine, si sa, non è la
prima, nè la più coltivata, tra le virtù degli uomini, e segnatamente
degli uomini politici. Ariberti non lo ignorava, egli che in un punto
notevole del suo discorso si era anzi affrettato a chiarire la sua
posizione di aiutatore spontaneo e senza secondi fini. «Io non sono
(aveva detto) l'amico dei ministri; odio gli ingrati, odio gli
immemori dei servigi che questi uomini hanno reso, in tempi difficili
come i nostri, alla patria. Se fossero forti e sicuri del vostro voto,
come lo sono della bontà della causa loro, tacerei, lasciando agli
amici della ventura il gradevole ufficio di appoggiarli senza fatica;
ma li vedo assaliti da una parte, mal difesi dall'altra, e sento
rivoltarsi qua dentro la mia coscienza di uomo e di cittadino».
Queste parole, che avevano sapore «di forte agrume» e per gli
avversari dichiarati e per gli amici tiepidi del ministero, non
dovevano nemmeno riuscire troppo dolci per quest'ultimo. Sopratutto la
frase «odio gli ingrati» era un'arma a due tagli, da cui i vecchi
amici di Ariberti toccarono anch'essi la loro brava scalfittura. Donde
la necessità riconosciuta di fargli carezze allora, e non solamente
per lo aiuto inatteso che egli aveva recato, ma eziandio per quello
che se ne potevano ancora ripromettere. E tutto questo egli faceva per
bontà d'animo insigne, senza chieder nulla in compenso. Nessuna
preghiera gli era stata fatta, nessun concerto era stato preso, nessun
portafoglio offerto in _extremis_. Per dire la verità, non avrebbero
neanche potuto farlo, senza aver l'aria di offrire a lui ciò che
eglino stessi erano già in procinto di perdere.
--Ecco una buona pasta d'uomo;--dissero i ministri tra loro;--anzi una
stupenda macchina da parole. Ci serve egregiamente per fulminare i
nostri avversarii, e non ci domanda nulla per sè. Il meno che possiamo
fare è di dargli un po' d'unto.
Perciò gli furono attorno a ringraziarlo, a fargli un subisso di
proteste amorevoli; lo avevano sempre stimato un grande oratore;
riconoscevano ora in lui un amico sincero; dicesse quel che voleva,
consigliasse quel che credeva più acconcio; essi niente desideravano
di più, che di seguire i suoi consigli, di fare il piacer suo in ogni
cosa.
Ariberti parò modestamente quella raffica di complimenti, assaporò
dietro di sè la sua gloria, ringraziò, promise che avrebbe fatto
altrettanto alla prima occasione, e se ne andò, disprezzando un
pochino di più i suoi vecchi amici in particolare e gli uomini in
generale, ma con quel filosofico disprezzo, scevro d'ogni amarezza,
che si concilia così bene colla soddisfazione interna dell'uomo
ossequiato.
Quel giorno ed altri parecchi, il trionfo oratorio di Ariberti e la
vittoria del ministero furono il tema di tutti i discorsi. Nel salotto
della marchesa Clementina si andava a gara per inchinare il Demostene,
il Marco Tullio redivivo. La signora evidentemente godeva di quelle
incensate che si davano al suo onorevole amico, e per tutta una sera
non ammise che si parlasse d'altro fuorchè di politica.
Così voleva la moda. Anche il cembalo tacque, e l'alunno di Marte
dovette rassegnarsi a far la figura di un satellite di Giove.
Il trionfo di Ariberti era pieno; dopo gli evviva delle moltitudini,
ci aveva ancora il sacrifizio in Campidoglio, e la vittima.
Quando la marchesa Clementina ebbe modo di trovarsi a quattr'occhi con
lui, gli disse:
--Cattivo! Non dovrei volervi più bene. Come va che non mi avete
avvertita che facevate un discorso?
--Vi giuro, Clementina,--rispose egli prontamente,--che non sapevo di
dover parlare. Il desiderio ci era da qualche giorno, e le idee mi
brulicavano in mente, non lo nego; ma quanto a risoluzioni, non ne
avevo fatto nessuna, e preparativi anche meno.
