che sembrava stanca, si coricò su i cuscini, appoggiando la testa al
petto di Paolo, e parve s'addormentasse; non dormì però mai. Egli si
chinò una volta verso di lei e la baciò leggermente su una guancia, ma
Fulvia non fece un movimento, non aperse neppur gli occhi.
Egli s'abbandonò allora al suo pensiero: "_Ecco il Premio!_ Questa donna
non sarebbe mai stata mia ed io l'ò voluta e l'ò avuta. Io esco dalla
lotta per riposare la mia testa stanca sul seno di lei, e posso incidere
sul mio scudo il motto: _nec spe nec metu_: perché non ò più nulla da
sperare, e non ò da temere che dalla mia conscienza, ed essa tace e
tacerà, perché è salda, emancipata dei preconcetti volgari, ignara delle
paure ereditarie."
Un lampo d'entusiasmo lo abbagliò: in quel silenzio notturno, che il
boato sordo del treno corrente rendeva tragico e solenne, il suo spirito
s'allargava, sì che gli pareva di signoreggiare quell'oscuro regno del
Mistero con la potenza fatale del suo genio: oh! sì, egli era ben
signore dell'Universo in quella sera fortunata, poiché il dispregio suo
colpiva l'umanità intera, ed egli teneva una donna, tutta sua, che il
pregiudizio di casta gli avrebbe contesa; egli possedeva una ricchezza,
che aveva in onta alle leggi carpita; egli manteneva intatta e
incontrastata la sua riputazione, che a dispetto degli uomini e delle
sue azioni aveva saputa conservare. Era una luminosa vittoria contro la
Società quella ch'ei celebrava, e la corona trionfale--eccola!...
Egli reclinò gli occhi, e rimase a lungo fissando le chiome un po'
scomposte di Fulvia, quelle maravigliose chiome che avrebbero inondato
il candore dell'origliere nuziale, obliose e notturne come le acque del
Lete.
[Illustrazione]
[Illustrazione]
V.
Il lago tetro e nero simile a una gran pozza di pece stagnante, tra le
forme indecise dei monti, mandava dei foschi riflessi. Sotto gli obliqui
raggi della luna, già al tramonto, Como, nell'anfiteatro basso de' suoi
colli, scintillava per una infinità di lumi, e pioveva nell'acqua morta
lunghe strisce d'oro a pena ondulate, che parevano, succedendosi
regolarmente, un colonnato moresco, sostegno paradossale della città
addormentata su i liquidi abissi. Le lontananze opposte, come
annebbiate dalla luce lunare, disegnavano un paesaggio desolato tra le
erte e chiuse pendici, che soltanto a lunghi tratti il malinconico
luccicare di qualche lume perduto interrompeva.
Paolo e Fulvia eran già arrivati alla loro villa in Borgovico, una villa
pallida e sontuosa, ereditata anch'essa dal cugino Rebeschi, e s'eran
ritirati nelle loro stanze.
Paolo, solo, svestitosi degli abiti da viaggio e indossata una serica
camicia da notte, nella trascurata eleganza, con cui si voleva
presentare nella camera di sua moglie, fumava alla finestra una
sigaretta, gli sguardi smarriti nella notte. Ora si sentiva stanco e
svogliato: quella spossatezza che assale coloro i quali, dotati
d'eccessiva imaginazione, àn troppo a lungo stancato con essa un
desiderio, s'impadroniva di lui proprio nel momento in cui era presso a
sodisfarlo.
