Rinaldo nei giardini d'Armida.
Chi non ricorda, tra le noie della sua prima giovinezza, il famoso
teorema dell'ipotenusa, più conosciuto nel gergo scolastico sotto il
nome di ponte dell'asino, perchè era in geometria il punto difficile,
di là dal quale potevano andar ritti e sicuri i matematici in erba,
laddove, in esso scappucciavano maledettamente i più corti
d'intelligenza, quantunque fossero i più lunghi d'orecchie? Dimostrare
tre migliaia d'anni dopo Pitagora, autore della bella scoperta, che il
quadro eretto sull'ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati
eretti sui due cateti, era appunto il difficile dell'impresa.
Non è animo mio di ripetere qui la dimostrazione ai lettori, per farmi
vedere ferrato a ghiaccio nella scienza d'Euclide. Ho solamente
ricordato il teorema pitagorico, per giungere a dirvi (guardate mo
dove va a ficcarsi la boria dottorale!) che la bellezza della marchesa
Clementina di Rocca Vignale era la somma delle bellezze di Giselda
Szeleny e della marchesa di San Ginesio. Splendida come questa,
attraente come quella, raccoglieva in sè stessa e mostrava
armonicamente confusi i due generi, le due forme di bellezza che mi
sono ingegnato di rappresentarvi a suo luogo.
E adesso, lasciando in disparte la geometria piana, che non è certo la
più acconcia a descrivere le grazie di una donna, dovrei schiccherarvi
qui in quattro tocchi di penna i pregi fisici di questa Armida
rediviva. E qui proprio mi trovo più impacciato che non fossi a
quattordici anni, coll'ipotenusa e i cateti. Se almeno potessi darvi
questa bellezza in dramme e scrupoli, come fa il medico le sue
ricette, lasciando a voi la cura del «_misce et remisce_»!
Un grande scrittore, che in gioventù non aveva avuto a lodarsi troppo
delle signore donne, e che perciò non usava trattarle co' guanti, mi
diceva: «Quando ho da dipingere una donna, piglio due soldi di biacca,
uno di cinabro, uno di giallo di cromes, un pizzico di terra d'ombra,
un altro di nerofumo, e non ci fo mica altra spesa; cinque o sei
pennellate, e mi sbrigo». Lo diceva, s'intende; ma poi non lo faceva.
Ed anche di lui, quantunque amasse poco il bel sesso, resteranno
figure ammirabili, come una Jole, una Fides, tra l'altre, ed una
Fulvia Piccolomini, per cui, se tornasse al mondo tal quale si
potrebbe anche fare allegramente, il viaggio di Siena.
Come tipo di bellezza ammirabile, la marchesa di Rocca Vignale avrebbe
fatto onore, anche dopo il ritratto della Paolina Adorno dei Brignole,
al pennello sicuro ed elegante di Antonio van Dyck, o al mollemente
arguto di Tommaso Lawrence, per cui non ebbero segreti le morbidezze,
i tondeggiamenti e le lisciature della forma moderna.
Di statura piuttosto alta, e snella, ma tutta a curve, che il garbo
delle vesti faceva spiccare accarezzandole, la marchesa Clementina
poteva mostrare un piede, anzi due, della più delicata picciolezza, e
tali da far credere ai veristi che la natura si fosse guastata anco
lei, bazzicando cogli accademici. Ora, per una donna come la marchesa,
poter mostrare un bel piede era una tentazione irresistibile, ed io
non debbo tacere questa debolezza della mia nuova eroina. Già, chi lo
ignora? tutti abbiamo le nostre, e v'hanno sempre certi punti in cui,
o per cui, la più gran dama del mondo non è niente più d'una semplice
crestaia. Anche il colosso di Nabucco aveva il piede di creta. Dunque,
ammettiamo, il pie' di creta della marchesa Clementina, non senza
soggiungere che mai la creta d'un piede apparve più leggiadramente
modellata, neanco tra le mani di Fidia.
Lettori umanissimi, io comincio dove s'avrebbe a finire. Ma che
volete? Il diavolo m'ha sempre pigliato da' piedi, e oramai ci ho
fatto il verso.
