CAPITOLO IX.

Di molte sciocchezze che fece il mio eroe prima di diventar

baccelliere.

La vittoria di Ariberti fu celebrata il giorno dopo con un pranzo

magno, che toccò a lui di pagare. Una vecchia zia, della quale si era

ricordato in buon punto, gli cambiò la sua buona memoria e le sue

accorte bugie in moneta sonante, e mai danaro giunse più a buon punto

per salvare un Anfitrione in sessantaquattresimo da una brutta figura.

In verità, sarebbe stata una disdetta, come a dir il romper l'uova in

sull'uscio, perchè il pranzo era riuscito stupendo, ricco di

delicatezze luculliane, di allegria e di brindisi, e il nome di

Ariberto Ariberti volava per tutte le bocche di quei cerberi, che

erano i suoi nuovi amici, dispostissimi, se continuava di quel passo,

a suonare per lui tutte le trombe della fama.

Da quel giorno, il nostro eroe cominciò a passeggiare pettoruto per le

vie di Torino, assaporando la gloria di esser mostrato a dito dai

venticinque o trenta sfaccendati, che hanno in prima mano e mettono in

giro le notizie spicciole della cronaca cittadina. Intanto, dava

occhiate assassine alle donne che gli passavano da presso, e si

credeva sul serio un irresistibile Adone, non potendo supporre che

tutte quelle creature fragili, ammiratrici della forza e del valore,

non sapessero chi egli fosse e quali miracoli avesse operato.

Quasi non sarebbe mestieri di raccontare che il glorioso feritore di

Giovanni Forniglia aveva mandato a quel paese la signora Giuseppina

Giumella, non rispondendo neppure alle lettere pentite della fiorista,

che si affannava a dirgli in pessimo italiano di abborrire quel mostro

di suo cugino, il quale era stato ad un pelo di ucciderle il suo

tesoro, il suo diletto «Aliberto». Quella disgraziata aveva avuto un

bell'offendere la sintassi per lui, un bell'assassinare l'ortografia,

un bel chiudere le sue lettere con un «io l'amo indissolubile». Il suo

Ernani ci aveva altro pel capo. S'era proposto di non lasciarsi più

cogliere a quelle panie volgari; non vedeva che marchesane e duchesse,

non sognava che carrozze stemmate e foderate di raso, cavalli di puro

sangue, lacchè gallonati allo sportello, cocchieri gallonati a

cassetta. Il che torna a dire che, se era innamorato sempre della

marchesa di San Ginesio, era anche pronto ad intenerirsi per tutte le

bellezze titolate di Torino, dell'Italia e del mondo. Benedetta

gioventù, quando ci si mette!

Ferrero, Candioli e gli altri amici del caffè dell'Aquila, che lo

avevano abbandonato in quel suo bisogno, come seppero che n'era uscito

ad onor suo, e buscandosi anche la nomèa di ammazzasette, ebbero a

mordersi le dita dalla rabbia. Già, egli aveva tolto il saluto al

Ferrero e agli altri minori della brigata. Quanto al Candioli, il

signorino non si salvò per altro dal corruccio del nostro eroe,

fuorchè per la sua corona di conte. Ma il saluto era così pieno di

alterezza, ci si vedeva tanto la degnazione, che il figlio di Sua

Eccellenza non ebbe certamente a tenersene.

Si capisce che l'Ariberti, volendo star sulla sua, si era anche

ritirato dal giornale _La Dora._ E questo, a conti fatti, non sarebbe

stato un gran male; che anzi! Ma il peggio si fu che il giovinotto,

per romperla col passato, si allontanò anche dall'università, non

andandoci che a lunghi intervalli e di mala voglia, quando gli

bisognava la firma dei professori sul certificato scolastico. Ma da

altra parte, non si può mica d'un tratto cantare e portar la croce, o

sorbire nel medesimo tempo e soffiare. Se il novizio dei cavalieri di

Malta faceva di notte giorno, era pur naturale che facesse di giorno

notte.

Tra i nuovi amici che quella sua impresa guerresca gli aveva

procacciati, gli andava maggiormente a' versi Luciano Valerga. Le

teoriche strambe, i paradossi sgangherati di quel letterato _in

partibus_, lo seducevano per modo, che gli sembrava di non avere

inteso mai nulla, fino a quel giorno, nelle ragioni dell'arte. Poveri

classici come apparivano piccini davanti alla critica trascendentale

dell'amico Valerga! Come li sfatava, quel giudice inesorabile,

mostrando la loro povertà di sostanza sotto a quella insaldata

ricchezza di forma! Schiavi della parola, pedissequi della frase, quei

disgraziati non avevano capito mai, nè saputo rendere nei loro

scritti, la voce profonda delle cose. La lettera aveva ucciso lo

spirito. _Litera necat,_ soggiungeva con molta compiacenza il Valerga.

Bisognava rifarsi da capo, dimenticare tutto ciò che era stato fatto,

e lì, senza preoccupazioni di scuola, mettersi a faccia a faccia colla

natura immortale. E copiare? No, che Iddio ce ne scampi; guardare,

scaldarsi, e vedere che cosa fosse per nascere. La vera poesia, la

vera arte, era là, in quel contatto immediato, senza apparecchi, senza

precauzioni, tutta roba che il critico trascendentale battezzava con

certi nomi, infamava con certe similitudini, da farne arrossire,

nonchè l'Ariberti, un maresciallo dei reali carabinieri.

E a faccia a faccia colla natura immortale ci si provò a stare anche

lui; l'Ariberti, s'intende. A dimenticare ciò che era stato fatto

prima, non durò poi una gran fatica, perchè alla sua età non c'era

pericolo che si fosse troppo guastato cogli esemplari. E il frutto di

quella sua convivenza colla natura fu una tragedia romantica, molto

romantica, cioè a dire piena zeppa di tutte le stravaganze, seminata

di tutti i lustrini, aggravata di tutto il princisbecco che per lui si

poteva; miscuglio indigesto di prosa pedestre e di scappate

pindariche, senza la verità dei caratteri, il sentimento profondo

della natura sullodata e quegli accenni di classicismo nostrano

(sicuro, di classicismo nostrano) che contraddistinguono i capolavori

forastieri e ne fanno condonare eziandio le stranezze.

