Nel quale si fa conoscenza con una bella ungherese.
Era andato una sera a teatro, non so bene se al Rossini, o al
D'Agnennes, o ad altro dei teatri di second'ordine della vecchia
capitale del regno. Si cantava un'opera alla svelta, senza grandi
apparecchi, senza sfarzi, come si usa in Italia colle opere dei nostri
grandi maestri della prima metà del secolo, che debbono piacere per la
loro musica, anche male eseguita, come certe ragazze, mandate attorno
alla buona debbono piacere pei loro begli occhi. Mancando gli artisti
di grido e lo sfoggio dell'allestimento scenico, lo spettacolo era
poco attraente; ma il Regio era ancora chiuso, e, per un trattenimento
di mezza stagione, ce n'era anche di avanzo. Così almeno pensava
l'impresario e, colla loro facile contentatura, sembravano ammettere i
frequentatori del teatro; i quali, del resto, erano pochi in platea,
pochissimi nei palchi.
Che cos'era andato egli a fare là dentro? Ad ammazzare la noia, ed
anche a sentire la prima donna, una diva di seconda categoria, che il
direttore dell'_Euterpe_ gli aveva raccomandata caldamente. Ora,
siccome, per servire l'amico, non occorreva mettere tutta la sua
attenzione alla scena, il nostro Ariberti era molto distratto; e
poichè la noia non l'aveva ammazzata, stava là in piedi, vicino
all'ingresso, per aspettare che la sua raccomandata finisse di cantar
la romanza, e pigliare subito dopo il portante.
Ma appunto allora, un applauso sollecito che non aveva voluto
attendere gli ultimi gorgheggi dell'aria, gli fece voltar gli occhi da
un palco del primo ordine. Ci erano dentro due dame, una vecchia e una
giovane, con un signore in mezzo a loro, ed in piedi, che applaudiva
anche lui, ma soltanto per compiacenza, come dimostrava la lentezza
dei movimenti e il lieve sfiorar delle palme. La vecchia era vecchia,
e non fa mestieri dirne altro. La giovine era assai bella, di fattezze
regolari e delicatissime, di pieni contorni e d'una bianchezza rara,
che faceva contrasto cogli occhi neri e grandi, colla capigliatura
corvina e abbondante, e colla veste di velluto nero, che la stringeva
gelosamente fino alla radice del collo.
Era lei che aveva applaudito per la prima. Le sue belle mani, morbide
e sottili, si agitavano ancora a mezz'aria. L'atto parve strano al
giovine Ariberti, che non aveva mai veduto una signora usurpare in tal
guisa i diritti del sesso più forte e più chiassone. Evidentemente
costei era una forastiera; che, quanto a giudicarla una provinciale,
si opponevano del pari una schietta eleganza e quella bellezza
singolare, che conferisce di primo lancio ogni diritto di supremazia,
non che di cittadinanza, alla donna.
Quella gentil figura colpì grandemente l'Ariberti, che dimenticò
senz'altro il proposito fatto poc'anzi di andarsene. In un teatro
mezzo vuoto, poche cose bastano qualche volta ad attirar l'attenzione
di uno sfaccendato; figuriamoci poi quando si tratti di una bella
donnina, miracolo che non è dato di vedere ogni giorno. E allora il
teatro, anche tappezzato di facce proibite e imbottito di sbadigli, vi
si tramuta di punto in bianco, vi diventa come un museo, dove una
bella Venere vi trattiene lungamente estatico in una gran sala fredda
e malinconica, popolata all'intorno di torsi, di fauni, di filosofi
greci e d'imperatori romani.
Ariberti facendo le viste di guardare sbadatamente in giro, diede tre
o quattro occhiate furtive alla sua statua, e potè sincerarsi che la
ci aveva proprio nei contorni del viso un'aria di famiglia colla
Venere Capitolina, come gliel'avevano fatta conoscere i modelli di
gesso della benemerita arte lucchese. La sua Venere aveva sempre gli
occhi rivolti alla scena, e i movimenti agili e graziosi della sua
testolina, e il lampeggiare de' suoi occhi profondi, indicavano che
essa pigliava gusto alla rappresentazione.