--Sì, sì!--ripiglio la marchesa;--crediamolo Ora capisco perchè da un
mese in qua eravate sempre così concentrato e senza parole.--
Questa osservazione della marchesa innocente per sè stessa, e tale in
ogni altra occasione da non essere avvertita quasi, fu un colpo
crudele pel cuore di Ariberti. Come? pensò egli: e può ancora
ingannarsi in tal modo? non avere intese le ragioni che mi facevano
soffrire? E da questo po' di fumo, che qualcheduno mi invidia di
certo, io ci avrò dunque guadagnato ch'ella non penserà mai a levarsi
quel noioso aspirante d'attorno?
L'aspirante, dopo quella sera, in cui era rimasto ecclissato, non si
lasciò vedere per due o tre giorni. Ma ricomparve pur troppo, e fu
festeggiato, e se non gli si domandò il perchè di quella lunga
assenza, Ariberti potè argomentare che non occorresse davvero; essendo
come sottinteso in quelle graziose accoglienze.
La marchesa fu per tutta la sera amabilissima coll'ufficiale; se per
umanità verso un frequentatore della sua casa, che era stato assente
più del consueto, o per capriccio donnesco, non importa cercare. Del
resto, il giovinetto portava un rotolo di musica, fatta venire a bella
posta da Vienna.
Cosa innocente, lo so. Inoltre, alla marchesa premeva molto, ed anche
questo va da sè. Ma il nostro Ariberti in quella materia era stato
licenziato dottore, ed intendeva benissimo e ricordava per propria
esperienza che cosiffatti servizioli fanno parte di quella servitù
galante, che, una volta accettata, porta obbligo di ricompensa. O
perchè quella musica, di cui Clementina aveva tanto bisogno, non era
stata chiesta a lui, o direttamente commessa al venditore? Innocente
finchè si vuole; ma intanto, una cosa era certa, che quel servizio
musicale non sarebbe stato profferto da una parte ed accettato
dall'altra, quando Ariberti e la marchesa erano nella luna di miele.
Imperocchè, bisogna riconoscerlo, anche l'amore ci ha le sue lune.
Queste malinconie gli stettero chiuse in petto per due o tre giorni;
finalmente vennero fuori. Ed ebbe il torto a lasciarsele sfuggire,
perchè la marchesa Clementina ne fece le più matte risa del mondo.--Oh
bella! gli disse: v'intendete anche di musica! E quando mai mi avete
portate le novità degli editori di Milano, di Parigi o di Vienna,
perchè io potessi sapere che anche questo era affar vostro? Amico mio,
non facciamo bambinerie; la cura di portarmi un quaderno di musica, o
un giornale di mode, va lasciata a questi cavalierini senza
importanza, che dopo tutto non saprebbero far altro. Voi, curate la
vostra dignità d'uomo politico, e pensate a far dei discorsi alla
Camera.--
Queste ragioni non persuadevano molto Ariberti, il quale, incocciato
nella sua tesi, le sciorinò la teorica delle lune. Ed ella, non
sapendo più che cosa rispondere, s'appigliò al comodo espediente di
andare in collera. Per la prima volta furono dette da una parte e
dall'altra delle parole pungenti; a lei venne il mal di capo; egli
prese il cappello e la seduta fu sciolta senz'altro.
La sera, l'ufficialino doveva andare dalla marchesa per provare la
musica. È naturale, quando la musica c'è, bisogna provarla. Ma quella
sera la marchesa Clementina ci aveva i nervi e la musica dormì sul
cembalo. La conversazione languiva, e il giovinotto, che era un
compito cavaliere, dopo una mezz'ora di chiacchiere, in cui non aveva
lasciato trapelare il menomo malumore, si accomiatò. Ariberti, che era
presente, fu grato a lui della partenza, a lei del mal di nervi, che
gli era parso simulato; per altro, quando vide che la signora stava
grossa con lui, tornò a fare quello che aveva fatto nel giorno,
ripigliò il cappello, e via, un'ora prima del solito.
--Evidentemente il torto è mio;---pensava egli, scendendo le
scale.--Il giovinotto è più gentile e più tranquillo di me, e
Clementina non tralascerà di farne il raffronto a mio danno. A mio
danno, capite? perchè io non ci ho il cuore in pace, come quell'altro.
Non c'è che dire; le donne non amano gli innamorati per davvero. Li
vogliono amanti, sì, ma riveduti, corretti e passati allo staccio
della galanteria.--
E si adirava, così pensando, ma senza un costrutto al mondo. Romperla
non voleva, piegarsi non sapeva; e frattanto si beccava il cervello.
