CAPITOLO V.

Della gloria di Ariberto Ariberti e di qualche sciocchezza ch'ei fece.

Un mese dopo questi discorsi e gli altri del caffè dell'Aquila, Torino

aveva la sua meraviglia, come Rodi, come Efeso, come Tebe, e come

altre città ugualmente fortunate nei tempi antichi. Era venuto alla

luce il primo numero del giornale _La Dora_; il più bel saggio

d'ibridismo che si vedesse mai nel regno animale. Ah no, scusate,

volevo dire nella repubblica letteraria.

C'era in quel primo numero tutto il banno e l'eribanno della

scolaresca del primo anno di legge, con qualche rappresentanza delle

altre facoltà. Il programma, intitolato modestamente _Nos intentions_,

era stato scritto dal Ferrero in italiano e voltato in francese dal

conte Candioli, che gli aveva dato (giusta la confessione del suo

autore) una _tournure_, una _noblesse_, un _cachet_, di cui difettava

pur troppo il testo italiano. Il sullodato Candioli aveva poi

cominciato la stampa del suo _Voyage au pays des rêves_, che era il

racconto della sua gita a Parigi. Il sullodato Ferrero stampava il

primo capitolo de' suoi _Tre mesi sull'Arno_, nel quale da autore che

ama i suoi comodi, egli giungeva a mala pena a Viareggio. Del Balestra

c'era una canzone; del Vigna una cicalata intorno agli amori di

Tibullo, con citazioni analoghe. E non mancava neppure quello studio

critico sui Nibelunghi, che il Vigna aveva tolto per roba da mangiare.

L'Ariberti dava fuori una trilogia lirica; nientemeno! La prima parte

s'intitolava: _Sotto i salici_, e cantava amori contadineschi; la

seconda: _Sotto i pioppi_, e cantava amori in villeggiatura; la terza:

_Sotto i portici_, e l'amore, come si vede, da questa terza categoria

d'alberi, entrava a dirittura in città, facendo anche una scappatina

nella seconda fila di palchi del teatro Regio, per ossequiare la bella

marchesa di San Ginesio.

Venendo ora ai nomi, alcuni firmavano i loro scritti, altri no. Il

Candioli, per esempio, si nascondeva dietro un _Comte de***_; ma

trovava il modo di dire cinquanta volte in un giorno che le tre stelle

della _Dora_ non avevano altro scopo fuor quello di usar riguardo ad

una famiglia _qui ne s'était jamais encanaillée dans les lettres._

Quanto al poeta della trilogia, egli firmava per la prima volta in sua

vita; Ariberto Ariberti.

Com'era andata la faccenda? Nicolino era stato persuaso a

sbattezzarsi, da un discorso dell'amico Ferrero.

--Sentimi;--gli aveva detto costui;--vuoi salire in fama di poeta? Non

basta esserlo, bisogna parerlo. Ora, quel tuo nome di Nicolino non è

abbastanza poetico; ti dirò anzi schiettamente che non lo è punto. Un

poeta ha da avere un bel nome, che i giovani e le donne possano

ripetere volentieri. Vedi, per esempio, il Foscolo. Si chiamava Nicolò

come te. Nicolò Foscolo! Ti pare che quel nome potesse andare, pel

futuro cantor dei Sepolcri? A lui per il primo non parve affatto,

poichè incominciò un giorno dal chiamarsi timidamente, e come per via

d'esperimento, Nicolò Ugo Foscolo; indi, buttata la parte inutile,

trovò la vera armonia del suo nome, «Ugo Foscolo», cinque sillabe che

non morranno mai più.--

Quelle ragioni erano sembrate il _nec plus ultra_ a Nicolino Ariberti,

che aveva subito pensato di ribattezzarsi a suo modo. E chi vorrà

biasimarlo del suo capriccio innocente, in un mondo che è così largo

di perdono a tante altre cose, niente affatto innocenti? Dopo tutto

questa di foggiare il nome a somiglianza del casato, è moda antica e

prettamente italiana. Per non ricordare che un esempio illustre,

citerò Galileo Galilei.

La comparsa della _Dora_ aveva fatto chiasso. Si era riso un pochino

intorno a quella novità di un giornale bilingue; e un certo

_Messaggiere_, che non la perdonava a nessuno, e neanco ai figli de'

ministri, aveva posto meritamente que' signorini in canzone. La celia

era parsa così grave, che i collaboratori della _Dora_, raccolti in

solenne adunanza al caffè dell'Aquila, avevano lungamente ed altamente

disputato, per vedere se non fosse il caso di andare a chiederne

ragione al beffardo collega. Fortunatamente per lui, prevalse l'idea

di rispondere inchiostro per inchiostro, sebbene colla giunta del sale

e del pepe, che doveva, nell'animo loro, esser peggio di un colpo di

spada.

Del resto, a far rimanere questa nel fodero, aveva contribuito

largamente la lode che, secondo il conte Candioli, era data nei

salotti aristocratici al nuovo giornale. _Il avait du premier coup

conquis sa place;_ cosa di cui non era da dubitare anche prima della

pubblicazione; ma che doveva sempre dar gusto e vendetta allegra di

certi lazzi plebei.

