ombre fosche della notte si rifugiavano nelle valli e nei cespugli, e un
albore alabastrino si diffondeva lentamente sul cielo, dove resisteva
ancora, ad occidente, il palpito lieve di qualche stella solitaria. A
levante, sopra i monti, si distendevan delle bende diafane a lunghe
striscie del color di cenere sparsa, che si dissolvevano sbrandellandosi
nel chiarore invadente.
L'acqua metallica del lago pareva una deforme lama d'acciajo, caduta da
una mano gigantesca, che si fosse, per l'enorme peso, infossata nelle
montuosità circostanti.
Una gran pace signoreggiava quell'alba d'aprile: una gran pace vegetale,
drappeggiata di verde e profumata d'intense e squisite fragranze. L'Uomo
dormiva ancora inconscio in quel silenzio luminoso, poiché non ancora un
accenno di vita attiva interrompeva l'immobilità pittoresca del
paesaggio: la luce soltanto cresceva, rapida e smorta, cresceva sempre,
invadendo le convalli tenebrose, disperdendo le ombre notturne,
scivolando per le pendici, ravvivando ogni colore.
Paolo si recò alla finestra della sua camera per refrigerare un po' la
fronte accesa: egli era stanco e languido per la rabbiosa notte d'amore
successa al dramatico diverbio. Egli aveva posseduta la donna desiderata
con tutto il trasporto della sua forte giovinezza, e pure sentiva
un'intima insodisfazione, una sgradevole oppressione d'animo, che gli
annunziavan come il piacere, che s'era ripromesso, non fosse stato
precisamente quello che aveva sentito.
In verità, egli aveva passato alcune ore sublimi, ma egli non altro
riusciva a pensare se non ch'esse erano trascorse irrimediabilmente
mentre le assaporava.
La brezza del mattino lo ravvivò alquanto: quel sottile odore che si
sprigiona, quasi l'estremo sospiro della notte moribonda, prima della
levata del sole, sottile odore così gravido di ricordi per chi l'à
aspirato una sola volta in una memorabile condizion d'animo, venne in
buon punto a spronargli la fantasia come ai tempi della sua battagliera
adolescenza.
A poco a poco, dopo aver ordinatamente peregrinato per il passato
lontano, egli riprese il filo de' suoi pensieri ambiziosi. "Anche questa
volta sono stato forte! Era l'occasione di cadere, di tradirmi, di
lasciarmi sopraffare da' miei sentimenti, ed ò vinto, ò vinto ancora!
Sansone abbandonò nelle mani di Dalila la sua testa e la sua forza, e si
lasciò tagliar da lei le chiome poderose... La donna è sempre stata la
grande uguagliatrice degli uomini! Anche Fulvia poteva esser tale per
me, ma io, al contrario, ò saputo strappare a lei la forza insieme con
quel sospetto, che poteva essere la mia rovina."
Sorrise di compiacenza a questo grandioso confronto, a lui favorevole.
Il paesaggio si animava: una vela era apparsa su l'acqua, qualche
contadino, vestito a festa, passava imbronciato e triste su la via
maestra: le campane di Pasqua risonavano da ogni parte; un romor sordo
di carrozze e di carri saliva cupamente da Como. Sul cielo s'era disteso
un tenerissimo vapor di rosa, come un drappo nuziale, e una luce calda
penetrava omai l'acuta valle del Lario, rifrangendosi su la superficie
appena crespata del lago in una confusa iridescenza di tinte vivaci.
Paolo percorse con l'occhio, un po' attonito, la ricca architettura
della sua villa; poi il folto del giardino, ombreggiato da rare e
splendide piante: e poi la strada su cui passavano le malinconiche
figure dei lavoratori, di codesti schiavi della civiltà moderna, ai
quali è concessa la sola libertà di morir di fame. Si recavano a pregare
e a magnificare il loro Dio spietato! Paolo non li compianse: parvero a
lui gli umili, i vinti, i predestinati al sacrificio. Quella vista gli
accarezzò anzi lo spirito gonfio d'orgoglio: egli pensò alla sua
indipendenza assoluta, alla sua ricchezza onnipossente, alla sua donna,
e gli sovvennero alcune parole dello Schopenhauer: "Alla sola condizione
d'esser ricchi, si è realmente _sui juris_; padroni del proprio tempo e
delle proprie forze, sicuri di poter dire ogni mattina: _la giornata mi
appartiene_."
