CAPITOLO IV.

Sotto i tegoli.

Lo stesso giorno che quella ibrida conversazione si era tenuta al

caffè dell'Aquila, il nostro Nicolino Ariberti andava in cerca di

Filippo Bertone.

Il giovine studente sentiva rimorso di essersi vergognato del suo

povero amico, in quella stessa guisa che mille ottocento anni addietro

un pescatore di Galilea si era pentito d'aver rinnegato il maestro

nell'anticamera del pretorio di Gerusalemme. Ed anche lui voleva fare

una specie di ammenda, non già andando a confessare d'aver fatto le

viste di non vedere l'amico e il suo giubbone color tabacco, che una

tal confessione sarebbe stata superiore alle sue forze; ma andando

almeno a casa sua, come per vedere se fosse arrivato da Mondovì, e per

passare un'ora con lui. Sapienti rappezzi, immaginati da una società

rimpiccinita, per rimediare senza troppa vergogna agli errori

commessi, chi potrà mai lodarvi abbastanza?

Filippo Bertone abitava una meschina cameretta, anzi una stamberga,

nelle soffitte d'una vecchia casa in via degli Argentieri, che era tra

le più popolose, ma altresì tra le meno signorili dell'antica Torino.

Un letticciuolo di contro alla parete, che faceva venir freddo

solamente a vederlo, due sedie zoppe, un tavolino presso la finestra,

che dava sui tegoli neri del tetto, un baule spelacchiato che doveva

offrire ai visitatori un _modus sedendi_ non guarentito loro dal

picciol numero e dalla poca sicurezza delle sedie, un catino sul suo

trespolo di legno, e finalmente una pila di libri su d'una stufa rotta

erano tutti gli arredi della cameretta di Filippo Bertone. Non c'era

armadio, nè portamantelli, per gli abiti dello studente; ma bisogna

anche dire che Filippo Bertone non aveva abiti di ricambio; il suo

giubbone di color tabacco lo portava con sè, e quando, per le ore di

sonno, o dello studio in camera, dovea pur separarsene, un umile

chiodo alla parete gli serviva d'appiccagnolo. I mattoni del

pavimento, corrosi dal lungo uso di parecchie generazioni d'inquilini,

smossi la più parte dai loro alveoli di calce, ballavano sotto i

piedi, quasi a dimostrar loro la instabilità delle cose umane. Le

imposte sgangherate dell'unica finestra insegnavano la medesima

filosofia ed agguerrivano lo spirito alle burrasche della vita. Ed

anche per esser la camera sotto i tegoli, in estate ci si schiattava

dal caldo; per contro, nell'inverno ci si moriva dal freddo. Ma già,

era opinione degli Spartani, che i giovani dovessero formarsi ad una

simile scuola e prosperarvi per giunta. Il Bertone, a dir vero, non ci

prosperava; ma bisogna soggiungere ad onor suo che ci si era

avvezzato.

Nicolino Ariberti salì rapidamente le otto scale che mettevano a quel

nido di rondini, senza aver chiesto nemmeno al portinaio se l'amico

suo fosse in casa. Dimenticanza perdonabile invero, perchè quella casa

non aveva, per custode all'ingresso, nemmanco il più umile tra i

censori d'Apelle, che era, come sapranno i lettori, un maneggiatore di

lesina. E giunto all'ultimo piano, tanta era in lui la pratica del

luogo, sebbene si trovasse al buio, trovò l'uscio della stamberga, e

stese la mano alla corda unta e bisunta del campanello, che rispose

con un allegro tintinnio alle sue confidenti strappate.

Subito dopo, un passo frettoloso si udì mettere in iscompiglio i

mattoni del pavimento, mobili sulla base e vocali quanto il sasso di

Melinone. Ma quello non parve all'Ariberti il passo dell'amico

Bertone, e il fruscio di una gonna che accompagnava quel passo e

quella musica di mattoni, lo fece pensare piuttosto alla signora

Paolina, megèra d'aspetto, e padrona di casa per condizione sociale,

che forse era là, nell'assenza dell'amico, a rassettare la camera.

Ma anche qui s'ingannava. La voce che poco stante gli domandò chi

cercasse, non era quella, punto armoniosa della signora Paolina.

--Amici!--rispose egli, mentre in cuor suo domandava a sua volta chi

diamine poteva essere là dentro, e del sesso femminile, attirato dalle

lusinghe di un giubbone di color tabacco, o dagli agi sibaritici di

due sedie zoppe e d'un baule spelacchiato.

L'uscio si aperse, e Nicolino Ariberti si vide davanti una ragazza.

Almeno, così gli parve nella mezza luce che disegnava i contorni

flessuosi e snelli della persona di lei, senza lasciargli scorgere le

fattezze del volto. La donna per fermo vide meglio lui, e non dovette

sembrargli uomo da chiudergli l'uscio in faccia; chè anzi fu pronta a

tirarsi da un lato per lasciarlo passare.

Ariberti rimase perplesso, senza profittare di quel tacito invito.

Cercava l'amico Bertone e trovava in quella vece una donna

sconosciuta. Chi era costei? Nel tirarsi da banda che ella avea fatto,

la luce della finestra la coglieva di fronte ed egli potè rilevarne in

di grosso i connotati. Era difatti una ragazza, che poteva avere dai

diciotto ai vent'anni, piuttosto alta, abbastanza in carne e di buon

colore, sebbene desse un tal po' nell'arsiccio, accusando l'origine

campagnuola; gli occhi piccini e maliziosi, il naso tirato leggermente

all'insù, la bocca piccola e sorridente, i capegli biondi e indocili

al pettine; una figura _chifonnée_, avrebbe detto il Candioli; in

complesso la bellezza del diavolo, che si compone per un terzo di

carne, per un terzo di gioventù, e per un terzo d'irregolarità senza

difetti fisici apparenti.

Tutte queste cose egli vide in un batter d'occhio. Ella in pari tempo

ravvisò in lui un giovine di primo pelo, un po' timido, ma di bello

aspetto e signorilmente vestito; perciò lo accolse senza paura,

accennandogli che volesse entrare, mentre collo sguardo curioso parea

dirgli: «a che debbo io l'onore d'una sua visita?» oppure, se la frase

vi par troppo pettinata per una ragazza sua pari: «bel giovine, che

cosa volete da me?»

--Scusi, signorina,--balbettò l'Ariberti, impacciato come un pulcino

nella stoppia;--cercavo un amico che abita qui... il signor Filippo

Bertone.

