La pecorella smarrita ritorna all'ovile.
--Alla salute dell'estinto! di Lazzaro... semestrale, che esce fuori
dal monumento fet....
--Ohibò! Questi aggettivi a tavola?
--Ma se viene dalla tomba! Non si può dunque più dire che ha pigliato
il selvatico?
--Ah, così traduci il _faisandé_, topo cruscaiuolo.
--È proprio un morto risuscitato. Vedete che cera!
--Ariberti, dove hai lasciato il lenzuolo?
--Non gli dite nulla, poverino! Avrà fiutato un creditore per via.
--Come? ardirebbero i vili avventurarsi a quest'ora nei nostri
paraggi?
--Amici, io bevo al ritorno di Ariberti, e alla distruzione dell'empia
sètta.
--Meglio ancora che bere, sarebbe ammazzare il vitello grasso.
--Perchè?
--Si fa celia? È venuto il figliuol prodigo.
--Benissimo; lasciate allora che lo ammazzi suo padre.
--Ammazzarlo suo padre! Tu proponi un parricidio.
--No, parlo del vitello, bestia!
--Bella scoperta! Signori, il vitello è una bestia.
--Spiritoso! Io volevo dire soltanto che il vitello... sei tu.
--Amici,--interruppe il Priore,--le celie e le metafore continuate non
sono permesse dagli statuti dell'ordine. Viva Ariberti, che finalmente
ci è reso. E quantunque meriterebbe una predica...
--Una predica? La faccio io.
--Chi parla, dietro a quel boccale?
--Luciano Valerga, dei minori osservanti.
--Il Segneri della brigata!
--La gloria dell'ordine!
--Parli Valerga! Parli!--
E lì un chiasso d'inferno, un nabisso, un diavoleto. Si intende che
vociando e ridendo si seguitava a trincare. Già, diceva il filosofo,
non c'è cosa che bagni l'ugola come il bere.
Luciano Valerga si alzò barcollando. Era una finzione, perchè il
letterato della compagnia non si ubbriacava mai, e si diceva di lui
che avrebbe potuto bere impunemente tutta l'acqua delle nozze di Cana,
dopo fatto il miracolo. Ma tra i tre cavalieri di Malta era la moda di
parer brilli al secondo bicchiere, forse per salvare le apparenze,
coprendo la debolezza di quelli tra loro che pigliavano troppo
facilmente la sbornia.
Valerga adunque si levò in piedi. Avrebbe voluto salire sulla tavola,
ma c'erano i fiaschi di mezzo, e i gesti dell'oratore avrebbero potuto
danneggiarli; perciò il nuovo Segneri fu contento a salir sulla panca,
in mezzo a due accòliti, che, stando a sedere, la tenevano salda.
--Poco reverendo Priore, poco venerabili fratelli,--incominciò Valerga
con voce piena d'unzione,--ecco qua la pecorella smarrita che ritorna
all'ovile. E notate che il pastore non era andato a cercarla, sicuro
com'era che gliel'avrebbe ricondotta un giorno o l'altro le vecchie
simpatie, l'odore del chiuso, od altra qualsivoglia ragione, sempre
che il lupo non se l'avesse mangiata. Nel qual caso noi tutti saremmo
andati a rintracciare le ossa nel Ghetto e avremmo dato loro onorata
sepoltura, metà presso un raffinatore di zuccheri, metà ad una
fabbrica di animelle per le uose dei soldati, o per le mutande dei
poveri diavoli, a cui la madreperla è contesa. Ma il Ghetto, direte
voi, le avrebbe lasciate così inoperose? Io mi passo di rispondervi,
perchè il lagrimevole caso fortunatamente non è avvenuto e la notizia
è almeno prematura. La pecorella è tra noi viva e sana, e beve con
avidità, _sicut cervus ad fontes aquarum_. Beve, e tra poco le verrà
voglia di fumare la pipa. Ma la pipa non l'ha, e qualcheduno di voi,
vergini prudenti, dovrà imprestare il suo tabacco e il suo rispettivo
recipiente alla smemorata. Usciamo di metafora, o signori; tanti ci si
vive a disagio. Il signorino s'è messo in eleganza, ha seguito le vie
di Balial, è andato a corteggiare le donne di Moab, a far l'occhio
lànguido su pei teatri e per le feste da ballo. Ma che dico io
l'occhio languido? L'occhio, dovevo dire, del pesce fuor d'acqua.
