CAPITOLO XII.

Dove si vede il mio eroe più innamorato che mai.

E poichè siete sull'immaginare, lettori umanissimi di cui sopra,

immaginate ancora con che ansia, con che febbre, il nostro eroe

aspettasse il domani e poi l'ora di tornare a quel benedetto angolo di

via d'Angennes.

L'ora! qual'ora? La signora Szeleny non gliene aveva detto nessuna.

Pensandoci bene, poteva esser quella del giorno addietro; ma il giorno

addietro egli era andato per la sua presentazione alle due; ora,

pensandoci bene, gli parve che alle due avrebbe fatto troppo tardi per

una visita a cui era stato impegnato con tanta benevolenza. Credette

perciò conveniente di anticipare un pocolino e la conseguenza di

questa riflessione si fu, che alle undici del mattino il signor

dottore, o baccelliere che vi piaccia chiamarlo, poneva il piede in

quella stessa anticamera dove la bella ungherese gli aveva fatto il

dolcissimo invito.

La donna di servizio lo introdusse nel salotto. Il tempio era deserto.

--È già uscita la signora?--domandò il giovinotto, fermandosi sulla

soglia.

--Nossignore; è ancora allo specchio. Aspetti, ora vado ad avvertirla.

--Mi rincrescerebbe scomodarla. Non le dite nulla; tornerò più

tardi.--

Quello scambio di parole tra lui e la donna di servizio fu udito dalla

camera vicina, e il fruscio d'una veste e lo scricchiolio d'una sedia

smossa avvertirono l'Ariberti che egli non aveva più il tempo di

uscire dal salotto. Subito dopo, si aperse l'uscio e la signora

Szeleny apparve dal vano colla sua bella testolina e mezzo il petto,

chiuso in un accappatoio di cambrì; segno evidente che ella stava per

l'appunto mettendosi in assetto di guerra, o di galanteria, che per

una bella signora è tutt'uno.

--Aspettate, vengo subito;--diss'ella.--Abbiatevi intanto il buon

giorno.

E scomparve, prima che Ariberti avesse avuto il tempo di ringraziarla.

Per altro, ebbe il tempo di fare molte altre cose, poichè la signora

non venne subito, come aveva pur detto. Egli ebbe il tempo,

verbigrazia, di dare una guardata a tutti i quadri e a tutte le stampe

che decoravano le pareti; il tempo di esaminare, senza capirne nulla,

una scenetta cinese che era tratteggiata in oro sulla lastra di quel

tavolincino di lacca, che già i lettori conoscono; il tempo di sedersi

tre volte e di alzarsi altrettante, infine, poichè bisogna dir tutto,

il tempo di persuadersi che aveva fatto male ad ascoltare i consigli

della sua impazienza, e di darsi dello stolido a tutto pasto.

Andando qua e là per la sala, gli venne finalmente veduto su d'uno

scaffale, presso il pianoforte, un grosso volume dalle carte dorate,

legato in pelle, con borchie e fermagli d'oro. Lo aperse e vide che

era un albo, pieno zeppo di versi, la più parte ungheresi e tedeschi,

poi francesi, inglesi, ed anche italiani. Ariberti non poteva leggere

che questi e i francesi, che d'inglese ne masticava poco, e niente

affatto di magiaro e tedesco. Egli dunque si fece a scorrere quello

che intendeva, e non ebbe a lodarsene molto, perchè erano versi da

dilettanti, o giù di lì.--Saranno migliori gli ungheresi e i tedeschi,

di certo!--pensò egli tra sè. E torno indietro, facendo scorrere i

fogli, fino alla prima pagina, per vedere chi avesse cominciato quella

antologia di complimenti rimati.

--Ecco un poeta modesto!--notò l'Ariberti vedendo a pie' della pagina

un nome solitario, cioè senza la compagnia del casato.--Generalmente,

in questi campi chiusi della vanità ci si sottoscrive nome e cognome a

tanto di lettere, sperando che la gloria si fermi e sorrida. Ma, lui,

questo signor _Paulus_... che ragione avrà avuto, per non dir altro di

sè?