Il cavaliere era in piedi vicino a lei, e spesso si faceva innanzi,
appoggiandosi colle mani sul davanzale del palco, o per vedere sui
lati, o per far vedere ai popoli circostanti la sua intimità colla
dama, a cui diceva sempre le più leggiadre cose del mondo. Ma ella non
parea dargli retta; sorrideva, accennava del capo, prendeva il
binocolo per guardare un tratto qua e là; ma subito lo deponeva sulla
mensoletta di velluto, e tornava cogli occhi alla scena.
E tuttavia, con quella mobilità somma di sguardo che le donne hanno
comune coi leporidi, la signora vedeva anche tutto ciò che si faceva
in platea, e la terza occhiata di Ariberti ebbe un ricambio
inaspettato, che al nostro osservatore fece l'effetto di una scintilla
elettrica, a dir poco.
Si cominciava bene; e appunto perciò bisognava andar cauti, per non
guastare le uova nel paniere. Di queste faccende il giovine Ariberti
aveva l'istinto, non l'esperienza; e l'istinto, lo fece andare alcuni
passi più indietro, ed appoggiarsi contro la curva parete della
platea, per modo che, voltandosi a mezzo, potesse vedere lei, senza
esser veduto dalla vecchia, se era una suocera, e dal cavaliere, se
era un marito, o un aspirante. Così, senza parere, andava a suo
bell'agio adocchiandola e sì veramente in lei compiacendosi... Ma qui
mi accorgo di essere sull'orme di messer Giovanni Boccaccio, mio
riverito maestro, e mi fermo, per non inciampare nello strascico del
suo magnifico lucco fiorentino, allungato nobilmente a mo' di toga
romana.
Dirò invece che il nostro Ariberti notò minutamente ogni bellezza
della sua sconosciuta, e il bianco perlato della carnagione e le nere
pupille sfavillanti da due globi del colore del cielo (vere folgori
affogate in un mar di latte, direbbe la scuola moderna) e la soave
rotondità del collo, e la curva armoniosa dell'òmero, e tante altre
mirabili cose, che a notarle tutte in fila, ci vorrebbe la pazienza
d'un notaio. Una, su tutte le altre, colpì il nostro osservatore, e fu
quella purezza di lineamenti, unita ad una somma delicatezza, donde la
bellissima testa assumeva i contorni, ricisi e morbidi ad un tempo,
d'una statua greca. E invero, costei pareva opera di un nuovo
Pigmalione, che avesse lavorato amorosamente di scalpello sulla grana
gentile d'un marmo di Carrara, e poi ottenuto dalla compiacenza dei
celesti di soffiarle un alito di vita nel petto.
Mentre il giovine Ariberti beveva a lunghi sorsi «lo suo dolce
veneno», la sconosciuta aveva notato il suo cambiamento di posto, si
era accorta che tutta quella conversione a destra e quell'appostamento
a sottosquadro eran fatti per lei, e di tanto in tanto chinava gli
occhi verso quel giovinottino elegante, bruno di capegli, pallido in
viso, e di lineamenti aperti, che dardeggiava a lei così vivide
occhiate. Quelle occhiate dicevano un subisso di cose; egli aveva
nello sguardo tutte le precocità, tutti... Ma via, dopo aver risicato
d'inciampare nel lucco fiorentino di messer Giovanni, darò
vergognosamente nelle strampalerie della scuola moderna?
Torniamo ai fatti. Evidentemente, egli piaceva a lei, come ella a lui.
Bel romanzo, che doveva restare lì in tronco, dopo una ventina di
guardate sentimentali, appoggiate da una dimostrazione offensiva di
binocoli! Ma quanti non sono nella vita i romanzetti che finiscono
così! Quella donna aveva il tipo nordico; veniva dall'Inghilterra, o
dalla Russia, dove le donne son così belle coi capelli biondi, e
bellissime poi quando li han neri, come le nostre donne italiane.