Ed egli, alteramente, mentre il sole dorava del suo primo raggio le
creste dei monti, ne ripeté l'ultima frase a voce alta: poi, accapponato
per il freddo mattutino, rinchiuse la finestra, calò le tende opache, e
nella spensierata e fittizia esultanza de' suoi pensieri lusingatori,
andò a gittarsi voluttuosamente sul gran letto prezioso.
Un'ultima parola illuminò ancora il pensiero di Paolo Érmoli prima di
perdere affatto la conscienza nel sonno: "Vincitore!... Vincitore!..." E
tosto la tenebra lo avvolse.
[Illustrazione]
[Illustrazione]
VII.
Paolo si svegliò di soprassalto, turbato da un sogno.--Il giorno non era
ancora alto. Egli aveva dormito soltanto due ore, ma in quelle due ore
quante imagini eran sorte nella sua mente, che turbinio di fantasmi
aveva popolato il suo riposo!
Egli guardò l'ora, si stupì d'aver dormito così poco: quindi si levò a
sedere sul letto, e volle ricercare nella memoria l'ordine del sogno
fatto, la ragione del risveglio subitaneo e precoce. Solamente dei
lembi dispersi di sogno poteva ricostruire, dei brani incoerenti, delle
visioni fugaci senza alcun addentellato con altre visioni. Ricordava
d'aver parlato amichevolmente con Diego, che rideva di quel suo riso
aperto e buono, così noto a lui; ricordava d'aver visto tra una folla
d'estranei o di dimenticati l'Albenza, il Maddaloni, la sua prima
amante,--una giovinetta povera, che avea sedotta e tradita--, sopra
tutto il Rinaldi del _Progresso_, che con insistenza l'aveva fissato
senza salutarlo; ricordava d'essersi smarrito in un appartamento
sconosciuto, pieno d'ombra e di mistero, e d'aver provato un senso di
invincibile terrore; ricordava infine (e questo ricordo era il più
lucido e il più inquietante) d'essersi trovato insieme alla sua povera
madre, che gli diceva con la voce angosciata, guardandolo severamente:
--Ah, Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?--le identiche parole
con l'accento medesimo ch'egli aveva già sentite pronunciar da lei molti
anni prima, quando per pagare una donna le aveva rubato del denaro dal
cassettone.
La memoria del fallo antico, rievocata, dal sogno turbò profondamente lo
spirito di Paolo Érmoli. Parvegli di vedere in quel lieve crimine
perpetrato nell'orbita familiare il primo sintomo d'una delinquenza
abjetta e grigia innata in lui, parvegli di riconoscere nel giovinetto
ladro la larva di sé stesso, l'embrione profetico del vanitoso
Trionfatore presente. Uno scontento senza fine, come una nausea morale
s'impadronì di lui. Tutte le sue teorie ribelli, che lo avevan fino
allora giustificato e inorgoglito, caddero in un colpo: il suo delitto,
le sue dissimulazioni, le sue stesse conquiste perdettero ogni virtù e
ogni luce, precipitarono nelle tenebre dell'inconsciente, nel fango
d'una bassa perversità. Egli si sentì ad un tratto mentitore volgare,
assassino volgare, volgare usurpatore di ricchezze altrui. Non era
dunque possibile ch'ei fosse veramente un qualunque criminale illuso nel
giudizio di sé medesimo da una malsana vanità? E che diritto aveva egli
per distinguersi da tutti gli altri, per sottrarsi fuor dalla folla vile
di coloro, i quali al par di lui infrangevano bestialmente le leggi a
loro egoistico profitto? Forse perché aveva egli _ragionato_ il suo
crimine? Forse perché aveva negato ogni principio di Bene o di Male? O
perché s'era abilmente costrutto un sistema di sofismi ingegnosi a base
d'una scienza incerta e ambigua, con la scorta dei quali poteva
assolversi da ogni colpa? O in fine, perché era rimasto impunito, e
anzi, meglio, remunerato?--Che valore avevan dunque le giustificazioni
logiche e i resultati materiali per stabilire il carattere morale d'un
_fatto_?