Mentre il nostro giovine stava pensando al signor _Paulus_, capitò la

signora Szeleny; ed egli fu sollecito a deporre il volume sullo

scaffale.

--Vi ho fatto aspettare;--diss'ella con accento che esprimeva il suo

rammarico e insieme una affettuosa sollecitudine pel giovinetto.

--Che! non mette conto parlarne;--rispose egli, stringendo la bella

mano di Giselda e rammorbidendosi tutto a quel soave calore.

--Scusate, ve ne prego;--soggiunse la signora Szeleny, tenendo la sua

mano in quella del giovine, ed aiutando anzi con essa la sua

perorazione vittoriosa;--noi donne siamo fatte così; quando ci

mettiamo allo specchio vi restiamo fino a tanto che il troppo sincero

testimone, o per compiacenza, o per stanchezza, non diventi bugiardo.

--Il vostro, signora, vi avrà detto una cosa sola dal principio alla

fine; siete così bella!--

Questo voleva dire Ariberti, ma non gli venne fatto di trovar subito

la forma più bella in cui compendiare la sua ammirazione. E perciò si

tenne il suo complimento inedito; ma il suo sguardo attonito parlava

chiaramente per lui.

Ora questi eloquenti silenzi tornano in molti casi più graditi alle

donne, che non le più levigate fioriture del discorso, indizio quasi

sempre di padronanza d'animo e di lavoro a freddo.

Appena il nostro Ariberti potè raccapezzarsi un tantino, si scusò

colla signora Szeleny di esser giunto troppo presto; cosa che ella

doveva attribuire soltanto alla sua impazienza, che dava contro a

tutte le norme dell'etichetta.

--No, no,--interruppe Giselda,--io sono nemica giurata delle

cerimonie. Avete fatto bene a venir prima; venite sempre a quest'ora.

Io sono quasi sempre sola; non ricevo altre visite che quelle di

andare qualche volta a teatro, per udire gli artisti, i

colleghi,--soggiunse ella sorridendo,--che non hanno più la molestia

di dover pensare alla prima rappresentazione.

--Se potessi offrirmi per vostro cavaliere...--entrò a dire

timidamente Ariberti.--Ma voi, signora, avete compagnia migliore della

mia.

--Che dite mai? Migliore della vostra non ce ne può esser nessuna. Mi

ha cortesemente accompagnato due volte il cavaliere Roberti;--proseguì

ella con aria di naturalezza invidiabile;--un signore compitissimo,

che si è fatto presentare dal mio impresario, ma che mi sembra un po'

troppo... galante, mentre io sono d'indole più tranquilla e di gusti

più semplici.

Ariberti non sapeva se dovesse rallegrarsi o dolersi di quei cenni,

che la signora Szeleny gli aveva buttati là alla sfuggita.

--C'è poi un'amica...---notò egli, per non aver aria di fermarsi

troppo sugli uomini.

--Ah sì, e molto bella, come avete veduto. Ditemi francamente vi

piace?

--No.

--È strano;--esclamò Giselda,--tutti e due!

--Anch'io ho fatto la medesima impressione su lei? Ci ho gusto,

perbacco!

--Sì, mi ha detto iersera che non le piacevate affatto. Ma non badate

a queste cose...

--Vi ho detto che ci ho gusto;--ribadì il giovane, innamorato della

sua frase.

--Sappiate,--proseguiva intanto la signora Szeleny, che qui c'entra un

--pochino di gelosia. Mary è gelosa; non vorrebbe veder nessuno

--intorno a me.

--Ma voleva ieri condurvi fuori con alcuni cavalieri di sua

conoscenza.

--Sì, ma appunto perchè erano di sua conoscenza, e non amici miei

personali;--rispose prontamente Giselda.--Del resto, non sono andata,

e credo di non averle fatto dispiacere.--

Ariberti respirò, all'udire quell'altro cenno, buttato là a caso come

il primo.

