CAPITOLO XX.

Dove il mio eroe incomincia a dar giù.

Il collegio elettorale dell'onorevole Ariberti non era molto disposto

a confermargli il mandato. Il nostro eroe se ne avvide alla prima, e

dovette conferire più volte co' suoi pochi ma fedeli partigiani, per

ordinare le acconcie difese intorno alla posizione minacciata. Egli

era nato bensì nel paese ma non ci abitava da un pezzo, e troppo di

rado si lasciava vedere da' suoi bravi elettori. Era un facondo

oratore; lo dicevano i giornali, ma la sua eloquenza non aveva mai

voluto adattarsi a far l'ufficio delle frutte al pranzo magno di un

sindaco, o a molcer l'orecchio d'un segretario comunale. E questi

erano gravi peccati. Sta bene che se n'era pentito, e che aveva

risoluto di parlare un po' da per tutto, perfino ai monelli di piazza,

da una finestra di locanda; ma queste tarde rappezzature sarebbero

giovate? Qui stava il busilli; e gli amici dell'onorevole Ariberti ne

erano impensieriti non poco. Neanche il ministero lo sosteneva come

avrebbe potuto e dovuto. Erano al potere gli amici suoi, amici che lo

vedevano volentieri come il fumo negli occhi, e che si fecero un

merito di moralità politica, lasciando l'amico in balìa del suo fato.

«Non più candidature ufficiali» era il precetto del ministero, che lo

messe fedelmente in pratica, nel collegio di Ariberto Ariberti.

Per fortuna del candidato pericolante, vegliava e lavorava Filippo

Bertone. Qualche anno addietro aveva comperato un vasto podere di là

da Mondovì la marchesa di San Ginesio, e ci andava a passare l'estate,

facendo maternamente le vacanze col secondo dei suoi figli, che era

nel collegio di Carcare, riputatissimo e degno della sua fama,

com'erano in Piemonte, per bontà di studi e per larghezza d'opinioni,

tutti i collegi tenuti dai padri Scolopii. Frati, sicuramente, frati,

ed oggi è di moda bastonarli senza misericordia, come senza

distinzione. Io pago un debito, dicendo de' miei maestri tutto il bene

che so; anzi, mi affretto a correggere la frase impropria, perchè,

volendo esser giusto, io non mi sdebiterò mai con quella brava gente,

che m'hanno forse lasciato ignorante (e questo per colpa della mia

cocciutaggine) ma che non si sono attentati mai di violare la

coscienza adolescente del mio signor me, e non ne hanno poi fatto un

codino. Il che avrebbero facilmente potuto, penserà qualche maligno,

perchè la stoffa c'era. Donde, ribatto io, maggior lode a' quei poveri

vecchi che io non involgerò mai nell'ostracismo comune. E chiudo la

parentesi.

Grazie agli aiuti di quell'amico sincero e di chi gli voleva bene, la

candidatura, che già pericolava, si raddrizzò. Filippo Bertone diceva

a tutti: è un galantuomo, che non v'ha ingannati mai; eleggetelo. E

l'autorità di Filippo era tale che vinse i più riottosi, cominciando

dal medico condotto, che pizzicava di volteriano, e avrebbe voluto un

uomo da mandar tutto a rotoli in quattro e quattr'otto, per giungere

fino al farmacista, che voleva aboliti tutti i privilegi, tutti i

monopolî, salvo, s'intende, quello di esser solo in paese a spacciar

le sue droghe.

--È un uomo d'ingegno, ne convengo;--diceva il medico condotto;--ma al

Parlamento, con tutta la sua eloquenza, che cosa ha fatto fin qui

nella quistione religiosa?

--Niente, pur troppo; ma di grazia, ascoltate; era forse lui che

dovesse metterla all'ordine del giorno? Dipenderà forse da lui che non

ci siano più vescovi nelle città, nè parroci nelle campagne? Quando un

imperatore romano ebbe abolito per decreto il gentilesimo, sapete voi

dove andò a rifugio il dio Pane, e quanti secoli vi durò ancora il suo

regno?--

Il medico battè le labbra, crollò le spalle, e non rispose parola.