Soltanto una cosa dava molestia ai collaboratori della _Dora_ e ne

amareggiava un pochino il trionfo. Quel francese del Candioli era

maledettamente scorretto, ed essi da molte parti avevano udito farne

l'appunto. Per contro, il signorino sosteneva che il giornale era

tutto quanto scorretto; _faute_ d'un bravo correttore che rivedesse le

bozze di stampa. Ariberti gli teneva bordone; un correttore gli parea

proprio necessario, attento, di buona volontà, e che si contentasse di

poco, per non aggravare il bilancio della _Dora_. Questa fenice dei

correttori il nostro Ariberti l'aveva già in pronto, e, sentendosi

sostenuto dal Candioli, ne aveva anche detto il nome.

Tutti avevano fatto buon viso alla proposta, salvo il Ferrero, la cui

gratitudine perseguitava Filippo Bertone fino al punto di non

lasciargli guadagnare venti lire al mese. S'intende che Ferrero

parlava in nome dell'economia. C'è sempre una ragione onesta, per

commettere una bricconata. Che diamine! L'economia insegnava di andare

cauti fino a tanto non ci fosse la vendita del giornale in rispondenza

delle spese di stampa. Soltanto quando fosse raggiunto quel

modestissimo scopo, si sarebbe potuto prendere il correttore, ed anche

pagarlo un po' meglio; che quanto a lui lo avrebbe voluto coi fiocchi,

dovesse anche costare un centinaio di lire. Frattanto, poichè non

potevano spendersi neppure le venti, si lasciasse la proposta in

sospeso e ognuno dei collaboratori pensasse a correggere con maggior

diligenza le sue bozze, anche a tornarci su due o tre volte.

Per altro, il conte Candioli non era rimasto persuaso, _et pour

cause_. Nel medesimo giorno egli aveva preso in disparte Nicolino...

cioè, no, diciamo d'ora innanzi Ariberto Ariberti.

--_Est-ce que votre ami Berton connait le francais?_

--Sicuramente; il povero giovane sa un po' di tutto, e quel poco lo sa

bene, come tutti coloro che hanno dovuto imparare senza maestri.

--_Eh bien_, fatelo venire domattina da me; c'intenderemo. Io non ho

pazienza a rivedere le mie bozze di stampa. _C'est une corvée, et mon

état est de ne pas en faire._--

Da questo discorso del Candidi coll'Ariberti ne avvenne che la prosa

francese del contino nel secondo quaderno della _Dora_, uscisse

stampata in forma cristiana. Ci si mostravano poi certe frasi, ci si

rigiravano certe _tournures_, che il nobile autore non avea pur

sognato di metterci. Ma egli si guardò bene dal protestare; che

anzi!..

--_Ce pauvre Berton! mais savez-vouz qi'il a de

l'intelligence_?--aveva detto egli all'Ariberti in un impeto di

entusiasmo.

In un altro di questi lucidi intervalli, il conte Candioli, che, per

ragione della sua povera prosa, non isdegnava di salir qualche volta

le scale d'un quinto piano in via Santa Teresa, aveva perfino tentato

di far smettere a Filippo il suo venerando giubbone di color tabacco.

Sventuratamente non l'aveva pigliata pel suo verso, e si era impuntato

ad offrirgli i suoi spogli. Filippo Bertone non era orgoglioso più del

bisogno, ma non vedeva ragione di romper fede al suo povero soprabito,

per far sapere alla gente che indossava gli abiti smessi dal conte

Candioli. Quanto poi a farsene fare di nuovi, come il suo mecenate gli

propose da ultimo, profferendosi a pagarne la spesa, egli non ne

vedeva ancora la necessità. In fondo in fondo, non voleva elemosina.

Guadagnava venti lire al mese per mettere in buon francese il tunisino

del signor conte, e per allora ne aveva di catti.

Tornando al giornale, se la prosa del Candioli cominciava, a passare,

le liriche amatorie dell'Ariberti avevano dato a conoscere un poetino

di garbo, una speranza nuova della patria, un astro nascente, e tutto

quel che vorrete. Il nostro giovinetto entrava anche lui nell'orto

della fama, così fieramente custodito dai draghi della critica, e vi

gustava (dirò così per continuare la metafora seicentistica) i primi

frutti della gloria, come sarebbe quello che Orazio ha espresso in un

felicissimo verso, così recato in italiano da non so quale traduttore:

_Ir mostro a dito e udirsi dire: è desso._

Una sera, per venire agli esempi, una sera egli era al teatro Regio,

seduto nel suo scanno presso l'orchestra. Il nostro Ariberti non

poteva già più contentarsi di rimanere in platea. La cosa era buona

per un filosofo; ma per uno studente di legge, per un avvocato in

erba, non poteva più andare. A fare questo gran cambiamento nelle sue

consuetudini, mancavano, a dir vero, i quattrini; ma la necessità

rende l'uomo ingegnoso. E per comodo dello studente in angustia,

nacque lì per lì un avvocato che doveva partire da Torino, per andarsi

ad allogare non so dove, e che non poteva portar seco tutta quanta la

libreria. Gli autori utili, anzi necessari, che si potevano avere in

quella occasione e a buon patto, erano molti, da Bortolo di

Sassoferrato al Deluca, e da questo al Merlin, col Pardessus (avrebbe

detto Candioli) _par dessus le marché_. In conseguenza di questa

bella trovata erano venuti per la posta da Dogliani i denari

dell'abbonamento alla sedia chiusa del Regio. E perciò avvenne che,

quella sera di cui si parla, il sullodato astro nascente, in giubba a

coda di rondine, petto di porcellana, e cappello a stiacciata, fosse

visibile sull'orizzonte del Regio, dalle otto alle undici, in quella

che un'altra e più vivida stella sfolgorava da un palchetto di seconda

fila. Era essa, come il savio lettore avrà già indovinato, la bella

marchesa di San Ginesio; la quale, pari a tutte le belle donne

l'ultima volta che si sono vedute, era in quella sera più bella che

mai.