La tragedia non era punto rappresentabile. Ci entravano quarantacinque

interlocutori, tra i quali otto o dieci personaggi fantastici.--Bisogna

stamparla,--disse Valerga,--affermare la scuola. Si poteva non farla,

contentarsi d'immaginarla e di contemplarla nella propria mente,

l'unico teatro in cui non ci siano spettatori viziati da un cattivo

sistema, o ròsi dal canchero dell'invidia; ma adesso che è scritta,

bisogna metterla fuori, gettarla come una palla rovente nel campo

nemico. Non c'è tutto fior di farina; qua e là si vedono traccie del

cattivo gusto. Già, non si è vissuto impunemente nella terra di Moab.

Ma il sistema è buono; bisogna stampare.--

Ora, i consiglieri si trovano ad ogni uscio; gli editori no. E tra

questi generosi aiutatori dell'ingegno nascente, non ce n'era uno in

tutta Torino, uno solo, che vedesse la necessità di «affermare la

scuola» a sue spese. Era un bel lavoro, non ci cascava dubbio, anzi un

lavoro sublime. Ma l'autore poggiava troppo alto, e il pubblico era

orbo. A questo pubblico bisbetico bisognava entrargli nelle grazie con

opere più modeste. Cinque o sei novellucce, otto o dieci madrigali,

una dozzina di epigrammi, tanto da mettere insieme un almanacco,

perchè no? Si era ancora in aprile; ma per l'appunto avanzava il tempo

da scrivere e dare alle stampe, per uscir fuori in settembre.

Lo spediente tornava ostico al giovine poeta, che si sentiva bollir

dentro a rinfusa Shakespeare, Byron, Schiller, Göthe, e una dozzina di

profeti minori per giunta. Ma l'editore, che pizzicava di letterato,

fu pronto a ribattergli che l'almanacco per l'appunto era una forma di

pubblicazione non disprezzata dai grandi. Gli stessi Göthe e Schiller

non avevano fatto insieme un _Almanacco delle Muse_ e mandato i loro

versi immortali sotto la coperta dei dodici mesi dell'anno?

Ariberti fu scosso dalla efficacia dell'argomento. Per altro, innanzi

di appigliarsi ad un partito, volle sentire il savio parere di Filippo

Bertone. Filippo era un amico vecchio, che egli trascurava da un

pezzo; ma, in una occasione come quella, non ci era che lui per dargli

un consiglio. Aveva buon gusto; era sincero; se la tragedia piaceva a

lui, doveva esser buona; e allora..... Ariberti veramente non sapeva

che cosa avrebbe fatto allora: ma intanto, il giudizio di Filippo

Bertone gli pareva più necessario che mai.

Egli adunque si avvio difilato a trovarlo in quella cameretta di via

Santa Teresa, che al Bertone piaceva poco sul principio, ma a cui si

era in breve cosiffattamente avvezzato, da non far più il menomo conto

delle profferte della sua antica padrona di casa. Ariberti si

aspettava lo squallore della prima volta che era stato lassù, ma

s'ingannava a partito. La camera, strettina sempre (a farla più larga

non sarebbe riuscito nemmanco il dio degli architetti), si vedeva

arredata con una certa grazia, e quasi quasi con un'ombra di lusso. I

mobili erano sempre quelli, ma lustrati con diligenza e rimessi a

nuovo. La carta felpata che tappezzava le pareti, il copertoio del

letto, operato dello stesso disegno e dello stesso colore della carta,

una stoia d'erba sala intessuta a meandri sul pavimento, una stufina

di terra cotta in un angolo, una gloriosa famiglia d'erbe in certi

vasi verniciati sul davanzale, conferivano a quel nido di pàssero

solitario un aspetto signorile, che non aveva nemmeno la camera

dell'Ariberti, con tutto che fosse in piazza Vittorio Emanuele, al

secondo piano, con un'ariona da salotto coi rispettivi seggioloni,

cassettoni, fiestroni, padiglioni e coltroni di damasco.

Anche Filippo non pareva più quello d'una volta; era anzi mutato,

trasfigurato in tal guisa, che il vecchio maniscalco di Mondovì, se

quel giovinetto gli fosse capitato lì per lì davanti agli occhi, non

avrebbe a tutta prima riconosciuto suo figlio, e riconosciutolo,

avrebbe pianto dalla contentezza, parendogli d'essere diventato di

punto in bianco il genitore d'un principe. Filippo Bertone era vestito

con molta semplicità, ma altresì con molta lindura. Il suo

abbigliamento, tutto d'un colore, e d'un colore severo, mostrava il

taglio della stagione, senza dare nell'esagerato della moda. La

camicia, mezzo nascosta dalle pieghe d'un'ampia cravatta nera,

lasciava vedere i solini al collo, e i polsini alle mani. I capegli

nerissimi, tagliati cristianamente e ravviati con garbo, facevano

risaltare la purezza dei lineamenti e la soavità dello sguardo.

Appariva insomma un bel giovane, pallido sempre nel viso e non molto

in carne, ma appunto per ciò di più gradevole aspetto. La bellezza

moderna, che è tutta espressione, non tiene per indispensabili le

guance pienotte e gli accesi colori di un temperamento sanguigno.

Ariberti rimase attonito un pezzo a guardare quella metamorfosi, e

durò fatica a mettere insieme cinque o sei frasi per rispondere alle

amichevoli accoglienze del suo vecchio compagno. Sopra ogni cosa gli

aveva fatto senso di non vedere indosso a Filippo quel famoso giubbone

color di tabacco, che da due anni, se non più, era avvezzo a

considerare come una parte integrale di lui.

Volgendo gli occhi intorno, lo vide finalmente, quel prezioso cimelio

degli antichissimi tempi. Era appiccato ad una gruccia contro la

parete, ma più in apparenza di sacra reliquia, che non d'arnese in

attività di servizio. Infatti, ad una gruccia vicina era appeso un

pastrano, la cui bella forma e la lucentezza del panno facevano un

vivo contrasto coll'aria tapina di quello spelacchiato e stinto

testimonio della passata miseria.

Donde quel cambiamento improvviso? Il suo amico Filippo aveva egli

vinto per avventura una quaderna ai lotto? Ma perchè la cosa fosse

andata a quel modo, sarebbe stato mestieri che Filippo avesse giocato;

e la supposizione, per dirla col frasario dei filosofi, non faceva che

allontanare la difficoltà. Infatti, o donde avrebbe Filippo cavati i

danari della giocata, egli che campava con uno stecco unto trecento

sessantacinque giorni all'anno, e trecento sessantasei quando l'anno

era bisestile?