--Qui non abitano Bertoni;--diss'ella, ma senza aver l'aria di

mandarlo via;--ci abito io, Giuseppina Giumella, fiorista presso

madama Falcheri, in via Doragrossa, numero 15.--

Tutto quello sfoggio di indicazioni non commosse pure una fibra nel

cuore di Nicolino Ariberti.

--Signorina, scusi,--ripetè egli colla medesima confusione di

prima.--L'amico mio abitava qui l'anno scorso... È uno studente di

filosofia... cioè lo era l'anno scorso... Credevo che ci fosse

tornato...

--In filosofia?

--No, volevo dire ad abitare qui. Ma se non c'è più, mi ritiro. Le

chiedo scusa... Buon giorno, signorina.--

Quando la signora Giuseppina Giumella si avvide che l'amico Bertone

non era un pretesto e che quel timido giovinetto non cercava proprio

di lei, uscì sul pianerottolo per fargli servizio e chiamare la

padrona di casa.

--Aspetti,--disse ella,--adesso chiederemo alla signora Paolina, e chi

sa ch'ella non sappia dove è andato a stare il suo amico Bertone, io

non sono qui che da un mese. Signora Paolina!

--Chi è?--domandò da un uscio in fondo al pianerottolo una voce

chioccia ben nota a Nicolino Ariberti.

--Son io, signora Paolina;--rispose egli, per mostrare alla ragazza

che non era davvero uno sconosciuto lassù;--Sono Ariberti, l'amico di

Filippo Bertone.--

In quel mentre l'uscio di fondo si aperse, e la megèra comparve sulla

soglia.

--Ah, è lei, signor Ariberti? Cerca del signor Filippo?

--Sì; mi hanno detto che è giunto a Torino e venivo a salutarlo.

Credevo che fosse tornato nella sua cameretta, che gli piaceva

tanto...

--Oh, per questo ci aveva ragione;--soggiunse la vecchia.--Una camera

come quella, non fo per dire, ma non si trova in tutta la via degli

Argentieri. E difatti è venuto l'altro giorno da me per riaverla; ma

che vuole? Io già l'avevo appigionata. Colpa sua, perchè, quando è

partito l'estate scorsa, mi ha lasciato nel dubbio del suo ritorno a

Torino. È un bravo giovane, quantunque stia male a contanti, e mi è

rincresciuto di perderlo. Ma non potevo mica sacrificarmi... Capirà,

signor Ariberti: dodici lire al mese sono poco e son molto, secondo i

casi.

--Eh, capisco, dodici lire... già... sono una somma.

--Almeno per me;--proseguì la signora Paolina, Ah, se si fosse

--trattato di Lei, signor Ariberti, che ci ha i denari a palate...

--Non tanto, signora Paolina, non tanto;--gridò Nicolino Ariberti

ridendo.--Son figlio di famiglia, non lo dimentichi.

--Sicuro, e un bravo giovane, come ce n'è pochi. La non dubiti; il

signor Filippo le rendeva giustizia. Egli mi diceva sempre: veda,

signora Paolina; di tutti i miei compagni, il migliore, il più

sincero, il più studioso, è l'Ariberti.

--Caro Filippo!--esclamò egli, mentre il rimorso, di cui sanno i

lettori, gli dava un'altra e poderosa stretta.--E sa Lei almeno, dove

sia andato a mettere il nido?

--Oh, La non dubiti; appena lo ha trovato è corso ad avvisarmene.

Aspetti, ora mi raccapezzo. Santa Teresa... No, San Francesco di

Paola... Nemmeno! Di San Francesco me ne ha parlato, ma là c'era un

quartierino di tre camere, un po' caro per la sua borsa. Ecco, ora mi

ricordo; è andato proprio a stare in via Santa Teresa, la seconda casa

a sinistra; e mi pare che abbia detto il numero 4.

--Ultimo piano, m'immagino.

--Per l'appunto. Sui tetti c'è l'aria buona. Ma dopo tutto il signor

Filippo non è parso molto contento del suo nuovo alloggio. La camera è

brutta e piccola. Si figuri; un terzo della mia, e non ci ha neanche

la stufa.

--Non è poi un gran male;--pensò l'Ariberti;--avercela guasta o non

averne è tutt'uno.--

Il lettore discreto capirà che quel suo pensiero il nostro adolescente

se lo tenne gelosamente per sè. La signora Paolina credeva nella bontà

della sua stufa e a screditargliela le si sarebbe data una stilettata

nel cuore.

--Grazie, signora Paolina;--diss'egli in quella vece.--Mi sa mill'anni

di vedere Filippo. Corro in via Santa Teresa.

E fatte altre poche parole di commiato, il nostro Nicolino infilò le

scale, dopo aver risposto con una scappellata al gentile saluto e al

profondo inchino della signora Giuseppina Giumella, fiorista in

Doragrossa, a cui certe parole della padrona di casa avevano dato un

gran concetto delle ricchezze di quel timido visitatore.

Per altro, Nicolino Ariberti non la passò così liscia, come potrebbe

argomentarsi da questo commiato. A mezzo le scale fu ancora trattenuto

da una chiamata della signora Paolina, che aveva dell'altro ancora da

dirgli. Laonde si fermò ossequente al suono delle venerande ciabatte,

ed aspettò che avessero fornita tutta la distanza che già era tra lui

e l'ultimo piano.

--Scusi, sa;--gli disse la megèra, abbassando la voce con aria di

mistero, quando fu giunta sul pianerottolo dov'egli era rimasto

inchiodato;--vorrei pregarla di un'imbasciata pel signor Filippo. La

camera che gli piace tanto, un giorno o l'altro sarà libera. La

ragazza che Lei ha veduto non vuol rimanerci più molto. Si figuri che

siamo al venti, e non ha ancora pagato l'affitto di questo mese. Già,

se non pensa a trovarsi un benefattore, poverina, come ha da fare, con

quel gramo mestiere che ha per le mani?

--Un benefattore!--esclamò Ariberti, a cui l'età non dava di capire

alle prime.--Se posso far io qualche cosa....---

E metteva mano, così dicendo, alla borsa.