"Non esiste una legge morale in Natura" disse l'Érmoli, per rispondere
alla domanda importuna. "L'Etica come la Religione non sono altro che
gioghi ferrei imposti dai forti su le groppe dei fiacchi e dei timidi
per tenerli sotto; le azioni degli esseri viventi non sono per sé stesse
né buone né malvage; sono bensì utili o inutili secondo che servono o
meno a chi le à compiute. L'importante è adunque ch'esse siano utili,
che rispondano all'intento e allo scopo che le à mosse. Quando poi sono
utili, esse ànno la loro ragion d'essere, e tanto basta. Discuterle è
vano; deplorarle, è sciocco; rinnegarle è da ingrato o da femmina
bigotta!"
Alzò le spalle stizzosamente: rimase poi immobile con gli occhi fissi
nel vuoto, un po' inclinato in avanti, appoggiato coi gomiti su i
guanciali. Livido, sformato dalla stanchezza e dal disgusto, egli
sembrava così in aspettazione d'un agguato, attento al più piccolo
romore, stuzzicato dall'ansietà nelle più intime fibre.
"Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?" ripeté ancora la voce
interna, come nel sogno,--la voce angosciosa, che ricordava quella già
udita molti anni addietro. Paolo pensò, rabbrividendo: "Dio, se potesse
giudicarmi oggi mia madre! Con quali disperate parole e con che tragico
sguardo lo farebbe? E come oserei io d'affrontare il suo sguardo, di
sopportare le sue parole?!"
L'ipotesi gli s'impose. Nella semioscurità della stanza l'imagine
materna si venne a poco a poco disegnando, com'egli la riserbava
dall'ultimo anno di sua vita: bianca, curva, pallida e scarna, ma con
due occhi d'una inesprimibile vivezza, purissimi, freschi, simili agli
occhi d'una fanciulla. E questa imagine, efficace come un'allucinazione,
parve proferire di nuovo il desolato rimprovero: "Oh Paolo, Paolo! E
come ài potuto far questo?" Era la voce della conscienza morale che con
occulta astuzia rivestiva quelle forme venerate per infondergli rispetto
e paura? O era semplicemente il residuo ingannevole del sogno, che agiva
sul suo cervello sonnolento come una suggestione? Certo è che quella
visione ideale o meglio quell'ipotesi figurata ebbe su Paolo Érmoli
potere inatteso e formidabile. Un subitaneo schianto di tenerezza per
la madre morta, di dolore per le sofferenze che le aveva inflitte, di
rimorso per quelle assai più crude che avrebbe potuto infliggerle
nell'ora presente, lo investì tutto, come un soffio di bufera. Egli
piegò sotto l'urto. Il rigoglioso fogliame della sua sapienza e della
sua vanità andò miseramente divelto, si disperse per l'aria, quasi
oscurando il sole. E soltanto lo scheletro della sua profonda infelicità
rimase ritto, fermo, infrangibile nell'ombra; allampanato e nudo come
l'asta d'un pioppo devastato dal verno.
Che gli valeva tutta l'opera sua? Che miserrimo bene s'era dunque
conquistato, se bastava un fantasma a rigettarlo nella sua antica
desolazione? Perché aveva lottato? Perché aveva rinnegato ogni senso di
bontà e di giustizia? Perché aveva ucciso? Ahi non per altro che per
possedere un tesoro affatto inutile, per irridere con un miraggio
illusorio alla sua sete inestinguibile di felicità! E non mai, come
oggi, la Felicità gli era apparsa così lontana, così alta nel mondo dei
sogni, così inafferrabile per il suo braccio minuscolo o tremante!
"È forse questa tenebra che m'infonde tanta mestizia?" si domandò ad un
tratto Paolo Érmoli.
Di fatti la camera, per le imposte chiuse, era perfettamente oscura. Sol
qualche filo sottilissimo di luce sfuggiva dalle connessure e si perdeva
nell'ombra interna.