Ne' suoi pensieri involontarî una sorda tristezza ondeggiava. Egli non
ne poteva trovare la cagione, poiché questa era appunto laddove egli
meno lo sospettava: nella sicurezza del prossimo e inevitabile
sodisfacimento. Ancora: l'imprevedibilità degli episodî, omai imminenti,
di quella notte tanto sospirata (il primo entrare nella stanza di
Fulvia, le prime parole, come si sarebbe appressato a lei, come
l'avrebbe posseduta, come l'avrebbe lasciata, quel complesso di piccole
scene, che si rappresentano ma non si posson preparare), deprimeva da un
altro lato vie più il suo spirito, e gli toglieva ogni impulso per
varcare la breve soglia ond'era da lei diviso. La facoltà d'amplificar
le imagini delle impressioni, propria dei temperamenti lirici, aveva su
di lui un potere dissolvente eccezionale: egli si trovava continuamente
in balìa a un'alternativa incessante di speranze eccessive e di
esagerati scoraggiamenti; le quali speranze lo accompagnavan
costantemente fino al momento dell'azione, e gli scoraggiamenti lo
assalivan quand'egli proprio si trovava nell'assoluta necessità
d'operare. Così l'azione riusciva di solito fiacca o disordinata, e il
più delle volte susseguiva a questa un abbattimento morale per
l'insuccesso, dal quale non si poteva riavere che ideando altre e più
fantastiche prove.
Allor che, anche senza suo merito, ma per il valido concorso delle
circostanze, otteneva il successo preveduto,--per lo stupore
s'abbandonava a un'esaltazione così iperbolica, che il suo pazzo amor
proprio e la sua smodata ambizione lo riconducevan ben presto a
maggiori e più acerbe delusioni. E questa disperata legge era stata la
costante di tutta la sua vita!
Appoggiato al davanzale, la sigaretta ormai spenta tra le labbra aride,
egli guardava in giro per il paesaggio notturno, ma spesso non
s'accorgeva di vedere: solo di quando in quando la sensazione si faceva
consciente, ed allora egli assorbiva da quella serenità una malinconia
obliosa e indefinita, che gli dava un senso di pesante riposo: il suo
spirito s'aggravava in quel mondo silenzioso e oscuro, e gli pareva di
concepire l'istante come non avesse più alcun legame né con l'istante
passato, né con l'istante avvenire.
Ma la realità lo richiamava presto a' suoi pensieri: "Che faceva Fulvia,
mentre egli indugiava così, aspettando un impulso? Si sarebbe svestita?
Forse si sarebbe già coricata nel gran letto di palissandro profumato,
su cui ridea quella testa di fauno ch'egli ben conosceva? L'attendeva
ella ansiosa? Oh! Era indegna di lui quella titubanza puerile,--di lui
ch'era stato così forte e che aveva così intensamente desiderato il
corpo di quella donna!" Bisognava varcare quella porta socchiusa e
null'altro; e pure non sapeva decidersi a varcarla.
Egli per ispronarsi tentava d'imaginare il piacere che poteva
ripromettersi da quella notte d'amore; e la dolce imagine gli si
dissolveva tosto nelle piccole ma delicate difficoltà, che avrebbe
dovuto vincere per procurarselo. Egli si sforzava a raccogliere tutti i
ricordi della dolce passione, grazie alla quale da più di sei mesi avea
potuto del tutto assopire la disperata sua smania dell'impossibile, e
appena riusciva a rievocare qualche desiderio, che in quel momento gli
pareva passato e spento; a riandare dei timori, che, in quell'istante
come non mai, sentiva giganti e prepotenti nell'animo.