Quelle chiome corvine della zona temperata e quelle diafane perlagioni
di carne delle regioni artiche, compongono una così strana forma di
bellezza, da ricordare certe figure di _keepsake,_ o di strenna, per
dirla italianamente, le quali fanno guardare lungamente, poi che si è
chiuso il volume.
Così pensando, o qualche cosa di simile, Ariberti argomentò che quella
gentile apparizione e quella muta corrispondenza di sguardi, sarebbero
state una memoria per lui, soave ma fuggevole del pari, bella ma senza
profumi, come la viola del pensiero che si chiude a ricordo tra le
pagine di un libro. E immaginando la fugacità del suo gaudio, volle
assaporarlo tutto, ristringendo in un'ora di contemplazione quel
romanzo geniale, che, come potete indovinare, egli avrebbe assai
volentieri allungato di trecentosessantacinque dispense.
Questo pensiero, impadronitosi di lui, fece sì che il nostro eroe non
si sentisse punto impacciato a sostenere lo sguardo della bella
sconosciuta, e non provasse quel senso molesto di suggezione che è
così naturale ai giovani in simili casi. Del resto, essa lo guardava
con una certa curiosità grave, mista di umanità e di ritenutezza, che,
sebbene gli riuscisse nuova, non lo sconcertava per nulla. Infine, o
non poteva pensare anche lei ciò che a lui girava per la fantasia,
intorno alla fugacità di quell'ora?
Mentre era lì ritto a piuoli, cogli occhi in aria e il pensiero alla
dama, Ariberti fu accostato dal direttore dell'_Euterpe_. Lì per lì,
il nostro innamorato lo mandò cordialmente a tutti i diavoli, perchè
il nuovo venuto, oltre al disturbarlo che faceva nelle sue
speculazioni, veniva a piantarglisi proprio da fianco, sulla sinistra,
e ad interrompergli la visuale. Ciò per altro non tolse che gli
stringesse amichevolmente la mano. Dopo tutto, poteva andar peggio. Se
il direttore dell'_Euterpe_ gli fosse passato da destra, non lo
avrebbe distolto dalla mancina, e non si sarebbe anche molto
facilmente avveduto di quella leggiadra persona che sporgeva dal suo
palchetto, a così breve distanza da loro?
Fortunatamente per lui il bravo giornalista aveva quella sera da
compiere il suo giro teatrale e non si tratteneva che pochi minuti.
Scambiate alcune parole intorno allo spettacolo, si dispose a partire,
invitando Ariberti ad andare con lui.--No;--gli rispose il giovane,
che metteva in pratica tutta la sua diplomazia;--sono un cronista
dilettante, ma coscienzioso; ho promesso di udire la vostra
raccomandata e ci sto fino all'ultimo.
--Siete più forte di me;--disse il direttore dell'_Euterpe_, che non
mancava di spirito.--Quasi quasi, se non avessi intascato io
l'abbonamento, crederei che aspettate d'intascarlo voi.
--Ohibò!--disse di rimando Ariberti.--Io amo l'arte per l'arte. La
vostra cantante mi piace e vedrete che nelle mie note di domani ve la
innalzerò fino alle stelle con una dozzina di superlativi.
--Ne taglierò una metà... per regalarli ad un'altra;--ripigliò il
vecchio giornalista ridendo.--Addio, dunque, e buona guardia!
--E a voi buona ronda!---aggiunse Ariberti, stringendogli la mano in
atto di commiato.
Il direttore l'_Euterpe_ se ne andò com'era venuto, senza avvedersi di
nulla. Ariberti diede una rifiatata di contentezza, parendogli, e con
ragione, d'essersi levato un bruscolo da un occhio. E qui il savio
lettore indovina che egli provò subito la bontà del suo occhio,
sbirciando il noto palchetto.