Egli discese dal letto, e a piedi scalzi si recò ad aprir le imposte. La
luce fece impeto nella stanza. Ogni cosa comparve ed avvampò in
quell'inondazione di sole primaverile. Paolo dovette alzare per poco le
mani d'avanti agli occhi, abbacinato come fu dall'improvviso passaggio
dall'oscurità alla luce piena.
Spalancò anche le vetrate. Su la strada i contadini, reduci dalla Messa
e dall'osteria, ritornavano verso casa a crocchî di tre, di quattro
insieme, tenendosi stretti a braccio a braccio, ridendo, scherzando
ruvidamente tra loro, alcuni cantando a mezza voce le canzoni
tradizionali dei coscritti. Di là della strada nello spiazzo degli olmi
prossimo al lago, una comitiva numerosa giocava alle bocce sollevando un
chiasso enorme; scintillavano su una tavola, all'ombra degli alberi, le
bottiglie e i bicchieri colmi del buon vino oblioso--la posta del
giuoco.
Da quella folla d'uomini meschini, d'umili diseredati, una grande
festività, un soffio d'allegria sonora si diffondeva per il paesaggio,
illustrato dal più limpido sole.
Era la Gioja di Vivere che fremeva su la Terra; la gioja degli uomini
semplici, abituati al lavoro assiduo, condannati a una schiavitù eterna,
per quel giorno di riposo e di libertà. Che valevano i ricordi del dì
innanzi o le aspettazioni del domani, al confronto delle sensazioni
presenti?
Gli uomini semplici,--che non riflettono su le loro fatiche e su l'ozio
altrui,--che non spingono gli sguardi paurosi nelle tenebre del futuro o
nella bieca luce del passato,--che vivono e voglion vivere di pane e
d'amore, senza orpelli rappresentativi, senza invidie e senza
ambizioni,--gli uomini semplici eran là d'avanti all'Insaziabile, livido
di scontento e di tedio, accomunati e stretti da una fraterna
inconscienza, esaltati da un'unica giocondità.
Alla sacra festa degli uomini semplici rispondeva il sorriso della
Natura immortale. La giornata era superba, pura come un cristallo; nel
mezzo del lago un'immensa incrostazione argentea, di un lusso favoloso,
si stendeva magnificamente tra il pallore incandescente, appena
azzurrato, dell'acque senza ombre. Su i monti boscosi, dalle vette
tappezzate d'erbe, i villaggi felici scintillavano; e dovunque,--su le
acque chiare, per le pendici ridenti--si celebrava il Trionfo della
Vita, di quella Vita oscura, continua e incommutabile che pare una
maledizione agli uomini attossicati da malsane ideologie, ed è il più
alto e maraviglioso portento del Mistero universale.
Paolo, appoggiato al piano della finestra, guardava attonito il solenne
spettacolo. Era là al conspetto suo, sebbene fuori di lui, la Felicità
agognata; era là tra la folla vile e spregevole, nel cuore degli umili e
degli abietti, tra il fervore organico e basso della Vita fisica.
Oh, come e quando avrebbe egli avuto un'intera giornata di pace e di
contento?... Mai, mai, mai, qualunque onore, qualunque ricchezza,
qualunque donna gli fosser venuti in potestà. Il dolore era in lui,
insito ed invincibile, quasi una condanna della Natura per lo spirito di
ribellione che gli fremeva dentro, contro le leggi e le disposizioni
della sua oscura sovranità.
"_La giornata m'appartiene_" mormorò l'Immorale, ricordando le parole
del filosofo. Sorrise di sarcasmo contro sé medesimo, torcendosi le mani
nervosamente intrecciate. Ahimè, anche il tempo era per la tristizia sua
un tesoro inutile e gravoso!
Fu allora che improvvisamente il Demone del suicidio batté di nuovo,
come nei giorni terribili della miseria, alla porta del suo pensiero.
Perché vivere così? Perché ostinarsi a inseguire l'inarrivabile? Perché
non voler morire quando la Morte era per lui l'unica liberatrice,
l'apportatrice benigna del riposo e della libertà?