"L'amava ella? L'aveva amato? Chi lo poteva accertare? Egli no;
assolutamente no. Fulvia era stata così strana e così mutevole con lui
che qualche volta perfino gli era passato il dubbio ch'ella fingesse
l'amore. Ma perché fingere?" Questo dubbio altre volte solo accennato,
sorgeva durante l'indugio, con terribili apparenze di verisimiglianza:
il fatto medesimo di non aver chiesto lei, così scrupolosa per il
passato nella sua fede cristiana, la celebrazione del matrimonio
religioso (fatto che altre volte egli aveva sostenuto come salda prova
di fiducia e di grande amore per lui), testimoniava ora contro questa
stessa fiducia e questo stesso amore. "Ella non l'amava!" Egli
concludeva la sua meditazione con questa frase desolata, e la concludeva
così freddamente, apaticamente come tutto ciò non dovesse per nulla
riguardarlo. Una freddezza, quasi ostile, contro Fulvia, sottentrava a
poco a poco alla infinita tenerezza di prima. Era così anche questa
volta, come sempre: all'istante di conquistare un pallio, corso con
immenso ardore, egli si lasciava sorprendere dalla stanchezza e dalla
malavoglia e s'arrestava sfiduciato. Il Piacere era per lui, come
l'ombra sua: lo vedeva vicino finché non lo poteva raggiungere e gli
scompariva allorché stava per agguantarlo.
E come e quanto egli aveva amata e desiderata quella donna! Da anni egli
ne aveva ideato la conquista, ma come un sogno irrealizzabile, che si
architetta nella mente pel puro compiacimento d'imaginare l'impossibile;
l'aveva desiderata fin da quando la prima volta l'aveva vista al braccio
di Diego ad un ballo, in un voluttuoso abbigliamento chiaro da cui
prorompevano squisite carnosità del molle colore dell'avorio antico. La
contessa Ateni quella sera, tra gli uomini assiepati intorno, passava
sotto gli sguardi gravidi d'ammirazione, di bramosia, d'invidia, altera
e indifferente come una dea. Ed egli, siccome gli parve delle altre più
impeccabile, non la poté più scordare. Poi, dopo d'allora, l'aveva
seguita a lungo, forse involontariamente, senza una speranza e senza
pure un'illusione, pago e contento di godere quel poco che a tutti può
concedere una bella donna: qualche stretta di mano, qualche sorriso,
qualche invito, un quarto d'ora di dilettantismo galante, uno sguardo.
Diego Rebeschi pareva amatissimo dalla giovine vedova: poneva in lei una
fiducia senza limiti. Per la incitazione amichevole del cugino, Paolo la
poteva frequentare con certa assiduità; ed era realmente superbo di
trascinar la sua miseria ben dissimulata in mezzo al lusso raffinato di
quella casa signorile. Poi il cugino era affogato, lassù, durante una
partita di caccia, nella voragine di fango, e Paolo aveva avuto la
sodisfazione d'essere accolto tra la sottile schiera dei confortatori
col Serbelli, con l'Albenza, con due o tre altri intimi di casa. Gli
sembrò allora per la prima volta che Fulvia potesse in un giorno vicino
o lontano, corrispondergli: egli era in un momento di auge: i suoi
articoli sul _Progresso_, articoli audaci, brillanti, popolari, gli
avevano creato una certa celebrità, di cui per qualche giorno poté
accontentarsi. Sperò e non fu deluso. Con la morte del Rebeschi,--morte
_voluta_--egli ereditò una cospicua fortuna, e poco dopo il sogno de'
suoi tempi di abjezione si vide per un caso singolarissimo
splendidamente e repentinamente avverato.
Fulvia era sua. La inarrivabile dama, che gli era apparsa per la prima
volta in una festa da ballo, l'attendeva discinta dietro quell'uscio
socchiuso: egli non doveva fare che due soli passi, ed era presso di
lei, signore e amante suo; due soli passi,--ma Paolo esitava a farli,
forse anche _aveva paura_ di farli.
Le chiese di Como sonarono una dopo l'altra, lentamente, le dodici:
quello squillo secco e prolungato di campane nel silenzio notturno aveva
un non so che di tragico e di solenne, che scosse Paolo dal suo tedio e
dalla sua immobilità: gli parve un richiamo, venutogli dal di fuori,
alle convenienze del momento ch'egli aveva dimenticate; quasi un
rimprovero della notte per la sua miserabile impotenza ad afferrare
anche quell'occasione di piacere, a sentire, fosse pure un attimo,
l'impulso della Materia, la voce della Natura, il richiamo semplice e
grande della sessualità.