Non sapendo come rigirarla, Ariberto chiese all'amico se era sempre

alla _Dora_ per correggere le bozze di stampa.

--C'ero fino a otto giorni fa,--rispose Filippo,--ma devo essermi

guadagnato l'antipatia di qualcheduno perchè hanno soppresso

l'ufficio.

--Diamine!--esclamò Ariberto.---Mi fa specie del conte Candioli, a cui

facevi servizio quel poco.

--Caro mio, le son cose di tutti i giorni. Del resto, siamo giusti; il

conte Candioli non aveva quel gran bisogno di me, che tu dici.

L'ortografia non è mai stata il suo forte; ma in tutto l'altro non

c'era male, ed io non ci avevo alcun merito.--

Bertone parlava così, da quel giovine discreto ch'egli era; ma noi

sappiamo già come stavano le cose tra lui e il Candioli. Il quale,

dopo tutto, o aveva trovato un altro aiuto, o ci aveva ragioni così

forti da doversene passare, perchè era proprio lui che aveva fatto

licenziare il Bertone dal suo modestissimo ufficio.

Ammirati i fiori sul davanzale, con manifesto rincrescimento del loro

proprietario, che vedeva mal volentieri il suo amico accostarsi alla

finestra, Ariberto venne alla scopo della sua visita. Filippo,

veramente, avrebbe preferito di studiare anatomia, e mettere in carta

le sue lezioni di quel giorno; ma come cavarcela onestamente da un

amico che viene a posta da noi per leggerci una tragedia e domandarci

il nostro riverito parere? Questo supplizio non è egli forse, e in

prima riga, tra gli obblighi della vera amicizia? Filippo adunque si

acconciò serenamente al suo fato, e senza muovere un lagno, senza

aprire la fauci ad uno sbadiglio, stette due ore e mezzo all'eculeo.

--Ariberto,--gli disse gravemente, poi che questi fu all'ultima pagina

del suo scartafaccio,--vuoi che ti dica il mio sentimento, da uomo

ignorante, ma proprio come sta, e senza rigiri?

--Appunto per questo son venuto da te.

--Eccolo dunque; ci sono delle scene che mi piacciono; pensieri

nobilissimi, e taluni anche nuovi; passi lirici stupendi. Ma non mi

finisce la scuola, che ti conduce all'esagerato ed al falso. Dove sei

tu, proprio tu, colla tua limpida vena e col tuo ardore giovanile, va

bene; dov'è la scuola, colle sue ampolle, coi suoi ghirigori, colle

sue nebbie, va male. Scusa, sai; ma tu mi domandi schiettezza, ed io

ti servo a misura di carbone. Alle corte, se vuoi stampare, fàllo, ma

per frammenti; e siano quelli soltanto dove sei tu, proprio tu, e dove

non appare lo stento della imitazione forastiera. Ogni paese ha

l'indole sua, che si manifesta in tutte le forme del suo pensiero,

come in tutte le sue costumanze. La nostra ci è derivata dal nostro

cielo, dal nostro sole, dall'aspetto della nostra natura; essa è tutta

serenità, purezza di contorni, armonia di colori.

--Saggio di geografia letteraria!--notò Ariberti, sorridendo a fior di

labbra.--Già voi altri materialisti della scienza...

--Indaghiamo i fenomeni, senza pretendere di assoggettarli ai capricci

della nostra mente. Che farci, se la natura ha stabilite le differenze

ella stessa? Siamo pure cosmopoliti nel desiderio di coglierla sul

fatto e di esprimerla con verità; ma facciamo di esser noi in tutto il

resto, nient'altro che noi. E tu, fa a modo mio, Ariberto; stampa i

frammenti.--

Il povero poeta si trovava, come suol dirsi, tra l'incudine e il

martello. Valerga perdonava a certe scappate liriche in grazia della

scuola; Bertone condannava la scuola senza remissione.

Per altro, Filippo dava il consiglio più praticabile. La tragedia non

trovava un cane che la volesse; i frammenti potevano sgattaiolare più

facilmente nel campo della pubblicità.

Anche Valerga, chiesto del suo parere intorno alla stampa dei

frammenti (il poeta si era astenuto dal dirgli donde venisse il

consiglio), trovò alla perfine che così poteva andare.

--I frammenti invoglieranno dell'opera;--diss'egli a mo' di

conclusione.

Ma c'era un altro guaio. I frammenti d'una tragedia in un almanacco!

Non era possibile; e quand'anche lo fosse stato non avrebbe fatto

buona figura, Ariberti si persuase facilmente di doverli stampare in

un volumetto a sue spese, aggiungendoci i versi pubblicati a mano a

mano sul giornale _La Dora._ Tanto, egli era in cammino, e un foglio

più, un foglio meno, non avrebbe mutato gran cosa nelle sue

condizioni.

È ben vero che a questi patti il signorino poteva stampare la sua

tragedia da capo a fondo; ma qui bisogna notare che le critiche

dell'amico Bertone gli avevano messa una spina nel cuore. Se Filippo

avesse ragione!--diss'egli tra sè.--Stampiamo per ora i frammenti.--

Pubblicò dunque il volume con uno dei titoli consueti; _Frondi sparse,

Le prime foglie, Canti dell'alba, Fiori primaverili,_ ecc., ecc. Aveva

fatto il suo contratto con un tipografo, proponendosi di pagare la

stampa un mese dopo la pubblicazione, tanto per aver modo di saldare

il suo debito col frutto della vendita. Ma potevano dar frutto quelle

foglie? A buon conto, il tipografo, che aveva fiutato il ragazzo e che

non era un'arpia, rimandò nel contratto la scadenza a tre mesi.

Il povero autorello si riprometteva un gran chiasso su pei giornali e

una vendita miracolosa. Aveva mandato una copia del suo volume a tutti

i diarii della città, e da quel giorno si diede a leggere tutti, parte

comprandoli, parte cercandoli nei caffè, per vedere quel che avrebbero

detto di lui. Vana speranza! non uno si degnò di annunziare alle genti

l'apparizione del nuovo astro sul meridiano del Parnaso. M'inganno,

una ci fu, un giornaletto teatrale, che gli scodellò alla lesta cinque

o sei cucchiaiate di broda laudatoria, le quali fecero battere il suo

cuore di gioia inaudita e passare misericordioso il suo spirito su

cinque o sei spropositi da cavallo. Ma ohimè, era quella la gloria

aspettata?

