Nell'atrio dell'università, sotto i portici di Po, in piazza Castello,
ad ogni tratto il giovane Ariberti s'imbatteva in qualche amico.
--Ah, sei tu, buona lana? E dove hai passate le vacanze?
--Io? Non me ne parlare. A Dogliani, nel «paterno ostello».--(e qui un
sospiro lungo tanto rincalzava la frase).--Ma dimmi piuttosto; e tu
dove sei stato?
--Ho fatto un viaggio;--rispondeva l'altro, con un'aria dimessa che
volea parere modesta;--sono stato in Toscana.--
E lì il Ferrero, che così per l'appunto si chiamava l'amico, a tirar
giù una filatessa di tutto quello che aveva veduto a Lucca, a Pisa, a
Firenze. Senza andare di una parola più in là d'una guida, trovava il
modo di ficcar dentro al discorso tutte le meraviglie dei luoghi
veduti, e non la perdonava nemmanco a un muricciuolo; laonde, non è a
dire se il povero confinato di Dogliani se ne sentisse venir
l'acquolina in bocca. E poi l'amico Ferrero ci aveva le sue
considerazioni, i suoi appunti particolari sugli usi, sui costumi e
sulla lingua dei figli di Etruria; ricordava i modi, rifaceva la
parlata con una grazia tutta sua. All'osteria aveva mangiato il lesso,
che corrispondeva alla carne bollita, ahi troppo, della cucina
domestica; aveva chiamato tavoleggiante il garzone di caffè; conosceva
le uova al tegame, le uova a bere, le uova affogate, le sode e le
bazzotte; insomma era diventato un'arca di scienza.
Al caffè dell'Aquila, dov'erano andati i due a sedersi, con tre o
quattro amici combinati per via, un altro studente, che era conte e
figlio d'un ministro, e che per solito tirava dritto salutando con
molto sussiego i compagni, si era degnato di avvicinarsi a loro e di
rallegrarli colla sua conversazione, per far sapere a tutti che
tornava allora allora di Francia.
--E Lei, dove è stato?--domandava il signor conte, volgendo la parola
al nostro Ariberti.
--A Dogliani;--rispondeva questi, avvilito.
--Dogliani! Dov'è?--chiedeva il conte, coll'aria di chi non si
raccapezza.--Dalle parti di Mondovì?
--Sì, verso le inospiti Langhe;--soggiungeva un altro della brigata.
--E via, non disprezziamo tanto i nostri paesi;--interruppe il
Ferrero.--Ci sono certe ragazze avvistatette, che non fo per dire...
Il nostro Ariberti ha da aver fatto strage.
Il conte, strascicando l'erre con quel suo garbo nobilesco:--Quando si
va in campagna, non c'è altro modo di vivere, che devastando il
pollaio. Ma Parigi.... Parigi..... ecco la vita! Il palazzo Reale! il
_Rocher de Cancale! la Chaussée d'Antin_ colle sue donne adorabili!
_Parlez-moi de ça_!
E con una leggiadra giravolta sui tacchi, il signor conte Candioli
andò verso il banco, per farsi ammirare dalla padrona, pallida
creatura, che aveva letto Ossian e si credeva una specie di Malvina,
perchè aveva i capegli di canapa mal pettinata.
--Vedi che sciocco!--disse il Ferrero sottovoce all'Ariberti.--Perchè
è stato a Parigi, insieme coi bauli del suo signor padre...
--Eh via, non sei tu forse stato a Firenze?
--In Italia, perdinci, e co' miei danari.
--Vorrai dire di tuo padre.
--S'intende; ma sono andato per mio diporto. Ma perchè non far lo
stesso anche tu, scambio di chiuderti in quel tuo guscio di noce? Tuo
padre non è ricco abbastanza per farti pigliare un po' d'aria di casa
d'altri?
--Che vuoi? Gli sembro troppo giovane, per girare il mondo da solo.