--Il guaio, in tutto questo,--diss'egli,--sarà che la signora Mary mi

farà contro presso di voi.

---No, cambierà; le diverrete simpatico.

--Oh, questo poi non m'importa nè punto, nè poco. Si tenga neutrale, e

mi basta.--

La signora Szeleny lasciò cadere il discorso, che del resto era un

episodio di poco rilievo nella loro conversazione, e si parlò d'altro,

delle prove che sarebbero cominciate tra pochi giorni per lei, del

timore che aveva di non incontrare il favore del pubblico, di lui, de'

suoi studi, delle sue speranze, e qua e là, negli intervalli, d'amore,

ma con riguardo, velatamente, sui generali, in terza persona, siccome

è l'uso, quando si comincia a parlarne.

Questa graziosa conversazione, la più cara ad un uomo colto e mezzo

innamorato, perchè essa è fior di sentimento, tutto fragranze e

promesse, fu interrotta dall'arrivo di due altri... visitatori, che

eravamo lì lì, col nostro eroe, per chiamare noiosi.

Va detto per altro, in omaggio al vero, che Ariberti li consacrò

ambedue di gran cuore alle Deità infernali. Chi sa se la maledizione

del poeta innamorato avrà poi sortito l'effetto?

Il primo di essi era un giornalista politico; l'altro un professore

d'orchestra, concertista di violino a ore perse. Il giornalista, uomo

di mezza età, ma lisciato, azzimato e pieno di pretensioni, tirava,

come suol dirsi, la gioventù coi denti. Per sua fortuna, questi

indispensabili arnesi erano ancora in essere; donde la conseguenza

naturalissima che il nostro Minosse della politica sorridesse

benignamente, come potrebbe sorridere un uomo che non avesse respirati

mai gli acri effluvii d'antimonio in una officina tipografica, o

intinto inchiostro d'un ufficio di giornale, per schizzarlo qualche

volta, alla guisa delle seppie, contro amici e nemici. Sorrideva

dunque benignamente, il nostro Minosse; stava impettito come un idolo

indiano, e quando accennava di voler fare qualche grazietta, o di

voler rispondere ad una frase laudatoria, incominciava a piegar la

persona dall'imbusto; atto leggiadro che nulla più. Parlava in punta

di forchetta, lento e solenne e lasciava sgocciolar le parole come gli

oracoli del suo articolo di fondo. Qua e là seminava un'arguzia, ma

con parsimonia, come chi sa di non averne molti da spendere. Insomma,

stava in contegno, si teneva in osservazione, voleva piacere al suo

uditorio, custodire gelosamente la sua prosa dai granchi, dai refusi e

da tutte le altre noie dell'arte nobilissima di Panfilo Castaldi. Si

sa; un errore di stampa vi può sformare, da solo, tutto quanto un

articolo.

Questo bel tipo della specie letterata riuscì sommamente antipatico ad

Ariberti. E doveva riuscirgli antipatico del pari il signor professore

d'orchestra, concertista di violino a ore perse, con tutta la bontà

che spirava dal suo viso aperto e il suo discorso senza pretensioni,

perchè fu lui il primo a proporre e il più pronto a combinare per

quella sera, in casa della signora Giselda, un piccolo concerto di

pianoforte, violino e canto, per cui bisognava invitare anche il

tenore e il baritono della compagnia e Dio sa quali altri dilettanti e

buongustai, gente fatta a posta per andare in visibilio.

Era quello il mondo della diva, che involgeva Ariberti, dando una

pregustazione di tutte le amarezze che gli avrebbe fatto inghiottire.

Ma in fondo in fondo, ogni donna non ci ha il suo e non bisogna

rassegnarsi a goderselo?

Si racconta da certi viaggiatori, che nella Cina, in quella terra

famosa per le sue minuterie di mano e di pensiero, ci siano delle

prigioni così gentiline all'aspetto, che ad uno dei nostri Alcidi

popolani parrebbe di doverne sfondar le pareti con un pugno, e di

voler anche riuscir fuori dal muro di cinta con un semplice colpo di

spalla. Eppure, no; le sono così ben congegnate in forma di labirinto,

con anditi, viottole, andirivieni, usci, usciolini, toppe, catenacci

ed altri simiglianti gingilli, che perfino l'Ercole Farnese perderebbe

la pazienza nei primi, e nei secondi poi si sgretolerebbe le dita.