Unico cavaliere (essendo lo spettacolo appena incominciato,) stava nel

palchetto della marchesa di San Ginesio un signore di mezza età, che

all'aria fredda e svogliata s'indovinava essere il marito. È notevole

la cura che questi signori così largamente favoriti dal codice civile

pongono a far conoscere i loro diritti ed in pari tempo la fiacchezza

con cui sono disposti a difenderli. Pronti, ilari e pieni di

smancerie, quando vanno in giro, aliando negli orti del prossimo,

costoro vi appaiono stanchi, musoni, pieni di tedio, quando l'ufficio

della accompagnatura li trattiene per poco a quattrocchi colle dolci

metà. Quell'aria di olimpica noia par che dica alle genti: «Signori,

se credono che io ci provi gusto a star qui, s'ingannano a partito; io

mi divoro i miei proprii sbadigli, come Saturno i figliuoli. Vengano

liberamente e vedranno come piglio il portante. Animo, dunque, _en

avant les cavaliers!_»

Anche la signora moglie profitta di questo matrimoniale intermezzo,

per cento atti e vezzi che non riguardano punto il suo annoiato

compagno. Si prova due o tre volte sul cuscino; si rassetta la veste,

perchè non istia troppo tirata, e perchè faccia agli occhi dei

riguardanti un bel partito di pieghe; dà una guardata in giro alle

prime file e una sbirciata alle ultime; sorride di compassione, al

vedere qualche veste, o acconciatura, non più nuova fiammante; si

morde il labbro dall'invidia, scorgendo una collana di diamanti o un

paio di gocciole che sembrino deriderla coi mutevoli e sfolgoranti

riflessi; solleva con grazia il binoccolo incrostato di madreperla e

lo appunta su questo o su quel palchetto rivale, non senza lasciar

cadere qualche occhiata in platea e nei posti distinti, dove il suo

braccio mollemente appoggiato sul davanzale di velluto è fatto

argomento di dotte considerazioni e di ascetiche contemplazioni da

tutta una Tebaide di scapoli. Insomma, par che canti anche lei il suo

verso: «Signori, non facciano caso, è mio marito; otto anni di

matrimonio ci hanno ridotti così. Se il Codice non dicesse che la

moglie deve seguire il marito, quando egli la accompagna a teatro, lor

signori certamente non mi vedrebbero, vittima rassegnata, misurare i

miei passi su quelli del mio sacrificatore. Animo, chi si fa innanzi a

consolarci quest'ora di martirio?»

Qui per altro va fatta una restrizione. Se nel palchetto della

marchesa di San Ginesio il signore di mezza età appariva alla sua aria

svogliata il marito di quella Giunone, la signora dal canto suo non

somigliava punto a quel tipo di moglie che ho tratteggiato pur dianzi.

La marchesa di San Ginesio aveva dato a mala pena uno sguardo alla

sala, nell'atto di sedersi al suo posto, ed essendo giunta in

principio di spettacolo (cosa piuttosto rara, che molte altre dame non

avrebbero ardito di fare) era rimasta intenta alla scena, e più ancora

alla musica, senza pure voltarsi, o sogguardare colla coda

dell'occhio, al ripetuto cigolare degli usci e al consecutivo fruscio

delle sete e dei velluti, che esercitano durante il primo atto di una

rappresentazione la pazienza del colto sì, ma pur qualche volta

invelenito uditorio.

Alda di San Ginesio si curava poco del volgo profano che le stava

dintorno e lo lasciava scorgere senza un ritegno al mondo. Tale per

fermo dovette parere la regina di Cartagine a Jarba, quando costui,

alla dimanda, del suo confidente: «Qual ti sembra, o signore?» rispose

ammirato il suo metastasiano: «Superba e bella».

Difatti, ella era superba. Ma superba per vano orgoglio, o per gentile

alterezza d'animo? Questo venìa domandando a sè stesso il giovine

Ariberti, mentre, appuntando il binocolo a caso tre o quattro

palchetti più indietro, stava di soppiatto ammirando le forme

scultorie (è questa la frase moderna, e l'adopero anch'io senza

scrupolo) della sua bella Giunone, che parte emergevano e parte

trasparivano dai pizzi, dalle trine e da tutti gli altri intessuti

nonnulla, di cui si copre la bellezza, ma senza troppo nascondersi.