Poi, c'era l'esame di ammissione... Infine che ti dirò? Voi fortunati,
che avete potuto passare il confine! Noi ce ne siamo rimasti all'ombra
nelle nostre montagne, coi nostri cenci campagnuoli dattorno. Non è
egli vero, Balestra?--
L'amico chiamato con questo nome rispose con un malinconico cenno del
capo, che voleva dire: purtroppo.
--Benissimo; bisogna far strage!--ripigliò.
--Oh, a proposito di cenci,--ripigliò il Ferrero,--che cosa è avvenuto
del tuo Bertone?
--Mio!--esclamò l'Ariberti.--Mio come tuo. Tu sai ch'egli è di Mondovì
ed io per tutte le vacanze non mi sono mosso da casa. Del resto, che
vuoi che abbia fatto? Sarà venuto anche lui.
--Si diceva,--notò il Balestra,--che non avrebbe più continuato gli
studi, perchè la famiglia non poteva mantenerlo a Torino.
--Sfido io!--entrò a dire un altro della brigata.--Suo padre fa il
maniscalco e una sua sorella va a mezzo servizio nelle case dei
signori.
--Del resto,--aggiunse il Ferrero,--a Torino è venuto certamente.
Almeno, io lo credo, perchè stamane, quando sono uscito di casa, i
cenciaiuoli del ghetto gridavano più allegramente che mai il loro
«niente da vendere?»
--Ah, ah! bella, questa!--proruppero in coro gli studenti.--Abbiamo
dunque la prova provata.
--Via, non c'è umanità!--disse l'Ariberti, con aria che voleva parer
rimprovero, ma che sapeva piuttosto di preghiera.--Che ci può far
egli, se è povero?
--Sì, sì, hai ragione;--rispose ghignando il Ferrero;--ma che ci
possiamo far noi, se è così sudicio? Spero almeno che quest'anno tu
non ce lo vorrai tirare fra' piedi. Con quel coso lì in compagnia, si
passerebbe tutti per altrettanti straccioni.--
L'Ariberti non ebbe animo di protestare contro questa nuova maniera
d'ostracismo. E non era mica un giovine di cattivo cuore; anzi,
bisogna dire che gli rincrescevan assai le parole del Ferrero. Ma in
fondo in fondo, o come sarebbe egli stato possibile di sostener
l'onore del giubbone color tabacco dell'amico Bertone? Segnatamente
là, al caffè davanti al conte Candioli, a quel figurino di Parigi,
vestito nientemeno che da Humann, cioè dal primo sartore di tutti i
_leoni_ di Lutezia, con giubba, o senza? Perciò l'Ariberti si tenne le
sue ragioni in gola e il povero Bertone fu condannato senza forma di
processo.
--E che faremo ora?--continuò il Ferrero.--L'anno scorso c'erano certe
idee! Ma sì, ad anno così inoltrato, non bisognava pensarci. Ti
ricordi, Ariberti, del nostro giornale letterario? Tu avevi già
pensato alle module pei registri degli associati.
--Ah sì, sarebbe bene di mandarlo avanti;--disse il Balestra.--Io ci
ho una canzone in pronto.
--Ed io,--soggiunse il Vigna, che era un altro della compagnia,--ci ho
un capitolo sugli amori di Tibullo.
--Già tu l'hai sempre coi latini. Io ci ho invece uno studio sui
Nibelunghi.
--Che cosa sono? Roba da mangiare?
--Tira via, sciocco, e impara l'arte nuova; ne abbiamo piene le tasche
dei classici.
--Amici,--interruppe il Ferrero,--noi ci stiamo bisticciando per la
pelle dell'orso. Prima di tutto, vediamo se il giornale uscirà. Avremo
noi il permesso del governo?
--Perchè no?--disse l'Ariberti, mandando una timida occhiata al
ricapito del figurino di Parigi;--se il signor conte si degna di
spendere una parolina per noi con Sua Eccellenza, voglio sperare....--
Il signor conte, che andava farfalleggiando continuamente dal banco di
Malvina al tavolino degli amici, gonfiò a quelle parole lusinghiere.
--Il signor conte--aggiunse il Ferrero,--potrebbe anche essere uno dei
primi scrittori del giornale, ed anzi il più gradito alla miglior
classe di lettori, che è senza dubbio quella delle lettrici.