Finalmente i due visitatori partirono. Ariberti per quella volta aveva

fatto il provinciale, tenendo fermo il suo posto; e il giornalista

politico, duro e stecchito come un granatiere di Federico II,

balbettava con garbo la chiusa del suo articolo di fondo, si

accommiatò prima di lui. Anche il professore concertista, che aveva

bisogno di otto righe di cronaca, gli tenne dietro ossequiente, come

fa il chierichetto col prete, dopo la lettura dell'ultimo evangelio e

l'inchino di prammatica all'altare.

Al nostro innamorato sembrò che la signora Szeleny avesse dato una

piccola rifiatata di contentezza.

--Vi hanno recato un po' di noia?--si provò egli a domandare.

--No;--rispose Giselda.--Il professor Baldi è molto bravo ed è

amicissimo col direttore d'orchestra. L'avvocato Germani, poi, è, a

quanto dicono, il più influente dei giornalisti di qui. Del resto, è

un _charmant causeur;_--soggiunse la diva, con quella benevolenza che

abbiamo tutti per le persone utili a noi.--Una cosa sola mi annoia, ed

è questo dover ricevere ogni giorno, quasi ogni ora, quando la mente

avrebbe mestieri d'un po' di riposo.

--Signora, io me ne vado;--disse Ariberti, alzandosi dalla sua

scranna.

--Perchè?--dimandò ella con aria attonita.

--Ma...: per lasciarvi riposare.

--Cattivo! Non ho parlato mica per voi.

--Grazie;--ripigliò Ariberti, imitando senza avvedersene l'inchino del

giornalista;--ma ad ogni modo bisognerà darvi un po' di tregua. Ho

voluto rimanere dopo di quei due... signori, per dirvi che siete

adorabile e che farete _furore_ nel vostro concertino di questa sera.

--Ci verrete, s'intende?

--No, grazie, signora;--rispose il giovane con una cera da funerale.

--E perchè... se è lecito saperlo?

--Perchè... soffrirei troppo.--

La reticenza non era meditata, come il lettore potrebbe immaginarsi.

Ariberti non era per anco uomo da somiglianti partiti. Voleva

schiccherarle la sua brava dichiarazione e non sapeva da qual parte

incominciare; l'occasione gli si era profferta ed egli l'aveva

afferrata. Senonchè, pervenuto al punto di voler metter fuori il suo

perchè, gli era parso di aver preso il lancio troppo presto; ma

oramai, che farci? si era spiccato dalla riva e non c'era più scampo;

bisognava spingersi innanzi, o affogare nel ridicolo.

--È fatta!--pensò egli tra sè, com'ebbe gettato il suo dado.

Ma pareva che la sua sorte non avesse a decidersi lì su due piedi. La

signora Szeleny lo guardò un tratto, con occhio incerto, senza

appuntare altrimenti la frase; e Ariberti, novellino com'era, potè

credere che Giselda non lo avesse capito.

--Amico mio,--diss'ella con molta tranquillità,--come fare? son queste

le noie dei poveri artisti. Bisogna fare buon viso agli altri, perchè

lo facciano a noi. Ditemi dunque; dove andrete stassera?

--Io?--domandò il giovane, cascando dalle nuvole.--Al teatro Gerbino.

Si recita un dramma nuovo, di cui si fanno già grandi pronostici;

andrò a sentire che cos'è.

--Oh, come v'invidio!--esclamò Giselda giungendo le palme, con atto di

fanciullesco rammarico.--Amo tanto il dramma! Andate dunque per voi e

per me, e venite domattina a trovarmi. Io dovrò lavorare intorno a

certi fronzoli donneschi, e voi mi racconterete l'intreccio del

dramma.