La sconosciuta era sempre al suo posto. E sempre con quella sua
curiosità grave, guardò il direttore dell'_Euterpe_ mentre passava
sotto il suo palco, lo seguì lentamente cogli occhi fino in mezzo ai
due pomposi carabinieri che facevano da Telamoni all'ingresso, indi
tornò a contemplare la scena, accostò il cannocchiale alle ciglia (non
so poi se per guardar nelle lenti, o di sotto), rispose alcune frasi
alla sua compagna, o al cavaliere, e da ultimo abbassò «le luci belle»
sull'estatico Ariberti; e tutto ciò senza sforzo, colla massima
disinvoltura.
Abbrevio per non cadere in ripetizioni. Finito lo spettacolo, il
giovine andò a fermarsi nell'atrio, e stette, contro il suo costume, a
far ala sul passaggio delle gonnelle. La sua sconosciuta discese poco
stante, tra la vecchia e il cavaliere, più lezioso, più sbraciato che
mai. Nel passare davanti ad Ariberti, essa gli lanciò una rapida
occhiata, e andata più oltre, sotto colore di ravviarsi il cappuccio
sulla testa, trovò ancora il modo di voltarsi un tratto e lasciargli
vedere il suo stupendo profilo. Indi, leggiera come una gazzella, uscì
sulla strada, salì in carrozza e via.
Buona notte, adunque! Il giovinetto se ne andò a casa in quello stato
di piacevole turbamento che accompagna di solito il nascere d'una
passioncella amorosa. E raccolto sotto le coltri nella fida compagnia
di sè medesimo, sognò la gentile apparizione, in cui trovava per
allora un conforto a quel disinganno che aveva sofferto colla marchesa
di San Ginesio.
Il giorno seguente, pensò egli all'università, come io e voi a farci
monache. Passeggiò invece lungamente sotto i Portici di Po, sperando
sempre di imbattersi nella sua bella sconosciuta, ma invano. La sera,
poi, non fu niente più fortunato in teatro. Evidentemente era una
viaggiatrice, ed aveva lasciato, o stava per lasciare Torino.
Pazienza! Il nostro Ariberti si rassegnava a vivere di ricordi, e a
chiudere quella viola del pensiero che sapete tra le pagine del suo
taccuino.
«Vedi giudizio uman come spess'erra!» Due giorni dopo, andando
finalmente dal direttore dell'_Euterpe_ a recargli quelle note
teatrali che gli aveva promesso, n'ebbe un'uscita, a cui nè egli, nè
altri nel caso suo, si sarebbe mai aspettato.
--Oh, eccovi qua, buona lana! Vi aspetto da ieri mattina, ed ero già
per fare il miracolo di Maometto, venendo io a cercarvi.
--Che c'è?
--C'è, caro mio, che ho promesso di presentarvi quest'oggi ad una
bella signora.
--Me?--dimandò il giovine, inarcando le ciglia.
--Voi, certamente; che ci trovate di strano?
--Nulla, e tutto. Chi è questa signora?
--Una ungherese, che canterà quest'inverno al Regio, nell'opera di
ripiego, colla compagnia di supplemento, insomma. È una bella signora,
o signorina che s'abbia a dire. Già, queste benedette prime donne non
si sa mai come chiamarle. La nostra si è data al palcoscenico per
disgrazie di famiglia; almeno, così mi scrivono da Milano. Come
artista non so ancora che roba sia; ma capirete che bisognerà
trattarla bene.
--È abbonata?--entrò a dire Ariberti.
--S'intende;--rispose quell'altro.
--Ma, dopo tutto,--ripigliò il giovane,--non capisco, ancora perchè
abbiate questo bisogno di presentarmi a lei.
--Oh bella! Perchè me lo ha chiesto.
--Lei?
--Lei, proprio Lei.
--Ma come mi conosce, di grazia?
--Caro mio,--disse il giornalista, ridendo,--non mi sono mai fatti
tanti _se_ e tanti _ma_ per essere presentato ad una bella signora.