--Io?--dimandò il contino, che non ci arrivava da sè.--E che cosa
potrei scrivere io, _palsambleu_?
--Eh, per esempio, i ricordi del suo viaggio a Parigi. Mi sembra che
l'argomento sia ghiotto; che ne dite voi altri? Ella ha certamente
molto veduto e molto osservato;--soggiunse il Ferrero, dandogli
accortamente la soia;--ricevimenti di corte, passatempi di strada,
segreti di _boudoir_, occhiate tra le quinte del palcoscenico,
chiacchiere di _foyer_, insomma, tutto ciò che forma la vita di quella
capitale affascinante; ecco quello che potrebbe descrivere. Non c'è
che lei, per farlo; e sarebbe la man di Dio pel nuovo giornale.--
Questa volta il pavone fece a dirittura la ruota.
--Sicuramente--rispose egli, mettendosi sul grave.--E sebbene io non
abbia troppa domestichezza colla lingua.... Del resto, sentano,
signori miei; bisogna confessarlo una volta; la lingua italiana è
povera, assai povera.
--Che diavolo dice?--esclamò il classico Vigna. Con un vocabolario di
--ottantaseimila parole!
--Sta zitto!--interruppe il Ferrero, che voleva ingrazionirsi col
figlio del ministro.--Il signor Conte ha ragione, e tu gli scambi la
tesi. Sicuro, c'è molta roba nel vocabolario; ma a che serve, se è
lingua morta e ciarpame?
--Infatti, è proprio questo che volevo dir io;--ripigliò il signor
Conte, inchinandosi.--Ed ecco un esempio che fa al caso nostro. Come
tradurrebbero lor signori la parola francese _regret_?--
La domanda era vecchia, e certo il signor Conte l'aveva raccattata in
qualche conversazione di gente sconclusionata, che non sa la sua
lingua, e, quel che è peggio, non vuol confessarlo. Anche Ariberti,
come il classico Vigna, si sentiva a rispondergli che c'erano in
italiano almeno dieci vocaboli per esprimere tutte le gradazioni d'un
sentimento, anzi meglio, i vari sentimenti che i francesi sono
costretti ad esprimere con quel vocabolo solo; la qual cosa, a dir
vero, non fa testimonianza di molta ricchezza nel tesoro filologico
dei nostri vicini d'oltralpe. Voleva anco soggiungere, allargando la
questione, che ogni lingua ha i suoi propri modi e partiti per dire il
fatto suo, e che il non poter voltare col medesimo giro una frase
forastiera non prova nulla a suo danno. Infine, voleva dargli
pulitamente di sciocco; voleva.... Ma a qual pro? Anch'egli aveva
capito che non bisognava urtare con quella ignoranza pomposa; e fu
egli il primo a rispondere, con una mimica espressiva, al signor
conte, che egli aveva ragione, e che quel maledetto _regret_ era
proprio intraducibile.
Il conte Candioli ricompensò l'Ariberti con un gesto di protezione.
--Se scrivessimo il giornale in francese,--soggiunse egli poscia,
piantandosi la fida lente nella incavatura dell'occhio destro, come
faceva sempre quando volea darsi aria d'uomo d'assai,--sarebbe forse
meglio, e il giornale sarebbe più _répandu_.
--È verissimo;--rispose il Ferrero:--ma non tutti abbiamo famigliare
la lingua francese come il conte Candioli. Via, facciamo un tanto per
uno, scriviamo il giornale in due lingue.
--_Soit,_--disse il contino;--_chacun son goût_.
--Pensiamo dunque al nome:--disse Balestra;--io propongo che si chiami
_L'Aurora_.
--Io _La Minerva_;--gridò il classico Vigna.
--Il primo non dice niente, e l'altro vuol dir troppo; rispose il
--Ferrero.--Cerchiamo ancora.
--Cerchiamo;--ripetè l'Ariberti.--Io vorrei un titolo che dicesse
anche il luogo donde il giornale uscirà.