Infatti, tu, o giovine sconsigliato, sei rimasto per tutto questo
intervallo fuori del tuo proprio elemento; hai risicato di perderti;
chi sa? forse hai già il baco nell'anima. Peccato! Un giovane di così
belle speranze! Ti sei dimenticato del precetto di Assur Adani Pal,
_vulgo_ Sardanapalo, che lasciò scritto sulla sua tomba: «mangia,
bevi, il resto è nulla»; hai dimenticato che la vita è... A proposito,
chi mi versa da bere?--
La domanda dell'oratore fu prontamente esaudita. Valerga tracannò il
suo bicchiere tutto d'un fiato, si lisciò i baffi e proseguì l'omelia.
--.... Che la vita, dico io, è un sogno, una allucinazione, che tutto
è apparenza quaggiù, tanto che Pirrone dubitava perfino di esistere e
lo avrebbe fatto crepar dalle risa il signor Cartesio colla sua goffa
trovata de! «_Cogito ergo sum_». Siamo noi dunque così sicuri di
pensare? Io per me, o signori, e, m'immagino, anche voi, ne dubito
forte. Donde io potrei per avventura, con un bravo sorite, di cui vi
fo grazia, dimostrarvi che non sono. E vedete qua, il damerino; egli
(lo dirò con un grande autore profano) «immagini di ben seguendo
false» si mise sulla via di coloro «che trattan l'ombre come cosa
salda», andando dietro alle chimere, alle gorgoni, alle prime donne,
alle ceraste, alle anfesibene. Badi bene scusando la rima, che non gli
avvenga di incontrarci nel basilisco, orrida bestia, se crediamo agli
antichi!--
--Beviamo alla salute degli antichi!
--Che il Cielo li prosperi!
--E accordi loro anche cent'anni di vita!
--Siete un branco di sciocchi;--tuonò Luciano, vedendosi interrotto
sul più bello dell'orazione.--E a proposito di sciocchi, ritorno a te,
giovine fuorviato, Guerrin Meschino in traccia di un cuore. Va, cerca
a tua posta, e troverai... Sai tu quello che troverai? Sepolcri
imbiancati o cappe di camino da imbiancare, perchè la troppa fiammata
le ha insudiciate di fuliggine. Fuggi le donne, ragazzo. _Heu! fuge
crudeles domnas, fuge litus avarum_. Sant'Agostino ha detto... Che
cosa ha più detto Sant'Agostino? A raccapezzarsi, in tutta la roba che
ha scritto! Insomma, sappi che ne ha detto corna, e Tertulliano, ed
Eusebio, e Prudenzio e Fidenziano del pari. Origène, che le conosceva
a fondo, Origène, dico...
--Sì, raccontaci un po' la burletta!
--Nossignori, non la racconterò, poichè mi avete ancora interrotto.
Lascio da banda altri dottori della Chiesa e Santi Padri, dei quali
potrei farvene un mazzo, come di radici, e calo ai tempi moderni. Dove
hai tu preso gli esempi? Forse tra noi? Parla; ci hai tu mai veduti
fallire o semplicemente cadere in tentazione? mettere un paio di
guanti? un cappello a staio? lasciare il cenacolo per l'essèdra, la
cantina pel salotto? il giudeo pel banchiere? la selvaggia alterezza
degli straccioni per gl'inchini d'anticamera e le mancie ai lacchè,
noi che ci vergogneremmo di darne ad un garzone d'osteria? Se sì,
accusaci al priore eminentissimo, che fuma come un Vesuvio in
aspettativa; metti mano alle prove, nomina i testi; noi non
attenderemo la sentenza, ci prostreremo a' tuoi piedi, gridando:
«_peccavi, Domine, peccavi et malum coram te feci_». Se no, se tu non
puoi dire tutto questo di noi, buttati in ginocchio, a marcia vergogna
de' tuoi calzoni grigi chiari da cicisbeo; anzi no, poichè ti stanno
così bene attillati alla gamba, fa quattro salti mortali, o paga la
multa sussidiaria di una diecina di bottiglie. Infatti fàtti in qua, e
prima di ricevere da me il bacio del perdono, versami un altra volta
da bere.
