Dove il mio eroe incomincia a dar giù.
Il collegio elettorale dell'onorevole Ariberti non era molto disposto
a confermargli il mandato. Il nostro eroe se ne avvide alla prima, e
dovette conferire più volte co' suoi pochi ma fedeli partigiani, per
ordinare le acconcie difese intorno alla posizione minacciata. Egli
era nato bensì nel paese ma non ci abitava da un pezzo, e troppo di
rado si lasciava vedere da' suoi bravi elettori. Era un facondo
oratore; lo dicevano i giornali, ma la sua eloquenza non aveva mai
voluto adattarsi a far l'ufficio delle frutte al pranzo magno di un
sindaco, o a molcer l'orecchio d'un segretario comunale. E questi
erano gravi peccati. Sta bene che se n'era pentito, e che aveva
risoluto di parlare un po' da per tutto, perfino ai monelli di piazza,
da una finestra di locanda; ma queste tarde rappezzature sarebbero
giovate? Qui stava il busilli; e gli amici dell'onorevole Ariberti ne
erano impensieriti non poco. Neanche il ministero lo sosteneva come
avrebbe potuto e dovuto. Erano al potere gli amici suoi, amici che lo
vedevano volentieri come il fumo negli occhi, e che si fecero un
merito di moralità politica, lasciando l'amico in balìa del suo fato.
«Non più candidature ufficiali» era il precetto del ministero, che lo
messe fedelmente in pratica, nel collegio di Ariberto Ariberti.
Per fortuna del candidato pericolante, vegliava e lavorava Filippo
Bertone. Qualche anno addietro aveva comperato un vasto podere di là
da Mondovì la marchesa di San Ginesio, e ci andava a passare l'estate,
facendo maternamente le vacanze col secondo dei suoi figli, che era
nel collegio di Carcare, riputatissimo e degno della sua fama,
com'erano in Piemonte, per bontà di studi e per larghezza d'opinioni,
tutti i collegi tenuti dai padri Scolopii. Frati, sicuramente, frati,
ed oggi è di moda bastonarli senza misericordia, come senza
distinzione. Io pago un debito, dicendo de' miei maestri tutto il bene
che so; anzi, mi affretto a correggere la frase impropria, perchè,
volendo esser giusto, io non mi sdebiterò mai con quella brava gente,
che m'hanno forse lasciato ignorante (e questo per colpa della mia
cocciutaggine) ma che non si sono attentati mai di violare la
coscienza adolescente del mio signor me, e non ne hanno poi fatto un
codino. Il che avrebbero facilmente potuto, penserà qualche maligno,
perchè la stoffa c'era. Donde, ribatto io, maggior lode a' quei poveri
vecchi che io non involgerò mai nell'ostracismo comune. E chiudo la
parentesi.
Grazie agli aiuti di quell'amico sincero e di chi gli voleva bene, la
candidatura, che già pericolava, si raddrizzò. Filippo Bertone diceva
a tutti: è un galantuomo, che non v'ha ingannati mai; eleggetelo. E
l'autorità di Filippo era tale che vinse i più riottosi, cominciando
dal medico condotto, che pizzicava di volteriano, e avrebbe voluto un
uomo da mandar tutto a rotoli in quattro e quattr'otto, per giungere
fino al farmacista, che voleva aboliti tutti i privilegi, tutti i
monopolî, salvo, s'intende, quello di esser solo in paese a spacciar
le sue droghe.
--È un uomo d'ingegno, ne convengo;--diceva il medico condotto;--ma al
Parlamento, con tutta la sua eloquenza, che cosa ha fatto fin qui
nella quistione religiosa?
--Niente, pur troppo; ma di grazia, ascoltate; era forse lui che
dovesse metterla all'ordine del giorno? Dipenderà forse da lui che non
ci siano più vescovi nelle città, nè parroci nelle campagne? Quando un
imperatore romano ebbe abolito per decreto il gentilesimo, sapete voi
dove andò a rifugio il dio Pane, e quanti secoli vi durò ancora il suo
regno?--
Il medico battè le labbra, crollò le spalle, e non rispose parola.