Per altro, ora che mi sono sbrigato da questo particolare, vi fo
grazia delle vesti, la cui eleganza provava il buon gusto e quella
cura minuziosa di sè, che amiamo tanto di trovare nella donna; e vengo
difilato alla testa; una testa, se mi consentite il paragone, graziosa
come quella di un serpe. A voi parrà strano, e fors'anco esorbitante;
a me invece pare di aver trovata l'immagine più felice e più acconcia.
Superate di grazia quel senso di ribrezzo che ispirano i rettili pel
loro corpo smisuratamente lungo e per le velenose qualità di taluni
tra essi; non guardate che quella testolina eretta, che a prima giunta
apparisce così rigidamente stagliata, ma che vi riesce poi così
delicata nei suoi contorni, così leggiadra ne' suoi atteggiamenti,
così incantevole nelle sue movenze, e converrete con me che la testa
di una bella donna, o di qualche bella donna, se vi piace meglio, può
essere non indegnamente paragonata a quella di un ofidio.
La marchesa Clementina aveva i capelli castagni finissimi, ondati,
lucenti e abbondantissimi per giunta. A volta amava stringerli in
treccie lunghe e piene come Margherita, a volta gli scioglieva sulle
spalle come Giulietta, e li adornava di fiori come Matelda ed Ofelia.
Godeva de' suoi capegli come la tipica madre delle donne create, là
nelle selve primitive dell'Eden, quando si specchiava allegra nelle
acque correnti del ruscello e sorrideva del medesimo riso all'uomo, ed
al serpente astuto, che già si disponeva a scaltrirla.
Io vi amo, o bei capegli, stillanti ambrosia dal capo delle dee
d'Omero, e ancora ai tempi nostri cagione di soavissimi fremiti a
chiunque accarezzi le vostre morbide ciocche. Sansone ebbe nei capegli
la forza; ma ogni donna è più forte di lui, perchè ne ha nei capegli
la grazia e il fascino delle dolci lusinghe. Oh perchè la moda, la
maledetta moda, li ha raccolti e stipati in così fitto manipolo sul
capo della donna amata, in sembianza di torre, irta di guerrieri, sul
dorso dell'elefante? Quei mazzocchi a cupola, a campanile, a
battifredo, mi fanno paura; io li abbomino, perchè tolgono alla chioma
i suoi pregi più cari, la morbidezza e l'ondeggiamento. La donna mi si
fa davanti armata in guerra, minacciosa e superba, con quell'elmo, che
la rende un terzo più grande del vero. Io non sento nessuna ripugnanza
per Minerva, e giuro che, nel caso di Paride, farei del mio pomo tre
fette, ed anco disuguali, per dare la più vistosa a lei, che ha il
vanto degli occhi verdi; ma vorrei che si levasse quella sua
minacciosa cervelliera dal capo.
La marchesa Clementina era dunque una Minerva senza elmo; anzi io
potrei paragonarla più facilmente a Venere, che è rappresentata in
alcune statue coll'elmo sotto i piedi, e questo mi gioverebbe per
farvi vedere ancora una volta il piedino della marchesa, quel piedino
adorabile che sapete. I suoi capegli scendevano per solito ripiegati
in due lucide staffe a carezzare le guance rosee, vellutate, come le
pesche duracine, e lumeggiate d'aurei riflessi. Non aveva spaziosa la
fronte; ma questo, che è pregio dei pensatori e dei calvi, non fa buon
giuoco alle donne. Sia breve la fronte e piana, anzi un tal poco
leonina, profilato il naso, breve lo spazio che intercede da questo
alla bocca, rotondo il mento, e possa la dea sorridere spesso, per
mostrare la sua fresca conchiglia di perle, o atteggiarsi a tristezza,
perchè abbiano risalto le ciglia lunghe, morbidamente ricadenti sulle
pupille del colore dell'indaco; è questo l'essenziale, e il miracolo
della bellezza è compiuto.