Verso la fine del primo atto, l'uscio del palchetto che l'Ariberti non

perdeva di vista si aperse, e il voltarsi leggermente che fecero le

teste dei coniugi verso il fondo indicò l'arrivo di un visitatore. Le

visite lassù erano la gran seccatura del nostro innamorato, che vedeva

la marchesa costretta a rimaner lungamente colla faccia rivolta

dall'altra banda, le spalle contro la parete, e la persona quasi

nascosta a lui nella penombra del palchetto. Inoltre, chi erano essi e

con quali intenzioni andavano, tutti quei bene inguantati Achei, a

intrattenerla mezz'ora per ciascheduno di cento sciocchezze e a

respirare la loro parte d'aria a due spanne dalla sua bocca? Fossero

state dame, alla buon'ora; ma uomini!

Per questa volta, sebbene si trattasse di un uomo, l'Ariberti non uscì

fuori dai gangheri. Era apparsa dal fondo e si illuminava beatamente

in mezzo a quelle dei due coniugi la faccia gloriosa del contino

Candioli; un paio di baffi biondi che andavano a smarrirsi nella

cascata di due ventole bionde, uscenti senza soluzione di continuità

da una bionda zazzera, spartita a mezzo il cranio e tagliata sui lati

a punta di spazzola: poi, nei vani lasciati da questa ricca

vegetazione di canapa, un fronte piccino e un paio d'occhietti grigi,

un naso e un mento angolosetti anzi che no; a farla breve, un bel tipo

di cagnolino inglese, che, coll'aiuto del parrucchiere e del sarto, ma

più ancora per aver noi fatto l'occhio alla estetica nuova, può anche

dirsi ai tempi nostri, un bel giovine.

E questo bel giovane, entrato pur dianzi nel palchetto della marchesa

di San Ginesio, non aveva, siccome ho raccontato, fatto dar ne' lumi

il nostro Ariberti. Egli ricordava tuttavia due sentenze ed una

promessa del conte Candioli. Le sentenze dicevano: «_froide, ainsi que

le sont généralement toutes les grasses; taille de guêpe et pied

d'Andalouse, voilà comme je les aime_». La promessa poi era questa;

«non dubitate, Ariberti, noi rispetteremo la vostra Giunone». Ora, se

la promessa non lo raffidava poi troppo, ben gli parevano sufficiente

malleveria le due sentenze del contino, per quanto, a suo giudizio,

una fosse bugiarda e l'altra dinotasse un pessimo gusto, almeno nella

sua prima metà. Chiedo scusa alla _taille de guêpe_; non son io che

giudico in via sommaria; ho un personaggio alle mani, che pensa a suo

modo, e gli fo il dragomanno.

Il cagnolino inglese fu accolto con affabilità dalla dama e con lieta

dimestichezza dal marito. Nè poteva essere altrimenti, perchè il

contino Candioli era uno dei loro, poi il figlio di un ministro, poi

(che serve il tacerlo?) un primo Cireneo, che avrebbe aiutato il

marchese a portare per quella sera la sua croce, e fors'anco a deporla

un tratto, permettendogli di andare in un palco di bocca d'opera a

studiare più da vicino il corpo di ballo. Il marchese di San Ginesio

ci aveva due ragioni per coltivare gli studi coreografici; era marito

e consiglier comunale. Ne trovi delle altre il lettore, se queste due

non gli sembra che bastino.

Io dirò intanto che la presenza del nuovo venuto portò come un pizzico

d'allegrezza in quella musoneria maritale. Il contino Candioli, del

resto, recava nel terzetto la maggior quantità di parole. Il marchese

ad ogni tanto entrava nella conversazione con una frase, per dare lo

addentellato al suo interlocutore. La marchesa, colla testa

leggermente china e col ventaglio ritto che le sfiorava il mento,

pareva intenta al dialogo de' suoi cavalieri. Forse era svogliata e

distratta; e quell'atteggiamento e un sorrisetto a fior di labbro

erano pretta cortesia, non attenzione vera, alle inezie di cui

certamente si componeva il discorso.

L'infranciosato patrizio doveva passare in rassegna le donne e i

personaggi più notevoli dell'uditorio, poichè il marchese di San

Ginesio a volte alzava il binoccolo per guardare qua e là, e la

marchesa dal canto suo faceva in pari tempo un mezzo giro del capo,

per dare uno sguardo fuggevole là dove egli sicuramente accennava. Poi

venne la volta dei posti distinti, aia pulita e lucente su cui

dimenavano gloriosamente il collo e facevano la ruota i signori del

mondo elegante.

Pensando allora che l'attenzione dei tre nobili osservatori poteva da

un momento all'altro rivolgersi sulla sua modesta persona, lo studente

assunse un'aria sbadata. Era in piedi, e dava le spalle al

palcoscenico; epperò fece le mostre di guardare qua e là senza

fermarsi in nessun luogo, distratto, anzi svogliato, come è debito

d'ogni gentiluomo che si rispetti un tantino. Per altro, s'intende che

ad ogni tratto nel vagabondare a destra e a sinistra, gli occhi

dell'innamorato ricorrevano al loro centro d'attrazione, e gli

giravano intorno con una rapida volta, come farebbe una cometa col

sole.

Per tal modo egli potè avvedersi in tempo di essere stato notato dal

Candioli ed anche (oh Numi!) d'essere indicato da lui alla dama.