Filippo Bertone diceva poi al farmacista:
--Togliamo i privilegi d'ogni genere; sta bene. Ma incominciamo a
toglierli dal nostro paesello. Perchè non si abolisce il titolo e la
umilissima riverenza al signor conte di Montiglio? È candidato alla
deputazione, mi direte, e un titolo e una riverenza non guastano. Ma
il suo programma politico, lo conoscete voi? Ci si legge egli proprio
il paragrafo che il signor conte parlerà e voterà contro tutti i
privilegi, da quello di re a quello di farmacista patentato?--
La lotta veniva diritta, ma era così amichevolmente data, e poi
Filippo Bertone era un uomo di tal levatura (privilegio naturale, pur
troppo, e a cui nessuna legge potrà mai dare lo sfratto) che il signor
farmacista si messe a ridere. Cionondimeno, quell'ostinato non volea
darsi per vinto.
--Capisco;--diss'egli;--capisco tutto... Ma una lezioncina al
cavaliere Ariberti, a questo liberale che fa l'aristocratico...
--Eh via! signor Prospero; queste... cose lasciamole dire ad altri, o
sciocchi, o cattivi, o l'una cosa e l'altra appaiate. Ariberti non è
un aristocratico; o piuttosto lo è, sì, ma come voi e me, che non
andiamo dal Pinta, a trincare e bestemmiare col primo che capita, ma
ce ne stiamo in casa nostra a studiare, per tenerci al fatto di tutto
ciò che esce di nuovo, per me in materia di fisiologia e di patologia,
per voi in materia di chimica farmaceutica.--
Il signor Prospero non si dolse del paragone e non isgradì quello
studio di chimica farmaceutica, che per lui si ristringeva a qualche
partita a tarocchi, nella parte più riposta della sua dotta bottega.
Perciò si rimise in tasca la lezioncina che avrebbe voluto dare
all'onorevole Ariberti, non senza ridere ancora una volta d'un
grazioso paragone del signor Filippo, al quale il voler cambiare da
Ariberti a Montiglio, per vendicarsi del primo di loro, o per dargli
una toccatina, facea ricordare la bella impresa di quel brav'uomo che
s'impiccò per far dispetto a sua moglie.
Venuto il giorno della prova solenne, Ariberto Ariberti uscì eletto al
primo scrutinio, senz'altro aiuto fuor quello delle buone ragioni. Per
molti elettori, poichè si ha a dir tutto sinceramente, le buone
ragioni erano il meno, e la condiscendenza al desiderio di casa San
Ginesio era il più; ma siccome da quella casa non erano usciti ordini,
nè raccomandazioni che arieggiassero il comando, può ammettersi il
ragionevole ossequio degli elettori campagnoli tra le cose lecite ed
oneste, e gabellare la rielezione dell'onorevole Ariberti tra le più
nette di quella nuova legislatura.
Proclamato vincitore, il nostro Ariberti avrebbe dovuto, secondo ogni
norma di convenienza, recarsi a visitare la marchesa di San Ginesio e
ringraziarla in pari tempo dell'aiuto liberalmente dato alla sua
candidatura. Ma quantunque ci pensasse due o tre giorni su, e fosse
convinto che tale era l'obbligo suo, pure non gli diè l'animo di
farlo.
--Scusami, e trova il modo di scusarmi presso la signora
marchesa;--disse Ariberti a Filippo Bertone;--io l'ho troppo amata in
_illo tempore_ e mi sentirei oggi troppo ridicolo, presentandomi a
lei. Già, con te, vecchio amico, si può parlare alla libera e col
cuore in mano...
--Ma sì, certamente.
--Or bene, dunque, Filippo mio, lasciatelo dire; io t'invidio.--
Filippo Bertone, a quelle parole del suo amico d'adolescenza, si fece
in volto del colore che sapete. E non volendo ammettere, e non sapendo
negare, tentò di sviare il discorso.
--Uomo debole!--diss'egli, mettendo amorevolmente le mani sulle spalle
di Ariberti.--Non hai la tua stella polare a Torino?
--Sì, è vero;--rispose Ariberti con impeto, ma reprimendo in pari
tempo un sospiro.