Gli occhi della marchesa vorrebbero essi soli una pagina di
descrizione; ma quando io vi avessi affastellati sulla carta tutti i
soavi baleni d'un cielo d'estate, tutte le mezze tinte e sfumature
dell'iride, tutti i profondi scintillamenti dello zaffiro, tutti i
lattei riflessi dell'opale e tutti i vivi bagliori del diamante, non
vi avrei detto ancor nulla di efficace. Si sono scritti parecchi
trattati sulla luce, e parecchi sull'anima; ora, quanti non se ne
potrebbero scrivere di più sopra un bel paio d'occhi, che sono la luce
dell'anima e soli danno anima per noi alla luce? Vi dirò dunque, nella
forma più breve, che quegli occhi iridati, umidi e sfavillanti,
avrebbero potuto far dare nei gerundii tutti gli angioli del cielo, se
mai fossero tornati sulla terra a chieder notizia dei loro fratelli,
compianti e celebrati da Tommaso Moore, nel suo leggiadro poema.
Stupendo era il collo, sebbene per avventura un tal poco più lungo del
giusto. La natura aveva forse voluto fare un complimento a Raffaello
Sanzio, che in questa parte ebbe talvolta a correggerla. E mai collo
di donna fece pensare più di questo ai flessuosi candori e alle
armoniche movenze del cigno. Il seno poi, era fior di latte rappreso,
e i teneri contorni dell'òmero avevano la soave fermezza e i miti
splendori del marmo di Carrara. Infine, era una bellissima donna, un
mirabile saggio della più bella creazione di Dio, il quale ci ebbe le
sue grandi ragioni a serbarsela per l'ultima, nelle sue sette giornate
di lavoro. Egli che, sia detto senza intenzione d'offenderlo, tagliò
l'uomo coll'accetta, pose ogni diligenza in quella ultima fatica, che
è riuscita un vero capo d'opera. Giù il cappello, signori atei, o qui
si viene alle brutte.
E difetti non ne aveva, la marchesa Clementina? Ve li ho detti,
indicandoli, secondo il gusto mio, come pregi; collo leggermente più
lungo, e fronte un pochino più stretta della giusta misura. Ma già lo
sanno anche i grilli; è della bellezza moderna, fondata
nell'espressione anzichè nelle linee, il vantaggiarsi di certi piccoli
nei. Non siamo noi forse, noi inciviliti fino al midollo, che vediamo
altrettante virtù in certe imperfezioni del l'anima?
La marchesa di Rocca Vignale, per esempio, ci aveva l'intelligenza
alquanto ristretta della sua fronte, la volubilità serpentina del suo
collo e la piccineria minuziosa de' suoi lineamenti. Ora chi non vedrà
esser questa piccineria delicatezza, questa volubilità leggiadria,
questa ristrettezza di mente giusta misura d'idee, per chi non è nato
alle uggiose cure del filosofo e dell'uomo di Stato? Date alla donna i
vasti concetti dell'uomo, e avrete la dottoressa; datele i contorni
più austeri, e: avrete la dea sul plinto di marmo; non più la donna
che vi farà dimenticare il mondo a' suoi piedi, che vi costringerà ad
amarla o a maledirla, con perfetta vicenda, dodici volte in un giorno.
Amarla e maledirla; questa doveva essere la sorte del mio e vostro
Ariberti. La marchesa di Rocca Vignale amò in lui due pregi
secondarii, l'eleganza e la fama; del suo cuore non indovinò gli
spasimi, bastandole la servitù quotidiana; del suo ingegno non si
avvide, fuorchè per la lode a lui data dagli altri, ma non volle o non
seppe studiarlo a fondo, per farsene la custode e l'ispiratrice. La
politica era di moda; epperciò la signora marchesa era andata varie
volte al Parlamento, lieta di farsi veder in un delizioso abito
mattutino nella tribuna diplomatica e di cagionare un subisso di
distrazioni in un centinaio di teste calve, o mal pettinate, nelle
quali si racchiudeva il senno della nazione. Per qualche giorno
l'onorevole Ariberti era stato il beniamino della pubblica opinione,
e, miracolo inaudito, quel facondo oratore non era calvo, nè mal
pettinato; appariva anzi un bel giovane, non senza alcun che di
femmineo negli occhi, nelle labbra e nel portamento. Era ascoltato con
attenzione dai ministri; andava vestito come uno zerbinotto; i
segretari di legazione dimenticavano i cavalli, le prime donne e le
prime ballerine, per occuparsi di lui; e lui, questo zerbinotto,
questo Demostene, quest'uomo di Stato in erba, dimenticava il banco
dei ministri, trascurava le cifre del bilancio, per mandare di tanto
in tanto un'occhiata assassina a lei; che ci voleva di più per colpire
l'animo della marchesa Clementina?
