Dove i nodi vengono al pettine.
Era una splendida giornata della fine di maggio quando il giovane
baccelliere fece ritorno a Dogliani; una giornata tutta tepori e
fragranze, come avviene per solito nei trapassi dalla primavera
all'estate. Ma il nostro eroe badava assai poco alla bella giornata;
l'animo suo era sordo alle liete voci della natura; invano la gran
madre, a dirvela con una frase audacissima, si era infronzolita per
lui. Il signor baccelliere si mostrava pensieroso, anzi peggio,
stizzoso, di mala voglia; insomma, per usare una parola moderna, che
risponde ad una moderna infermità, maledettamente nervoso.
Con chi l'aveva? Con se stesso e cogli altri, col mondo interno e col
mondo esteriore; due mondi che l'uomo incomincia ad avere in uggia,
quando ha varcato la fatale trentina. Ma il nostro Ariberti, ragazzo
precoce, faceva tutto in anticipazione.
Le accoglienze della signora Caterina furono materne, e con questo
aggettivo mi pare di avervi detto ogni cosa. Quelle del signor Amedeo,
per contro, furon fredde anzi che no. Le belle imprese dello studente,
avevano avuto un'eco fino a Dogliani. E qui, facciamo ad intenderci.
Al signor Amedeo non dispiaceva punto che il figliuol suo si facesse
un uomo e si mostrasse tale anche prima della età voluta dalle
statistiche. I babbi son tutti così; hanno fretta; non per niente son
nati prima di noi. Perciò il duello del figlio, che, ancora in
_fieri_, gli avrebbe dato sui nervi come una solenne ragazzata, degna
di una tiratina d'orecchi, non doveva dispiacergli, a cose fatte, poi
tanto. Anche i versi, pomposamente stampati, non gli parevano un
delitto imperdonabile. Alla fin fine, erano belli; e se ne nascevano
in casa Ariberti, c'era piuttosto da tenersene, che da fargliene una
ramanzina. Neanco gli avrebbe dato ombra qualche ripesco amoroso. Suo
figlio era un bel giovinetto; che diamine! e se piaceva alle donne,
non c'era mica da condannare... le donne. Ecco qua per l'appunto il
nodo della quistione. Rispetto agli altri, e considerate ad una ad
una, quelle imprese gli parevano naturali e fino ad un certo segno
condonabili; ma tutte insieme, e rispetto al figlio, gli apparivano
malefatte, da non meritare indulgenza. E ciò segnatamente per gli
studi, che ne avrebbero sofferto. Il ragazzo si svia, pensava egli, il
ragazzo si svia, e bisognerà rimetterlo in carreggiata. _Principiis
obsta; sero medicina paratur._
Per altro, il signor Amedeo si rabbonì, quando vide il certificato
degli esami, che portava segnati, a giustificazione del figlio, tutti
i punti e la lode. La lode! che vi pare? Va bene che in legge, secondo
i maligni, è abbastanza facile buscarla; ma per contro è altrettanto
facile di non buscarla affatto; dunque... La conseguenza viene da sè.
E il signor padre si rabbonì; non già ad occhi veggenti, perchè
l'autorità sua ne avrebbe scapitato; ma bene lo intese la signora
Caterina, che vide il marito star meno sostenuto con lei.
Del nostro baccelliere furono invece assai meno contente le sue
vecchie conoscenze di Dogliani. Le ragazze lo trovarono più bello, più
elegante di prima, e pensarono a lui per una settimana, con gran
dispetto degli Adoni di mandamento; ma finirono col giudicarlo freddo,
contegnoso, aristocratico. Si è sempre aristocratici per qualcheduno;
e nel suo paesello natale, dov'era conosciuto lui, dove era conosciuta
la famiglia, il giovane Ariberti doveva parere superbo senza ragione.
Ci fu, tra l'altre, una figlia di droghiere che ebbe da lui un saluto
di tanta degnazione, da piangerne per una notte intiera. Una
conservatrice d'ipoteche, perduta la speranza di registrarlo fra i
frequentatori delle sue veglie, lo definì, tra due giuochi innocenti,
uno sciocco.
Il giovane dava appicco a tutti questi giudizi, a tutti questi
malumori, fuggendo le conversazioni e le compagnie d'ogni sorta.
Poverino! pensava ai suoi debiti, segnatamente a quello del tipografo,
che presto gli aveva a cascare tra capo e collo, e almanaccava più di
un ministro di finanze, quando cerca il pareggio tra la entrata e
l'uscita.