Filippo Bertone diceva poi al farmacista:

--Togliamo i privilegi d'ogni genere; sta bene. Ma incominciamo a

toglierli dal nostro paesello. Perchè non si abolisce il titolo e la

umilissima riverenza al signor conte di Montiglio? È candidato alla

deputazione, mi direte, e un titolo e una riverenza non guastano. Ma

il suo programma politico, lo conoscete voi? Ci si legge egli proprio

il paragrafo che il signor conte parlerà e voterà contro tutti i

privilegi, da quello di re a quello di farmacista patentato?--

La lotta veniva diritta, ma era così amichevolmente data, e poi

Filippo Bertone era un uomo di tal levatura (privilegio naturale, pur

troppo, e a cui nessuna legge potrà mai dare lo sfratto) che il signor

farmacista si messe a ridere. Cionondimeno, quell'ostinato non volea

darsi per vinto.

--Capisco;--diss'egli;--capisco tutto... Ma una lezioncina al

cavaliere Ariberti, a questo liberale che fa l'aristocratico...

--Eh via! signor Prospero; queste... cose lasciamole dire ad altri, o

sciocchi, o cattivi, o l'una cosa e l'altra appaiate. Ariberti non è

un aristocratico; o piuttosto lo è, sì, ma come voi e me, che non

andiamo dal Pinta, a trincare e bestemmiare col primo che capita, ma

ce ne stiamo in casa nostra a studiare, per tenerci al fatto di tutto

ciò che esce di nuovo, per me in materia di fisiologia e di patologia,

per voi in materia di chimica farmaceutica.--

Il signor Prospero non si dolse del paragone e non isgradì quello

studio di chimica farmaceutica, che per lui si ristringeva a qualche

partita a tarocchi, nella parte più riposta della sua dotta bottega.

Perciò si rimise in tasca la lezioncina che avrebbe voluto dare

all'onorevole Ariberti, non senza ridere ancora una volta d'un

grazioso paragone del signor Filippo, al quale il voler cambiare da

Ariberti a Montiglio, per vendicarsi del primo di loro, o per dargli

una toccatina, facea ricordare la bella impresa di quel brav'uomo che

s'impiccò per far dispetto a sua moglie.

Venuto il giorno della prova solenne, Ariberto Ariberti uscì eletto al

primo scrutinio, senz'altro aiuto fuor quello delle buone ragioni. Per

molti elettori, poichè si ha a dir tutto sinceramente, le buone

ragioni erano il meno, e la condiscendenza al desiderio di casa San

Ginesio era il più; ma siccome da quella casa non erano usciti ordini,

nè raccomandazioni che arieggiassero il comando, può ammettersi il

ragionevole ossequio degli elettori campagnoli tra le cose lecite ed

oneste, e gabellare la rielezione dell'onorevole Ariberti tra le più

nette di quella nuova legislatura.

Proclamato vincitore, il nostro Ariberti avrebbe dovuto, secondo ogni

norma di convenienza, recarsi a visitare la marchesa di San Ginesio e

ringraziarla in pari tempo dell'aiuto liberalmente dato alla sua

candidatura. Ma quantunque ci pensasse due o tre giorni su, e fosse

convinto che tale era l'obbligo suo, pure non gli diè l'animo di

farlo.

--Scusami, e trova il modo di scusarmi presso la signora

marchesa;--disse Ariberti a Filippo Bertone;--io l'ho troppo amata in

_illo tempore_ e mi sentirei oggi troppo ridicolo, presentandomi a

lei. Già, con te, vecchio amico, si può parlare alla libera e col

cuore in mano...

--Ma sì, certamente.

--Or bene, dunque, Filippo mio, lasciatelo dire; io t'invidio.--

Filippo Bertone, a quelle parole del suo amico d'adolescenza, si fece

in volto del colore che sapete. E non volendo ammettere, e non sapendo

negare, tentò di sviare il discorso.

--Uomo debole!--diss'egli, mettendo amorevolmente le mani sulle spalle

di Ariberti.--Non hai la tua stella polare a Torino?

--Sì, è vero;--rispose Ariberti con impeto, ma reprimendo in pari

tempo un sospiro.