Ma da quel giorno incominciò a non veder più così brutti i consigli
del tentatore, e ciò che prima gli sarebbe parso una viltà, venne a
parergli uno stratagemma, degno di Annibale o di Giulio Cesare.
Il ministero ebbe il suo oratore per niente o quasi meno di niente.
Figuratevi che a fare dell'onorevole Ariberti un ministeriale
fradicio, bastò... mi vergogno a dirlo... bastò... insomma, poichè la
debolezza è sua e la verità non si deve tacere, dirò chiaramente che
bastò un cambiamento di guarnigione.
Infine, o che male c'era? Il leggiadro alunno di Marte non insidiava
forse la sua pace? E non aveva forse veduto che il posto era preso?
L'andava dunque da galeotto a marinaro. Quegli aveva scavato la mina,
ed egli la contromina. Non si trattava adunque d'altro, che d'una
astuzia di guerra. Almeno, il nostro eroe la gabellava per tale, forse
per soffocare il rimorso.
Del resto, se è vero che è bene quel che riesce bene, nessuna cosa
potrebbe dirsi migliore di quella perchè fu fatta con una prontezza
singolare e non diede argomento a sospetti. E tuttavia Ariberti non
aveva la coscienza tranquilla; di guisa che volle sentire l'opinione
del suo amico Filippo, la cui rettitudine andava di pari passo colla
umanità, nel senso antico, e dirò così, terenziano del vocabolo.
---Male,--gli disse Filippo, appena ebbe udito il bel colpo del suo
vecchio compagno;--tu hai commesso... scusami, sai?...
---Oh, dillo pure liberamente, una viltà. Me lo aveva già detto la mia
coscienza.
--Vedi? E il peggio si è, che ne commetterai delle altre.
--Oh, questo, poi...
--Sì, pur troppo, senza avvedertene e per avertene a pentire dopo il
fatto. Perchè il male, amico mio, sta in questo, che ella non era
donna per te, come tu forse non eri uomo per lei. Vi siete veduti e
amati a occhio, senza conoscervi addentro l'un l'altro. Ora io penso
che a questo modo possano incontrarsi benissimo le comete, ognuna
delle quali ha poi da seguitare la sua strada, non due creature umane,
che hanno da vivere insieme la bellezza di tante giornate, e, se Dio
vuole, anche di tante olimpiadi. Siete troppo diversi d'indole e di
consuetudini; io lo aveva già indovinato. Tu hai forse ragione a
lagnarti di lei, che non si mostra austera come tu la vorresti; ma
volta la carta, come dice il giuoco de' bambini, e vedrai che ella non
ha tutti i torti, se pensa che tu non ti pieghi alle sue consuetudini
e non ti fai abbastanza giovane per lei.
--Pur troppo non lo sono più!--disse Ariberti sospirando.
--Non è in questo senso, che io adoperavo il vocabolo. Dicevo che tu
non hai voluto, o saputo, inchinarti alla sua misura, acconciarti alle
sue abitudini. Amico mio, la donna e l'uomo non sono già due mulini
che possano macinar sempre amore, per tutte le ventiquattro ore del
giorno. I cuori, più particolarmente incaricati di questo gratissimo
ufficio, hanno mestieri delle loro fermate; e i loro padroni, oltre il
nutrirsi e il dormire, fanno altre cose parecchie nel mondo. Tu, per
esempio, fai il deputato, ed essa fa la gran dama; tu hai l'ambizione,
che è la vanità delle cose reputate grandi; essa la vanità, che è
l'ambizione delle cose credute piccole. Dimmi su; oggi, dopo qualche
anno di incontrastato possesso, sei tu forse quello dei primi giorni?
Vivi al suo fianco, ti sente ella vicino a sè, dovunque ella vada e
qualunque cosa ella faccia? Capisco che quello era un gittar via il
tempo alla grande; ma infine, tu non lo perdi più, come prima.
--Sicuro!--notò con amarezza Ariberti.--C'è un altro che lo può
perdere... se pure è vero che lo perda.
--Ma! che debbo dirtene io? Pur troppo la va così. La dama vorrà bene
mettere a frutto le sue ore bruciate. E quando tu non fossi più...
quel che sei, e fosse un altro, un successore, in tua vece, credi pure
che gli accadrebbe lo stesso; e così via via ad altri parecchi, fino
all'ultimo della discendenza, sotto il cui regno stracco se ne partano
i grilli dal capo, e sottentrino altre cure, od altre debolezze.--
Al nostro geloso quella diagnosi amatoria piaceva poco, quantunque la
sentisse in cuor suo profondamente vera. Tutta quella fila di
successori gli dava maledettamente sui nervi, come a Macbeth la
discendenza di Banquo, veduta attraverso lo specchio magico, nella
caverna delle streghe.