Quanto ai colleghi del giornale _La Dora_, zitti e buci che non parea

il fatto loro. Ma qui bisogna dir tutto; Ariberto da principio non

aveva mandato loro il volume. Si era pentito, ma tardi; il male era

fatto. Intanto, ogni due giorni regolarmente andava a pigliar lingua

dai signori librai, che gli davano regolarmente le più sconsolanti

notizie.

S'intende che dei cavalieri di Malta nessuno aveva dovuto comprare le

_Frondi sparse_. Il cavaliere novizio se l'avrebbe avuto a male;

intanto, si era affrettato a regalar volumi a destra ed a sinistra,

colla loro brava dedica sulla guardia. Ad onore di quei provetti

schermitori, bisogna anche dire che nessuno tra loro avrebbe comprato

per due lire l'obbligo di lodare il libro; tanto più che, per lodarlo,

non c'era mestieri di leggerlo.

--Orbene, come si vende?--gli chiese un giorno Valerga.

--Sono passato ancora stamane da Maggi;--rispose Ariberto.--Egli non

ne ha spacciato che quattro copie a tutt'oggi. Comincio a compiangere

quei quattro infelici compratori;--soggiunse con accento d'amarezza il

poeta;--certo essi scontano qualche grave peccato.

--No;--disse Valerga;--il numero loro è di buon augurio. Sono i

quattro evangelisti della nuova fede. E che cosa ne pensa il libraio?

--Che per dare esito al libro è necessario far cantare i giornali.

--E non hai mandato una copia a tutte queste cicale?

--Se l'ho fatto! Ma pare che non avessero voglia di cantare.

--Capisco, capisco; a questi signori bisogna mandare il libro e

l'articolo fatto. Allora, salvo il caso d'una ruggine coll'autore,

dànno in composizione; e i più cortesi ci fanno due righe di cappello,

o di coda.

--Così mi ha detto anche il libraio, che è un uomo cortese e dimostra

di prender parte nel mio guaio.

--Ti farei un articolo io;--disse Luciano, dopo aver pensato un

tratto;--ma a qual pro? Col mio modo di vedere in materia d'arte, ti

farei più male che bene. Del resto, consolati; Omero diventò famoso

nel mondo senza le trombe dei giornalisti.--.

La cosa era innegabile, ma non poteva consolar molto il nostro eroe,

che in tutta questa faccenda ci guadagnò d'aver fatto un debito di

quattrocento lire, o giù di lì, per la stampa del suo malaugurato

volume. È da notarsi, per altro, che egli ricevette in quel torno una

lettera del giornalista teatrale, che domandava a lui «poeta

inarrivabile, speranza del Parnaso italiano» quattro versi, anche

brevi, da stamparsi sotto il ritratto d'una ballerina, alla quale

egli, il buon frate brodaio della gloria, doveva fare l'omaggio d'uso,

in occasione della sua serata al Regio.

Il povero Ariberti era cosiffattamente avvilito, che dettò i versi

«anche brevi» come gli venivano chiesti. E dopo la cortesia dei versi,

venne un'altra domanda del giornalista, che lo pregava di dargli una

mano alla sua _Euterpe Taurina,_ offrendogli un magro compenso, come

portavano le poco floride condizioni del giornale, intermittente più

della febbre e costretto a regger l'anima coi denti nei mesi caldi,

quando i teatri erano chiusi e i suoi sporadici abbonati in viaggio.

Questi erano gli obblighi suoi: mettere in prosa robusta, condita di

superlativi senza risparmio, le lavature di ceci d'un protettore mal

pratico; tessere, su quattro note d'un procolo, una biografia coi

fiocchi, battendo molto sulla grazia, sulla bellezza e sugli studi

indefessi dell'alunna di Tersicore, o del prediletto di Euterpe, e

parlando sopratutto del fanatismo destato nei concerti di Boston, o al

gran teatro di Tiflis; poi tradurre da certi ritagli di giornali

forestieri, ma solo quel tanto che risguardava i trionfi

dell'abbonato, e aggiustandovi un cappello, possibilmente il più fuori

d'equilibrio; e finalmente, allungare alla misura convenevole,

rimpinzare di frasi, lardellare d'aggettivi, il racconto d'una serata

teatrale. E qui i giudizi d'arte dovevano esser brevissimi (perchè

tanto agli artisti non importavano un frullo), salvo il caso di

un'opera nuova, col maestro presente, per notare chi meglio ne avesse

indovinati i concetti, e gl'inchini e le strette di mano

dell'_evocato_ agli inarrivabili interpreti della sua musica stupenda.

L'essenziale era di noverar le chiamate agli onori del proscenio, in

fine, e le interruzioni entusiastiche nel corso d'ogni atto; i _bene_,

i _bis_, gli applausi fragorosi, gli astucci regalati dal solito

«ammiratore del vero merito», i ritratti, i sonetti, e all'occorrenza

anche il volo dei piccioni. E tutto ciò non dimenticando il baritono,

che secondava egregiamente, la comprimaria che concorreva al buon

esito, e il tenore (un cane, a dir poco) che si manteneva sempre

all'altezza.... del prezzo di abbonamento al giornale.

Povero autore delle _Frondi sparse,_ che tempo era il suo! Ma in fin

dei conti, quel giornalista era stato l'unico che gli avesse dato una

parola cortese; era stato l'unico che avesse fede ne' suoi versi.

Il ritratto della ballerina, quando fu portato in giro pei palchetti e

per le sedie chiuse del teatro, fece dire agli Aristarchi da dozzina

che i versi non erano dei soliti, e che il pensiero era nuovo

abbastanza. Magro conforto al poeta! Ma quel ritratto era andato in

mano alla marchesa di San Ginesio; gli occhi di Giunone si erano

posati sui versi del suo negletto amatore.

E il suo libro? Era andato il suo libro nelle mani di lei? Per

saperlo, il nostro Ariberti avrebbe dato non so che, perfino un occhio

del capo, se non gli fosse stato necessario a fare il paio, per vedere

quella bella sdegnosa. In cambio di perdere un occhio, pensò di

lasciarci un tantino della sua dignità; fece la corte al Candioli.

Attillato com'era e cinto ancora da quell'aureola di gloria pel suo

duello fortunato, Ariberti poteva fidarsi di tornare accetto al

contino in un colloquio di pochi minuti. Combinatolo proprio in buon

punto alla fine del ballo, gli si accostò con quel garbo che seppe

maggiore, per fargli certe scuse, a cui mezz'ora prima non pensava nè

punto nè poco.