Per qualche giorno la bella signora si crogiolò in una dolce
malinconia, che era indizio in lei d'una passioncella nascente, e che
le dava occasione di mostrarsi vezzosa in un altro modo, calando sugli
occhi d'indaco le lunghe e morbide ciglia. Era nata nel suo cuore una
certa curiosità profonda e tranquilla, che non somigliava punto a
tutte le altre, mutevoli, impetuose e fugaci, di cui son seminati i
giorni e rotti gli ozi d'una gran dama. Che cosa pensava di fare
quell'uomo? Come avrebbe adoperato per avvicinarla, quel giovine uomo
di Stato, che non era certamente un viaggiatore di salotto da potersi
far presentare lì per lì, senza una ragione al mondo, ed anche dal
primo che gli fosse capitato tra' piedi? Il vedere quel giovinetto, in
certo qual modo già celebre, occuparsi tanto di lei, misuratamente e
con discretezza alla Camera, liberamente e con assiduità di sguardo a
teatro, non le dispiaceva mica, alla bella marchesa, annoiata da tante
facili e quotidiane dichiarazioni a bruciapelo di vanagloriosi
farfalloni; come non le era discaro di durarla un tratto colle
lontananze, vo' dire con quel lavoro d'occhi e da lunge; fosse perchè
cotesto la rifaceva di molti anni più giovane, fors'anco perchè le
procacciava nuove occasioni a meditare per un'ora o due qual veste
avrebbe indossata quella mattina al passeggio, o qual colore di stoffa
le sarebbe tornato meglio quella sera a teatro.
Ma è detto che ogni bel giuoco dura poco; e la marchesa Clementina di
Rocca Vignale, tanto assiduamente guardata, esplorata e contemplata
dall'onorevole astronomo, incominciava a seccarsi del suo ufficio di
stella. Perchè non si fa avanti? Sarebbe timido, per avventura?
Poverino forse non sa a chi rivolgersi. Se potessi aiutarlo! Ma già,
questi cavalieri che ci vengono intorno, son buoni a tutto, sempre
disposti a servirci in tutto, fuorchè dove e quando ci preme.
Insomma, voi lo vedete, o lettori, colpita sulle prime da quella
attenzione, poi diventata curiosa, la marchesa Clementina si era a
poco a poco innamorata da senno, e quando si fu avveduta dello sdrucio
che quel giovinetto di là dai trentacinque le aveva fatto nel cuore,
lo confessò ella stessa, in un momento di necessaria espansione, ad
una amica intima, confidente delle sue pene, la quale andò subito a
rifischiarlo in una dozzina di salotti. Ariberti non le aveva ancora
parlato, e quell'amore nascente, che poteva anche spegnersi in fasce,
era già per le bocche di tutti. Della qual cosa po' poi non le
importava un bel niente. Libera e padrona di sè, si godeva la superba
gioia d'ignorare quello che altri dicesse alle sue spalle. C'era in
lei un pochino della noncuranza di quelle matrone della Roma
imperiale, tanto maltrattate da Svetonio, da Giovenale, da Persio
Fiacco e da altri libellisti di quel tempo, le quali non sapevano, o
non volevano sapere, che diavol fosse la pubblica opinione, e andavano
per la loro strada, o viottola che fosse, sempre avanti, secondo i
gusti e gli umori.
Spensierato del pari fu il nostro Ariberti con lei. Certe forme
d'amore sono, per così dire, contagiose, e v'hanno donne le quali si
amano ad un modo, come altre ad un altro, senza che la coscienza
c'entri per nulla, e quasi per un tacito accordo tra il nostro cuore e
l'istinto. Colto all'esca di tanta bellezza, la quale non chiedeva
altro che di concedersi a lui, fu al solito, e pel solito spazio di
tempo, l'uomo più felice della terra. Non vide che lei, non visse da
quel giorno che in lei e per lei, amò a furia, si divorò avidamente la
fama dei quattro o cinque discorsi che aveva recitati alla Camera,
come un figlio di famiglia si sciala in brev'ora le dugentomila lire
della eredità paterna; con isfarzo, con gusto, ed anco se volete, con
un zinzino di filosofia pratica, ma poi?...