La mattina, per almanaccare a suo agio, si alzava da letto per tempo e
se n'andava lontano pei campi, ma senza dare l'occhiata del presidente
ai coltivati, nè quella del poeta ai salvatici. Invano le colline
s'indoravano per lui al primo raggio del sole; invano i rosolacci
disposti a gruppi, a manipoli, a file serrate, agitavano i calici
scarlatti sui ciglioni dei prati; invano le monacucce facevano pompa
degli steli diritti e dei fiori incarnatini in mezzo alle spighe
biondeggianti del grano. Il signor baccelliere andava diritto per la
sua strada, senza pure avvedersi delle api, che gli gironzavano a
sciami intorno alle ginocchia, andando in busca di cera e di miele
nella varia fioritura dei pingui maggesi. La bella natura, le albe, i
tramonti, i rivoli solitarii tra due file d'ontani o di frassini, i
buoi aggiogati che trascinavano lentamente la loro gran mole di fieno
odoroso sulla nota carraia, tutte queste cose sane, che intendiamo
così bene quando ci manca il tempo a goderle, non avevano voce per
lui.
Si guardava dentro, il poverino, e ci vedeva buio, gran buio. Per
altro, a furia di guardare, ci trovò il soggetto e la materia d'un
dramma. Era il secondo che perpetrava; ma stavolta il delitto era in
prosa, e d'indole acconcia alla scena; si allontanava ad un tempo da
quel vero che non ha fortuna in teatro e da quel falso che spesso è
frutto di larghe vedute estetiche; ma seguitava la via di mezzo, che
piace tanto alla comune degli uomini, poichè rappresenta in arte
quell'aurea mediocrità che regna in tutte le cose della vita, e agli
uni tempera i desiderii, agli altri smorza le invidie, a tutti
conferisce come un'aria di famiglia e li consola d'esser figli
d'Adamo.
Lo tirò giù venti giorni, che per un'opera simigliante erano forse già
troppi, e gli parve che andasse bene. Spese altri cinque giorni per
tirarlo a pulimento e per farne una copia presentabile; poi lo
accartocciò, lo rinvolse in un bel foglio di carta turchina da
bottegai, che suggellò bravamente sul margine, e si dispose a scrivere
su l'indirizzo.
Ma a chi mandarlo? Questo era il busilli. Per fortuna l'_Euterpe_
veniva ogni settimana a salutarlo in Dogliani, e sull'_Euterpe_
c'erano indicazioni di compagnie drammatiche a bizzeffe. Trovò in
questa guisa il capocomico di suo gusto, che recitava in quel torno a
Genova, e gli spedì il manoscritto dicendogli nella lettera, che
glielo avrebbe potuto dare per ottocento lire, nè più, nè meno; o
prendere, o lasciare.
Così contava di pagare il tipografo e di avere per giunta un po' di
danaro in serbo per altri debitucci che lo aspettavano a Torino. Per
quattro o cinque giorni attese risposta, ma invano. Già, bisognava
dare al capocomico il tempo di leggere; cosa difficile, come tutti
sanno. All'ottavo giorno gli scappò la pazienza, e riscrisse,
sollecitando quella benedetta risposta. Il suo uomo non si fece vivo.
Allora ne pensò una da furbo di tre cotte; mandò all'amico
dell'_Euterpe_ una notarella agrodolce in cui si pregava il gran
capocomico Tizio (è qui c'era il nome scritto a mezzo, colla, promessa
del resto) a rispondere alle lettere, o rimandare i manoscritti che si
sottoponevano al suo riputato giudizio. La noterella comparve
stampata, e tre giorni dopo, il nostro Ariberti riceveva per la posta
il suo scartafaccio.
Altro che ottocento lire! Il degno pronipote di Roscio, in una sua
letterina mandata quel medesimo giorno, gli diceva d'aver letto
attentamente il suo dramma. Belle scene; stile classico; passione....
oh, passione, poi, quanta ce ne poteva essere in un dramma di
Shakespeare; ma il lavoro era troppo serio, oh sì, troppo serio, e il
pubblico, per allora, domandava di ridere. Inoltre era un po' lungo.
Va bene, che si sarebbe potuto scorciare, ma sarebbe stato un vero
peccato. Tanti bei pensieri! Scene così belle! Infine era un lavoro da
stampare; oh sì, da stamparsi senz'altro, e i lettori avrebbero reso
giustizia, ecc. ecc., gustato, ammirato; e qui mettete a dirittura una
dozzina di eccetera.