Si levò in piedi: aveva negli occhi una luce fredda, vitrea; il volto
era pallido: le labbra contratte; i lineamenti atteggiati a
un'insensibilità orribile. Egli aveva, in quell'ora di crudele
irresolutezza, sofferto assai più che i suoi pensieri desolati non
avessero potuto farlo soffrire: assai più ch'egli medesimo non sapesse!
Si fregò gli occhi, si stirò, come si svegliasse allora da un pesante
letargo, e pronunciando la parola "Andiamo", forse per raccogliere quel
brandello di volontà che gli rimaneva, s'avviò verso la stanza di sua
moglie.
Aperse pianamente l'uscio, rialzò la cortina, non senza un resto di
titubanza, e spinse l'occhio nella ricca camera che, per la lampada a
smeriglio giallo, languiva in una soave penombra d'oro.
Il letto era vuoto, e ancora intatto: in torno nulla indicava che una
signora era entrata per passarvi la notte; né, per quanto egli girasse
lo sguardo, gli era dato di scorgere il cappello, il velo, la mantiglia
di Fulvia.
Impensierito, s'avanzò d'un passo nella camera. Nessuno! Era vuota, né
si sarebbe detto che alcuno mai fosse stato, al freddo ordine che vi
regnava. Solo il fauno al sommo del capezzale, sotto il padiglione
azzurro, gli gittava in volto il suo ghigno scurrile di scherno, così
come gli era apparso quand'era venuto per la prima volta, pieno l'animo
d'invidia e di rancore, a trovare in villa il dovizioso cugino.
Paolo si soffermò alquanto in mezzo alla camera, con gli occhi al suolo
e la fronte corrugata da una molesta idea: poi, quasi lo avesse spinto
una divinazione, si slanciò verso la finestra che rimaneva nascosta dal
copioso panneggiato delle tende, rialzò queste con un rapido movimento,
e si trovò a faccia a faccia con Fulvia, tutta abbigliata come quando
erano discesi dalla carrozza, col velo bruno ancora steso sul bellissimo
volto.
--Che fai lì?--chiese con voce un po' tremante l'Érmoli.
Fulvia che lo fissava, mormorò:
--Nulla. T'aspettavo.
--Così?
--Così.
Paolo tentò un sorriso, che si decompose tosto in una smorfia nervosa.
--Perché mai?--chiese dopo una pausa.
Fulvia non rispose: non alzò pure gli occhi.
--Ti senti forse male?
Ella fece cenno di no. Paolo corrugò la fronte, quasi la domanda, che
prima le avea fatta, si fosse rivolta importuna contro di lui: e con
voce più dolce riprese:
--Mi son fatto forse troppo attendere?
Fulvia lo riguardò; ma questa volta con atto di stupore; poi scosse la
testa, e disse a voce ben chiara:
--Non so. Non ricordo neanche da quanto tempo io sia qui, a questa
finestra.
--È mezzanotte.
--Mezzanotte?!...
Paolo le prese le mani inguantate: la trasse così dolcemente in camera:
ella non reagì, si lasciò da lui trascinare passivamente, e non ritirò,
finché la tenda ricadde dietro di loro, le sue mani da quelle di Paolo.
--Non ti levi il cappello?... i guanti?...
--Sì.
Fulvia s'avvicinò allo specchio, dove si tolse lentamente il tocco di
lontra, la ricca mantiglia e i lunghissimi guanti di Svezia; poi ravviò
alquanto i capelli, mentre Paolo in silenzio, curiosamente, la guardava.
In fine si volse, e, nell'eletto abito di seta scozzese, dalle larghe
maniche fluttuanti, che le modellava superbamente la taglia slanciata
del corpo, rimase ritta incontro a lui, con le mani intrecciate dietro
il dorso, quasi in atto di sfida.