--Oh, non a me, non a me!--rispose frettolosa a quel gesto la signora

Paolina, come se si fosse scandalezzata all'idea di dover intascare la

somma di prima mano.--Se vuol fare una carità fiorita a quella povera

ragazza, ci vada lei; quanto a me, Dio mi guardi; potrebbe parere che

avessi cantato.--

Nicolino Ariberti nicchiava. Con che fronte si sarebb'egli presentato

a quella Flora cittadina, che aveva veduta a mala pena sul suo uscio,

e come avrebbe potuto dicevolmente consegnarle la tenue moneta di

dodici lire?

--In verità, non ardisco;--diss'egli, dopo essere stato un poco

perplesso.

E fu per rimettere la borsa in tasca. Ma qui la signora Paolina si

avvide di aver fatto una papera.

--Già, capisco;--ripigliò prontamente.--Lei vuol fare il bene e non

averne i ringraziamenti. Si vede proprio che ha buon cuore. Dia dunque

il danaro a me; le dirò io donde viene.--

All'Ariberti non pareva vero di cavarsela in quel modo. E alleggerito

di dodici lire, ma contento di avere aiutato quella povera figliuola,

che non ci aveva lì per lì un benefattore a darle una mano, se ne andò

in traccia di Filippo Bertone.

Per altro, egli non doveva sfuggire alla gratitudine della signora

Giuseppina Giumella. Il bene che si fa, non si perde. Anche il nostro

Nicolino Ariberti se lo avrà a ritrovare tra' piedi. Seguitiamolo

frattanto in via di Santa Teresa.

Filippo Bertone era andato ad abitare laggiù. La rondine, al suo

ritorno da quelle parti, aveva trovato occupato il vecchio nido ed era

andata più lungi a fabbricarsene un altro. L'altezza di questo era a

un dipresso la medesima, cioè sotto le travi del tetto. E non è questa

forse la postura più acconcia pei nidi? Dopo tutto, il primo nido di

Filippo Bertone dava sopra una sequela, anzi una confusione, di tetti

più bassi; laddove il secondo dava in una corte abbastanza spaziosa,

dov'erano certe scuderie, e vedeva le spalle d'una gran casa, che

poteva, dall'altra banda, pretendere al nome e alla dignità di

palazzo.

A tutta prima, quel luogo gli era parso un po' troppo signorile e da

farlo stare in soggezione col vicinato. Ciò pel di fuori. Quanto

all'interno, la camera era più stretta, e Filippo Bertone pensava con

raccapriccio che non avrebbe potuto scaldarcisi nell'inverno, come

nell'altra in via degli Argentieri.

Il nostro Bertone ci aveva un metodo suo per riscaldarsi d'inverno.

Andava in volta su e giù per la camera, imprimendo alle braccia

penzoloni un moto isocronico che le faceva combinare ad ogni tratto in

croce di Sant'Andrea, mentre le palme andavano regolarmente a battere

sotto le ascelle. S'intende che a queste nozze non era invitato il

giubbone color di tabacco. Poverino! Un altro poco di strofinio, e se

n'andava in isbrendoli.

Filippo Bertone aveva ingegno, e il lettore ha già capito, da una

certa stoccata del Balestra all'amico Ferrero, che egli in iscuola

faceva qualche volta il lavoro suo e quello degli altri. Ma la sua

valentìa non si fermava lì; che a volte, trattandosi di broda

scolastica, anche uno sgobbone ci riesce. Filippo non era solamente un

giovine studioso; aveva, come suol dirsi, due corde al suo arco, la

svegliatezza e la costanza, due cose che vanno così raramente di

conserva nei giovani.

Come mai questo miracolo di ragazzo era nato da un umile maniscalco e

da una povera massaia di villaggio? Arcani impenetrabili

dell'esistenza, i quali, bisogna pur dirlo, sono spesso mirabilmente

aiutati dalla mancanza di svaghi d'una casa tapina e dalla fortunata

presenza d'una buona scuola di provincia.

Dopo tutto, gli è per l'appunto in provincia che si vedono di questi

prodigi. Nelle capitali (e un italiano può aggiungere eziandio nelle

metropoli) le buone scuole sono molto più rade; forse per la ragione

che il maestro non può darsi intieramente alla cattedra, essere _totus

in illa_, come direbbe Orazio, tanti sono i sopraccapi che lo

frastornano, gli svaghi che lo trattengono, le ambizioni che lo tirano

in alto. I mediocri, e spesso anche i bisognosi, ci aggiungono la cura

delle ripetizioni a casa, conseguenza e cagione a sua volta delle

distrazioni in iscuola.

Guardate in quella vece il collegio d'una città di provincia. Le voci,

i rumori, le vanità profane del mondo, o non giungono laggiù, o vi

mandano a mala pena un'eco affievolita, cioè a dire quanto basta

perchè laggiù non si credano a dirittura segregati dal mondo. E fermi

lì; il maestro non pensa che alla scuola; ci si distende, dirò meglio,

ci si sprofonda; può darsi che ci si dimentichi, può darsi anco che ci

si adiri; ma non dubitate, c'è tutto. Spesso è una vittima del cieco

caso; frate, chierico, o secolare che sia, è un ingegno che in altri

tempi avrebbe potuto dar frutti per sè, e in quella vece s'è ridotto a

far fruttificare l'ingegno degli altri. Lo si direbbe un albero che

s'adatta a far da palo, e si lascia coprir tutto dai pampini della

vite che gli s'intreccia ai rami, e si sostiene, s'innalza, si

soleggia per lui. E tuttavia, dura in quell'uomo il sentimento della

sua forza, comunque rimasta inoperosa e latente. Sansone dai capegli

recisi, aquila a cui furono tronche le penne maestre medita le grandi

intraprese, anela agli spazi lontani; e questa sua bramosìa, questo

bisogno d'altro, si apprendono allo scolaro. Un maestro cosiffatto ama

espandersi, mettere in comune co' suoi discepoli ciò che ha studiato e

ciò che viene man mano leggendo. Con chi altri potrebbe parlarne,

chetare i bollori della sua mente, avida da un tempo e riboccante di

nuovi tesori? Donde avviene che, imbevuti di quella pioggia assidua e

benefica, i giovani alunni escano dal collegio più colti e meglio

compresi della vita nuova, che non i loro compagni delle grandi città,

dove pure questa vita è pane quotidiano, aria respirabile... e chi più

n'ha ne metta.