Che c'era di vero in tutte quelle considerazioni del pronipote di
Roscio? Ariberti diede un'occhiata al suo povero manoscritto. Oh
rabbia! Era rivolto ancora nella sua fascia turchina e coi medesimi
suggelli di ceralacca che ci aveva messo lui a Dogliani.
Il signor capocomico aveva dimenticato di salvar le apparenze.
Oh capicomici! Il mio eroe vi mise tutti in un mazzo, v'involse tutti
in una sola maledizione. E aveva il torto marcio, come lo si ha
sempre, quando si giudica in modo assoluto. Almeno almeno, avrebbe
dovuto fare una eccezione pel suo uomo, che gli diceva ben del suo
dramma senza averlo letto, e non gli prometteva di pagargli tremila
lire quando i suoi poveri cinque atti avessero ottenuto il trionfo di
quattro repliche alla fila; trionfo per sè stesso impossibile ad un
autore novellino, e che dopo tutto c'era sempre modo di mandare a
vuoto, in ogni teatro d'Italia, dove gli abbonati comandano a
bacchetta, e non ammettono repliche!
Intanto la fatale scadenza si avvicinava a grandi giornate. Ahimè! Il
cielo aveva un bel mettersi a festa, coi drappelloni più azzurri; i
grilli canterini avevano un bel trillare alla luna, e le lucciole un
bel far la ridda notturna fra i pioppi regalandogli senza spesa la
gran scena del monastero nel _Roberto il Diavolo._ Il signor
baccelliere aveva la mente a tutt'altro. Provò a chiedere notizie
della vendita ai librai di Torino, ma ebbe a rimetterci le spese di
posta. Pur troppo, dopo quelle quattro copie che sapete non si era più
spacciata una delle sue povere _Foglie._
La notte che precedeva il gran termine, Ariberto Ariberti non potè
chiuder occhio. Soltanto un condannato a morte mi servirebbe per far
riscontro al suo caso. Ad ogni ora, ad ogni momento, il cuore gli dava
un sobbalzo, chè gli pareva di veder comparire il cancelliere colla
sentenza; intendi il postino con una lettera del tipografo. Passò la
mattina, e passò anche il giorno, senza l'apparizione del molesto
messaggio. Ed era naturale: il tipografo abitava a Torino, e non a
Dogliani. Ma il giorno dopo?
Ed anche quell'altro giorno trascorse, e fu seguito da parecchi, tutti
pieni di angosce ineffabili. Al settimo, incominciò a respirare. Che
il suo creditore fosse ammalato? Dio di misericordia, fosse andato fra
i più? Egli veramente non avrebbe desiderato tanto dalla infinita
bontà; ma infine, se una disgrazia simile avesse proprio chiamato a sè
quel degno collega dei Fontana, e dei Pomba, per chiedergli conto de'
suoi errori di stampa, Ariberti non avrebbe dato altro conforto alle
sue ceneri che quello di una lagrima, di una lagrima, sola.
Senonchè, muoiono forse i creditori, come tutti gli altri nati dalla
creta? Muoiono essi davvero innanzi la scadenza dei crediti loro? A
questo problema Ariberti non ci aveva pensato mai. E pensandoci allora
gli parve impossibile che il destino rinunziasse in tal guisa ad uno
de' suoi più sicuri strumenti di tortura. Epperò il suo cuore durava
sempre in sospetto e in ansietà; quel silenzio non gli prometteva
niente di buono.
Un giorno, mentre egli stava leggiucchiando a tavolino, aspettando
l'ora del desinare, suo padre entrò nella camera. Il signor Amedeo non
metteva mai piede colà, argomentate dunque lo stupore del figlio e il
tremito che lo assalse quando lo vide avvicinarsi a lui e gittargli
sullo scrittoio un foglio, che aveva cavato allora, e molto
gravemente, di tasca.
Il povero baccelliere diede una sbirciata a quel foglio. Era una carta
bollata. L'aperse colle mani tremanti e vide.... quel che doveva
aspettarsi, il suo contratto col tipografo di Torino.
--È pagato;--disse allora il signor Amedeo.--Vedete, c'è la quietanza
a piè di pagina. Ma d'ora innanzi, se studieremo la natura dei
contratti, in cambio di sottoscriverne per conto nostro, faremo
certamente assai meglio.