--Parli per tua esperienza?--chiese egli, con accento da cui
traspariva l'umor piccoso della bestia.
Filippo lo guardò un tratto nel mezzo degli occhi, come per sincerarsi
se era lui che parlava, e se parlava da senno.
--Ecco una cattiveria;--diss'egli finalmente;--una delle male pieghe
del tuo spirito.
--Eh via! L'hai presa sul serio? Ritiro la frase.
--Sta bene; ma sappi, a tua confusione, che le malattie morali, come
le fisiche, io le studio sugli altri.--
Filippo aveva ragione. Il suo amico Ariberti, commessa quella prima
viltà, ne fece altre ed altre in buon dato. Oramai sullo sdrucciolo
c'era. Da principio gli parve di aver sospettato a torto, perchè la
marchesa non si era punto turbata per quel fulmine a ciel sereno della
partenza dell'artigliere. Ed anche questi era tranquillo, sereno,
ilare, quasi; scherzava intorno al suo allontanamento da Torino, come
avrebbe scherzato su d'una perdita al giuoco, che può dare un pochino
di noia, ma che non deve offuscare lo spirito d'un gentiluomo. Gli
rincresceva sicuramente della buona società a cui gli era mestieri di
rinunziare; ma anche questo rammarico lo si vedeva cincischiato, lì, a
fior di labbra, un po' per complimento, un po' per abitudine
d'infilzar parole e tener vivo il discorso.
Così tranquillo, lui, quel vagheggino tutto vezzi, occhiate e sospiri!
Ariberti non sapeva che pensare di tutta quella serenità; e ci fu un
momento che gli passarono per la fantasia certi dubbi, di commedia, di
tradimento, e che so io, donde la figura della marchesa Clementina gli
usciva appannata non poco. Se non che, la simulazione si tradisce
qualche volta, e l'umore dell'ufficialino, nei quindici giorni che
rimase ancora a Torino, vedendo la marchesa coll'usata frequenza, non
lasciò trasparire nessun mutamento. E allora i sospetti si
dileguarono; Ariberti si persuase davvero di aver preso una cantonata.
Ma ohimè, come potete argomentare, i suoi mali non erano finiti; anzi,
se debbo dirvela schietta, erano a mala pena incominciati. Rimosso il
primo pericolo, ne sopravvenne un secondo. È nell'indole del secondo
di venir sempre dopo il primo, come è in quella del primo di
presupporre mai sempre un secondo. Ora, il secondo pericolo di
Ariberti fu un celebre tenore, che faceva andare in visibilio la gente
e stemperarsi per dolcezza infinita il sesso più debole. Non bastò che
il tenore mandasse Clementina in broda di giuggiole col suo «_A te, o
cara, amor talora_» dai lumi della ribalta; fu mestieri che, grazie
all'esempio dato dalle più audaci regine dalla moda, il gentil
Puritano andasse a ripetere i suoi prodigi un po' più da vicino, e
proprio nel salotto della signora marchesa.
Come seppe di quell'invito, l'onorevole Ariberti perdette il lume
degli occhi e fece uno sproposito. Vo' dire che le rimproverò
l'ammissione del cantante in sua casa; e, poichè era avviato, non
tacque il dispiacere che gli cagionavano tutti i farfalloni che ella
riceveva di continuo, tutti gli adoratori che ella degnava di uno
sguardo e via discorrendo, come coi chicchi del rosario. E avendo ella
risposto tra l'altre cose che il bello è il bello e deve piacere a
tutti, al nostro geloso gli venne sulle labbra il nome di certa
imperatrice romana, che doveva aver detto, o pensato, qualcosa di
simigliante.
Maledetta erudizione! Non hanno mica torto le donne a non volersi
impacciare coi dotti.
La marchesa Clementina, che ci era cascata, rizzò a quelle parole la
sua testolina di serpe, e con voce sibilante dallo sdegno, saettò
sull'impertinente una frase, che sapeva un po' di francese, ma più
ancora di pepe.
--Siete un miserabile.--