Del resto, eccomi qua a contentarvi. La signora in discorso era
l'altra sera a teatro quando ci siamo incontrati, mi ha veduto
stringervi la mano e mi ha chiesto chi eravate. Vi basta?
Il cuore di Ariberti avea dato un sobbalzo a quelle parole del
giornalista. Benedetto cuore, sobbalzava sempre! Ma già i lettori
hanno capito che il mio eroe ci aveva un cuore tenerissimo, delicato
come le bilance dell'orafo.
--E voi,--chiese allora Ariberti,--gli avete detto...
--Tutto il bene che penso di voi, del vostro cuore, del vostro
ingegno, dei vostri studii profondi...
--Ottimo amico!
--E gli ho anche detto che scrivete qualche volta per me
sull'_Euterpe_. Fa bene al giornale che queste cose si sappiano. La
penna di un valente letterato non guasta mai.
--Grazie infinite.
--E agli artisti,--proseguì il giornalista, che voleva dir
tutto,--agli artisti piace che le loro stonature abbiano il suggello
di una frase girata a modo.
--Sì, sì, ho capito. Io dunque dovrò...
--Venire oggi da lei. Aspettate; mancano venti minuti alle due.
Potremmo andarci fin d'ora. Si passa alla tipografia per dare in
composizione il vostro originale... Vedete, mi fido di voi, e lo
consegno alla posterità senza pure guardarlo. Poi, si prosegue fino
all'angolo di via d'Angennes, dove abita la signora, Szeleny. Ragazzo
fortunato! Avete dato nell'occhio alla diva, certo l'avete
ammaliata...
--Io? Fino a questo momento non sapevo neppure che fosse al mondo.
--Eh via! Le avete fatto l'occhiolino.
--Vi giuro...
--Non giurate, vi prego; piuttosto crederò tutto quello che vorrete.
Del resto, non c'è niente di male, ed io sono lieto di farvi servizio.
Se non fossi ammogliato e con prole, chi sa? forse mi verrebbe voglia
di contendervi la preda. Ma con tutti questi amminicoli e con qualche
pelo grigio nella barba, ragazzo mio, vi cedo il posto e mi contento
del prezzo d'abbonamento al giornale.--
Tra queste chiacchiere, i due amici giungevano all'angolo della via
d'Angennes, indicato poc'anzi dal direttore dell'_Euterpe,_ e questi
introduceva il suo Telemaco nel quartierino abitato dalla diva.
La signora Szeleny (o più vero nome, direbbe qui un cancelliere di
tribunale) si fece cortesemente sulla soglia del suo salotto, per
ricevere i due visitatori. Il vecchio giornalista schiccherò la sua
presentazione, e Ariberti la appoggiò con un profondo inchino, mentre
nel volto sbiancava, per un turbamento assai facile ad intendersi nel
suo caso. La signora gli porse la mano, quella mano morbida, e sottile
che egli aveva tanto ammirato, e guardandolo, come suol dirsi, nel
bianco degli occhi, gli rivolse queste parole, notevoli nella loro
schiettezza e nella semplicità con cui furono profferite: «noi ci
conosciamo già; non è vero?»
Il giovane arrossì, come aveva sbiancato pur dianzi, prese divotamente
la mano che ella gli offriva, e balbettò un sì, amabilissimo nella sua
timidezza. Era tutto quello che si potea forse dire nel caso suo,
senza aver aria di presuntuoso o di sciocco.
La conversazione, come potete argomentare, non fu incominciata da lui.
Sarebbe stata incominciata da lei, se fossero stati in due soli. Ma
c'era per buona sorte il vecchio giornalista e toccava a lui di dare
l'impulso alle ruote. Il nostro Ariberti ebbe tempo a rimettersi in
carreggiata, e fece il debito suo, animato come era da quella benevola
attenzione che avrebbe cavate le parole di bocca ad un muto.