--Padre mio!--gridò lo studente, dando in uno scoppio di pianto.
--Orbene, che c'è?--gridò il signor Amedeo con un accento di burbero
benefico.--I versi alla perfine non erano dei peggiori che si stampino
in Italia. Ma non prendete impegni che non possiate poi soddisfare.--
Il giovane promise, come potete argomentare, che non ci sarebbe
cascato mai più. Ma in vita sua doveva farne dell'altre; e questo si
dovrà argomentare del pari.
Intanto, colla mente al suo libro invenduto, al suo dramma pulitamente
rifiutato, alle contrarietà del presente e alle incertezze del futuro,
il nostro Ariberti ci aveva da fare un processo in _formis_ alla sorte
tiranna. Egli pensava ciò che molti avevano pensato prima, e che molti
dovevano pensare dopo di lui; esser difficile, lo entrare nel mondo,
come in un teatro alla cui porta si faccia la coda. Ecco qua; dar di
gomiti, guizzare a destra, esser respinto a mancina, dire una parolina
a questo, dare un urtone a quell'altro, grazioso coi forti, inurbano
coi deboli, e tutto ciò per guadagnare una spanna di terreno, per
trovare, egoista tra tanti egoisti suoi pari, il filo della corrente
che dovesse portarlo alla meta! Ariberti non doveva avvezzar l'animo
ad un così miserabile uffizio; capacitarsi che la vita è una sconcia
battaglia cogli uomini, con sè stesso, colla necessità, infine, con
tutto; persuadersi che, per andare avanti da sè, bisognava non solo
aver fortuna, ma costanza e pazienza, farsi piccini ad ogni buco,
conquistare a forza le prime cinque lire, contarci su, menare una vita
da formiche, non perdere un'ora nè un minuto, non dormire
all'occorrenza e non mangiare, rispettar molto e disprezzare
altrettanto, essere o parere non curanti d'ogni grandezza, come d'ogni
disgrazia, far poco assegnamento sugli altri, e spenderli tutti quando
ne venga il destro, andar oltre tenendosi al muro e saper poi girar
largo ai canti, ottenere a stento la sua parte di strada e lì subito
farsi d'ogni cosa schermo alla testa, sempre per paura di un embrice
che caschi. Vergognosa esistenza! E quando non si è tristi del tutto,
quando si ha un briciolo di cuore, una scintilla di poesia, di fede e
di amore nell'anima, trovare anche il tempo di non odiare il nostro
simile e di perdonargli il suo egoismo, sperando che egli lo perdoni a
noi pure, secondo la massima del paternostro, vecchia preghiera, di
cui tanti divoti pappagalli hanno smarrito il senso, a furia di
recitarla in latino.
Eppure, tanta è nell'uomo la possanza del mal abito, così forte il
gusto del pessimo (informino tutti i veleni e le pestifere sostanze, a
cui il nostro palato si avvezza con mitridatica cura), che il signor
baccelliere, dopo aver tanto meditato e tanto maledetto, non sentiva
altro desiderio, altra impazienza, che di tornare alla sua vita di
prima. E ci tornò col novembre, fornito la borsa dei materni risparmi
e foderato il cervello di buone intenzioni. Gli uni e le altre quanto
avevano a durare? Vedremo in processo di tempo. Frattanto, bisognerà
dire che cominciò l'anno scolastico frequentando assiduamente
l'Università e tenendosi lontano dai cavalieri di Malta. Ma dove e con
chi aveva egli a passare le ore bruciate del giorno, se coi signori
della _Dora_ ci aveva l'astio e con Filippo Bertone era senz'altro
alle rotte?
Fu un lungo battibecco tra il suo diavolo buono, e il cattivo;
finalmente la diedero nel mezzo, e il nostro eroe si riaccostò più
strettamente all'_Euterpe,_ colla scusa che non ci aveva a rimettere,
ed anzi ci guadagnava i danari delle male spese. Inoltre, e non ci
aveva sempre il suo dramma da far recitare? E non era quella la strada
per trovare un capocomico? Infine, che serve? c'è sempre nei
ripostigli della coscienza una buona ragione, per indurci a fare
quello che più ci talenta. E siccome poi in tutte le strade per cui un
uomo si mette, egli ci na sempre a trovare qualcosa che dia nuovo
indirizzo al suo vivere, sentite che nuovo caso intervenne al nostro
signor baccelliere, ridiventato giornalista teatrale.