--Signor conte, ho un debito con Lei....

--_Avec moi, mon cher? Comment donc?_

--Sì, davvero. Ella è tanto cortese da non ricordarsene; ma io ce l'ho

questo debito. Ho stampato un volumetto di cose mie, e ancora non glie

l'ho fatto avere. Che vuole? Quel benedetto editore non mi ha mandato

le mie copie che ieri....

--_Ah oui;_--disse Candioli, non lasciandogli finire la sua

bugiuzza;--un libro di versi! Ne ho sentito parlare nell'ufficio della

_Dora,_ dove non capisco come non vi siate lasciato più vedere, _mon

beau ténébreux_.

--Che dirle, signor conte?... Occupatissimo sempre.

--Sì, sì, la notte _en bombance_ e il giorno in sala di armi.

_Sommes-nous bien renseigné?_ Ma fate bene, _parbleu,_ fate bene. _Il

faut savoir à l'occasion se tirer d'une affaire à son avantage._ Anzi,

sentite, Ariberti; quando sarete della nostra forza, faremo volentieri

due colpi con voi.

--Grazie;--rispose Ariberti inchinandosi e lasciando correre quella

vanagloriosa uscita del contino Candioli, la cui scherma si

restringeva alle lezioni prese in collegio con una sciabola di

legno;--questa promessa sua mi farà raddoppiare di buona volontà

nell'esercizio delle armi. Domani, se permette, le manderò il mio

povero libricciolo. Posso sperare che lo leggerà e lo farà leggere

alle sue alte conoscenze? Il patrocinio d'un buongustaio e d'un

gentiluomo come Lei, mi è più che mai necessario.--

Il nostro poeta snocciolò la sua perorazione tutto d'un fiato, per

timore che quell'inciso «farà leggere» non gli restasse in gola dalla

vergogna.

--Capisco, capisco;--replicò sorridendo il contino;--Dovrei anche

farlo leggere a Giunone. _Ne rougissez pas, que diable! Entre amis, la

chose est faisable._ Ma adesso, caro mio, _vous avez des intelligences

dans la place,_ e il conte Candioli non vi è più necessario.

--Che cosa dice?--domandò l'Ariberti confuso senza badar nemmeno a

schermirsi, come avrebbe voluto in principio, da quella entrata sotto

misura del conte.

--Dico, mio caro, che adesso ci avete un amico più vecchio per

rendervi servizio, un amico che ha le sue _coudées franches_ presso la

vostra Giunone mentre io non sono che un visitatore dei giorni di

ricevimento.--

Quelle parole furono tante stoccate per l'Ariberti che diventò bianco

nel viso come un panno lavato.

--Quale amico?--diss'eglì.

--Che? non lo sapevate? _Dans ce cas, je suis désolé d'en avoir trop

dit_....

--No, no, parli pure, mi dica tutto liberamente. Già,

senta,--soggiunse l'Ariberti, sforzandosi di sorridere,--io non sono

così innamorato della.... signora, da ingelosirmi di chi pratica in

casa sua. Ne avrei forse il diritto, io che la conosco a mala pena di

veduta? No, no, Ella s'inganna a credere che io.... Ma infine...

--È sempre bene saper tutto; non è così?

--Certo, è sempre bene. Semplice curiosità, signor conte! Sentiamo

dunque; chi è questo amico.... questo fortunato mortale....

--_Là, là, du calme, mon bon!_--disse il contino, che aveva condotto

l'Ariberti dove voleva.--Mi promettete di non farmi autore di questa

confidenza? di non mettere fuori il mio nome?

--Lo prometto.

--_Foi de gentilhomme?_

--Sul mio onore.

--_Eh bien,_--ripigliò il Candidi, mettendo amichevolmente il

suo braccio sotto quello di Ariberti, e traendo l'amico in

disparte,--_nous allons satisfaire votre curiosité_. Sappiate che in

tutto questo non c'è nulla da temere. _La marquise a des principes;_ e

poi, ve l'ho detto altre volte, _elle est froide comme un beau marbre.

Seulement,_ il vostro amico Bertone...

--Ah! Bertone!--esclamò il giovine, dando un sobbalzo e strabuzzando

gli occhi dallo stupore.--Come c'entra costui?

--Ecco, pigliate fuoco. _Vraiment, je suis désolé_....

--Signor conte,--interruppe l'Ariberti con piglio solenne,--Ella ha la

mia parola d'onore, ed io non seno un bambino. La cosa mi è parsa

strana, ecco tutto. Ma come mai Bertone, il mio amico Filippo Bertone,

ha potuto avvicinare la marchesa?

--_Voilà ce que je me suis demandé, aussi bien que vous_... Con quella

_redingote,_ poi!

--Oh per questa, non dubiti, l'ha smessa;--si affrettò a dirgli

l'Ariberti sbuffando.

--_Je sais, je sais; il y déja loin de là._ Ma il vostro amico non ha

_renouvelé sa garde-robe qu'après._

--_Après_... che cosa?

--_Eh, mon Dieu, après la connaissance faite._ Egli ha ora le sue

_grandes et petites entrées_, nella sua qualità di maestro del

marchesino.

--Maestro? E di che?

--Non saprei; probabilmente di leggere e scrivere. Il ragazzo non ha

ancora sette anni.

--Strano!--borbottò l'Ariberti.--E Filippo che non mi ha detto nulla,

l'ipocrita!

--_Mon cher, vous savez, on ne raconte pas ses bonnes fortunes,_ e

qui, se non si tratta _à la rigueur d'une bonne fortune,_ non era il

caso di salire sui tetti per dar la notizia alla gente.

--Ma come può essere andata? Forse nel modo più naturale;--disse

l'Ariberti, dimenticando che poc'anzi gli era parso strano.

--_Oh pour cela, rien de plus naturel,_ quando s'abita a quattro passi

discosto, con un cortile soltanto per mezzo.

--Come? Il palazzo san Ginesio è in via...

--Santa Teresa, sicuro; e non lo sapevate?

--Ah!--gridò il nostro innamorato, senza rispondere alla domanda del

suo biondo Mefistofele.

--Capisco ora perchè il signorino....

--Perchè... andate innanzi.

--Nulla, nulla, è un'idea che mi passa pel capo. Signor conte, la

ringrazio.

--Ve ne andate? Spero bene che non mi farete una _incartade._

--Le ho dato la mia parola; che cosa debbo dirle di più?