In altra disposizione d'animo, l'Érmoli le sarebbe già caduto ai piedi,
implorando la spiegazione di quello strano suo contegno; ma in quel
momento, egli soggiogato ancora dai sentimenti di poc'anzi, non si mosse
e s'accontentò di fissarla a sua volta freddamente.
Dentro di lui era un'impassibilità lucida e quasi burlesca. Quella
donna, ritta tragicamente in mezzo alla camera, quella donna _sua_,
incontestabilmente _sua_, che lo sfidava, gli parve grottesca e
ridicola.--Il solito dubbio si disegnò nel suo pensiero, come l'ipotesi
più plausibile di quel bizzarro atteggiamento di Fulvia; ma senz'alcuna
apparenza paurosa o minacciosa. S'ella anche sospettava la Verità, (come
e perché egli non sapeva), un tal sospetto doveva essere in lei così
fragile, (poiché non sostenuto da alcuna prova materiale), che sarebber
bastate poche sue parole per distruggerlo in un colpo. L'ora di
spiegarsi fra di loro era venuta? Tanto meglio. Paolo si sentiva pronto
ad affrontare la situazione con tutte le forze preziose del suo spirito.
--Paolo...--cominciò Fulvia, incoraggita da quella sua freddezza--io
vorrei parlarti...
L'Érmoli a queste parole divenne ancor più pallido di quel che già era;
ma non tentò un sol movimento, nella sua dura impassibilità.
--Che cosa?... Parla,--egli disse, poiché ella rimaneva interdetta a
guardarlo.
--Ascoltami. Io sono tua moglie, se non ancora in faccia a Dio, in
faccia agli uomini: sarò tua, te lo giuro... sarò tua--ripeté--ma ora...
ora, non voglio... non posso...
L'Érmoli fece un atto di stupore.
--Non chiedermene il perché,--soggiunse Fulvia subitamente;--verrà
giorno che lo saprai, fors'anche presto... ma ora, se mi ami davvero
come tu dici, devi rispettare questo mio desiderio... devi
rispettarlo... Bada che da questo momento dipende tutta la felicità del
nostro avvenire!...
--Sì, sì,--interruppe con sarcasmo Paolo;--non è affatto necessario che
tu insista così; perché, te lo accerto, non v'è pericolo alcuno ch'io
t'usi anche la benché minima violenza morale. Io lo rispetterò. Solo
vorrei conoscere prima d'uscir di qui perché ài tu accettato di sposarmi
quando sapevi di dovermi preparare questa niente gustosa scena conjugale
per la prima notte di matrimonio. E questo me lo dirai. Non è vero che
me lo dirai?
Ella lo guardò, maravigliata di quel tono di voce aspro e sarcastico che
non aveva mai udito dalla sua bocca: e le contrazioni delle labbra di
lui, che volevan simulare un brutto sorriso, la fecero istintivamente
fremere. Si fece forza, e rispose con energia, agitando alquanto la
bella testa:
--Sì, sùbito. Perché t'amavo.
--E allora?...--domandò l'Érmoli, sorridendo.
Poi soggiunse, ironicamente:
--Ah! è vero, questo non te lo devo chiedere. Lo saprò _un_ giorno,
fors'anche presto, ma ora non puoi, non vuoi... È vero!
Fece l'atto di uscire: ella quello di parlare, ma né l'uno si mosse, né
l'altra disse motto. Rimasero alcun tempo silenziosi, non osando pur di
guardarsi, seguendo ciascuno il corso dei propri pensieri. Paolo,
sempre pallidissimo, ma senza un fremito, risaliva la torbida corrente
del suo passato: Fulvia, agitata e convulsa, discendeva in vece quella
misteriosa del suo avvenire, e soffocava a stento la voce del cuore che
già le parlava dolcemente di quell'uomo forse scellerato.