--Tutti i salmi finiscono in gloria e tutti i discorsi di Valerga nel
vino;--disse il Priore, in mezzo alle grida e agli applausi della
brigata. Ariberti, che era giunto così rannuvolato all'osteria del
Mago, si rasserenò prontamente in quella chiassosa combibbia. Strano
impasto di contraddizioni è l'uomo, che quanto non può sulle fisime
sue la ragione in un giorno di logica a tu per tu, lo può lo stravizio
in un'ora. E pel nostro eroe non fu mestieri di andare tant'oltre.
Mezz'ora dopo la sua entrata all'osteria, egli aveva già affogati i
suoi sopraccapi, le sue gelosie, le sue bizze colle donne, e in pari
tempo e i suoi propositi di non far più vita notturna coi cavalieri di
Malta.
Il Priore, che gli aveva fatto quel tiro mancino nella sua sfida a
Filippo Bertone, ridiventava il grande amico di prima. La ruggine era
dimenticata a tal segno, che quella notte medesima (e potrei dire
anche quella mattina, perchè le ore non erano già tanto piccole),
andando attorno per le vie di Torino e indugiandosi nella occupazione
gradita di accompagnarsi l'un l'altro, Ariberti gli raccontò tutto,
dall'_a_ alla _zeta_, quel suo nuovo intrigo amoroso.
Tristano lo stette a sentire con molta attenzione, quindi gli disse
laconicamente:
---Sapevamo tutto.
--O come, se tu sei il primo a cui ne faccio parola?
--Sì, sarà come tu dici;--rispose Tristano;--ma tu sai il proverbio:
amore e tosse presto si conosce. Sei stato veduto, ed anche pedinato.
Ragazzo mio, non si disertano impunemente gli amici. Del resto, a
provarti che si sapeva ogni cosa, sta il discorso di Luciano Valerga,
che ti ha toccato per l'appunto il tasto delle prime donne.
--Ma di grazia, che male c'è?--chiese Ariberti.--Io non vi piglierò
mica sul serio, quando vi mostrate così ferocemente misogini!
--Misogini! Ecco una parola difficile, che mi farò spiegare dall'amico
Valerga.
--Non c'è bisogno; te la spiego io: odiatori delle donne.
--Qui poi t'inganni, pigli un granchio a secco--gridò il Priore.--Non
c'è odio, nè altro: c'è solamente un più giusto concetto di quello che
valgono. Le donne, mio caro, vanno trattate alla leggera, com'esse
trattano noi. Un capriccio, una galanteria, una fermatina sull'uscio;
non dico di no. Ma gli amici prima di tutto, e i giuramenti e i
sacrifizi non s'hanno a fare che per essi, I loro diritti sono
incontrastabili, perchè con essi c'è la sincerità e il disinteresse,
mentre colle donne, a dir poco, c'è sempre una posta al giuoco, e
l'uno vuol guadagnare, l'altro s'industria a non perdere, e tutt'e due
fanno ad ingannarsi un pochino. Dopo tutto, corri la tua posta,
Ariberto; ma bada a me, non fare il collegiale, se no, sei fritto. La
signora è di palcoscenico; ti vedo già sulla strada delle compiacenze
giornalistiche, dei sonetti, delle corone, dei mazzi con sei braccia
di nastro. Tutte belle cose, per non venire a capo di nulla. Ascia in
pugno, e all'arrembaggio! La tua bella, m'immagino, avrà cantato nel
_Pirata_....
--Amico mio, tu non la conosci; essa è un angelo. Figurati, il
cavalier Roberti, quell'elegante vagheggino, quell'ardito cacciatore
che sai, essa non lo può patire, appunto perchè ha voluto farsi
innanzi a quel modo.