--_Il Po_;--soggiunse prontamente Balestra.
--Via;--saltò su il Vigna, dandogli sulla voce; lo si chiami almeno
--_L'Eridano_.
--Sia pure _L'Eridano_ e se ti piace, anche _Il Bodinco_, per andar
cogli antichi.
--_Pardon_!--interruppe il contino, stendendo la mano nel crocchio,
come per annunziare l'arrivo d'una idea.--È già forse stabilito che il
titolo debba essere in italiano?
--Ma.....--disse il Vigna sconcertato.
--Ma...--ripeterono gli altri, non sapendo che pesci pigliare.
--Il signor conte ha ragione;--aggiunse tosto il Ferrero, che era
l'uomo dei ripieghi,--ci vuole un titolo che corrisponda alla cosa.
Noi che facciamo? Un giornale in italiano e in francese. Ci vuol
dunque un titolo bilingue.
--Sicuro, bilingue! Ah, _ce diable de Ferrero! Il n'y a que lui pour
avoir de ces idées là_.
--Grazie, signor conte! Ed ora che ci penso, il titolo è bell'è
trovato; un titolo che salva tutto; _La Dora_.
--Oh diavolo! la Dora!--esclamò il Vigna, che non si raccapezzava.--E
non è forse un nome italiano?
--Bravo! E chi ti dice di no? E Dora non può essere femminile in
francese, com'è in italiano?
--_C'est juste; puisque c'est une rivière_...--aggiunse il conte
Candioli con aria di trionfatore romano.
--Ah bene! benissimo!--gridarono tutti in coro. _Une rivière_! Diciamo
--dunque: _La Dora_.
--E sarà settimanale?
--No, c'è troppo da fare, io sto per un fascicolo al mese.
--Sentite, amici miei; diamola nel mezzo e usciamo fuori per
quindicine. Noi si ha tempo a scrivere e gli altri hanno tempo a
leggere.--
Qui, gettate le fondamenta, cominciarono le osservazioni minute,
intorno ai necessari congegni di ordinamento interno; alle spese, ai
carichi di amministrazione e a tutti gli altri amminicoli, sui quali
il signor Conte era invitato a dire il suo nobile e riverito parere.
Quanto alle materie, non c'era fortunatamente da stillarsi il
cervello. Gli scrittori abbondavano, e tra cattivo e mediocre ognuno
ci aveva un sacco e sette sporte da mettere in comune. Ariberti
incominciava co' suoi versi d'amore, inspirati dalla figlia del
droghiere di Dogliani, ma che, con qualche ritoccatina, potevano
tirarsi dal biondo al bruno, passare per roba di più prossima e più
aristocratica derivazione. Ferrero dava fuori il suo viaggio in
Toscana, col titolo pomposo: _Tre mesi sull'Arno_. Veramente, non
c'era stato che un mese, e nemmeno nella incomoda postura del colosso
di Rodi; ma già lo ha detto Orazio: _Pictoribus atque poëtis,
quidlibet audendi semper fuit aequa potestas_. La qual cosa vuol dire
che pittori e poeti ebbero sempre la licenza di uscire dal seminato, e
che Orazio Flacco, buon'anima sua, era un confessore di manica larga.
Il Vigna, poi, ci aveva il suo capitolo sugli amori di Tibullo, e
poteva tirare innanzi sullo stesso metro, mettendo in prosa quei di
Catullo e di Properzio. Balestra ci aveva la canzone in pronto; un
altro lo studio sui Nibelunghi, quella roba da mangiare che sapete;
finalmente il Contino si disponeva a ponzare le sue note parigine, che
doveano riuscire la _pièce de résistance_ di quella indigesta
accozzaglia.
E il programma? oh non dubitate, pensarono anche al programma; anzi,
fu stabilito di dettarlo in francese. Non era un omaggio alla patria;
ma come fare, perdinci? Il signor conte Candioli, un figlio di
ministro, che si degnava di praticare con loro, e senza del quale
addio speranza di far uscire il giornale, aveva fissato l'animo nel
suo francese e non c'era stato più caso di rimuoverlo.