Quindici minuti dopo, non erano già più al solito frasario di tutti i
primi colloquii. La patria della signora aveva inspirato lui, e il
discorso entrava sotto il dominio della corona di Santo Stefano. Il
direttore dell'_Euterpe,_ tirato pei capegli (e ne avea pochi) in
mezzo agli ispidi nomi dell'arte e della letteratura magiara, se la
cavò con un negozio urgentissimo che lo chiamava altrove, Mentore da
burla, egli si trovava a disagio tra Calipso e Telemaco.
--Cattivo!--gli disse la signora Szeleny.--Almeno non portate via il
signor Ariberti.
--Signora,--rispose il giornalista, con una delle sue solite
celie,--se anco volessi essere così crudele da farlo, non mi sentirei
così forte del pari. Le lascio dunque il dottore, che dopo tutto non
mi seguirebbe volentieri.--
Il direttore dell'_Euterpe_ chiamava già Ariberti «il dottore»
precorrendo di tre anni gli eventi. I giornalisti, si sa, camminano
sempre alla vanguardia del secolo.
Ariberti, dunque, rimase, non senza aver ringraziato la dama
dell'insigne favore che essa gli faceva trattenendolo. Si stava così
bene vicino a lei! E lei dal canto suo, non doveva gradire ugualmente
la compagnia di un così gentil cavaliere, obbligata com'era a parlar
sempre con impresarii, agenti teatrali, e colleghi di palcoscenico, ed
occuparsi sempre di scritture e di prove, o a ricever lettere e visite
di vagheggini importuni? Oh, questi, poi, non li poteva patire. E
raccontava, con quella sua schiettezza facile, poeticamente
zingaresca, tutte le noie, tutte le molestie a cui va esposta una
povera artista, quando sia nulla nulla piacente della persona, con
tanti sciocchi zerbinotti d'ogni età e di ogni ceto.
Il giovane Ariberti avrebbe voluto domandarle se il cavaliere che
aveva veduto con lei a teatro era uno di quelli; ma non gli parve
d'essere ancora in tanta confidenza per farlo. Prese in quella vece un
mazzolino di viole màmmole, che stava su d'un tavolincino di lacca
cinese davanti al sofà, e stette a guardarlo con una certa attenzione.
--È il dono mattutino di una mia amica;--disse la signora
Szeleny;--una giovinetta che si dedica al teatro anche lei. Ci
siamo conosciute la settimana scorsa in questo medesimo
quartierino, perchè essa è la nipote della padrona di casa. È
figlia di un vecchio ufficiale di marina ed è stata educata a
Londra. Essa dall'Inghilterra; io dall'Ungheria; guardate che
incontri. Ve la presenterò, perchè deve capitare tra poco, e la
vedrete; è bella come un sole.
--Signora,--notò con atto di galanteria l'Ariberti, badi che il
--paragone del sole è già ipotecato.. con Lei.
Ella sorrise come donna avvezza a complimenti di tal sorta, ma negò,
senza metterci affettazione, quel che affermava il dottore in erba.
Sapeva pur troppo di non esser bella, perchè le belle, o non hanno
mestieri di uscire da casa loro, o non ne hanno la libertà, perchè si
trovano il più delle volte ipotecate (e qui ella adoperava
scherzosamente il vocabolo forense del suo interlocutore) prima che
conoscano i diritti e le ragioni del cuore.
Quella allusione di lei ad una vita anteriore e lontana toccò
l'Ariberti sul vivo. Perchè? Non lo sapeva nemmeno lui, ma forse
perchè tutti noi, quando amiamo una donna, vorremmo sempre esser
giunti i primi, alle porte del suo cuore, o vorremmo giungere i primi,
quando, per un nostro capriccio, ci mettiamo sulla galanteria,
disposti sì e no ad imbarcarci nel tenerume.