Il suo pensiero, infatti, ricorrendo a Clementina, tornava altresì

alle lettere che aveva aspettato e che non aveva ricevuto. Che cosa

importava di lui alla bella marchesa di Rocca Vignale? Lontano dagli

occhi, lontano dal cuore; il proverbio aveva proprio ragione. Inoltre,

Clementina avrebbe potuto avvicinarsi anche lei, in quella occasione,

al teatro della lotta elettorale, poichè possedeva per l'appunto un

castello nelle Langhe, dov'egli avrebbe anche potuto dare una

scappata, senza allontanarsi troppo dal suo collegio. Ma la signora

marchesa, mentendo al suo casato, amava assai poco la campagna. Il suo

castello era una bicocca, diceva lei: senza nessuna comodità per

andarci e nessuna per abitarci; poi, quella gente zotica sempre

dattorno; i dialoghi obbligati col castaldo e col parroco; la civiltà

rappresentata solamente da un brigadiere dei reali carabinieri... no,

no, la marchesa di Rocca Vignale amava meglio restarsene a Torino, a

cantare nella vuota città i treni di Geremia, e ad aspettarvi

l'occasione di qualche gita a Parigi, o ad una delle tante città di

bagni (e di seccature) che sono le oasi estive dei viaggiatori, nel

gran deserto d'Europa.

S'intende che, per questo capriccio della marchesa, anco Ariberti

aveva rinunziato alla vita dei campi, che amava pur tanto e che gli

sarebbe tornata così utile, per ristorarlo dalle fatiche e dalle

molestie di tutto l'anno. _Quid foemina possit!_ Già, per una donna

amata si fa volentieri ogni sorta di sacrifici; ma il nostro Ariberti

non potea rattenersi dal pensare talvolta, che qualche sacrificio

scambievole non avrebbe mica guastato.

Quella considerazione, inedita sempre, unita ai dubbi, alle gelosie

che ho già detto, era un assiduo rammarico, un cruccio implacabile,

che bastava ad avvelenare tutte le gioie del nostro innamorato. Il

quale, riconfermato onorevole, tornò finalmente a Torino, augurandosi

una lieta accoglienza, a conforto di tante noiose giornate. E l'ebbe,

infatti, più lieta e più affettuosa che egli non ardisse sperare, per

modo che fu ad un pelo di caderle a' piedi e domandarle perdono di

tutti i suoi vani timori, di tutti i suoi ingiuriosi sospetti.

Quanto al carteggio, che era stato così poco vivo da parte sua, la

marchesa ci aveva un sacco di ragioni e sette sporte. «Del resto

(conchiudeva, dopo averle sciorinate tutte), che cosa volete farvi de'

miei scarabocchi? Non sapete voi l'essenziale?»

«E vada per l'essenziale!» pensò Ariberti che non l'aveva mai veduta

così tenera, neanche nei primi giorni dell'amor suo.

Il lettore vecchio e scaltrito fiuta già un piccolo tradimento in

queste tenerezze della marchesa. Ma io debbo affrettarmi a

disingannarlo. Qualcosa veramente c'era, e questo qualcosa assediava

la piazza coll'ardore dei venticinque anni e col luccichio d'un paio

di spalline d'oro. Ma la piazza, quantunque avesse a che fare

coll'artiglieria, non aveva capitolato; la dama si era contentata di

lasciar dire, di stare a sentire, e ci si era divertita un mondo.

Piacere d'odalisca, o di monaca, che dalle grate del suo serraglio

sogna i romanzetti di fuori via, senza mettersi alla prova di

tesserli!

Una cosa, per altro, è da ammettersi: che ad Ariberti un pochino

d'assenza giova molto, nell'animo della marchesa. Egli veramente

credeva l'opposto; ma non era così, e le tenere accoglienze di

Clementina glielo avevano dimostrato. Chiederete come andasse la cosa;

ma il dirvela come la sento mi condurrebbe troppo in lungo, e con

danno della mia riputazione, perchè anzitutto dovrei esporvi la

teorica della giusta misura dei cibi che vengono a noia, anche quando

siano pernici, e dei necessarii riposi che dobbiamo, concedere al

cuore come al palato; tutta roba da tirarmi addosso le maledizioni

delle anime sensitive, le quali non vogliono vedere nell'amore un

fatto fisiologico, soggetto alle medesime leggi che governano tutte le

manifestazioni della vita in questo povero mondo.

Dirò invece, andando per la più spiccia, che il mio Ariberti era

opprimente in amore, e che la donna amata da lui poteva di tanto in

tanto sentire il bisogno di rifiatare. La società non vuol più saperne

dei Werther; anzi soggiungo, pensando alla signorina Carlotta, che la

società non li ha amati mai, e c'è voluto tutto l'ingegno di qualche

scrittore coi fiocchi per farli piacere dopo morti. Ragazzi, badate a

me, non vi gettate alle esagerazioni; siate misurati nelle cose del

cuore e padroni di voi medesimi: cansate le dimostrazioni d'un amore

eccessivo, come il diavolo, secondo si narra, suol cansare l'acqua

santa.