Bisogna dire altresì che lo scolaro ha meno svaghi in provincia. La

famiglia, se egli è nato colà, il convitto, se egli c'è giunto da

fuori, hanno consuetudini patriarcali. Non feste, non teatri, non

allegri ritrovi; qualche sagra tutt'al più; riposo, non turbamento

dello spirito. Però la sua vita si raccoglie tutta in iscuola;

anch'egli è _totus in illa_. In tal guisa s'incarna il concetto degli

antichi spartani; che certo non volevano la vita chiusa del ginnasio,

se non perchè l'adolescente vi si foggiasse il suo mondo. E là i

fanciulli s'innamorano sul sodo di quello che studiano, dei greci, dei

romani, dei cavalieri e dei bardi, tutta brava gente che, usciti di

là, non troveranno più alla prima tappa, ma con cui fa bene aver

vissuto un pochino e con una certa dimestichezza fraterna. Credete che

tutte quelle larve del passato serviranno poco nel futuro? Sia pure; a

noi basta che abbiano svegliato, aperto l'animo giovanile ai concetti

del bello e del grande. E badate; se cova in quelle tenere menti una

scintilla del fuoco sacro «che il figlio addusse di Giapeto in terra»

quella salda, intensa ed amorosa preparazione della scuola di

provincia, la nutrirà, la sprigionerà, la farà divampare in incendio.

A Mondovì il giovinetto Filippo Bertone era citato come un genio

nascente. Suo padre, facendo sforzi inauditi per metter d'accordo

volere e potere, lo avea mandato agli studi in Torino. E il nostro

adolescente, che amava svisceratamente suo padre ed era al fatto dei

sacrifizi della famiglia per lui, aveva vissuto otto mesi a Torino,

cioè a dire tutto l'anno scolastico, senza oltrepassare le

quattrocento lire di spesa, tra alloggio, vitto e quel po' di bucato.

Era un miracolo di risparmio, per verità. E non si è detto ancora ogni

cosa. Su quella somma il povero studente di filosofia ci aveva fatto

anche le male spese. Verbigrazia, era andato una volta al teatro Regio

per sentire il Mosè, ed aveva pagato dieci lire un'opera di

entomologia, scompleta, se vogliamo, ma corredata di molte tavole in

rame. Imperocchè, bisogna sapere che la storia naturale era il debole

di Filippo Bertone.

Ma intanto, e con tutta la sua assegnatezza di quell'anno passato a

Torino, egli doveva accorgersi che anche quattrocento lire erano un

troppo grave sdruscio nelle entrate d'una famiglia che campava col

lavoro quotidiano e che ci aveva per giunta due fanciulle da accasare.

Ne aveva a ferrare dei muli, il povero babbo! Ne aveva a cavare del

sangue, nella sua sussidiaria qualità di flebotomo!

Pure, tanto era nel figlio l'amore allo studio, tanta era la onesta

ambizione nel padre, che questi al finire delle vacanze, gli aveva

posto in mano dugento lire, strappate a fatica da tutti i capi del

bilancio domestico, e lo aveva rimandato a Torino.

--Ci caveremo la fame coll'appetito;--aveva detto il vecchio con una

fermezza da stoico;--ma tu diventerai un gran medico.--

Il lettore di certo avrà capito che la storia naturale portava la

medicina. Del resto, il figlio d'un flebotomo doveva diventar medico,

essere il complemento del padre.

Ed era tornato a Torino, mesto nel cuore, ma pieno di buona volontà e

di coraggio. Il suo giubbone di color tabacco non gli faceva vergogna.

Gli scaffali delle biblioteche, amicissimi suoi, nel rivederlo con

quell'eterno giubbone, non glielo avrebbero mica apposto a delitto.

Quanto al sogghigno della scolaresca, non gliene importava un bel

nulla. Dopo tutto, egli era sempre così contegnoso e stava così poco

in orecchio, che le risa dei compagni non giungevano a lui.

Entrato nella capitale, che non contava più di rivedere, e presa la

sua iscrizione pel primo anno di medicina, Filippo Bertone era andato

ad ossequiare i suoi futuri professori. Si usava poco di farlo; epperò

la sua visita tornava tanto più grata a quei parrucconi, in quanto se

l'aspettavano meno. Uno di essi, buon vecchio e gran luminare

dell'arte, lo aveva squadrato ben bene dal capo alle piante, e,

vistolo così male in arnese, gli si era affezionato alla bella prima.

Anche lui, il vecchio Esculapio, venuto a' suoi tempi dalla montagna,

aveva cominciato così, e amava ricordarsene.

--Studiate;--gli disse, con un suo accento tra burbero ed

amorevole;--i poveri debbono insegnare questa virtù ai ricchi. Alla

vostra età io vivevo di pane e cacio, e il cacio me lo portavo da

casa. Per poter studiare di sera, avevo preso a pigione un sottoscala

da un ciabattino, e la lucerna posata sul suo bischetto mi dava modo

di leggere. Avete libri? No, me lo imagino. Guardate nella mia

libreria; se ci trovate il fatto vostro, servitevi pure.

Filippo Bertone, commosso da quella ruvida e schietta bontà,

balbettava alcune parole di ringraziamento.

--No, lasciate andare;--ripigliò il vecchio professore.--Farete lo

stesso voi, quando verrà la vostra volta coi giovani, e tutti pari.

Un'altra cosa; son solo, e la domenica pranzo, anzi no, desino alle

tre. Una minestra e due piatti caldi; il convento non passa che

questo. Ma anche la scuola di Salerno raccomanda la temperanza, mio

caro.

«_Coena levis vel coena brevis, fit raro molesta; Magna nocet,

medicina docet, res est manifesta_».

Quelle paterne accoglienze avevano un po' consolato il giovinetto. E

lo avevano anche ammaestrato a fare un risparmio più grande nelle

spese dello stomaco. La domenica era l'unico giorno in cui egli

mangiasse. Gli altri giorni, una coppia di pani, con due soldi di

cacio, era tutto il suo scialo. Se il Ferrero lo avesse saputo, egli

che toscaneggiava volentieri, avrebbe potuto dire che Filippo Bertone

viveva di buio, come le piattole.

Ed ecco anche la ragione per cui Filippo Bertone era pallido e punto

in carne. Figurarsi! Pane e cacio! E di quest'ultimo, a mala pena due

soldi! È vero bensì che la non mai abbastanza lodata scuola di

Salerno, tra tutte le altre belle sentenze, ha lasciato questa sul

cacio:

«_Caseus est sanus quem dat avara manus_».

Ma è vero altresì che in nessun luogo del _Regimen sanitatis_ si legge

che non s'abbia a mangiare altro che cacio, per companatico; e ciò per

sei giorni alla fila.