S'intende che quel senso ingrato, che gli avean fatto le parole della
diva, il giovine Ariberti se lo tenne per sè, provandosi invece a
sciorinare tutti gli argomenti che si potevano addurre contro la sua
tesi troppo ricisa e paradossale. Ma ella, col diritto che hanno le
donne di rifiutarsi a tutte le sottigliezze della logica, gli diede
sulla voce, ammettendo di poter riuscire simpatica a qualcheduno, e di
esser buona per sè medesima. E questo doveva essere; almeno, lo
dimostrava ampiamente quella sua schietta semplicità, se pure non era
furberia di tre cotte. Del resto, era colta e di belle maniere, piena
di grazia e ricca di quell'eleganza naturale che si manifesta in ogni
atto della persona, anche il meno rilevante, e dà uno spicco
particolare alle vesti neglette di casa come all'abbigliamento
sfoggiato di una festa da ballo.
Mentre erano in quei discorsi, un uscio si aperse ed entrò nel salotto
la vecchia signora che Ariberti aveva veduta colla diva in teatro. Era
la madre, donna grave e di modesto aspetto, la quale salutò il giovane
e scambiò colla figlia alcune parole in una lingua, che a lui parve
turca, o giù di lì. La qual cosa non tolse che egli ascoltasse con
piacere ineffabile, quasi fossero una musica celeste, le parole
profferite in quella lingua dalla bella figliuola. Poco stante udiva
il suo nome, gradevolmente strascicato in quell'idioma, e indovinando
che la signora Szeleny lo presentava lui a sua madre, le fece un
secondo inchino (il primo lo aveva fatto al primo apparire di lei) e
sudò freddo per non essere venuto a capo di intendere la frase che
ella gli disse in un francese da cani. Era il poco che la vecchia
signora masticava; quanto all'altre lingue, all'italiana in ispecie,
non ne sapeva una maledetta.
Per tal guisa, facilmente liberato dalla molestia d'una conversazione
in tre, Ariberti si sentì solo colla sua dama, com'era prima, e
continuò allegramente la guerricciuola delle frasi galanti. Seppe tra
l'altre cose che la signora si chiamava Giselda e giurò di non aver
mai sentito un nome più bello. Ed anche lui non aveva un bel nome,
Ariberto? Madonna Giselda lo trovò dolce come una melodia italiana.
Ariberti nuotava in un mar di latte. Compatiamolo. Per la prima volta
in sua vita egli si trovava involto in quel piccolo mondo di dolcezze,
di fragranze e di tutto quel ben di Dio che vorrete, in cui vive e a
cui dà vita una donna gentile. Va bene che quel salotto non era il
pensatoio d'una gran dama, nè il quartierino un palazzo. Nemmeno la
signora Giselda era una duchessa, od altro di somigliante; ma era
bella, elegante e colta, e questi titoli parvero in ogni tempo più che
bastanti ad innalzare una donna, ed anco a tramutarla in regina. Ciò
posto, non occorreva notare (tanto, il nostro eroe novellino non era
così esperto da badare a simili inezie) che il mògano usuale dei
mobili non era legno di rosa, che la sargia colorata della tappezzeria
non era damasco, e che quel grazioso tavolincino, su cui posavano le
viole mammole, come un presente divoto sull'ara del nume, era di lacca
bensì, ma moderna ed apocrifa.
Del resto, che cos'altro è il piacere nella vita dell'uomo, se non una
apparenza, un profumo, una delibazione delle cose? E non è desso
piuttosto in noi, che fuori di noi? Fantasia vagabonda, non sei tu che
dài lume e colore a ciò che vedono gli occhi? Il cuore istesso, questo
povero cuore, a cui si dà colpa d'ogni falso indirizzo e d'ogni male
che c'incolga, è un docile strumento in tua mano; arpa di cui tu
sfiori le corde, e ne traggi, ora i lieti, ora i flebili suoni.
La beatitudine del nostro Ariberti fu turbata una seconda volta
dall'aprirsi di un uscio; ma questa volta dalla parte dell'anticamera.