So bene che il mio consiglio piacerà poco, anzi non piacerà affatto a

nessuno, e segnatamente alle donne. Sono esse difatti che interrogate

lì per lì, vi diranno di voler tutto, o nulla. Ma queste son

chiacchiere, e se volete, anco galanterie; ma guai a pigliarle in

parola; si ama con furia, come il cuore vorrebbe, e si diventa

stucchevoli. Misura, dunque; calor di parole, non dico di no; anzi,

chi più ne ha ne metta, perchè fa in amore l'ufficio medesimo delle

carote tostate nel brodo, che gli danno buon colore, e non gli mutano

il gusto. Essendo, com'io v'auguro, più padroni di voi medesimi, non

commetterete tante di quelle corbellerie che vi fanno diventar noiosi,

o ridicoli, e non vi guasterete coi bollori quella cara vernice di

gentilezza, che entra per due terzi nel pregio della maiolica umana.

Son chinesaggini, lo so; anche a me parvero brutte, quando avevo

vent'anni; ma ora ho capito che tutto è fragile quaggiù, e che il

«posa piano» di rigore potrebbe scriversi a lettere di scatola su

tutta la crosta del globo.

Se mi sente Filippo Bertone sono un uomo spacciato. Ma Filippo fa

eccezione, perchè... volete saperlo? perchè ha trovato un'altra

eccezione. S'incontrano di questi uomini e di quelle donne pel mondo,

come trifogli di quattro foglioline pei prati. Ma dite, non le vi

paiono stranezze? I Greci, quando s'abbattevano in alcuna di tali

figure, la mettevano subito nel Pantheon e le rendevano onori divini,

ma dopo averle assottigliate ben bene le estremità; perchè, secondo

loro, gli Dei radevano qualche volta il suolo co' piedi, non lo

premevano mai.

Lasciamo dunque Filippo Bertone e la marchesa di San Ginesio nel loro

Olimpo, e parliamo di cose terrene.

Il nuovo Parlamento era fatto. Ma le elezioni erano tornate fatali al

ministero riparatore, un po' perchè non aveva riparato a niente, e

molto perchè gli avversarii suoi avevano dalla loro quasi tutte le

autorità provinciali, sempre più tenere del vecchio che del nuovo

gabinetto, il quale era venuto su d'improvviso e non affidava nessuno

della propria stabilità. L'onorevole Ariberti veniva per tal modo a

trovarsi in un bivio curioso, tra un ministero pencolante di amici

suoi, che non lo potevano patire, e che lo avevano in più modi offeso,

ed una numerosa schiera di vecchi avversarii, che, disponendosi a

rovesciare il ministero, incominciavano a lisciar lui, per farsene un

alleato.

C'era, come i lettori ben vedono, da aver occhio alla penna. Ma il

nostro Ariberti non doveva impensierirsene troppo, perchè, una

settimana dopo il suo ritorno in Torino, già aveva altro per il capo.

Ad una delle prime veglie della marchesa di Rocca Vignale, si era

veduto tra i piedi un nemico, quel tale ufficialino che sapete, e che

pareva esser là in casa sua. Forse era effetto di giovanile jattanza,

fors'anco la gelosia faceva travedere Ariberti; ma così parve al

nostro onorevole, e la sua pace andò in fumo.

L'ufficialino era biondo, bello, e tutto l'altro come il re Manfredi,

salvo la cicatrice sulla fronte. Non era un'aquila, ma aveva ingegno

quanto basta per vivere nel bel mondo e di quella tal qualità che

piace meglio alla gente. Era di belle maniere e tratto tratto sapeva

anche dire una cosa spiritosa, o sua o d'altri, spiegare una sciarada,

suonare una polka sul cembalo, e dirigere una contraddanza.

All'occorrenza, cantava anche, con una vocina da tenore e con garbo

veramente singolare. Per giunta, lo dicevano un prode soldato, e il

generale comandante dell'arma ne teneva di conto.

O perchè non se ne stava egli tra i suoi? La signora generala non

aveva dunque più occhi, da lasciarlo andare randagio a quel modo, come

il leone in busca? _Sicut leo rugiens quaerens quem devoret_, dice la

Scrittura. Imperocchè, così doveva essere, non altrimenti. Quel biondo

e bello artigliere «che pareva Gabriel che dicesse: ave» scorreva la

campagna per provare i tiri di rimbalzo, radenti e ficcanti, del suo

repertorio.