Ma poi, egli avvenne che il nostro innamorato si svegliò da
quell'estasi al settimo cielo, e si trovò arnese logoro e quasi
dimenticato, come il tizzo spento in fondo al camino d'un salotto, in
cui si davano la muta ogni giorno quindici o venti scioperati suoi
pari. Il risveglio fu lento e con parecchi tentativi di ritorno al
sogno; cosa che a molti sarà accaduta, e riposando ed amando. Ma in
fine, bisogna svegliarsi, tanta è la luce che penetra dalle imposte e
tanto acute le voci con cui d'ogni parte vi chiamano le necessità
della vita. Peccato! si sognava così bene. Eppure, è mestieri balzare
dal letto, ficcare prosaicamente i piedi in un paio di pantofole e
disporsi a fare tutto ciò che gli altri uomini fanno, vestirsi,
radersi, asciolvere, annoiarsi, arrabbiarsi, stomacarsi, e va dicendo,
proprio come il giorno antecedente, e come l'altro che verrà dopo,
fino alla consumazione di quei pochi.
Una cosa, poi ch'ebbe riaperto gli occhi, una cosa non poteva mandar
giù l'Ariberti. Come aveva egli potuto passar tanto tempo in mezzo
agli sciocchi, e compiacersi di tante chiacchiere vuote di senso? In
verità, più ci pensava, e meno gli veniva fatto di capacitarsene.
Eppure, per tutto quei tempo egli non era mica stato colla benda sugli
occhi e le orecchie turate! Ma già, tutte quelle stonature s'erano
confuse per lui nella grande armonia dell'amore, come gli atomi
danzanti nell'aria si confondono nella luce del sole.
Ma il sole ci ha i suoi riposi, pur troppo, ed anche l'amore ha i suoi
opachi intervalli, come il palpito fosforescente delle lucciole. E le
ombre vennero dopo quella gran luce; calavano lente, e gli occhi di
Ariberti ebbero il triste benefizio d'un crepuscolo, che gli consentì
di vedere come tutto gli si facesse squallido intorno, e come quella
donna non fosse così sua, tutta sua, quale ei l'aveva veduta, o
sognata.
La marchesa era sempre circondata da uno sciame di cavalieri, che
sulle prime non davano troppa molestia ad Ariberti. Li considerava
farvalle e calabroni, alianti e ronzanti intorno alla rosa, con
insistenza bensì, ma senza pericolo, ma pronti a sparpagliarsi qua e
là, ogni qual volta egli, ape privilegiata, s'accostasse al calice
odoroso del fiore. Per dirla meno poeticamente, ma con più verità, gli
parevano sciocchi, senza importanza veruna, e fino ad un certo segno
gli tornava caro il vederseli dattorno e il dissimularsi in mezzo a
costoro. Per altro, taluno di essi avevano troppa dimestichezza colla
marchesa Clementina. Cortesi, amabili sempre con lei, lo erano
tuttavia in una certa forma e con una galante disinvoltura, che non
hanno sempre i signori aspiranti. Che fossero giubilati? Il dubbio
attraversò una volta lo spirito di Ariberti, e da quel giorno non ebbe
più pace. Perchè non se li leva da' piedi?--pensava egli tra sè.--E
perchè ci stanno essi, con tanta amabile filosofia, senza impeti e
senza rancori, fuochi che non divampano mai e che pure non accennano a
spegnersi? Essi sono qui, in apparenza come ci sono io, a corteggiare
la marchesa. Ma io, ardo, essi no; io sono un vulcano, ed essi...
sarebbero vulcani in riposo?
Ariberti, come mi sembra di aver già detto, e come, del resto, lo
avrete già riscontrato ne' fatti, non conosceva misura, e dopo aver
tormentato a lungo sè stesso con quel suo dubbio increscioso, doveva
anche tormentare un pochino la dama. S'intende che diede alle sue
domande, la forma meno ruvida; ma infine, certe domande, temperate o
no nella forma, sono sempre impertinenti nella sostanza. Ed egli,
appena il dado fu gittato, ben se ne avvide alla cèra con cui furono
accolti i suoi dubbi dalla marchesa Clementina.