Egli sentì confusamente che il suo organismo si ribellava all'idea. Egli
sentì che questa _volontà_ era inetta a farlo agire, che rimaneva timida
e chiusa nel dominio delle ipotesi irrealizzabili. La morte altrui
l'aveva ben potuta volere ed eseguire: la sua, no, mai, perché egli era
debole, vile, legato alla catena della sua carne miserabile, servo del
suo egoismo animale come un qualunque bruto!
Paolo ebbe a quest'idea un moto di ribrezzo contro sé stesso, che gli
sformò le linee mobilissime del viso.
--Paolo! Buon giorno, ben alzato!--gridò d'un tratto una voce feminile
nel giardino sottostante.
Egli reclinò gli occhi dalla parte d'onde la voce proveniva. Là presso
un'ajuola di rose, nella piena luce solare, Fulvia in un civettuolo e
chiaro abito da mattino un po' succinto, tutto a fiorami e a rigonfî,
stava discorrendo col giardiniere, un antico e fedel servo di casa
Rebeschi, ne' cui sguardi Paolo aveva più volte sorpreso
un'inesplicabile antipatia per il nuovo padrone. La donna, ritta, alta
di tutta la persona, formosa e pure evanescente nelle larghe pieghe del
tessuto, teneva in mano un gran mazzo di rose appena cólte; e il
vecchio, chino su l'ajuola feconda, glie ne veniva porgendo delle altre
con la mano ruvida e tremante, sorridendole umilmente a ogni offerta. La
sua canizie, come egli si curvava, assumeva al sole la lucentezza
torbida e dolce dell'alluminio; mentre Fulvia biondissima e così
vestita, spiccando su lo sfondo cupo della pineta, aveva l'aspetto
d'un'imagine leziosa su un arazzo dello scorso secolo.
--Ben alzato!--ripeté Fulvia, quando il suo sguardo s'incontrò con
quello attonito del marito.
Paolo la vide; vide anche il vecchio odioso, che levava il capo verso la
finestra. Si ritrasse sùbito senza rispondere al saluto, preso da una
viva irritazione.
Fu la vista del vecchio che l'irritò? O la conscienza immediata del suo
disordine mattutino in conspetto dell'amata? O la tema d'essersi
lasciato sorprendere la smorfia di ribrezzo che gli deturpava il viso, e
l'angoscioso pensiero nelle rughe profonde della fronte?
Egli si ritrasse indietreggiando, e mormorò una bestemmia breve
nell'atto di rinchiudere rapidamente le vetrate.
Poi ritornò verso il letto, e, contro ogni volontà, egli s'accinse a
vestirsi, a rimettersi la maschera infame, a camuffarsi degnamente, come
soleva ogni mattina, per rappresentare fra gli uomini la sua parte
tirannica nella comedia della vita: egli nato per trionfare, nato per
soggiogare, per abbattere, come gli animali di rapina: egli, _felis
homo!_
_Blevio, settembre 1889._
[Illustrazione]
* * * * *
Nota del Trascrittore:
L'ortografia e la punteggiatura originali sono state mantenute. Sono
stati corretti i seguenti refusi (le correzioni sono nella riga
sottostante).
che son prodotte dall'infiuita varietà
che son prodotte dall'infinita varietà
entrambi dal ristorante
entrambi dal ristorante.
elle era scomparsa, s'alzò, corse difilato
ella era scomparsa, s'alzò, corse difilato
--Mi amerai molto... non avrai per
"--Mi amerai molto... non avrai per
L'Ermoli offerse la bibita a tutti, chiacchierò
L'Érmoli offerse la bibita a tutti, chiacchierò
sembrô allora per la prima volta che
sembrò allora per la prima volta che
così fragile), poiché non sostenuto da
così fragile, (poiché non sostenuto da
seguendo ciascuno il corso dei propr
seguendo ciascuno il corso dei propri
pensiero di Paolo Èrmoli prima di perdere
pensiero di Paolo Érmoli prima di perdere
di Paolo Èrmoli. Parvegli di vedere
di Paolo Érmoli. Parvegli di vedere
disse l'Èrmoli, per rispondere alla
disse l'Érmoli, per rispondere alla
ebbe su Paolo Èrmoli potere inatteso
ebbe su Paolo Érmoli potere inatteso
un tratto Paolo Èrmoli.
un tratto Paolo Érmoli.