--_J'y compte donc. Au revoir!_ E badate, aspetto il vostro volume.

_Il ne sera jamais dit que j'aurai dû acheter le livre d'un ami tel

que vous._

Ariberti gli rispose con un cenno del capo, con un sorriso

sforzato e fuggì.

--_Enfin!_--disse il contino tra sè, disponendosi a fare una

visita alla baronessa Vergnani, _taille de guêpe et pied

d'Andalouse._--Faccia un po' quel che vuole; io me ne lavo le

mani. Ah ah! la marchesa mi fa l'adirata mi sta rigida e fredda

come una divinità sul piedestallo... E intanto quello straccione

di filosofo da dozzina, _qui n'est pas même des nôtres_... Basta,

ora hanno a vedersela tra loro, _messieurs les manants._ In

verità, non m'aspettavo già più che quello sciocco d'Ariberti mi

cascasse sotto la mano. Oggi ho avuto fortuna cogli uomini. _Avec

les femmes, ma foi, nous verrons tout-à l'heure._--

E ravviati leggermente con tre dita i capegli e data una scrollatina

all'abito nero, come per levarne le grinze, il figlio di Sua

Eccellenza se ne andò verso il corridoio dei palchi di prima fila, per

consolarsi presso la _taille de guêpe_ dei superbi dispregi di madonna

Giunone. La quale, per uno di quegli arcani psicologici che hanno

fatto chiamare l'uomo un animale imitatore, era parsa bella e

desiderabile al contino Candioli, dopo che l'avevano trovata bella e

desiderabile gli altri. Ed Ariberti, dal canto suo, non si era

innamorato per una ragione altrettanto frivola? Nel suo struggimento,

più assai di testa che di cuore, non c'entrava egli per due terzi di

vanità? Avrebbe egli dato nei gerundi a quel modo, se la marchesa di

San Ginesio, scambio di una gran dama, fosse stata, con tutte le sue

bellezze, una buona pacchierona di bottegaia, o d'ostessa?

Eppure, notate, per quel riscaldamento di testa non vedeva più lume.

Date due o tre giravolte nell'atrio, era tornato al suo posto in

teatro, come per sincerarsi se la marchesa fosse ancora quella di

prima, o se gli occhi suoi l'avrebbero veduta tutt'altra, dopo le

rivelazioni del contino Candioli. Era là, nel suo palchetto,

tranquilla, impassibile, quella superba che non si degnava di

guardarlo, e che pure aveva abbassato gli occhi benevoli su di un

giubbone color di tabacco. Ma che gusti erano dunque i suoi? Candioli

avrebbe esclamato: _fi donc!_

Il nostro Ariberti stabiliva _a priori_ che una donna non può guardare

che un bell'abito, e innamorarsi che per la trafila del figurino delle

mode. Così la passione acceca! Se fosse stato un pezzente, avrebbe

pensato tutto l'opposto, e stabilito che una donna a modo non dovesse

guardare che i cenci.

--Eccola dunque là, col segreto de' suoi amori plebei, nascosta, sotto

quella maschera di aristocratica noncuranza! Ed ecco là, accanto a

lei, quell'uomo felice per legittimità di possesso, che non sa nulla

di nulla e se la ride, scioccamente fiducioso, dei vani armeggiamenti

di tanti vagheggini miei pari! Donne! Donne!--

Fo grazia al lettore degli «eterni Dei» e di tutto quell'altro che

dovrebbe far seguito. Il monologo, del resto, è vecchio come i primi

venti anni del primo innamorato che abbia esercitato la pazienza degli

echi solitarii. Frughi ognuno nei suoi ricordi, e vedrà di averne

fatto, non uno, ma parecchi e non solamente a vent'anni.

Mal potendo dissimulare la sua stizza, Ariberti uscì da teatro

mezz'ora prima che finisse lo spettacolo, non badando al bisbiglio che

suscitava la sua rumorosa partenza dal bel mezzo delle sedie chiuse,

tra tutti quegli spettatori, a cui egli turbava insieme la visuale del

palcoscenico e l'udita. E indovinate mo' dove andasse a far capo?

Nella via di Santa Teresa, ad asolare davanti al palazzo San Ginesio,

di cui le parole del maligno contino gli avevano indicata la

situazione. Sicuro; egli non aveva mai pedinata la carrozza della

marchesa, e costei abitava per l'appunto laggiù, a pochi passi

discosto da Filippo Bertone. Dall'abbaino dell'amico aveva veduto la

finestra della dama e il cuore non gli aveva detto nulla! E

quell'ipocrita, nemmeno! Addosso all'ipocrita! Infatti, che cosa

significava quel davanzale ornato di fiori fin dai primi giorni della

sua dimora lassù? Mirava ad attirare gli sguardi della signora, il

furfante. E poi, quell'essersi rimpannucciato d'improvviso! Era

perfino diventato bello. Lui, Filippo Bertone! C'era da crepar dalla

rabbia. Ed egli frattanto a perdersi in mille zacchere, colla

Giumella, coi cavalieri di Malta, coi libri, colle tragedie, colla

gloria. Imbecille! E giungeva tardi, per conseguenza; perdeva il

vantaggio di essersi fatto innanzi pel primo; quel destro mariuolo,

che non pareva lui, gli aveva vogato sul remo.

Il filo delle irose considerazioni gli fu poco stante interrotto

dall'arrivo di una carrozza, che si fermò davanti al palazzo dei San

Ginesio, per svoltare incontanente sotto l'androne. La signora tornava

da teatro, e Ariberti nel passare davanti al portone, potè vederla

ancora col piede sullo smontatoio.

--A quest'ora,--pensò egli con amarezza,--l'ipocrita è già in

sentinella al suo finestrino. Chi sa? Forse tra pochi minuti, dal suo

spogliatoio, madonna darà un'occhiata furtiva su in alto, a quel buco

illuminato e adorno di piante rampichine, come una capannuccia di

Natale.--

Ariberti se ne andò dalla via di Santa Teresa dicendo il paternostro

della bertuccia. E quella notte, nell'osteria del Mago, prese una

sbornia solenne, per affogare, da quell'eroe di Byron che si teneva di

essere, la sua rabbia nel vino. Senonchè, tra un bicchiere e l'altro,

aveva bisbigliato al Priore, con cui era entrato in molta

dimestichezza dopo la faccenda del duello:

--Forse domani avrò bisogno di te.--

Che tiro mancino meditava l'Ariberti in quell'ora? Egli stesso non ne

aveva un concetto ben chiaro. Metteva le mani innanzi, come per

impegnarsi a fare qualcosa. Del resto, la notte (e per notte intendeva

le poche ore mattutine destinate al sonno) avrebbe portato consiglio.