Giunone volse allora lentamente la testa, abbassò le ciglia dal suo

Olimpo, e il poeta dei salici, dei pioppi e dei portici, sentì che il

suo cuore rispondeva con un palpito all'appressarsi di quella gran

luce. Sbirciando colla coda si avvide di ben altro. La signora aveva

stesa la mano alla mensoletta di velluto che reggeva il suo binocolo

incrostato di madreperla, e rialzando leggiadramente sul gomito un

braccio tornito dalle Grazie, si degnava di recare il bel trovato di

Galileo all'altezza degli occhi. Oh miracolo inaudito! Oh fortuna

insperata! Quelle due lenti, piene di arcani bagliori, erano appuntate

su lui.

Qual fosti allora, per dirla con una frase prediletta di Giacomo

Leopardi, qual fosti, o Ariberti? Aver meritato uno sguardo di quella

donna, pensare che quella donna sapeva il suo nome, e che egli, umile

e sconosciuto il giorno addietro, entrava di primo acchito nel settimo

cielo de' suoi desiderii; o non era quello il caso di andare in

visibilio?

Balenò un tratto, come se lo avesse colto una vertigine; indi,

cercando di pigliare un contegno, fece per alzare il binoccolo a sua

volta e guardare in qualche luogo. Ma nell'atto di alzare il gomito,

gli parve quello un cattivo espediente. Diffatti, se la marchesa

guardava lui, con che animo avrebbe egli fatto le viste di guardare

un'altra? E così avvenne che, tra il sì e il no, rimanesse a

mezz'aria. Avrebbe voluto mettersi due dita nel solino, per

rassettarselo intorno al collo, ma si ricordò in tempo di Don

Abbondio, e finì per lasciar ricadere il braccio disteso, lungo la

costura dei calzoni, nella posizione del soldato senz'armi. Frattanto,

al caldo che sentì salirsi alla faccia, gli parve di arrossire come un

coscritto che si vede guardato la prima volta dal suo colonnello.

Sicuramente, lassù si parlava di lui. Nel volgersi che fece

macchinalmente alcuni secondi dopo, si avvide che anche il marchese di

San Ginesio aveva chinato gli occhi a guardarlo. Ariberti lo avrebbe

liberato volentieri da quella molestia. A lui non premeva punto di

destar l'attenzione del tiranno prima del tempo. Scellerato Candioli!

Non poteva aspettare a metter fuori le sue indicazioni quando il

tiranno sullodato fosse uscito di là?

Ma la tortura del nostro innamorato non era finita con quella guardata

del marchese. Ariberti doveva bere fino all'ultima goccia il calice

amaro della sua gloria. La conversazione intorno ai fatti suoi (che

non poteva essere altrimenti con tutto quel lavoro di binocoli) era

interrotta o conchiusa con una risata della signora. Il povero

studente, impacciato come un pulcino nella stoppia n'ebbe una stretta

dolorosissima al cuore. Come mai una dama di quella sorte, per solito

così severa e contegnosa, dava in uno scoppio di risa? Imperocchè, non

c'era da sofisticarci su, gli era stato uno scoppio; argentino, se

vogliamo, ma l'epiteto non toglieva nulla al sostantivo. E proprio nel

guardar lui; e proprio nel ragionare di lui!

Che diamine le aveva detto il cagnolino inglese? Forse si era fatto

beffe de' suoi versi? O del nome di Nicolò mutato in Ariberto? O della

sua qualità di provinciale? Comunque fosse, la sua vanità aveva

toccato un colpo profondo; comunque fosse, poi, la bella e severa

Giunone aveva dato in uno scoppio di risa, come avrebbe fatto la più

umile, la più volgare tra tutte le donne di questo basso mondo,

poniamo la signora Giuseppina Giumella, fiorista in via Doragrossa.

S'intende che tutti questi ragionamenti il nostro eroe non li faceva

lì per lì dal suo sedile, ma per via, nel tornarsene a casa, torbido e

sbuffante come una belva ferita che si ripara nel suo covo. Là, in

teatro, fu solamente cruccioso e impacciato. Non volse più gli occhi

al palchetto di seconda fila; anzi, rannicchiatosi nella poltrona, col

collo tirato in dentro come le tartarughe e colle ginocchia alla

sciamannata contro la spalliera della poltrona che aveva davanti a sè,

rimase per tutto il rimanente dello spettacolo voltato dall'altra

parte.

Giunone non si avvide di quel broncio terribile. Anche lei, come

portavano le consuetudini della civil compagnia, dato al signorino

quell'istante di attenzione che era consentito dal discorso, non aveva

più posto gli occhi su lui.

La notte di Ariberti fu inquieta. Mulinò sul guanciale truci pensieri

e propositi di arcane vendette. Voleva salire in fama, farsi amare da

quella donna e poi disprezzarla, come aveva letto d'un eroe da

romanzo; ma pensò con ragione che queste peripezie facili a svolgersi

in una tela da romanzo, non lo erano del pari nella vita comune, dove

le signore donne sogliono curarsi poco, assai poco, degli uomini

illustri. Pei giovanotti, che si sono bene o male educati a questo

culto, studiando il _De Viris_ e la storia della letteratura, non c'è

che dire, un grand'uomo è un grand'uomo; per le donne è tutt'altro;

qualche volta, per esempio, è un noioso, e si sospetta generalmente

che prenda tabacco.