Il suo pensiero, infatti, ricorrendo a Clementina, tornava altresì
alle lettere che aveva aspettato e che non aveva ricevuto. Che cosa
importava di lui alla bella marchesa di Rocca Vignale? Lontano dagli
occhi, lontano dal cuore; il proverbio aveva proprio ragione. Inoltre,
Clementina avrebbe potuto avvicinarsi anche lei, in quella occasione,
al teatro della lotta elettorale, poichè possedeva per l'appunto un
castello nelle Langhe, dov'egli avrebbe anche potuto dare una
scappata, senza allontanarsi troppo dal suo collegio. Ma la signora
marchesa, mentendo al suo casato, amava assai poco la campagna. Il suo
castello era una bicocca, diceva lei: senza nessuna comodità per
andarci e nessuna per abitarci; poi, quella gente zotica sempre
dattorno; i dialoghi obbligati col castaldo e col parroco; la civiltà
rappresentata solamente da un brigadiere dei reali carabinieri... no,
no, la marchesa di Rocca Vignale amava meglio restarsene a Torino, a
cantare nella vuota città i treni di Geremia, e ad aspettarvi
l'occasione di qualche gita a Parigi, o ad una delle tante città di
bagni (e di seccature) che sono le oasi estive dei viaggiatori, nel
gran deserto d'Europa.
S'intende che, per questo capriccio della marchesa, anco Ariberti
aveva rinunziato alla vita dei campi, che amava pur tanto e che gli
sarebbe tornata così utile, per ristorarlo dalle fatiche e dalle
molestie di tutto l'anno. _Quid foemina possit!_ Già, per una donna
amata si fa volentieri ogni sorta di sacrifici; ma il nostro Ariberti
non potea rattenersi dal pensare talvolta, che qualche sacrificio
scambievole non avrebbe mica guastato.
Quella considerazione, inedita sempre, unita ai dubbi, alle gelosie
che ho già detto, era un assiduo rammarico, un cruccio implacabile,
che bastava ad avvelenare tutte le gioie del nostro innamorato. Il
quale, riconfermato onorevole, tornò finalmente a Torino, augurandosi
una lieta accoglienza, a conforto di tante noiose giornate. E l'ebbe,
infatti, più lieta e più affettuosa che egli non ardisse sperare, per
modo che fu ad un pelo di caderle a' piedi e domandarle perdono di
tutti i suoi vani timori, di tutti i suoi ingiuriosi sospetti.
Quanto al carteggio, che era stato così poco vivo da parte sua, la
marchesa ci aveva un sacco di ragioni e sette sporte. «Del resto
(conchiudeva, dopo averle sciorinate tutte), che cosa volete farvi de'
miei scarabocchi? Non sapete voi l'essenziale?»
«E vada per l'essenziale!» pensò Ariberti che non l'aveva mai veduta
così tenera, neanche nei primi giorni dell'amor suo.
Il lettore vecchio e scaltrito fiuta già un piccolo tradimento in
queste tenerezze della marchesa. Ma io debbo affrettarmi a
disingannarlo. Qualcosa veramente c'era, e questo qualcosa assediava
la piazza coll'ardore dei venticinque anni e col luccichio d'un paio
di spalline d'oro. Ma la piazza, quantunque avesse a che fare
coll'artiglieria, non aveva capitolato; la dama si era contentata di
lasciar dire, di stare a sentire, e ci si era divertita un mondo.
Piacere d'odalisca, o di monaca, che dalle grate del suo serraglio
sogna i romanzetti di fuori via, senza mettersi alla prova di
tesserli!
Una cosa, per altro, è da ammettersi: che ad Ariberti un pochino
d'assenza giova molto, nell'animo della marchesa. Egli veramente
credeva l'opposto; ma non era così, e le tenere accoglienze di
Clementina glielo avevano dimostrato. Chiederete come andasse la cosa;
ma il dirvela come la sento mi condurrebbe troppo in lungo, e con
danno della mia riputazione, perchè anzitutto dovrei esporvi la
teorica della giusta misura dei cibi che vengono a noia, anche quando
siano pernici, e dei necessarii riposi che dobbiamo, concedere al
cuore come al palato; tutta roba da tirarmi addosso le maledizioni
delle anime sensitive, le quali non vogliono vedere nell'amore un
fatto fisiologico, soggetto alle medesime leggi che governano tutte le
manifestazioni della vita in questo povero mondo.
Dirò invece, andando per la più spiccia, che il mio Ariberti era
opprimente in amore, e che la donna amata da lui poteva di tanto in
tanto sentire il bisogno di rifiatare. La società non vuol più saperne
dei Werther; anzi soggiungo, pensando alla signorina Carlotta, che la
società non li ha amati mai, e c'è voluto tutto l'ingegno di qualche
scrittore coi fiocchi per farli piacere dopo morti. Ragazzi, badate a
me, non vi gettate alle esagerazioni; siate misurati nelle cose del
cuore e padroni di voi medesimi: cansate le dimostrazioni d'un amore
eccessivo, come il diavolo, secondo si narra, suol cansare l'acqua
santa.