Due signore erano annunziate, e la prima di esse, che era eziandio la
più giovane, irruppe, più che non entrasse, nel salotto della signora
Szeleny. Giselda si era alzata dal sofà per muovere incontro
all'amica; ma questa non le diè il tempo di spiccarsi dal suo posto;
volò verso di lei, la strinse nelle sue braccia, le scoccò due baci
rumorosi sulle guancie, si staccò un tratto per guardarla negli occhi,
indi tornò a baciarla, ridendo come una pazza.
Giselda lasciava fare; si concedeva di buon grado a quegl'impeti di
affetto, ma senza ardore di compiacenza, e ad uno spettatore anche
meno imbevuto di classicismo che non fosse l'Ariberti, avrebbe fatto
ricordare la statua d'una bella dea dei tempi pagani, che si lasciasse
umanamente involgere in una nube d'incenso, ma senza smuoversi d'un
punto dal suo piedistallo. Poi, come l'amica si fu chetata, Giselda si
volse ammezzo e le additò il giovane che stava immobile a
contemplarle.
--Il signor dottore Ariberto Ariberti;--disse ella in pari tempo,
presentandole il suo visitatore.
La nuova venuta rispose con un mezzo inchino al saluto del giovine e
gli diede un'occhiata inquisitoria, come se volesse squadrare e pesare
il personaggio di un colpo.
Anche Ariberti la guardò attentamente, e, fosse perchè tutte quelle
carezze lo avevano indispettito o perchè veramente la ci avesse
qualcosa di ostico nella persona, fatto sta che non gli piacque punto.
Era bella molto, ma d'una bellezza rigida; bianca, con occhi e capegli
nerissimi, la fronte stretta, il naso diritto, la bocca ben fatta, ma
di duri contorni. Perfino i colori del suo abbigliamento, che era
grigio con mostreggiature di seta azzurra, aiutavano a darle
quell'aspetto di freddezza, che svegliò nel cuore di Ariberti un senso
di ripulsione indicibile.
Come poi tutta quella apparenza di rigidità si accordasse colle sue
rumorose dimostrazioni di affetto, non saprei dire ai lettori. Forse,
appunto perchè erano rumorose, non potevano aversi in conto di
profonde e sincere. Forse, come Diana cacciatrice, a cui somigliava un
tantino, la nuova venuta non amava gli uomini e doveva riuscir loro
inamabile. Forse... Ma non poteva anche darsi che tutte quelle brutte
cose le avesse vedute Ariberti cogli occhi della fantasia? Egli era
diventato di pessimo umore, e il pessimo umore (chi nol sa?) fa veder
buio a mezzogiorno.
Comunque fosse, rimasto ancora pochi minuti per le buone creanze e
prestata una mezza attenzione al cicaleccio delle signore, dal quale
potè cogliere appena che la nuova venuta si chiamava Mary, che era
nata a Nizza, che doveva andare quel giorno a veder le bellezze e le
rarità di Torino in compagnia di alcuni gentili cavalieri, e che
invitava l'amica ad essere della brigata, Ariberti si alzò e prese
commiato.
Giselda si era avveduta (e di che non si avvedono le donne?) che il
giovinetto aveva il broncio con qualcheduno, e col pretesto di avergli
a chiedere un servizio lo accompagnò fino all'anticamera, come avrebbe
fatto per un'amica, o per qualche gran personaggio.
--Verrete domani?--gli chiese, prendendogli amorevolmente le mani tra
le sue.
--Signora,--balbettò egli confuso,--non vorrei essere importuno...
Ella tenne fermo con ostinatezza infantile.
--Verrete domani?--replicò, alzando la voce di un tono.
--Verrò;--rispose il giovine, affascinato da quelle parole e dallo
sguardo ond'erano accompagnate.
E resa la stretta, di mano, si avviò al pianerottolo. L'uscio si
richiuse dietro a lui ed egli approfittò di quella solitudine per
appoggiarsi alla ringhiera... Infatti, ce n'era bisogno; quel breve
dialogo gli aveva dato al cervello, e il nostro innamorato nello
scendere le scale barcollava come un... l'ho a dire? No, lettori
umanissimi; immaginatelo voi.