Alfine Paolo alzò gli occhi verso di lei, la guardò con le pupille
dilatate e fisse:
--Infine io avrei oggi il diritto di farti parlare. Il tuo contegno
verso di me è stato sempre così strano e inesplicabile che anche prima
d'ora, oh! molte volte avrei voluto chiedertene il motivo: ma i tuoi
occhi eran così belli che l'inchiesta mi moriva sempre su le labbra
sopraffatta dalle parole passionate. Che cos'ài? Che cosa pensi di me?
Chi si frappone, come uno spettro, fra te e l'amor tuo? Io non so, non
trovo... So che in sei mesi dacché sono il tuo fidanzato non ò avuto da
te un sol bacio; che oggi, tuo marito, mi vedo respinto dalla camera
nuziale, senza una ragione plausibile, per un motivo misterioso che mi
manifesterai forse _un_ giorno, se me lo manifesterai... Ora, dimmi,
confessalo: non ò il diritto il domandarti che cosa celi mai nell'anima
tua per me, se è odio, ribrezzo, timore, diffidenza o che cosa di peggio
ancora; e di esigere anche una franca, un'aperta risposta?... In tutto
questo tempo ài tu potuto dubitare un solo istante del mio affetto? Non
t'ò io dato tutte le prove, ond'era capace, per convincerti che fuor di
te nulla mi sorrideva al mondo? Oh! Io sono molto mutato da che t'ò
conosciuta!... Ebbene per l'amor mio, che tu devi ormai giustamente
apprezzare, parla, Fulvia, aprimi alfine la tua anima; qualunque cosa
tu richiederai poi da me, ti giuro d'obedirti, come obedivo la mia
povera mamma... Ma ora parla...
L'Érmoli si era commosso profondamente, parlando.
Spesso gli avveniva d'intenerirsi così alle sue proprie parole,
fin'anche alle lacrime, a causa del subitaneo immedesimarsi de' suoi
sentimenti con la significazione esagerata delle sue parole.
--Ah! no, è impossibile!...--balbettò Fulvia, come parlasse fra sé.
Paolo le si appressò, la prese per le spalle e con accento passionato:
--Perché? Perché, Fulvia?...--le chiese.
--Perché è impossibile!...
--Impossibile, no. Tu parlerai... tu devi parlare. Io non posso rimanere
sotto il peso di questo mistero... In nome di Dio, ti supplico di
parlare.
Fulvia, a queste ultime parole, si tolse bruscamente a lui, indietreggiò
due passi, lo guardò con una strana e forte espressione, come lo volesse
dominare con gli occhi:
--Vuoi dunque ch'io parli?--disse.
--Sì.
--Posso io affidarmi alla tua lealtà, qualunque cosa ti domandi?
--Sì...
--Qualunque colpa ti ricordi?
--Che cosa vuoi dire?
--Rispondi: qualunque colpa io ti ricordi?
--Sì, sì, per l'onor mio; ma, in nome del cielo, parla alfine...
Fulvia si appoggiò al muro con le spalle.
--Diego... Diego...--cominciò ella, ma la piena della commozione le
vietò tosto di seguitare; Paolo ridivenne a un tratto freddo come
dianzi, la fissò sicuramente, e:
--Diego? Che cosa?--domandò con la voce dura.
Fulvia alzò gli occhi luccicanti, tentò ripetutamente di parlare, poi
vedendo di non riuscire, s'abbandonò, spossata, sopra una sedia, il capo
fra le mani tremanti, la gola strozzata da un singhiozzo.
L'Érmoli, imperturbabile, aspettò ch'ella si riavesse da
quell'accasciamento improvviso, poi riprese con un sogghigno:
--È per essere fedele alla memoria sua che mi ti sei contrastata così?
--Ah! no, ascolta: non insultare. Ormai ti devo dir tutto: tu l'ài
voluto... Ascoltami: non m'insultare. Io ò sospettato...
--Che cosa?
--... di te...
--Di me?!...
Fulvia si levò in piedi.