Piuttosto, avrebbe dovuto darsi alla gaia vita, diventare uno

zerbinotto, celebre per le sue avventure e per qualche elegante

capestreria. Ma di questi Don Giovanni ce n'erano già tanti in ordine

di marcia, che il nostro Ariberti correva il rischio di giunger

l'ultimo, e quando non ci fosse stato più sugo a tentare l'impresa.

Voleva una vendetta più spicciativa, lui; ma sì, pigliala! Tra l'altre

belle invenzioni, pensò di non guardar più quella donna, di andare a

farsi trappista, per raccontare la sua storia a qualche giramondo

francese, il quale vi avrebbe tessuto un capitolo d'_Impressioni_; le

quali sarebbero cadute sotto gli occhi di lei; la quale... Insomma, un

monte di scioccherie, sulle quali si addormentò finalmente, ma per

sognare di guardate superbe e beffardi scoppi di risa.

Il giorno dopo era venerdì, e quella sera il teatro Regio era chiuso.

Giorno nefasto! Ariberti non si accostò nemmeno all'atrio

dell'università; ingoiò dell'assenzio, bevanda de' forti, e scrisse a

sfogo un centinaio di giambi. Venne il sabato e tutta la sua rabbia

era smaltita; non gli era rimasto nel cuore che un dolor sordo, che io

paragonerei volentieri a quello del mal di denti quando è per

andarsene, se non temessi di farmi mettere al bando dalle anime

innamorate. Quella sera il teatro era aperto, anzi v'era spettacolo

nuovo, e il gran concorso degli spettatori, collo scintillìo di tutte

le stelle di prima e di seconda grandezza sul meridiano del Regio,

oscurò la luce tapina di quel povero satellite che si chiamava

Ariberti. La metafora vuol dire che la marchesa di San Ginesio non

mostrò di avvedersi che egli fosse al mondo. Rinunzio a descriver la

notte; _animus meminisse horret, luctuque refugit._

Venne la domenica. Ma le domeniche la marchesa non andava a teatro,

salvo che in certi casi eccezionali. E quella sera il caso eccezionale

mancava; nè l'Ariberti poteva gloriarsi di esserne lui uno. Gli

bisognò dunque aspettare il lunedì sera. Ma ohimè! per quanto lo

spettacolo non avesse più il pregio della novità e la sala non

offrisse più le distrazioni dell'altra volta, madonna non pose mente a

lui, nè si accorse de' suoi atti, o delle sue giaculatorie, rincalzate

dal più operoso binocolo che uscisse mai dalle vetrine di Fries.

Come fare a destar l'attenzione di quella superba? L'Ariberti avrebbe

rotto volentieri un bracciuolo della poltrona, o invitato ad alta voce

il contrabasso a scorciare di due palmi il braccio del suo molesto

istrumento. Fece in cambio la ragazzata di applaudire una seconda

ballerina di contrattempo, e senza che un cane gli tenesse bordone.

Lo zittirono, com'era naturale, e tutti gli sguardi si volsero a lui,

che si provò a star duro come un milorde inglese, quantunque si

sentisse venir rosso fino alla radice dei capelli. Per altro, non andò

guari che dovette allibire, avendo veduto con quella benedetta coda

dell'occhio che la signora, seguendo il moto delle teste, aveva posto

lo sguardo su lui e lo considerava coll'aria attonita di chi non

capisce la ragione di un atto, o di una parola, che potrebbe anco

esser l'atto, o la parola di un pazzo. Questo, nella sua foga

giovanile, non aveva preveduto l'Ariberti; il quale giurò in cuor suo

di non far più capo a così eroici spedienti.

Finito il ballo, che gli parve assai lungo, uscì dal teatro, senza

volerne saper altro. Voleva in quella vece andare al caffè, e bere del

pònce. Nel vestibolo incontrò il conte Candioli, che scendeva allora

dalla scala dei palchetti.

--_Arrêtez donc? Où diable courez-vous si vite?_--gli gridò il contino

alle spalle.

Ariberti lo avrebbe mandato lui al diavolo; ma bisognava adattarsi

alla necessità e far bocca da ridere.

--Vo a prender aria;--rispose egli, dopo aver stretta la mano che il

signor conte si degnava di porgergli.

--Aspettate quella della prima donna, perbacco!--sclamò il Candioli,

felice d'avere imbroccato un bisticcio.--Il terz'atto è il più bello

dell'opera.

--Ma io, veramente....

--Sì, capisco--interruppe l'altro ridendo;--voi andate ad appostarvi

sull'uscita del corpo di ballo. _Avouez-le, heureux fripon_; voi

aspettate la piccola Diavolina.--

Diavolina era il nome che portava nel ballo la danzatrice «di rango

italiano» applaudita pur dianzi dall'Ariberti.

--Io? Non la intendo;--diss'egli confuso.--Andavo a bere un pònce; ed

anzi, se il signor conte vuole onorarmi...

--Grazie, non posso. Questa sera son di servizio; ho da accompagnare a

casa la baronessa Vergnani, che ha il marito in missione a Monaco e

che offre un tè ai suoi cavalieri di quest'inverno. _Vous voyez ça

d'ici_; Penelope che convita i Proci! Ma a proposito della piccola

Diavolina, che diamine v'è saltato in mente, mio caro, di applaudirla

a quel modo? Siete il suo _valet de coeur_?