--Di che vi lagnate?--diss'ella.--Conservo i miei amici. È questo
infine un obbligo di buona compagnia, ed è anche una fortuna, per chi
non vuol rimanere nella solitudine.--
E punto fermo; il nostro geloso non potè cavarne più altro. Ma pur
troppo gli si radicò nella mente il sospetto che tutti quei Proci,
meglio educati degli antichi, ma fastidiosi ad un modo, fossero gli
antecessori suoi, che andavano e venivano, bevevano il tè, recavano le
notizie, le voci e i pettegolezzi della giornata, parlucchiavano
d'arte e di scienza, scoccavano un frizzo, dicevano una galanteria,
profferivano il loro ossequio, e, qualunque cosa facessero o
dicessero, profanavano l'amore che non sentivano più, e la dignità che
non avevano avuta mai. Ed egli, incatenato dagli usi del mondo, aveva
a recarsela in pace, e guardare tutte quelle facce sospette colla
tranquilla compiacenza, con cui si guardavano, appiccati al muro, i
vecchi ritratti di famiglia!
Per fortuna, il prescelto, l'ultimo, il regnante, era lui. Ma
frattanto egli si sentiva crollare il trono sotto i piedi. Non era già
un indizio gravissimo della sua decadenza l'essersi svegliato
dall'estasi e l'essersi avveduto di quella Camera dei Pari che lo
circondava? E un indizio ne tirava un altro; evidentemente il povero
Ariberti perdeva terreno.
Si trattava di andare da lei al mattino, per barattare quattro parole
senza ascoltatori importuni? La marchesa aveva l'emicrania. Un altro
giorno ci aveva le sue visite. E quando non ci aveva le visite, o
l'emicrania, c'era la modista da consultare.
--E sempre la modista!---gridò egli un giorno, che non poteva più
contenersi dalla stizza.
--Sicuro, la modista;--rispose la marchesa, con una tranquillità
imperatoria che non ammetteva repliche.--Fareste anzi opera gentil di
cavaliere ad accompagnarmi.--
Ariberti era rimasto un pochino titubante, non parendogli troppo
dicevole di accettare un invito, che forse gli era stato fatto per
mettere fine alla sua insistenza.
--Ah, ecco,--esclamò la marchesa, con accento d'ironia,--voi altri
uomini gravi non vi degnate di entrare nelle nostre faccende, che
chiamate superbamente frascherie femminili. Eppure, gli è proprio per
queste frascherie che v'infiammate voi altri e scegliete le vostre
regine.
--Signora,--disse Ariberti,--voi non avete mestieri di questi....
ammenicoli.
--Sicuro! potrei lasciarli da banda, e vestirmi dei vostri
complimenti. Ma pur troppo, e per quanto io li accetti di buon
cuore,--soggiunse la marchesa Clementina,--i complimenti non bastano.
Sarei bella davvero, cogli abiti di un mese fa; senza contare che non
avendo avuto bisogno, neanche un mese fa, di questi... amminicoli, e
tornando indietro di questo passo, potrei contentarmi del mio
vestitino d'educanda.
--Avete ragione,--rispose Ariberti, chinando la testa umilmente, e noi
altri uomini gravi siamo pure i gran sciocchi. Se permettete, vi
accompagnerò dalla modista, e vedrò d'imparare anch'io qualche cosa.--
Quella mattina la signora marchesa fece assistere il nostro onorevole
ad una conferenza molto sugosa e istruttiva di trine, svolazzi,
passamani, stoffe, guarnizioni, e va dicendo. Peccato che il
Parlamento non avesse allora per le mani nessuna legge suntuaria
intorno agli abbigliamenti donneschi, perchè l'onorevole Ariberti
avrebbe potuto esserne relatore, e scrivere una ventina di pagine da
far trasecolare la direttrice d'un giornale di mode.
Ma di ben altro si occupava il Parlamento, e l'onorevole Ariberti ne
trascurava i lavori da un pezzo. Quel giorno, per l'appunto, egli
avrebbe dovuto essere negli uffizi, per una discussione di qualche
importanza, ed era invece a far l'uditore di una mercantessa di mode.