Immaginate che rabbia fosse quella di Ariberti, quando si vide quel

giovinetto per la seconda volta tra' piedi; rabbia tanto più

concentrata, in quanto che il nostro innamorato doveva, come suol

dirsi, inghiottire amaro e sputare dolce. Difatti l'esperienza gli

aveva insegnato, sebbene un po' tardi, a dissimulare la gelosia,

brutto male, peggio dell'itterizia, la quale vi tinge il volto di

giallo, mentre la gelosia, ve lo tinge di scimunito. E doveva starsene

lì fermo impassibile, sereno, e sapere anche all'occorrenza negare

l'interno struggimento come il fanciullo spartano, a cui la volpe

rubata stracciava le carni coi morsi. Un brutto impiccio, non è egli

vero? Ma già, con quel maledetto viscere tra le due ali del polmone,

che non vuol mai obbedire al cervello, come si fa? Bisogna recarsi in

santa pace i tormenti ed augurarsi che non diventino insopportabili

addirittura. E frattanto, addio severa allegrezza delle opere forti;

addio estasi dei concepimenti sublimi; si va a far le pazzie del

cuore, si torna ragazzi, ma pur troppo senza averci più le

inconsapevoli attrattive e le facili risorse dell'età giovanile.

Or dunque l'onorevole Ariberti era costretto a godersi quella cara

compagnia, o concorrenza, come la chiamerebbe un mercante, o ridosso,

come la direbbe un bottegaio. E il gentile alunno di Marte appariva

così tenero, cascante e vezzoso, che la stessa marchesa di Rocca

Vignale, assuefatta a simili svenevolezze, e donna da non disdegnarle,

ne era impacciata non poco. Ella non riusciva ad intendere se Ariberti

si fosse avveduto e ingelosito di quelle adorazioni; lo sospettava,

vedendolo così rattenuto, ilare in vista e cortese, ma sempre in

guardia contro sè stesso; ed era naturale che volesse sincerarsene,

temendo che da un momento all'altro gli morisse sulle labbra quel

sorriso sforzato e che egli ne facesse qualcuna delle sue.

Per altro, non c'era pericolo che il nostro eroe uscisse per allora

dai gangheri. Certo con vent'anni di meno, avrebbe dato nei lumi,

tirato verbigrazia in disparte il suo uomo per dirgli chiaro e tondo:

Signore, qui non c'è posto per due: vogliamo giuocarcelo? Ma a

quarant'anni, e con tutta l'esperienza di questa rispettabile età, gli

era un altro paio di maniche. Il sangue ribolliva nella caldaia, ma la

ragione invigilava al coperchio, ricordandogli ad ogni istante

com'egli non dovesse, con imprudenti sfuriate, far torto al buon nome

della marchesa, nè alla sua propria dignità, e come egli fosse invece

il caso di stare in cervello, di avere un occhio al cane e l'altro

alla macchia.

E studiava, il pover uomo; oh, se studiava! sulla leggerezza delle

donne e sulla melensaggine degli uomini. Nè io starò a ripetervi tutti

i pensieri che si succedettero nella sua mente, perchè voi già li

indovinate, e perchè essi non sono necessarii allo svolgimento della

mia storia. Tutti questi monologhi si rassomigliano in cotesto, che

non concludono mai e non cavano un ragno da un buco.

Ora siccome la tranquillità dello spirito non si può fingere a lungo,

e spesso avviene che la maschera pesi sul volto, l'onorevole Ariberti

incominciò ad amare la solitudine, e trovava sempre qualche pretesto

per vedovare della sua presenza le conversazioni della marchesa. Per

contro, nessun mutamento essenziale nelle consuetudini di lei, che era

sempre quella di prima, un po' vana, ma contenta, di possedere il suo

schiavo e di vedere come l'impero della propria bellezza su lui non

fosse scemato. E in quelle ore di cielo, in mezzo a quelle estasi che

egli avrebbe voluto eterne, il povero schiavo si sentiva qualche volta

arcanamente turbato; e la guardava fisso negli occhi, come per

rintracciarvi un'immagine diversa dalla sua; e lo assaliva un fiero

desiderio di stringerla, di soffocarla quasi, perchè avesse a

confessare... Che cosa? Non era egli per avventura un po' matto?

La notte del Commendatore · 第 24 / 28 题