--Sì, di te, di te. Oh! Dimmi ora che non è vero, dimmi che tu non sei
stato... che tu sei innocente... Dimmelo!...
--Ma io non ti capisco!--esclamò Paolo, guardandola calmo, tranquillo,
sicuro.
Soggiunse poi, dopo una pausa, con voce severa, aggrottando le
sopracciglia:
--Tu ài sospettato di me, per Diego?
--Sì,--mormorò Fulvia, timidamente.
--Ài supposto forse che io...?!--riprese Paolo con maggior forza.
Fulvia accennò a pena col capo, affermando.
--Ah, Fulvia!...
Fu un grido di minaccia, fiero e sdegnoso, che uscì dal petto del
giovine,--un grido che parve quello d'un'anima sinceramente e
profondamente offesa!
--Tutte, tutte uguali voi donne! Imbevute delle più assurde
romanticherie, aperte ad ogni più oltraggioso sospetto, vili, ipocrite,
maligne!... Dimmi dunque: dimmi: come ài potuto sospettare di me? E
perché ài sospettato così? Quali indizî ài avuti? Chi fu il tristo
che t'istillò nel capo il dubbio odioso?... Dillo dunque, dillo!... E
perché ài taciuto fino ad oggi? Perché m'ài accolto e lusingato, se
nudrivi nel tuo cuore un così torbido concetto di me? Perché?...
Dillo, via; dillo!... Taci, eh? Non ài da dire una parola in tua
giustificazione?!... Io lo capisco. Tu non ài avuto indizî; nessuno ti à
ispirato quel sospetto, perché nessuno avrebbe osato anche di pensare
una cosa simile! Sei stata tu sola che ài concepito il sospetto, che
l'ài covato, e conservato gelosamente in te, come una tua preziosa
creatura! "Io ero povero, non è vero? O' ereditato da un parente ricco
un'ingente fortuna, non è vero? Sono io che l'ò ucciso! È naturale! È
logico! È ovvio che sia stato così!"
Disse anche, con accento d'amaro rimprovero, con la voce tremula e
fioca:
--Ah, Fulvia, io non so se potrò mai dimenticare questo terribile
momento della mia vita, non so se potrò mai un giorno perdonartelo...
Per ora, addio!--E, così dicendo, si rivolse sdegnato per uscire.
Fulvia l'aveva ascoltato, senza muoversi, gli occhi bassi verso il
suolo, il seno agitato da un anelito profondo e frequente. Pallida dalla
commozione, ella bevve le sue frasi più che non le udì: erano ben le
discolpe aspettate, agognate, volute dall'anima sua quelle che Paolo
proclamava così nella notte propizia! Ah, quel dubbio nefasto, insinuato
in lei da una lettera d'ignoto, nudrito poi nel cervello per due
anni,--che l'amore non aveva potuto estirpare dalle radici, che la bocca
non aveva mai osato proferire!... Finalmente era distrutto, rinnegato,
gittato nell'abisso tenebroso, ond'era uscito! Come, come ella avrebbe
potuto ancora dubitare, se Paolo affermava ciò ch'ella proprio
desiderava?
--Férmati!--gridò, stendendo le mani verso l'amato, come implorando.
Egli s'arrestò; si volse; la vide, e comprese tutto. Ella gli andò
incontro con gli occhi pieni di luce e le braccia aperte.
--Ah! Paolo mio, come il mondo è malvagio,--mormorò appassionatamente; e
gli prese i polsi, e si diede a baciargli le dita a lungo, prona, curva
d'avanti a lui, come volesse, ella orgogliosa, con quell'atto umiliante
farsi perdonare tutti i torti che sentiva d'avere accumulati verso di
lui in quei due anni di sospetto e di silenzio.
Poi, vinta e felice, gli cadde, trasfigurata dalla gioja, tra le
braccia.
[Illustrazione]
[Illustrazione]
VI.