Per fortuna, il nostro Filippo non aveva spinto l'imitazione fino ad

allogarsi in un sottoscala. Se lo avesse trovato lì per lì, forse! Ma

non lo aveva trovato; e fu bene per lui. Il suo bugigattolo a tetto

pigliava almeno un po' d'aria sana. La finestra vedeva, come ho già

detto, in un ampio cortile, sul di dietro di un palazzo, che era

ancora per lui senza nome. Ci aveva a stare della gente titolata, in

quel luogo, o almeno dei pezzi grossi, perchè ogni mattina si vedevano

alla ringhiera del ballatoio due o tre servitori, intenti a spolverare

abiti, o a sciorinare tappeti. Filippo Bertone non aveva vedute mai

cose più belle. È vero che non ne aveva veduto neppure di somiglianti,

o giù di lì.

Poi, sulla gronda del tetto, a tocca e non tocca dal suo davanzale,

crescevano tra le commettiture degli embrici, alcuni cespi di

semprevivo e d'altre erbe di facile contentatura. Il botanico ci aveva

la sua occupazione. E quella finestra gli piacque, e fece proponimento

di passare le sue ore di svago piuttosto lassù, che per le vie di

Torino. Già, con quel suo giubbone addosso, non c'era da godersela

troppo in istrada. Così, salvo le ore di università e di biblioteca,

che lo tenevano fuori di casa, il suo spasso era questo, di starsene

qualche ora al balcone, a veder crescere le sue pianticelle, seminate

dal caso, e a guardare i servitori del palazzo che davano le loro

ripulite.

E non era soltanto la gente di servizio che si facesse vedere laggiù.

La seconda mattina che Filippo Bertone s'era affacciato al suo abbaino

(perchè così e non altrimenti bisogna chiamarlo), da una di quelle

finestre dei palazzo, che in tutto il rimanente della giornata soleva

esser chiusa, gli era apparsa una bella signora, alta della persona,

dal volto sereno, e di regolari fattezze; bianca come un giglio, o, se

vi torna meglio, come una gardenia, di cui la sua carnagione aveva

infatti i soavi riflessi perlati. L'aspetto a tutta prima poteva dirsi

altero; ma il cuore doveva esser buono, e l'animo gentile, poichè ella

si era fermata un tratto a guardare con affettuosa cura alcune

pianticelle fiorite che ornavano il suo davanzale, e venuta poi nel

vano della porta finestra che metteva sul ballatoio, aveva parlato con

garbo amorevole ai servi, che stavano ad udirla con rispettosa

attenzione. La bontà e la gentilezza non si nascondono; spirano dal

volto, trapelano da ogni atto più lieve, e non è mestieri che si

manifestino colle parole.

La leggiadra apparizione era durata pochi minuti, troppo pochi pel

giovane studente, che la contemplava ammirato, e con quella trepidanza

inesplicabile, che cela qualche volta il presentimento.--Oh, se ella

guardasse in alto!--pensava Filippo tra sè.--Darei non so che cosa,

perchè ella guardasse in alto e mi lasciasse vedere i suoi occhi.

E tuttavia, poco stante, per una di quelle contraddizioni così

frequenti nelle anime timide, egli avrebbe voluto essere lontano,

molto lontano, dal suo modesto davanzale. La signora aveva alzato gli

occhi a guardare il cielo. Niente di più naturale, ma nel guardare il

cielo i suoi occhi s'erano incontrati nell'abbaino e s'erano posati un

istante sulla pallida faccia di Filippo Bertone.

L'antichità, immaginosa e proclive a stampare in forme sensibili tutto

ciò che le passava per la mente, ha significato in parecchi modi

l'impressione fatta, anzi, per dire più veramente, il suggello

lasciato sul volto da qualche aspetto gradito, o spiacevole, invocato

o temuto. Questi a guardare una bella faccia, senz'altro difetto che i

capegli un pochino arruffati (e azzuffati) sul fronte, ci rimaneva di

sasso, laddove noi, gente più agguerrita, rimarremmo a mala pena di

stucco; quegli, a vederne troppo da vicino un'altra, ne riportava per

tutta la vita incomodi segni sul capo; un terzo ne usciva trasfigurato

e faceva anco la sua volatina a mezz'aria.

Io non dico come uscisse Filippo Bertone da quello incontro dei più

begli occhi che ancora gli fosse toccato di vedere in questa valle di

lacrime. Certo, il suo abbaino gli dovette parere un po' stretto e un

po' basso, per contenere tanta felicità. E notate, anche la

trasfigurazione ci fu; quella del sullodato abbaino, che dopo quel

giorno apparve agli abitanti _in excelsis_, incoronato di fiori.

Filippo Bertone avrebbe voluto metter là tutto il meglio della flora a

lui nota, come a dire argirèe, ipomèe, ed altri stupendi esemplari

della famiglia delle convolvulacee; nè avrebbe indietreggiato davanti

al sacrifizio di qualche lira di più, per adornare le imposte del suo

finestrino coi tralci rampicanti d'una bignonia, che facesse ricadere

leggiadramente a grappoli i suoi fiori d'un bel roseo di porpora. Ma

il giovine botanico non istette molto a ricordarsi che si era in

novembre, a Torino, e che il suo tetto non era una stufa; laonde, si

contentò di alcune piante più umili e meno costose, che tuttavia

riuscirono ad abbellire il suo nido.

--Quando ella tornerà alla sua finestra e guarderà in alto,--pensava

lo studente,--non le dispiacerà questo poco di verde.--

Ma la signora, il giorno dopo, non era più comparsa a quella finestra

del secondo piano, nè ad altra del palazzo senza nome. E nemmeno

comparve i giorni seguenti, con grande rammarico di lui, che era

rimasto più del solito in casa.

--Che cosa vorrà dire?--domandava egli a sè stesso.--Già, capisco, da

questa parte son tutte camere di servizio, e non ci avrà occasione di

venirci di sovente. Basta, aspetteremo. È comparsa di sabato, e

quest'oggi è martedì; chi sa che sabato non torni?--

Egli dunque aveva ancora tre giorni buoni da aspettare, quando

Nicolino Ariberti si inerpicò sulla vetta del piccolo Sinai. Filippo

stava seduto presso la finestra, con un trattato d'osteologia tra le

mani, per studiarvi la interna struttura di questo bel mobile che è

l'uomo. Sul davanzale aveva un quaderno, nel quale veniva man mano

facendo le sue annotazioni, compendio e ricordo di ciò che leggeva. Ho

già detto che i libri non erano suoi. Del resto, quegli appunti

quotidiani erano un ottimo espediente per fissar meglio in capo le

cose lette, e all'uopo per rinfrescar la memoria.