--Bravo! Te lo ha detto a te. Ma poi, se davvero non lo può patire per
questo, o perchè non lo ha messo pulitamente alla porta?--
L'osservazione parve giusta ad Ariberti, il quale non seppe lì per lì
che rispondere all'amico, e, peggio ancora, a sè stesso. Infatti,
perchè mo la signora Giselda non aveva mandato a spasso il cavaliere?
Se quel perondino era audace, doveva anche essersi mostrato poco
rispettoso. Il ragionamento non faceva una grinza.
Tristano frattanto incalzava.
--Or dunque, fa a modo mio; se no, la ti mena pel naso fino al dì del
giudizio, o a quello della sua partenza, che torna lo stesso; e tu sei
un uomo perduto. Del resto,--soggiunse il Priore con una volubilità di
pensiero, che poteva anche indicare la sincerità del suo animo,--è una
cosa dolce l'amare, qualunque cosa ci costi, ed anche sapendo che può
andarci alla peggio. Quel consacrarsi tutto ad una bella creatura,
farsi di quella fragile personcina una dea, vivere in una atmosfera
tiepida di fragranze sue, in un mondo incantato di pensieri suoi,
essere indifferente il sacerdote del suo tempio, o il cagnolino del
suo salotto, star nel sacrario ed accogliere i responsi, o sul cuscino
di seta a custodire le pantofole a ringhiare a chi le si accosta un
po' troppo, è, in certi momenti della vita, una gran voluttà! Non
pensare che a lei, o per lei, non vedere che lei, o cogli occhi di
lei, è una fusione di esistenze, che può far sentire il piacere di
vivere. Infine, che cosa è la vita, se essa non è l'amore? E che ci
staremmo noi a fare quaggiù, in questa caverna di leoni, se un raggio
d'amore non vi trapelasse ogni tanto?
--Come parli bene!--esclamò candidamente Ariberti.--Tu sei poeta,
Tristano!
--Alle mie ore. Già, ero nato poeta, e, per far torto al proverbio,
non son diventato nemmeno oratore. Lascio questo contentino a Luciano
Valerga. Caro mio, tu sai che viaggiando si vive di più. Ci ho i miei
ricordi, amari e dolci, di quattro parti del mondo. E dopo tutto, che
cosa mi resta? Fumo e cenere. Vedi la mia pipa? Così il mio cuore. Ma
tu sei giovane e la fine del salmo non ti dà noia. Potrei mostrarti la
cenere che scuoto dal bocciuolo della mia pipa e l'ultima boccata di
fumo che si dilegua per aria; ma tu mi risponderesti: che importa? vo'
fare anch'io la mia buona fumata.--
Lettrici (se tra coloro che mi leggono c'è una rappresentanza del
sesso migliore) non badate ai paragoni, vi prego.
Pensate invece che il Priore, per solito accigliato e spaccone, non
era stato mai così tenero. Egli si mostrava quella notte sotto un
aspetto nuovo; Achille diventava Amadigi.
--Del resto,--proseguì Tristano, che sembrava aver preso a nolo quella
comoda forma avverbiale,--forse non carico anch'io di bel nuovo la mia
pipa di spuma di mare, come ho cambiato tante volte d'amore?
--Ah briccone... Tu devi averne avuto la parte tua, d'avventure
galanti! E là in India...
--Che! quello è il meno. In Asia, caro mio, furono amori di
principesse, che in Europa non vorrei avere per birraie; ho nutrito la
fantasia, avida di novità e di stranezze. In Ispagna e nell'America
meridionale, è stato lo stordimento dei sensi. Ma il cuore.... il
cuore non l'ho impegnato che al settentrione, in Inghilterra, in
Germania, dove dicono che sieno le donne più fredde del mondo. Errore
massiccio, di chi non ha mai viaggiato! Gli è invece appunto lassù che
si incontrano quei granelli di pepe, che non sai se siano donne o
demonii.
--Dev'essere così;--aggiunse Ariberti colla sua infarinatura
romantica;--l'ondina e la villi, sono forme nordiche.