--Ah, lo dicevo io!--gridò tutto ad un tratto il Ferrero, lasciando a
mezzo una sua proposta che non lo finiva poi troppo.--Il Bertone è a
Torino. Guardatelo, là, sotto i portici di rimpetto.
--Dove?
--Sotto l'arcata, davanti a quella mostra di libri vecchi. Vuol fare
un bel guadagno il venditore, quest'oggi!--
Gli occhi dei giovani erano corsi laggiù, dove accennava il Ferrero.
Proprio com'egli diceva, laggiù, davanti alle quattro assi che
formavano la bottega del libraio da strapazzo, si era fermato da pochi
minuti un giovane pallido, punto in carne e assai male in arnese,
quantunque non lo si potesse dire uno sciatto. La camicia era bianca
di bucato; ma pur troppo non lasciava vedere i solini al collo nè i
polsini alle mani. Il giubbone di un vecchio panno color tabacco,
aveva un bel mostrarsi spazzolato di fresco; oltre che in quella sua
continua battaglia colla spazzola ci aveva perso i peli e guadagnato
un lustro particolare, si vedeva dal taglio che doveva aver servito
d'abito da nozze al nonno di chi lo indossava. Il resto del vestiario
era in conformità del capo principale, e non occorre dirne altro.
Anche il contino Candioli volse un'occhiata a quel poveretto e
arricciò il naso, come potete immaginare.
--_Comment_?--esclamò egli.--_Vous vous occupez de pareille engeance_?
--Non faccia caso;--rispose il Ferrero.--È stato un nostro compagno in
filosofia, un amico dell'Ariberti.
--Ve l'ho già detto una volta; mio come vostro!--gridò l'Ariberti
seccato.
--Eh via, non andare in collera! Si dice questo perchè tu lo conoscevi
prima di noi. Del resto, non c'è nessun male. Si può avere avuto a che
fare con molta gente, a questo mondo; tutto sta a non strofinarcisi
troppo.
--Per non appiccicarsi l'untume;--soggiunse Balestra, in mezzo alle
risa degli altri.
Frattanto il giovane che era argomento di tante chiacchiere, dopo aver
scartabellato parecchi volumi e comperatone uno con pochi soldi che
cavò dal taschino della sottoveste, si mosse di sotto l'arcata per
traversare la via, tenendo sotto il porticato di destra proprio a filo
del caffè dove stavano seduti i suoi critici.
--Che voglia entrar qua?--domandò tra spaventato e scherzoso il
Ferrero.--Io prendo il portante.--
Ma il giovane non aveva di queste fantasie signorili. Entrato sotto i
portici, piegò con passo frettoloso a mancina. Per altro, nel passare
che fece davanti alla finestra, presso cui erano seduti costoro,
dovette certamente vederli attraverso i cristalli; e bene lo dimostrò
la timida occhiata che volse da quella banda, come il suo tirar lungo
senza un sorriso, o un cenno del capo, indicò in pari tempo che egli
sentiva la miseria sua, non meno che la loro grandezza. Il poveretto
ha la vista acuta. Del resto, ci voleva poco a capire, anche senza
l'ingegno di Filippo Bertone, che quelli là appartenevano alla schiera
dei felici, entrati per la scala d'oro nel mondo, e che non voleva dir
nulla, se il caso li aveva avvicinati a lui per qualche anno su d'una
panca di scuola.
Gli allegri giovani, quasi tutti suoi compagni di studio, gli avevano
dato una superba guardata, senza scomodarsi altrimenti a salutarlo.
Anche l'Ariberti, che era il più esposto, perchè più vicino ai
cristalli, era rimasto cogli occhi in aria, facendo le viste di badare
a tutt'altro.
--Sempre i medesimi stracci!--disse il Ferrero, che era di tutti il
più accanito contro il povero Bertone.--Che ve ne pare, amici?
Facciamo una colletta per comperargli un soprabito?