So bene che il mio consiglio piacerà poco, anzi non piacerà affatto a
nessuno, e segnatamente alle donne. Sono esse difatti che interrogate
lì per lì, vi diranno di voler tutto, o nulla. Ma queste son
chiacchiere, e se volete, anco galanterie; ma guai a pigliarle in
parola; si ama con furia, come il cuore vorrebbe, e si diventa
stucchevoli. Misura, dunque; calor di parole, non dico di no; anzi,
chi più ne ha ne metta, perchè fa in amore l'ufficio medesimo delle
carote tostate nel brodo, che gli danno buon colore, e non gli mutano
il gusto. Essendo, com'io v'auguro, più padroni di voi medesimi, non
commetterete tante di quelle corbellerie che vi fanno diventar noiosi,
o ridicoli, e non vi guasterete coi bollori quella cara vernice di
gentilezza, che entra per due terzi nel pregio della maiolica umana.
Son chinesaggini, lo so; anche a me parvero brutte, quando avevo
vent'anni; ma ora ho capito che tutto è fragile quaggiù, e che il
«posa piano» di rigore potrebbe scriversi a lettere di scatola su
tutta la crosta del globo.
Se mi sente Filippo Bertone sono un uomo spacciato. Ma Filippo fa
eccezione, perchè... volete saperlo? perchè ha trovato un'altra
eccezione. S'incontrano di questi uomini e di quelle donne pel mondo,
come trifogli di quattro foglioline pei prati. Ma dite, non le vi
paiono stranezze? I Greci, quando s'abbattevano in alcuna di tali
figure, la mettevano subito nel Pantheon e le rendevano onori divini,
ma dopo averle assottigliate ben bene le estremità; perchè, secondo
loro, gli Dei radevano qualche volta il suolo co' piedi, non lo
premevano mai.
Lasciamo dunque Filippo Bertone e la marchesa di San Ginesio nel loro
Olimpo, e parliamo di cose terrene.
Il nuovo Parlamento era fatto. Ma le elezioni erano tornate fatali al
ministero riparatore, un po' perchè non aveva riparato a niente, e
molto perchè gli avversarii suoi avevano dalla loro quasi tutte le
autorità provinciali, sempre più tenere del vecchio che del nuovo
gabinetto, il quale era venuto su d'improvviso e non affidava nessuno
della propria stabilità. L'onorevole Ariberti veniva per tal modo a
trovarsi in un bivio curioso, tra un ministero pencolante di amici
suoi, che non lo potevano patire, e che lo avevano in più modi offeso,
ed una numerosa schiera di vecchi avversarii, che, disponendosi a
rovesciare il ministero, incominciavano a lisciar lui, per farsene un
alleato.
C'era, come i lettori ben vedono, da aver occhio alla penna. Ma il
nostro Ariberti non doveva impensierirsene troppo, perchè, una
settimana dopo il suo ritorno in Torino, già aveva altro per il capo.
Ad una delle prime veglie della marchesa di Rocca Vignale, si era
veduto tra i piedi un nemico, quel tale ufficialino che sapete, e che
pareva esser là in casa sua. Forse era effetto di giovanile jattanza,
fors'anco la gelosia faceva travedere Ariberti; ma così parve al
nostro onorevole, e la sua pace andò in fumo.
L'ufficialino era biondo, bello, e tutto l'altro come il re Manfredi,
salvo la cicatrice sulla fronte. Non era un'aquila, ma aveva ingegno
quanto basta per vivere nel bel mondo e di quella tal qualità che
piace meglio alla gente. Era di belle maniere e tratto tratto sapeva
anche dire una cosa spiritosa, o sua o d'altri, spiegare una sciarada,
suonare una polka sul cembalo, e dirigere una contraddanza.
All'occorrenza, cantava anche, con una vocina da tenore e con garbo
veramente singolare. Per giunta, lo dicevano un prode soldato, e il
generale comandante dell'arma ne teneva di conto.
O perchè non se ne stava egli tra i suoi? La signora generala non
aveva dunque più occhi, da lasciarlo andare randagio a quel modo, come
il leone in busca? _Sicut leo rugiens quaerens quem devoret_, dice la
Scrittura. Imperocchè, così doveva essere, non altrimenti. Quel biondo
e bello artigliere «che pareva Gabriel che dicesse: ave» scorreva la
campagna per provare i tiri di rimbalzo, radenti e ficcanti, del suo
repertorio.