Un altro giorno avrebbe dovuto studiare e prepararsi per un discorso
di gran lena, perchè l'eloquenza non è mica un dono spontaneo della
natura, come, forse, è la chiacchiera, ma si nutre di argomentazioni
stringenti, si rimpolpa di esempi, si adorna di tutte le grazie dello
stile, e vive anzitutto di quella scelta giudiziosa, che è figlia
della meditazione, accoppiata al buon gusto...
In quella vece, gli bisognava predicare a braccia, come tanti cicaloni
presuntuosi, e la sua fama ne scapitava assaissimo. Un po' di vecchia
pratica, qualche ricordo classico e qualche scappata facile, lo
salvavano ancora da tutti quei segni minacciosi in cui si manifesta la
disattenzione dell'uditorio, ma non lo alzavano d'un punto nella stima
de' suoi degni colleghi. Un suo antagonista (perchè Demostene non
poteva già stare senza il suo Eschine) ebbe ad esclamare una volta:
«fuoco di paglia!» e a commentare la frase, stropicciandosi
allegramente le mani.
Egli sentiva, così in confuso, dentro di sè che la sua riputazione
d'uomo politico ne andava di mezzo. Tuttavia come rimediarvi? Quella
donna lo aveva ammaliato, ed egli non aveva la forza, nè il desiderio,
di ripigliar la sua via. Così dicono che avvenga ai viaggiatori colti
dal gelo sulle terre polari, che si sentono venir meno ed amano
abbandonarsi al destino, senza far nulla per richiamare nelle membra
torpide il calore e la vita. La marchesa Clementina, troppo amante di
sè, avvezza agli omaggi degli uomini, come una dea pagana agli
incensi, non avea tempo a pensare che tanta divozione doveva essere
ricambiata con un po' di cura del buon nome di lui. Ed egli, poi, non
sapeva staccarsi un giorno, un'ora, da quella inconsapevole maliarda;
era geloso, pativa tormenti ineffabili, e facea sforzi inauditi per
dissimulare la negra cura sotto l'apparenza di una cortese assiduità.
A questo proposito, il nostro innamorato aveva fatto un'osservazione
importante, che egli tornava più accetto alla marchesa, quando era, o
si mostrava, meno acceso per lei. Epperò, facendo forza alla sua
indole vulcanica, si studiò di apparirle più misurato e più calmo.
Da principio lo studio gli riusciva difficile. Senonchè, bisognava
fare di necessità virtù, ed egli ci si venne a mano a mano avvezzando,
come il re Mitridate al veleno. Ci si rodeva un pochino di dentro, ma
questi danni dovevano aver conseguenze lontane, ed Ariberti non badava
che ai benefizi del presente. E così avvenne che, fortificato
abbastanza nella sua rigidità diplomatica, quel Werther sulla
quarantina incominciasse a vedere in nube il momento avventuroso in
cui egli sarebbe stato tranquillo e disinvolto, come lo erano tutti i
suoi degnissimi antecessori.
La marchesa, secondo si è detto, riceveva moltissima gente, tra cui
forastieri in buon dato e gran personaggi della capitale. C'era
inoltre per quattro o cinque sere della settimana il passatempo del
teatro, e ad ogni tanto, venivano le solenni comparse dei balli.
L'onorevole Ariberti era sempre in faccende, e un po' da per tutto, e
spesso alla Camera... nella nota degli assenti.
Un bel giorno la Camera fu sciolta, e il paese ebbe la gioia delle
elezioni generali. Era il redde _redde rationem_ per l'onorevole
Ariberti, che dovette andare, immaginate con che gusto, nel suo
collegio, per farsi vivo cogli elettori. La marchesa aveva promesso di
scrivergli, se non ogni giorno, almeno tre volte la settimana. Ma
furono invece tre lettere in un mese. E mentre egli, tappato non senza
fatica in una camera d'albergo, rubava due ore d'ogni giorno alle cure
elettorali, pel suo epistolario colla marchesa, trascurando per lei la
moglie del sindaco e del ricevitore delle dogane, leggeva la marchesa
Clementina le quattro pagine fitte che la posta mandava ogni giorno
sul suo tavolincino elegantemente incrostato di madreperla?
Io per me, conoscendo un pochino i suoi gusti superficiali, credo che
si contentasse di leggere la sopraccarta.