--Ah, ah! T'intenerisci per lui?--gridò il Balestra. Amici, in verità
--io vi dico, o Ferrero vuol morire, o fa conto di domandare al
--Bertone che gli scriva per la Dora un capitolo sulla filosofia di
--Aristotile.
--Sciocchezze!--esclamò il Ferrero, crollando sdegnosamente le spalle.
Per altro, non dovevano essere sciocchezze del tutto, perchè, alle
parole del Balestra, il sarcastico Ferrero si era fatto bianco in viso
come un panno lavato.
Il contino gli die' una mano in buon punto, facendosi a sviare il
discorso.
--E adesso,--chiese egli,--questo Bertone studierà legge anche lui?
--Non crederei;--rispose il Ferrero.--L'anno scorso raggranellò a
stento i danari della minervale. Ma se ne vedono tante!...
--È _fâcheux_,--sentenziò il contino,--che questi villani vogliano
tutti avviarsi agli studi delle classi alte in cambio di stare alla
vanga. L'agricoltura ne porta le pene. È questa l'opinione di Sua
Eccellenza mio padre, ed è anche la mia.--
Intorno al borioso figlio del suo signor padre, c'erano parecchi, anzi
tutti, che avrebbero potuto risentirsi di quella uscita scortese.
Tutti erano figli, o nepoti, di uomini venuti su dal nulla, e perciò
veri stipiti della loro casata. Ma nessuno protestò. Si ama così poco
voltarsi indietro a guardare le proprie origini! E il difenderle, poi,
non è egli un riconoscerne la umiltà? Nè basta ancora; oltre la
natural propensione a buttare sotto il banco tutto quello che non fa
comodo, c'è l'altra di dar sempre ragione agli sciocchi, quando e' si
trovano in alto. È il primo passo; e poi verrà l'altro, di mettersi
alla pari coi tristi. Spesso accade che urli coi lupi, chi ha
cominciato ad abbaiare coi botoli. I sapienti dicono esser questa la
scienza della vita; grama vita e grama scienza!
Nicolino Ariberti. era rimasto sovra pensieri. Quella timida occhiata
di Filippo Bertone gli stava sul cuore.--Perchè non l'ho io
salutato?--andava dicendo tra sè.--Imparerò anch'io a giudicar gli
uomini solamente dall'abito?
--Torniamo a noi;--gridava intanto il Ferrero.---Si pensa sul serio a
metterla in luce, la _Dora_?
--Ma si, certamente.
--Orbene, provvediamo subito all'essenziale. Il signor conte ci fa
egli la grazia di toccarne a Sua Eccellenza? Un padre come quello non
vorrà certamente ricusare cosa alcuna a suo figlio.
--«A tanto intercessor nulla si niega»--soggiunse Balestra.
--Sì, parlerò;--disse il contino, con quel suo caro sussiego;--parlerò
fin da domani. Oggi ho da fare un mondo di cose. Prima di tutto, debbo
passar da Barale, per vedere gli ultimi capi che gli son giunti da
Parigi. È un buon sarto, il Barale, e imita abbastanza bene il taglio
di Humann. _Quelquefois, même, c'est a s'y méprendre._ Poi, verso il
tocco, vado dalla marchesa di San Ginesio, che ha ricevuto da Milano
una stupenda pariglia di _gris pommelés_, per le sue uscite di
mattina. A proposito, ecco un mantello che in italiano non si sa come
esprimerlo.
--O come? Leardo pomato;--disse il Vigna timidamente.
--_Soit_;--rispose il contino, un tal po' sconcertato; ma quando
avrete detto leardo pomato, chi vi capirà? _Tandis que_, se voi dite
_gris pommelé_, ecco, vi capiscono tutti.
--Eh, non dico di no;--balbettò il Vigna, confuso da quella sorte di
logica.
--La marchesa di San Ginesio,--entrò a dire il Ferrero, è quella
--bellissima signora, che ha il palchetto al teatro Regio, in seconda
--fila, a sinistra?
--Si, proprio quella; _une femme superbe_.--
Ariberti, all'udire il nome della marchesa di San Ginesio, aveva teso
l'orecchio, come un buon cane da fermo quando ha fiutato la starna; e
intanto si era fatto vermiglio in volto, come una ciliegia, o, se vi
garba, come un collegiale.