--Che! non la conosco neanche per prossimo.

--Ah, meglio così; perchè, a dirvela qui _entre nous deux_, quella

piccina non val proprio nulla. E poi c'è il suo re di danari, il

cavaliere di Grugliasco, che ve la contenderebbe _à outrance_.

Intanto, vedete, voi ve ne siete fatto un nemico mortale, poichè con

quell'applauso avete esposta la sua bella a pigliarsi dei fischi.

--Ah sì? Non me ne importa proprio un bel nulla.

--_Prenez garde!_ Il cavaliere passa per la prima lama di Torino.

--Le ripeto, signor conte, che ciò non mi fa caldo nè freddo. Col mal

umore che ho in corpo, la romperei anche con il gran lama del Tibet.

--_Pas mal, pas mal!_--disse Candioli, con un cenno del capo che

indicava il buongustaio.--_Mais quelle mouche vous a piqué?_ Sareste

in collera con Giunone?--

Ariberti si rabbruscò a quel ricordo dei loro discorsi di caffè.

--Le ho già detto, signor conte, che in tutta quella chiacchiera del

Vigna non c'era una parola di vero.

--Eh via! Non sofistichiamo. Se non c'era allora, ci può essere

adesso. L'altra sera vi ho colto in flagranti di contemplazione.

--Sì, non lo nego, l'ho guardata;--balbettò l'Ariberti, confuso;--ma

come ne ho guardate tante altre, e non ci sono più tornato.

--Davvero?

--Glielo assicuro.

--_Tant mieux!_ Mi pare di avervelo già detto; è una donna troppa

fredda. _On ne lui connait pas la moindre aventure._

Quella frase, buttata là a caso dal contino, suonò dolcemente

all'orecchio d'Ariberti. Egli, per vero, non avrebbe saputo dirne il

perchè, quando pure si fosse fermato a pensarci; ma provava una certa

consolazione a sentire che quella superba donna, la quale rideva di

lui, facesse piangere gli altri; che certamente erano in molti a

sospirare per lei.

E tuttavia, quella risata gli stava sempre sul cuore. Avrebbe voluto

chiederne al conte, e saperne, come suol dirsi, l'intiero. Ma sì, per

riuscire al suo fine, gli sarebbe bisognato scoprirsi troppo,

confessare ch'era stato tutt'occhi per la marchesa, che si era

avveduto dall'accenno a lui, e via via tutta una filatessa di cose da

non dirsi al Candioli. E poi, anche disponendosi a ciò, il nostro

provinciale non avrebbe saputo come prenderla.

Così avvenne che rimanesse colla voglia e colla stizza, non bene

affogate più tardi nel pònce, che fu ad un pelo di scottargli il

palato. Di tornare in teatro, dopo quella memoranda impresa dei

battimani, non sentiva più il desiderio. Anche quella vergogna gli

stava sul cuore, e in quel momento poi, anche la marchesa gli era

venuta in uggia, per quella sua attonita e altezzosa guardata.

A farla breve, il nostro innamorato era in quella sera un tal misto di

contradizioni, che io rinunzio a descriverlo, per non sembrarvi più

matto di lui.

In casa, dove finalmente si ridusse colle sue stravaganze, lo

aspettava una novità. Sul suo tavolino da notte, appoggiata al

piattello del candeliere perchè avesse a dargli subito nell'occhio,

stava una lettera per lui. La soprascritta, di mano evidentemente

femminile, oltre la calligrafia poco sicura dimostrava un'ortografia

male in gambe. E non era qui tutto, poichè l'Ariberti nel rivoltare la

lettera, vide che era sigillata colla metà d'una volgarissima ostia.

--Chi diavolo ha potuto scrivermi?--domandò mentalmente a sè stesso.

Al nostro eroe era passato per la fantasia un nembo di lettere

profumate in carta di seta, collo stemma impresso a colori sulla

ripiegatura, e con una mano di scritto affilettata all'inglese; sogni

tutti e desiderii della sua giovinezza precoce. Ed ecco, gli capitava

in quella vece alle mani una letteraccia in carta comune, mal

ripiegata, peggio sigillata, e probabilmente piena di scarabocchi, sul

fare di quelli che la soprascritta portava ad insegna.

Basta, non è tutto oro nel mondo, e Ariberti doveva contentarsi per

quella volta agli spiccioli di rame. Chi sa? poteva anche essere oro

misto. Imperocchè dopo tutto ci son pure delle care e belle donnine,

che hanno una brutta calligrafia e che suggellano le lettere

coll'ostia.

Il giovine aperse tra rassegnato e curioso quella che gli mandava per

allora il destino. Essa incominciava «illustrissimo signor Riberti»

che gli fece di scoppio «_rizzar le chiome sul crin_», come cantò

elegantemente un poeta di mia conoscenza.

Oramai, non c'era più da sperare. Ariberti corse cogli occhi in fondo

alla lettera. E qui, s'egli avesse avuto la memoria più pronta, non ci

sarebbe stato neanche da stupirsi. La firma era quella della «sua

devotissima serva, Giuseppina Giumella» di quella fiorista in via Dora

Grossa e pigionale della signora Paolina, in via degli Argentieri, che

i lettori conoscono.