--Ed hanno certi occhi strani,--ripigliò il Priore, in cui lampeggia
--tanto fuoco di dannazione! Ah vivaddio, almeno c'è passione, c'è
--lotta, novità, mistero! E intendo benissimo le tue smanie per questa
--polacca...
--Ungherese.
--Polacca, ungherese, è tutt'uno. Non è dessa una zingara dell'arte? E
forse, chi sa? potrebbe anche essere uno di quei demoni che hai detto
tu, calato a Torino in forma di donna per suggerti l'anima.
--Ah, lo credo ancor io!
--Se ti lascierai tutto in sua balia, certamente, ed io non darei più
un soldo de' fatti tuoi. Misura vuol essere. E prima di tutto,
appoggiati agli amici, che ti vogliono bene. Vedi un po'; dove le
avresti trovate, queste ore di sollievo? Tu ne andavi a casa colla
rabbia, e a quest'ora non avresti ancora preso sonno. L'innamorato è
un animale che non dorme. Dunque, dico io, tanto fa che passi la notte
all'osteria, in mezzo agli amici fedeli. In questi contrasti è la
vita. Cogli amici ti ritempri e ti avvezzi a veder chiaro.
--Infatti,--disse Ariberti,--mi par di veder già l'alba.
--Ed anche questo ha il suo pregio. Non vai tu ora a letto tranquillo?
Credi a me, è la solitudine notturna che matura i tristi pensieri.
L'uomo che può far mattino con una mezza dozzina di capi armonici, non
morirà mai suicida. E tra poco dormirai il sonno del giusto; dormirai
saporitamente finchè ne avrai voglia. Poi ti metterai tranquillamente
in arnese, e, già si capisce, andrai difilato da lei.
--Ella mi aspetta.
--Va benissimo; ma io non te lo ripeterò mai abbastanza, fatti valere
per quello che sei e comincia a farti desiderare. Non c'è cosa che
abbatta di più un uomo nel concetto di una donna, dell'esserle
continuamente tra i piedi, tenero e rispettoso come un Caloandro
fedele. Tu non devi essere con lei, nè timido, nè languido
oltremisura; credi alla mia vecchia esperienza. Anche un pochino di
gelosia, fatta nascere a tempo, non guasta. Mi hai parlato di una
inglese, o nizzarda....
--Un po' dell'uno e un po' dell'altro.
--Bene; fa la tua corte anche alla nizzarda, all'inglese, a quel
diavolo che sarà. Un'occhiatina a tempo, una parola che possa
interpretarsi in due modi, un atto di galanteria, di delicata
attenzione, non costano nulla e non debbono farti mica più povero di
quello che sei. Pensa che ogni lasciata è persa. Se la donna è civetta
alle sue ore, perchè l'uomo non sarebbe a sua volta un civettone? Lord
Byron, l'autore che ti piace tanto, faceva per l'appunto così;
lasciava in ogni salotto la strofa della sua penna e una foglia del
suo cuore. Benedetto carciofo! Qualche volta egli ne dava anche due
foglie in un colpo. Infine, si è in guerra, o non si è, e nella guerra
d'amore è necessario esser disposti a far fronte da tutti i lati.
Bisogna dunque, intendimi bene, che ogni donna, la quale t'incontra
sulla sua strada a caso, possa credere che tu c'eri per lei, o che
potresti andarci anche per lei. L'altra, la prediletta del giorno,
deve credere intanto che ci sarebbe anche il pericolo di perderti.
Alle corte, si vale o non si vale qualche cosa; e se si vale, bisogna
spendersi ognuno pel suo prezzo. Il tempo di spendersi per quello che
fa la piazza, fortunatamente per te, è ancora là da venire.
--Che salto!--notò sorridendo Ariberti.--Poco fa eri tutto poesia; ora
sei tutto prosa.
--Caro mio, è mestieri provarsi in tutti i generi. Qui, del resto, non
si tratta di sognare, di andar sulle nuvole; si tratta di vincere. E
per vincere, devi essere in armi darti moto; se no, te l'ho detto, sei
bell'e ito, ci rimetterai la pace dello spirito, la salute del corpo e
i denari della borsa, che, m'immagino, non saranno poi molti.--
A quella toccatina dei danari, Ariberti trasse un profondo sospiro.