--Una vera Giunone!--esclamò il classico Vigna. Non è vero, Ariberti?
--Ti ricordi che l'abbiamo veduta parecchie volte e lungamente
--ammirata dal basso della platea, dove stiamo noi, miseri mortali, a
--contemplare l'Olimpo?
--Si... mi pare...--farfugliò Ariberti impacciato.
--Come, mi pare? Se non potevi mai spiccar gli occhi dal suo
palchetto! Povera a lei se, dove giungevano gli occhi, fossero
arrivati i denti! Tu le avresti levato i pezzi a dirittura.
--Ah ah! bravo, Ariberti! Non saresti mica un cannibale?
--Non date retta; sono invenzioni di Vigna.--
E così dicendo, Nicolino Ariberti dava all'amico imprudente certe
occhiate feroci, che mal per lui se avessero avuto la virtù di quelle
di Medusa.
--_Eh bien, vous vous troublez, jeune homme_?--entrò a dire il
Candioli piantando la sua lente.--_Ma foi_, non avreste avuto torto;
la marchesa è un _morceau de roi_.
--Sicuro; non l'ho detto io che è Giunone?--soggiunse il Vigna.--Con
quelle sue braccia e quel collo d'alabastro, con quel naso
d'imperatrice e quei grandi occhi bovini, non c'è altro paragone che
tenga.
--E se la vedeste poi da vicino!--proseguì il contino, alzando la
fronte, come se volesse far cadere da una maggiore altezza i tesori
delle sue cognizioni.--_C'est dans san boudoir qu'elle est reine_.
--Fortunato Lei, signor conte,--disse il Vigna--che può godere di
quella vicinanza e respirare l'ambrosia della dea.
--Ah, sì, l'ambrosia; rispose il giovine, col più vanaglorioso
di tutti i sorrisi che fiorissero mai sulle labbra ad uno
sciocco;--_d'autant plus que la marquise vous a des négligés
adorables_. Dopo tutto--agiunse, a mo' di correttivo,--_elle est
froide, ainsi que le sont géneralement toutes les grasses._--
E buttato là il suo aforismo, il contino Candidi, stette con molta
gravità a vedere che impressione facesse la sua scienza sbardellata.
--_Parlez-moi de la baronne Vergnani_,--proseguì egli, dopo che ebbe
raccolto i segni della più rispettosa approvazione,--_ou bien de la
comtesse Del Pozzo. Quelles femmes ravissantes, vrai Dieu! Taille de
guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime_. Ma lo
capisco,--aggiunse in italiano degnandosi finalmente di scendere dal
suo cavallo di battaglia.--Il signor Ariberti ama le grasse e tutti i
gusti sono rispettabili.
--Che! Non creda alle fandonie del mio amico Vigna!--rispose
l'Ariberti concitato.--Io non mi ricordo di aver guardato più quella
che un'altra. Se ne ammirano tante a teatro, e la nobiltà torinese è
così ricca di bellezze!
--_Ah, pour ça vous avez raison_, è una vera _corbeille_ di fiori; _ce
qui fait que je papillonne pas mal_ e finora non ho deliberato di
posarmi su d'uno tra tanti. Ma non dubitate, Ariberti; rispetteremo la
vostra Giunone. Ah, ah!
--Le giuro, signor conte...
--Non giurate; siete troppo rosso e lo diventate ancora di più. _Du
reste, mon ami_--il signor conte Candioli disse proprio _mon ami_; la
qual degnazione tutta particolare urtò i nervi al Ferrero,--_ne vous
fiez pas trop. La marquise a des principes. J'ai failli échouer_. Sì
--soggiunse poscia, notando un atto di sorpresa dei suoi
compagni,--ciò mi sarebbe accaduto, se avessi _risqué mon jeu_; ma ve
l'ho detto, _taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les
aime_.--
Così parlava quel vanerello, che aveva ancora il latte sulle labbra, e
s'impancava a far l'uomo.