Ariberti fece un'entrata chiassosa, anzi una vera irruzione, in quel

nuovo domicilio dell'amico. Per fermo il nostro Nicolino mirava a far

dimenticare il suo tradimento di quella mattina. Ma Filippo, o non ci

aveva badato più che tanto, o era magnanimo d'indole e perdonava

cosiffatte debolezze agli amici; fatto sta che accolse il nuovo venuto

con un sorriso, quantunque gli capitasse ad un'ora un po' incomoda e

lo distogliesse dal suo osservatorio.

--Ma sai che si sta bene qui?--gridò l'Ariberti, dopo aver abbracciato

con uno sguardo la camera, dal pavimento al soffitto.

--Sì, ne sono abbastanza contento.

--E, come dunque hai potuto dire alla signora Paolina che rimpiangevi

il tuo vecchio canile della via Argentieri? Già, capisco; lo avrai

fatto per politica.... per complimento....

--No, ti giuro;--disse Filippo arrossendo;--sulle prime la mi piaceva

poco.

--Ed ora....

--Ora mi ci sono avvezzato.

--Avvezzato? Oh, oh! Tu ne parli come faresti d'una prigione. Vediamo

un po' la inferriata. Non ce n'è; tu sei libero, padrone padronissimo

di allungare il collo fuori del tuo abbaino, a contemplare gli amori

dei gatti. Ah, ecco un paese di cristiani! Una corte spaziosa, con

scuderia! Ci abita della gente per la quale. Bene, bene, Tu mi diventi

un aristocratico, Filippo.

--Vieni; ti fo vedere i miei libri;--entrò a dire quell'altro,

cercando di tirarlo via dalla finestra.

--Sì, vengo; lasciami dare un'occhiata a questi fiori. Chi si occupa

del tuo orto botanico? La padrona o la serva?

--Io stesso,--rispose Filippo,--che era sulle spine.

--Come sai, studio medicina, e la botanica...

--Ah sì, è vero; ma perchè diamine non studiar legge?

--Caro mio, se tutti gli uomini dovessero averci i medesimi gusti,

povero mondo! Del resto, quello dell'avvocato è un mestiere da

signori. Io sono un Giovanni Senzaterra, e poco o molto che sia, debbo

cercare di guadagnar subito il pane quotidiano.

--Ah, povero Filippo, non ci pensavo; perdonami.

--Non c'è bisogno;--soggiunse egli, sorridendo malinconicamente.--Io

non arrossisco mica d'esser povero. Penso spesso alla mia condizione,

è vero; ma credimi, se non fosse che in questi anni di studi io

costerò troppo gravi sacrifizi a mio padre, il pensiero della mia

povertà non sarebbe senza una certa allegrezza.

--Oh, questo, poi....

--Orbene, e perchè no? Povertà il più delle volte è libertà. Non

intendo già che si abbia a morire di fame; che allora si è schiavi del

capriccio di tutti. Parlo della povertà di uno che vive lavorando, che

non può vivere altrimenti, che ha da passare ogni giorno coll'arte sua

per le mani. Qual'è libertà migliore di questa, che ti rende padrone

dell'anima tua contro le passioni e contro i vizi, perchè non ti dà

tempo per le une e non ti offre materia per gli altri? E poi, dove

metti tu la felicità di non aver sopraccapi per le tue rendite, poste

in forse da una cattiva annata, o da un diluvio di fallimenti, e

insidiate da una o più categorie di persone, che farebbero volentieri

a spartire? Vedi; sei tu il tuo cassiere, e non c'è pericolo che tu

pigli il volo per Francia o Svizzera; sei anche il proprio intendente,

e non ti rubi a man salva; il tuo portiere, e dormi magari coll'uscio

aperto, senza paura dei ladri. Metti pure che la tua nave dia nelle

secche; se scampi dal naufragio, sei ricco come prima, avevi tutto con

te.

--Scusami;--disse l'Ariberti, che aveva fatto, durante quell'apologia

dell'amico, i più brutti versacci del mondo;--ma la tua retorica non

mi persuade. La vita è una bella cosa; ma per viverla ci vogliono

quattrini. Che cos'è vivere? Essere. Ora, per essere, a questo mondo,

bisogna parere.

--L'accidente prima della sostanza!--esclamò facetamente Filippo

Bertone, seguitando l'amico nel campo della filosofia.--Io direi anzi

il contrario.

--Sì, cambia pure a tuo modo,--rispose l'Ariberti, purchè in fondo io

--abbia ragione. L'uomo, ti dirò io, non vive solamente di pane. Lo

--dice anche un passo delle Scritture. Vedi che ho le autorità dalla

--mia. E come si potrebbe vivere di solo pane, con tante belle cose,

--create a posta e messe al mondo per noi? E non è un disprezzare

--l'opera di Dio, questo non desiderarsi che il pane? Intendo per pane

--la vita materiale, la vita vegetativa, mi capisci?

--Certo;--replicò Filippo Bertone--ma assicurata questa, non hai

libera anche la vita contemplativa? Non ti è forse consentito di

startene coi tuoi libri, od anche co' tuoi pensieri, a goderti un'ora

di pace?

--E crepi l'avarizia; non è egli vero?--soggiunse ironicamente

l'Ariberti.--Come si vede, Filippo mio, che non sei innamorato!

--Io!... No, certo;--rispose Filippo, reprimendo un sospiro;--non ho

ancora avuto tempo.

--Eh via! Di' piuttosto che non hai avuto l'occasione. Ma incontra una

donna come l'ho incontrata io...

--Quale? La bionda di Dogliani, o la signora Ber...

--Che! Ti parlo dell'ultima.

--Ah, c'è dunque un'ultima? A Dogliani o qui?

--Qui, per l'appunto; non ti ricordi? Ah, è vero, nello scorso inverno

ci vedevamo di rado. Ma è colpa tua, sai. Tu vivi sempre nel tuo

guscio, come la chiocciola, e allora non c'era caso di vederti mai a

teatro.--

Filippo Bertone diede un'occhiata malinconica al chiodo da cui pendeva

il suo venerando giubbone; indi un'occhiata al cielo, come se volesse

fare un'offerta a Dio di quel suo capo di vestiario.