Immaginate che rabbia fosse quella di Ariberti, quando si vide quel
giovinetto per la seconda volta tra' piedi; rabbia tanto più
concentrata, in quanto che il nostro innamorato doveva, come suol
dirsi, inghiottire amaro e sputare dolce. Difatti l'esperienza gli
aveva insegnato, sebbene un po' tardi, a dissimulare la gelosia,
brutto male, peggio dell'itterizia, la quale vi tinge il volto di
giallo, mentre la gelosia, ve lo tinge di scimunito. E doveva starsene
lì fermo impassibile, sereno, e sapere anche all'occorrenza negare
l'interno struggimento come il fanciullo spartano, a cui la volpe
rubata stracciava le carni coi morsi. Un brutto impiccio, non è egli
vero? Ma già, con quel maledetto viscere tra le due ali del polmone,
che non vuol mai obbedire al cervello, come si fa? Bisogna recarsi in
santa pace i tormenti ed augurarsi che non diventino insopportabili
addirittura. E frattanto, addio severa allegrezza delle opere forti;
addio estasi dei concepimenti sublimi; si va a far le pazzie del
cuore, si torna ragazzi, ma pur troppo senza averci più le
inconsapevoli attrattive e le facili risorse dell'età giovanile.
Or dunque l'onorevole Ariberti era costretto a godersi quella cara
compagnia, o concorrenza, come la chiamerebbe un mercante, o ridosso,
come la direbbe un bottegaio. E il gentile alunno di Marte appariva
così tenero, cascante e vezzoso, che la stessa marchesa di Rocca
Vignale, assuefatta a simili svenevolezze, e donna da non disdegnarle,
ne era impacciata non poco. Ella non riusciva ad intendere se Ariberti
si fosse avveduto e ingelosito di quelle adorazioni; lo sospettava,
vedendolo così rattenuto, ilare in vista e cortese, ma sempre in
guardia contro sè stesso; ed era naturale che volesse sincerarsene,
temendo che da un momento all'altro gli morisse sulle labbra quel
sorriso sforzato e che egli ne facesse qualcuna delle sue.
Per altro, non c'era pericolo che il nostro eroe uscisse per allora
dai gangheri. Certo con vent'anni di meno, avrebbe dato nei lumi,
tirato verbigrazia in disparte il suo uomo per dirgli chiaro e tondo:
Signore, qui non c'è posto per due: vogliamo giuocarcelo? Ma a
quarant'anni, e con tutta l'esperienza di questa rispettabile età, gli
era un altro paio di maniche. Il sangue ribolliva nella caldaia, ma la
ragione invigilava al coperchio, ricordandogli ad ogni istante
com'egli non dovesse, con imprudenti sfuriate, far torto al buon nome
della marchesa, nè alla sua propria dignità, e come egli fosse invece
il caso di stare in cervello, di avere un occhio al cane e l'altro
alla macchia.
E studiava, il pover uomo; oh, se studiava! sulla leggerezza delle
donne e sulla melensaggine degli uomini. Nè io starò a ripetervi tutti
i pensieri che si succedettero nella sua mente, perchè voi già li
indovinate, e perchè essi non sono necessarii allo svolgimento della
mia storia. Tutti questi monologhi si rassomigliano in cotesto, che
non concludono mai e non cavano un ragno da un buco.
Ora siccome la tranquillità dello spirito non si può fingere a lungo,
e spesso avviene che la maschera pesi sul volto, l'onorevole Ariberti
incominciò ad amare la solitudine, e trovava sempre qualche pretesto
per vedovare della sua presenza le conversazioni della marchesa. Per
contro, nessun mutamento essenziale nelle consuetudini di lei, che era
sempre quella di prima, un po' vana, ma contenta, di possedere il suo
schiavo e di vedere come l'impero della propria bellezza su lui non
fosse scemato. E in quelle ore di cielo, in mezzo a quelle estasi che
egli avrebbe voluto eterne, il povero schiavo si sentiva qualche volta
arcanamente turbato; e la guardava fisso negli occhi, come per
rintracciarvi un'immagine diversa dalla sua; e lo assaliva un fiero
desiderio di stringerla, di soffocarla quasi, perchè avesse a
confessare... Che cosa? Non era egli per avventura un po' matto?