--Vi obbedirò, signora.---

Così dicendo, il giovinetto stendeva malinconicamente la mano, per

prender commiato da lei.

--Badate che ci conto;--soggiunse Giselda, accompagnandolo verso

l'uscio del salotto.--Voglio vedere...

Questa sì era una reticenza meditata, un laccio teso ad Ariberti, che

ci cascò bravamente.

--Che cosa?--dimandò egli, fermandosi.

--Se sarete stato attento alla scena;--rispose ella, col più

zingarescamente malizioso dei suoi leggiadri sorrisi.

Il giovane notò l'allusione birichina fatta alla prima volta che si

erano veduti, e gongolò.--Ella mi ha inteso poc'anzi,--pensava,--e

questa allusione è la risposta. Oh donna adorabile!--

Fece intanto un inchino lì per lì, senza rispondere una parola, che

invero non ne avrebbe trovato di acconce, e si ritirò, promettendo di

tornare la mattina seguente.

Guardò l'orologio quando fu nelle scale. Erano le quattro. Egli era

dunque stato cinque ore da lei. Sì, ma mezz'ora non contava, perchè

l'aveva passata da solo, aspettando; poi, quegli altri due importuni

avevano fatto una stazione di forse due ore. Vedete che gente

ineducata. Come si può star due ore per fare una visita? Dunque,

ricapitolando, cinque ore meno due e mezzo, fanno due e mezzo

soltanto. Ma bene; e lui dunque non ci era stato più del bisogno?

Sicuro; ma lui, in fin de' conti, lui... era lui.

Con questa conclusione mise in pace lo spirito. Dico male; lo chetò

sul capitolo della discrezione, ma non sugli altri, che già facevano

un bel numero. C'era, per esempio, quella faccenda del concerto!... Il

signor giornalista politico sarebbe andato a pavoneggiarsi, a far la

ruota nel salotto di Giselda, a sciorinare il suo articolo di fondo.

Guardate un po'! lasciava perfino il dramma nuovo, di cui si parlava

da giorni per tutta Torino! E già, si capisce, anche il cavaliere

Roberti avrebbe fatto lo stesso; si sarebbe eclissato al Gerbino, per

andare a bisbigliare le sue galanterie a quel terzo piano di via

d'Angennes. E il tenore, e il baritono, non contenti di aversela a

contendere più tardi sulla scena... Insomma, tutto dava noia, tutto

insospettiva l'innamorato, e i moscerini sul naso, diventavano

mosconi, cavalocchi, pipistrelli, e che so io.

Andò quella sera al Gerbino; ma era svogliato, stizzito, pieno di mal

talento, e il dramma non gli piacque, quantunque fosse di uno dei

primi ingegni della moderna scuola francese, e quantunque gli

applausi, che fioccavano da ogni parte, mostrassero che l'uditorio si

accordava a pensarla diversamente da lui: «Orazio sol contro Toscana

tutta». Accusò, ci s'intende, la pessima traduzione, che doveva esser

fatta dal suggeritore della compagnia, e conchiuse che il gusto de'

suoi concittadini (concittadini per mo' di dire) doveva essere molto

depravato, se essi tolleravano di simili offese alla lingua italiana.

E pensava involontariamente al contino Candioli; e gli tornava davanti

agli occhi l'immagine di Filippo Bertone, colla sua marchesana di San

Ginesio, quella superba Giunone che non si era degnata di volger gli

occhi su di lui, Ariberti, se non per mettersi a ridere.

Al diavolo le donne, alte e basse, dame e pedine! Quella sera il

nostro baccelliere andò a finire dal Mago, non senza aver passato in

via d'Angennes a digrignare i denti sotto quelle finestre, donde gli

veniva tanta luce dei soliti doppieri e tanta onda delle sempre elette

armonie.

La sua apparizione tra i cavalieri di Malta fu salutata da un

poderissimo evviva e celebrata con parecchi bicchieri di Gattinara,

accompagnati dai più matti brindisi del mondo.

La notte del Commendatore · 第 16 / 28 题