---Ma sai,--diss'egli poscia, sviando modestamente il discorso,--che

tu mi sembri un nuovo Don Giovanni Tenorio! Se la va di questo passo,

giungerai presto alle mille e tre.

--No, questa è proprio l'ultima;--esclamò l'Ariberti con accento di

convinzione profonda;--oramai lo sento, non amerò più altra donna.

Figurati, amico mio, una vera Giunone.

--Ah, questa volta abbiamo dato la scalata all'Olimpo.--Conosci

Giove?--sei forse entrato nelle sue grazie?

--No, lo conosco appena, e forse non lo conosco nemmeno. Potrebbe

esser lui e non esserlo. Ce ne vedevo tanti, nel palchetto.

--Ho capito; l'Olimpo era a teatro;--notò Filippo, con quel suo fare

malizioso ed ingenuo.--E poi, finita la stagione teatrale...

--Ne è cominciata un'altra ad un teatro di prosa. I teatri di Torino

io li ho girati tutti, e qualche volta tre in una sera, per veder di

trovare la mia bella Giunone. In queste corse a teatro c'è tutta la

mia storia di cinque o sei mesi. Poi è venuto il mese di studiare, per

prepararmi all'esame; poi le vacanze... ed ora... ed ora capirai che

mi sapeva mill'anni di rivedere Torino.

--Per correre sotto le finestre della signora... Giunone.

--Non so dove abita.

--Bravo! Sei molto avanti.

--Ma che farci? La vedevo sempre al Regio e ci volle un secolo perchè

sapessi il suo vero nome. Sulle prime non era dentro di me che un

pochino di curiosità artistica, o estetica, se ti piace meglio. Non

avevo ricevuto dalla sua bellezza che una impressione passeggera, nè

più, nè meno di quella che avrebbe potuto far su te. Anche tu, vedendo

una bella signora, avrai detto qualche volta a te stesso: «ecco una

bella donna», senza bisogno di andare più in là.

--Certamente;--balbettò Filippo, mentre si avvicinava al balcone, col

pretesto di strappare due foglie ingiallite ad una rosa delle quattro

stagioni;--senza andare più in là.

--Orbene, io che non ci vedevo un pericolo al mondo, guarda oggi e

guarda domani, tunfete! ci sono cascato. Innamorato, Filippo mio,

innamorato morto. Il guaio si è che, quando me ne avvidi, ero

diventato timido come un coniglio. Canzonami, ma la è così, come io te

la dico. Ti basti che voltavo gli occhi da un lato, o li piantavo a

terra, quando mi pareva di veder volgere i suoi dalla mia parte, e che

mi facevo del color della brace, quando per caso il suo binocolo si

appuntava su me. All'uscita, ogni sera, facevo il proponimento di

fermarmi, per vederla passare. Vuoi credere? Ogni sera mi mancava il

coraggio. Vedevo spuntare da un pianerottolo delle scale il lembo

della sua veste, e fuggivo. Già, l'anno scorso ero ancora un ragazzo.

--E avrai più coraggio quest'anno?

--Oh sì! l'ho giurato;--rispose solennemente l'Ariberti.--Ho scritto

nelle vacanze un migliaio di versi per lei. Sono senza fallo i

migliori che ho fatto fin qui. Vuoi sentirne qualcuno?

--Anzi, mi farai un vero regalo.

--Te li dico... Ma, di grazia, lascia un pochino il tuo orto botanico.

--Sì, sì;--disse l'altro, che oramai per quel giorno disperava di

vedere la sua bella vicina.

E stette a sentire i versi dell'amico; versi abbastanza belli e più

levigati che a quell'età non si usi ancora di farli. Nicolino Ariberti

si chiariva in quelle composizioni un divoto seguace dei classici e

prometteva (poichè tutti promettiamo qualcosa da giovani) prometteva,

dico, alle lettere italiane un nuovo e felice cultore dell'epiteto. La

qual cosa, se faceva prova del suo buon gusto letterario, dinotava

meno calore d'affetto, e fors'anco d'ispirazione. Almeno, così

affermano i critici ed io ripeto. Del resto, da quel profano ch'io

sono e mi tengo, so che tra i latini, Ovidio epitetava alla grossa, e

Virgilio con giusta misura. Ora, io leggo assai volentieri Virgilio e

trovo più calore nel quarto libro dell'Eneide che in tutte le elegie

venute dal Ponto. E per venire ai moderni, dove troverete più affetto

che nel povero Foscolo? Eppure, che nobil fioritura d'epiteti, giusto

Iddio! Ma sono un profano, lo ripeto, e vi dò le mie chiacchiere per

quel poco che valgono.

--E questi versi,--disse Filippo Bertone, dopo che li ebbe uditi e

lodati,--li farai giungere a lei?

--Spero;--rispose l'Ariberti;--chi sa che non le cadano sott'occhio?

Fo conto di stamparli. Si sta fondando in Torino un giornale

letterario, artistico, e scientifico, e capirai...

--Ah, bene! E chi ci scrive?

--Io, come puoi figurarti; ma io sono l'ultimo degli ultimi. Ti dirò

dunque i nomi degli altri; Ferrero, Vigna, Balestra, il conte

Candioli.

--Candioli! Quello sciocco?--non potè trattenersi dallo esclamare

Filippo.--E di che cosa scriverà mai, il signor figlio di suo padre?

--Note di viaggi, ricordi parigini...

--Perdinci! E con quel po' di italiano che lo ha fatto passare in

proverbio fra tutti gli studenti di rettorica del Piemonte?

--Hai ragione;--disse l'Ariberti ridendo;--ma il conte Candioli

scriverà a dirittura in francese.

--Eh, in questo caso,--notò Filippo, chinando la testa--non dico più

altro. Temo soltanto una nota diplomatica del governo francese. Ma

via, il signor padre è ministro; ci penserà lui.

--Senti;--soggiunse poco dopo l'Ariberti, che era in un momento di

tenerezza per Filippo Bertone;--vuoi scriverci anche tu?

--Io? Che cosa potrei scrivere io?