--Or bene, che c'è?--chiese Tristano scuotendolo.
--Eh, che vuoi? C'è che tu mi hai fatto per l'appunto pensare....
--Che cosa? di' su!
--Che sono al verde, o quasi. Dante ha scritto il suo paragone per me:
_Come procede innanzi dall'ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è nero ancora e 'l bianco muore._
--Bravo! e perchè non dirlo prima?
--Ma... per dar noia agli amici...
--Caro mio, col denaro si fa la guerra. Si diceva una volta: _pas
d'argent, pas de suisses_.
--Bella scoperta! Ma gli è proprio per questo che penso. E il pensare
sarebbe il meno. Il guaio è questo, che penso... e non trovo.
--Nelle tue tasche, s'intende. Ma in quelle degli altri...
--Ah sì, parliamone, delle tasche degli altri. Tasche da studenti; i
sarti hanno il maledetto vizio di farle sempre bucate.
--Chi ti parla degli studenti? Non c'è dunque più altro che studenti
nel mondo? Capisco che fino ad un certo segno il nome può correre per
tutti, perchè tutti si studia il miglior modo di arrivare alla fine
del salmo. Ma anche per gli studenti c'è un Dio degli eserciti; anzi,
dacchè egli non ha più Maccabei da proteggere, si può dire che ha
preso in particolare considerazione i figli di famiglia del nuovo
Testamento. Ridi eh? Ma di questo più tardi. Finora, ci son io e posso
darti una mano, senza scomodare le dodici tribù. Vieni domattina da
me; cioè, no, vieni stamane, perchè oramai siamo a domani, e soltanto
il bisogno di dormire può confonderci un tratto il calendario. Vieni
da me a quell'ora che ti fa comodo; ho da scrivere parecchie lettere e
starò a casa fino a sera.
--Oh Tristano, amico mio!
--Con che tono lo dici! Alla larga! non son mica la signora Giselda.
--Giselda, ti prego... Ma gli è che tu mi sollevi da un peso... da un
peso...
--La mia borsa non è quella di Rothschild,--interruppe Tristano, che
forse voleva mettere, come suol dirsi, i punti sugli _i_;--ma infine
che cosa ti occorre?
--Eh, non saprei. Già, se ripiglio la strada dell'università, non ho
quasi bisogno di nulla, e alla peggio posso portare qualche debituccio
fino al mese venturo. Dugento lire al mese me le passa mio padre;
cinquanta me le manda mia madre di soppiatto... Capisci...
--Capisco; le mamme son tutte così.
--Poi,--continuò Ariberti,--una cinquantina di lire le strappo da
un'altra parte, scribacchiando. Infine, che dirti? con queste trecento
lire vivrei, ma raccozzando a mala pena l'oggi col domani. Figùrati,
ci ho anche il sarto...
--Capisco anche questo. I sarti di provincia sono sempre in ritardo
colla moda, e quelli della capitale corrono innanzi coi conti. Ma
basta, non occorr'altro. Tu hai bisogno di fare la tua buona figura
nel mondo aspettando tempi migliori.
--È così come tu dici.
--Bene; ed io che ti sono amico, io che son passato per la tua stessa
trafila... A proposito, c'è un verso di Virgilio che dice a un
dipresso la medesima cosa; ma io non ho più pratica col latino.
Aiutami un po'; gli è un verso della regina Didone...
--Ah sì, _non ignara mali, miseris succurrere disco_. Tristano, tu hai
proprio un cuor d'oro.
--Così avessi le tasche. Ma via, non ci lagniamo. Dunque, ecco l'uscio
di casa mia; buona notte, e appena ti spunta l'alba, o più tardi,
vieni da me; io vedrò di servirti. _Sans adieu!_
Ariberti strinse la mano al Priore e diede un'allegra volata sui
tacchi per tornarsene a casa.
Che amico! che cuor di Cesare! andava egli intanto ripetendo tra sè. E
potete anche immaginarvi come andasse leggero.