Il primo atto che fece egli al leggere quella firma, voleva dire: che

nome prosaico! chi sarà mai questa devotissima serva? E stava

rigirandosi il foglio tra le dita, ma senza cavarne un costrutto.

Laonde, si appigliò allo spediente più ovvio, che era quello di

leggere, o, per dire più veramente, di decifrare quei geroglifici.

La signora Giuseppina lo ringraziava del bene che aveva avuto da lui e

giurava che gliene sarebbe stata riconoscentissima «fino all'estremo

anelito»; la qual frase faceva testimonianza d'una certa coltura

letteraria, raspata nei libretti d'opera. Finiva pregandolo caldamente

a voler passare da lei, per una cosa di molta importanza che aveva a

dirgli.

Ariberti si ricordò allora della pigione pagata, e gli tornò anche in

mente, sebbene veduto alla sfuggita, il tipo della ragazza che aveva

occupato l'antico domicilio di Filippo Bertone.

Ma che cosa voleva costei? La vanità nascente non permise al giovine

di dare al fatto la spiegazione più naturale. Di certo, quella ragazza

gli aveva a parlare per conto d'altrui, e molto probabilmente d'una

donna. A quella supposizione che gli faceva intravedere un intrigo

donnesco, si sentì battere il cuore. Infatti, e non poteva esser

proprio così? Non faceva essa la fiorista in uno dei più riputati

negozi di Torino, dove certamente praticavano le più eleganti signore

della città?

Di questa guisa, tra l'immagine della marchesa e quella di Giuseppina

Giumella, che la sua ferace fantasia accoppiò per alcuni momenti in un

medesimo intrigo, tra gli zitti della vigilia e la visita del giorno

imminente, il nostro eroe dormì poco e balzò dal letto più presto del

solito.

Quella mattina si vestì con una ricercatezza che mai la maggiore, si

profumò, si lisciò un'ora allo specchio, come se si fosse trattato di

un ripesco amoroso. Si è detto che ogni donna, alle sue ore, è un

pochino civetta; ma io vi so dire che l'uomo è un civettone

senz'altro. Il mio eroe uscì di casa azzimato come un vero damerino e

si avviò verso quella benedetta strada degli Argentieri, che gli

pareva tutt'altra da quella di prima. Salì le note scale con un po' di

rimescolo nel sangue; chè non si era mai trovato fino allora in un

caso simile. Per altro, siccome non era un andare alla morte, si fece

animo come potè, e ravviati colla mano i morbidi capegli sul fronte, e

tirate due punte, o per dir meglio, due ombre di baffi, diede una

scossa al campanello che sapete.

L'uscio si aperse prontamente, e la signora Giuseppina Giumella, fatto

entrare il visitatore, fu pronta del pari a richiuderlo. Certo ella

era stata in ascolto colla mano sul catenaccio, e avea fretta di

chiuder quell'uscio, perchè quella curiosaccia della signora Paolina,

facendo capolino dal suo, non vedesse lo studente. Anche lei era

vestita con una certa attillatura, e i suoi capegli biondi, indocili

al pettine, apparivano assettati con cura. Ed anche lei si vedeva

confusa, e dopo avergli additato una scranna presso l'abbaino, stette

lì cogli occhi bassi e in silenzio, quasi non sapesse neppur lei da

che parte incominciare.

C'era, a diportarsi in tal modo, il suo bravo perchè. L'accorta

ragazza voleva piantare un chiodo, e le premeva di non parergli

sfacciata. Dai discorsi della padrona di casa, aveva fiutato subito la

selvaggina e non voleva lasciarsela fuggire di mano. C'era di mezzo un

certo giovinastro, studente di medicina, frequentatore di bische, il

quale non le avrebbe anche levati quei pochi che ella guadagnava col

suo lavoro di tutta la settimana. Ora, senza contare ch'ella era già

stanca di quell'arnesaccio e lo avrebbe volentieri mandato a quel

paese, la fiorista cercava un'anima gentile, un cuore ben fatto, che

sapesse intendere il suo e le prestasse lì per lì una cinquantina di

lire. Come si vede, era modesta ne' suoi desiderii, e una così piccola

somma l'avrebbe trovata soltanto a scendere in istrada per chiederla

al primo che fosse passato di là. Ma questo forse non faceva comodo

alla signora Giuseppina. Ci aveva il ricordo fresco della cortesia

d'Ariberti, cortesia fatta senza pur conoscere a chi la usasse. E

questo era un precedente degno di nota.

Donde il proposito fatto di rivolgersi a lui e il bisogno, se voleva

riuscire nell'intento, di mostrarglisi amabilmente confusa.

Ariberti fu quello che doveva essere in una simile occasione; cioè a

dire un pretto collegiale. Le vide i lucciconi sugli occhi e non seppe

resistere. Certo, egli cadeva un po' giù dalle sue prime illusioni. Ma

la signora Giumella era tanto graziosa, a quel lume mattutino! E poi,

non rideva di lui, come quell'altra! Infine, chi sapesse da quali

piccole cause dipendono spesso gli atti più rilevanti di un' uomo!....

Fo punto, perchè credo che la cosa sia stata già detta e stampata da

Panfilo Castaldi in poi, almeno un migliaio di volte.

La notte del Commendatore · 第 9 / 28 题