Così avvenne diffatti. Andato a letto assai tardi, e colla mente in

iscompiglio, si alzò per tempo, con una pensata da gran diplomatico, e

azzimatosi con molta cura e provato lungamente un sorriso allo

specchio, si recò dal Bertone, prima che questi uscisse per andare

all'Università.

--Amico,--gli disse, adoperando quel tal sorriso, che gli uscì per

altro un pochino stentato,--sono venuto a chiederti un servizio.

--Dimmi; son cosa tua;--gli rispose candidamente Filippo.

--Ecco gua; ti chiedo la tua camera.--

Bertone lo guardò trasognato.

--Sì,--proseguì l'Ariberti,--non posso più rimanere nel mio

quartierino in piazza Vittorio, e ti domando il tuo bugigattolo, come

lo chiami. A te certo non importerà.

--Ma, scusami;--ripigliò Filippo Bertone, che ancora non sapeva

capacitarsi perchè l'Ariberti gli facesse quella uscita bizzarra;--e

dove vuoi che vada io?

--Eh, per esempio, in via degli Argentieri, nel tuo alloggio dell'anno

scorso. La signora Paolina ci ha quella tua stamberga libera; l'ho

ancora veduta ieri l'altro e mi ha pregato anzi di parlartene.--

Filippo rimase un tratto sovra pensiero, guardando ora la stuoia del

pavimento, ora il suo amico Ariberti.

--E non potresti andarci tu, in via degli Argentieri? chiese egli

--poscia all'amico.

--Non posso;--rispose l'Ariberti, rannuvolandosi; ci ho le mie buone

ragioni per non andare a star là.

--Perdonami, sai;--replicò allora Filippo, che incominciava a

sospettare qualcosa;--ma io ci ho le mie per rimaner dove sono.

--Credo d'indovinarle.

--Bella forza! Qui ci sto bene, oramai; ci ho fatto l'uso; ho speso

qualche scudo per mettermi in sesto, e capirai...

--Sì, ho capito che non vuoi cedermi il tuo osservatorio.--

Per quella volta non c'era più dubbio; Ariberti voleva toccarlo nel

vivo.

--Che cosa intendi di dire?--esclamò Filippo, arrossendo.

--Che tu l'ami; non è egli vero?

--E chi di grazia? io non riesco a capirti.

--Non mi fare il nuovo; la marchesa di San...

--Ti prego;--interruppe Filippo, fortemente turbato;--non far giudizi

temerari, e sopratutto lascia in pace le signore.

--Ah sì, non la compromettiamo;--notò sarcasticamente l'Ariberti;--fra

tutte le maschere dell'ipocrisia c'è anche la discretezza.

--Basta!--gridò Filippo, che già non vedeva più lume.--O dove ti duole

stamane? Non è ipocrisia ricordarti che le donne vanno lasciate in

pace, segnatamente quando non le si conoscono. Non mi dir

altro!--proseguì Bertone, rimettendosi un tratto.--Ho inteso il tuo

pensiero, e mi contento di risponderti che sei in errore.

--Cedimi la tua camera, e lo crederò;--riprese l'Ariberti implacato.

--No;--disse Filippo;--tu vuoi da me un atto di debolezza, ed io non

sono disposto a commetterne.

--Bada; potresti pentirtene.--

Filippo Bertone si strinse nelle spalle e non rispose parola.

Ariberti se ne andò invelenito. Mezz'ora dopo, si metteva nelle mani

del Priore, e lo pregava di andare e sfidargli il rivale.

--Sì, sì, come vorrai;--disse Tristano;--ma lascia fare a me. Questa è

faccenda che bisogna trattare delicatamente. Andrò da solo a

parlargli, e te lo ridurrò mansueto come un agnello.--

Filippo Bertone si aspettava quella visita. E come ebbe udito dal

Priore, che egli, innanzi di presentarsi in veste da araldo, veniva a

guisa di amico, per ragionare alla libera, anzi col cuore in mano, gli

seppe grado dell'atto cortese e mostrò di volersi rimettere in lui.

--Ella intenderà,--gli aveva detto Tristano,--che qui si sta per fare

un pasticcio, e non già di quei di Strasburgo, ma che poi non potremmo

più accomodare, per quanta buona volontà ci mettessimo da ambe le

parti. Il suo amico Ariberti è fuor dei gangheri e non c'è verso di

fargli intender la ragione. Vediamo dunque di uscirne alla meglio e

senza pubblicità.

--Capisco;--rispose Filippo;--quantunque da un amico d'infanzia io non

dovessi aspettarmi una scartata simile, e senza un'ombra di ragione da

parte sua. Ma come vuole che noi l'accomodiamo, se egli domanda una

cosa ingiusta? Io, veda, non ho pratica di quistioni di onore e non so

se sosterrei bene o male uno scontro. Bisognerebbe vedere. Ma qui, per

intanto, le dirò schiettamente che, sfidato a duello da lui, e pel

motivo che Ella mi dice, non andrei sul terreno. Egli dovrebbe

tirarmici pei capegli, e con un altro pretesto. Ariberti è innamorato;

e lo sia. Quanto a me, non involgerò mai nello scandalo, che egli

vorrebbe, una famiglia rispettabile che mi ha accolto come maestro ad

un suo fanciullo, per intercessione di un degno professore che mi vuol

bene. Signor Falzoni, io parlo ad un uomo più vecchio e assai più

sperimentato di me. Crede Lei che sia il caso di fare un duello, che

metterebbe in piazza una riputatissima dama, superiore di tanto alle

nostre bizze da scolaretti? Dovrei cavarmi d'impiccio dandogli la

camera; lo so. Ma anche quei signori di laggiù sanno che io abito

questa soffitta. Come potrei colorire lo sgombero? E noti, signor mio,

che se l'Ariberti corteggia la dama, può anche darsi che ella se ne

sia avveduta. Almeno, è da supporsi. In questo caso, di due l'una, o

passerò agli occhi di quella signora per un pusillanime, o per un

amico troppo compiacente. E nell'un caso e nell'altro, le apparirò

consapevole di un segreto che la riguarda, e senza giovare a lui, ne

avrò il danno e le beffe.--

Il ragionamento correva a filo di logica, e Tristano in cuor suo

dovette convenirne. Tristano, da quel vecchio diavolo ch'egli era,

intese benissimo anche un'altra cosa; intese che si trattava di

persone ragguardevoli e potenti, che non c'era guadagno a toccarle, e

che male sarebbe potuto incoglierne a lui, se avesse mai secondato

l'Ariberti in quella picca e fatto nascere un guaio.