--Ma... quel che vorrai. Di botanica, per esempio. Descrivi magari il

tuo orto babilonese. Come ti ho detto, il giornale è anche scientifico

e tu saresti proprio la mano di Dio.--

Nicolino Ariberti aveva parlato col cuore sulle labbra, epperciò col

desiderio di mettere l'amico Filippo a parte di quel passatempo. Non

avrebbe operato diverso, se si fosse trattato di una scampagnata a

Moncalieri, o a Superga. Ma poco stante, anzi subito dopo aver fatto

l'invito, gli venne in mente la ripulsione, sciocca, se vogliamo, ma

profonda, e tale per conseguenza, da non doversi trascurare, che i

suoi eleganti compagni sentivano pel giubbone di color tabacco. Era

là, appeso alla parete, di rincontro a lui, quel povero giubbone, e

certamente ignorava di quanta avversione fossero causa, o pretesto, il

suo colore, il suo taglio e la sua antichità venerabile.

Ora, per Nicolino Ariberti, lo accorgersi di aver fatto una papera e

il pensare allo scampo, se gli riusciva di trovarlo, furono un punto

solo.

--Mi passi i tuoi manoscritti,--soggiunse egli, a modo di

conclusione,--ed io li consegno al direttore... che sarà probabilmente

il signor conte Candioli. Tu sei modesto, lo so, e non ami farti

conoscere. Orbene, c'è rimedio anche a questo; tu ti nascondi sotto

uno pseudonimo. Anzi, vedi, mi par meglio così; lo pseudonimo aguzza

la curiosità dei lettori e fa anche bene al giornale, perchè,

trattandosi di materie scientifiche, la gente si metterà in capo che

abbiamo la collaborazione di qualche professore. Dunque, è intesa?

--No; non mi va;--rispose Filippo accigliato.

--Perchè?

--Perchè non amo gli pseudonimi. Lo scrivere in tal modo mi parrebbe

un lavorare alla macchia, per aspettare il giudizio del pubblico,

pronti a scoprirsi e gridare: _ecce, ad sum qui feci,_ se il lavoro

piace, o a sconfessarlo, e a dir corna dell'autore, se quel lavoro è

riuscito e giudicato un pasticcio. So bene che su questo argomento si

possono dire molte cose pro e contro, e che uno pseudonimo,

segnatamente nei giornali, può ammettersi come un nome di guerra.

Tuttavia, letterariamente parlando, mi pare che la comodità del

soprannome (e metti anche del nome soppresso, come si usa appunto

nella più parte dei giornali) aiuta un po' troppo a tirar giù come

viene, in quella stessa guisa che la maschera sul volto aiuta a

parlare con una libertà a cui non vorrebbe licenziarsi una faccia

scoperta. Te l'ho dunque detto, non mi va. Se scriverò qualche cosa lo

farò sempre col mio nome, umilissimo, se vuoi, ma schiettamente

disposto a pigliarsi il biasimo, come si piglierebbe la lode.

Nicolino Ariberti era sulle spine, e non sapeva più da qual banda

voltarsi.

--Del resto, ti ringrazio della profferta;--ripigliò Filippo, con

accento malinconico,--ma non potrò scrivere nel nuovo giornale. Questo

lusso non è fatto per me. Si perderebbe del tempo, ed io non posso

perdere neanche un'ora del mio. Vedi, Ariberti; io dovrò faticar molto

per vivere agli studi in Torino, e cercarmi forse qualche occupazione

fuori via, per guadagnarmi il diritto di restare. Hai da offrirmi

lavoro? Lo accetto, qualunque esso sia. C'è da far l'amanuense? Ho,

grazie al cielo, una bella mano di scritto. Far di conti? Ho

l'aritmetica sulle dita. Vegliare infermi? Non patisco il sonno.

Corregger bozze di stampa? Ho buoni occhi. E poi, non vedo che una

cosa; rimanere agli studi. Sono venuto con questa idea. Forse è una

vanità pericolosa, fatale, che è nata in capo al mio povero padre; ma

ti assicuro che dal canto mio farò ogni sforzo, ogni sacrifizio,

perchè il futuro non mi dia una smentita. Entro per la via più

difficile; non avrò gioventù; ci vuol pazienza; ed io ne ho quanto

occorre. Addio giuochi; addio passatempi; addio lieti indugi (come li

chiamava il mio maestro di rettorica) cogli amici e i compagni di

scuola; ho rinunziato a tutte queste bellissime cose, pensando alla

mia famiglia che soffre, che si priva del necessario per me. Questo,

intendiamoci--soggiunse Filippo con una grazia e con una nobiltà che

avrebbero fatto onore ad un artista più provetto di lui sul

palcoscenico della vita,--non torrà che io ti accolga volentieri

quassù. Quando vorrai studiare, o avrai qualche rammarico da sfogare

con un amico sincero, vieni liberamente; sarai il benvenuto in questo

_aereo nido_.

--Grazie!--mormorò l'Ariberti, commosso da quella triste schiettezza.

E diede frattanto un'occhiata furtiva a quel giubbone di color

tabacco, che gli parve risplendere, appiccato alla parete, più

glorioso di uno stinco di santo.

--E a proposito di nido,--continuò Filippo Bertone,--ti ricordi degli

uccellini? Nella nidiata ce n'è sempre uno, venuto su a stento, che è

l'ultimo a impennarsi e a volare, quando pure ci riesce. Piccino e

balordo ma non per sua colpa, lo chiamano comunemente la cria, Qualche

volta il poveretto non vince l'avversa fortuna, e muore nel nido,

abbandonato dalla madre, che non ha potuto addestrarlo al volo e che

ha fretta di portare via i suoi fratellini, nati tutti vitali. Farò

anch'io questa fine? Non lo so; ma mi par di poterti dire che questo

nido è fatato; o sarà il mio trampellino, per ispiccare il salto, o

sarà la mia tomba.--

Così parlava Filippo Bertone. Nicolino Ariberti avrebbe voluto

dire qualcosa, per consolare l'amico; ma pensò giustamente che

quello non aveva bisogno di consolazioni, come non aveva bisogno

d'incoraggiamenti. Son rari, ma pure qualche volta si trovano,

questi uomini privilegiati dal destino, solitarî sventurati e

sereni, che possono dar consiglio altrui, ma non riceverne per sè.

Si direbbe che cosiffatti caratteri sfuggono alla legge di

compensazione, che fa di tutte le esistenze una catena e di tutte

le creature un aiuto scambievole; tanto essi appariscono bastare a

sè medesimi, anco nella più umile delle condizioni sociali, e

trovare in sè stessi ogni cosa, non esclusi i balsami per le

proprie ferite, come per quelle degli altri.

La notte del Commendatore · 第 8 / 28 题