--È vero, ciò che Ella dice;--rispose adunque il Priore, offrendo a

Filippo un'uscita onorevole:--e quando Ella mi assicura che non

corteggia la signora... che non ha pensato mai a vogare sul remo

dell'amico...

--Lasciamo stare l'amico, per carità!--interruppe Filippo, che aveva

il cuor gonfio d'amarezza.--Ariberti non è amico mio, se ha potuto

sospettarmi prima, e meditar poi una sfida. Questo io posso assicurare

a Lei: che la signora in discorso è un angelo di bontà e che io non

ardirei mai di alzare gli sguardi, non che le speranze, fino alla mia

eccelsa benefattrice. Così infatti io debbo chiamarla; tale io debbo,

e non altrimenti vederla. Il caso mi aveva condotto ad abitare quassù;

i miei studi mi hanno posto in relazione col venerando uomo, che si è

fatto di buon grado il mio protettore. Sappia, signor Falzoni, che io

son debitore del mio umile uffizio di maestro presso il marchesino,

alla bontà del mio professore di clinica, che è in pari tempo il

medico e l'amico di quella famiglia. Questa è la pura storia, ed io

l'ho raccontata a Lei, a Lei solo...

--È detta al confessore, non dubiti;--rispose Tristano.--Io la stimo,

signor Bertone e non ho più altro da chiedere alla sua cortese

schiettezza. Dirò ad Ariberti che non può, non deve aver rancore con

Lei. Insomma,--conchiuse il Priore, scuotendo alteramente le

spalle,--si tratta di una ragazzata e la farò finita senza tanti

discorsi. Io frattanto sono lieto di queste sue spiegazioni, non

solamente perchè mi daranno più ansa ad usare della mia autorità su

lui, ma anche perchè mi hanno offerto occasione di conoscere un

giovine discreto ed onesto come Lei. Signor Filippo Bertone, la mia

amicizia; e se valgo in qualche cosa per Lei, mi spenda liberamente.--

Filippo Bertone restò confuso a tutte quelle gentilezze e non seppe

che dire. Però strinse con effusione la mano che gli sporgeva il

Priore, e, balbettando un complimento, lo accompagnò fino al

pianerottolo della sua piccionaia.

--Quando si dice la riputazione!--pensava egli, tornando alla pace

insidiata del suo modesto scrittoio.--Ecco un uomo che passa in tutta

Torino per un accattabrighe, un rodomonte, un uomo senza cuore; ed è

buono poi come il pane.--

Ben altra opinione aveva a farsene l'Ariberti, quando si sentì dire

dal suo araldo di guerra che non bisognava far nulla. Si provò a

sostenere il contrario, ma Tristano alzò le spalle e gli diede su per

giù del ragazzo. Volle star sulla sua, e rispose che avrebbe cercato

altri padrini; ma il Priore gli disse che si guardasse bene dal farlo,

perchè, all'ultimo degli ultimi, egli, Tristano, avrebbe fatto il

padrino a Filippo Bertone, e dato, non una, ma tre lezioni di

cavalleria, ed anco di gratitudine a chi dell'una cosa e dell'altra,

si mostrasse dimentico.

L'uomo era in tutta la pienezza della sua autorità, come il marito di

Sefora, prima di ascendere il Sinai, o, se vi piace di più, come il

vecchio della Montagna in mezzo ai suoi divoti seguaci. E Ariberti

cedette. Tristano gliene seppe grado, e tornò umano, trattabile come

prima. Ariberti in quella vece rimase grosso con lui, non già

all'apparenza, ma nel fatto. Lo si vedeva inoliato di fuori, ma dentro

ci aveva la ruggine. Per la prima volta, dopo tanta adorazione cieca,

il Priore dei cavalieri di Malta gli apparve un egoista di tre cotte,

un uomo leggiero, una carrucola, e tutto quel che peggio vorrete.

Ariberti era giovine, e in questo basso mondo aveva ancora a vederne

di tutti i colori, e a pentirsi più d'una volta de' suoi primi

giudizi. _Prima frons decipit,_ lo hanno detto gli antichi.

Lascio intanto argomentare ai lettori come gli cuocesse di quella

figuraccia; che tale gli pareva davvero, al cospetto di Filippo

«l'ipocrita» e della sua marchesana. _Primo primis_ si sbandeggiò dal

teatro, che era del resto agli sgoccioli, e si diede tutto, anima e

corpo alla vita scioperata. Amore e gloria lo disdegnavano; ed egli

mandava al diavolo la gloria e l'amore.

Rimaneva per altro il suo debito di figlio. Proprio in quel torno

capitò una lettera di sua madre. Quella santa donna gli scriveva,

piena di sgomento, e in tutta segretezza. Il signor Amedeo stava muto

come un pesce, ma dalla sua stessa taciturnità la moglie indovinava

che egli non avesse troppo buone informazioni del figlio; epperciò

nella sua lettera gli raccomandava di fuggire le male compagnie e di

studiare a tutt'uomo per non essere cagione di lagrime in casa.

Quella lettera, accompagnata dai piccoli risparmi della signora

Caterina, fu anzitutto un grande aiuto al bilancio del nostro eroe,

quindi un raggio di luce nelle tenebre del suo spirito infermo. Un

mese o poco più, gli rimaneva di buono per gli esami. Tornò quel

giorno stesso all'Università. S'intese col Balestra, e andò con lui a

ripassare ogni mattina le istituzioni del Diritto romano. Si affogò

nel latino; meditò le dottrine del Savigny; raffrontandole con quelle

del Vico; consumò le notti e le lucerne intorno a certe annotazioni

che gli dovevano stampar meglio nella memoria il testo delle Pandette.

Infine, che vi dirò? Verso i quindici di maggio, del mese in cui la

natura risorge, e perfino gli asini cantano d'amore, il nostro

studente scioperato faceva uno splendido esame, e usciva, se non

m'inganno, baccelliere in giurisprudenza.

Baccelliere da baccello!

La notte del Commendatore · 第 13 / 28 题