--La signora contessa m'incarica d'avvertirla che stasera la aspetta un

po' prima dell'ora convenuta; verso le sei, sei e mezza.

--Va bene!--brontolò Paolo, alzando le spalle irritato.

Raccolse il cappello e la mazza, deposti su una sedia nell'entrare, e

precedette il servo per l'appartamento silenzioso, dove l'ombra stessa

gli pareva piena d'ironia.

Uscì come ebbro; discese le scale in preda a un'agitazione crescente, si

trovò nella via. Di tutta la scena con Fulvia non ricordava che il

titolo del libro che aveva visto sul tavolino d'ebano intarsiato, e

l'oscura domanda di lei:

"È vero che non avrai per me dei segreti?"

[Illustrazione]

[Illustrazione]

III.

S'incamminò, senza volerlo, verso la Galleria.

La piazza Sant'Alessandro era piena di luce: la chiesa ergeva le sue due

torri basse e la sua cupola tonda sul cielo diafano e stendeva la sua

gradinata al sole. Dal palazzo del Ginnasio si riversava il fiotto

chiassoso degli studenti che uscivan dalle lezioni, come un'orda

barbarica di piccoli uomini invadente nella calma pomeridiana l'assopita

città. Con simpatica foga essi sostavano alquanto d'innanzi alla porta

della scuola, raccolti a gruppi, a capannelli, o distesi in fila lungo i

muri; discorrevano ad alta voce, discutevano animatamente, riempivan

l'aria di trilli vivaci, di risa, di schiamazzi: poi quella folla

irrequieta di giovinetti e di fanciulli, carichi di libri, si disperdeva

a poco a poco nelle vie circonvicine, portando seco quella gajezza

spensierata e romorosa, che da lontano mandava ancora tutt'intorno,

affievolite, le parole alte e le risa argentine, come ripercosse da

un'eco.

Paolo si trovò senz'accorgersi in mezzo a quell'onda giovenile che lo

incalzava da ogni parte, e dovette soffermarsi alquanto per lasciarla

passare. "Fanciullo!" pensò, ricordando l'inflessione stessa di voce con

la quale Fulvia gli aveva rivolto la parola. "Eccone alcuni forse meno

fanciulli di me!" Come poi gli ritornava alla mente simile a un uggioso

ritornello, l'impressione angosciosa causatagli da _Le crime et le

châtiment_ del Dostojewsky sul tavolino di Fulvia: "Mi piacerebbe

sapere" continuò "che specie di commozione ò provata trovando quel libro

nel salotto di Fulvia. Paura, forse. Paura?... Ma di che? Del

castigo?... Ma di qual castigo?--È inutile: l'eredità dei pregiudizi è

più forte di noi e, spesse volte, le più sciocche idee ne conquidono la

ragione, e ne l'offuscano, quando meno ce l'attendiamo. Siamo ancora

imbevuti della falsa morale dei nostri padri, timorosi del buon Dio, e

quando non si à tempo per ragionare, istintivamente si sragiona. O'

avuto paura, questo è certo: ò provato presso a poco uno di quei panici

che ci sorprendon violenti e inesplicabili, allorché, rivolgendoci, ci

troviamo dietro di noi qualcuno che non ci si aspettava, fosse egli pure

il più caro dei nostri amici. Dopo, appena vinta la prima commozione, si

ride allegramente di quegli spaventi intempestivi. Perché dunque non

dovrei ridere io pure del mio?"

L'Érmoli scosse le spalle e procedette più spedito, come si fosse levato

un peso che lo aggravasse.

"E la domanda di Fulvia quanti torbidi sospetti mi à suscitati, ed uno

più ingiustificabile dell'altro! Eppure non era forse una delle solite

domande vuote di significati, che rivolgon le donne amanti quando non

sanno più altro che dire?"

"--Mi amerai molto... non avrai per me dei segreti...--Frasi fatte,

luoghi comuni dei discorsi d'amore, primi sintomi dell'immancabile

gelosia... In somma parole senza sottintesi oscuri, senza occulte

intenzioni, assolutamente!..." Così egli si diceva, discendendo a passi

lenti la popolosa via Torino verso la Piazza del Duomo. E parevagli

d'esser calmo, libero d'ogni inquietudine, sicuro di sé stesso come

sempre.

Eppure un'intima, profondissima molestia persisteva sotto la

tranquillità superficiale del suo spirito.--In verità, il contegno di

Fulvia con lui non era mai stato dei più chiari e dei più conseguenti.

Ella l'amava, veracemente l'amava; nessun dubbio su ciò. Troppo egli

l'aveva vista accasciarsi e struggersi per le sue dimenticanze, e

durante i periodi di frigidità che a intervalli lo rendevan duro e

ostile verso di lei! Troppa gioja aveva egli sorpresa in quegli occhi

chiari, su quella bocca sinuosa e ardente, per quelle mobilissime linee

del viso, a' suoi arrivi inaspettati, a' suoi ritorni lungamente

attesi, alle sue attenzioni e sollecitudini veramente sincere!

Come mai però in due lunghi anni, dacché era incominciata la loro

platonica intesa, dacché era scomparso nel silenzio del nulla Diego

Rebeschi--il rivale invincibile--, come mai ella non aveva mai avuto un

istante d'intero abbandono, non aveva mai voluto un contatto materiale

con lui, anche il più innocente, s'era chiusa nella sua fede amorosa

come in una rocca impenetrabile? Tanta castità, tanto sdegno del senso,

tanta irritabilità nervosa ai contatti, eran dunque naturali in lei? E

poteva ella essere stata così anche col marito, anche con Diego?

Queste e consimili domande Paolo s'era già fatte le mille volte, e non

aveva saputo trovare ad esse una spiegazione che lo sodisfacesse; poiché

egli aveva anzi conosciuto dalle fraterne confidenze del cugino che

donna Fulvia era appassionata, tenera, inestinguibile ne' suoi ardori.

Poteva forse aver mentito il cugino, per una malsana vanità d'amante?

No. Egli sapeva per lunga consuetudine che Diego non era affatto

vanitoso e possedeva la bella franchezza degli uomini semplici e

mediocri. Dunque era con lui, era a lui solo ch'ella riserbava quel

contegno, quasi di vergine intangibile? E perché?

Ahi, molte volte la risposta non voluta, la risposta temuta e repugnante

era balenata nel suo pensiero, quasi una fosca rivelazione: "Fulvia mi

ama, ma à orrore di me. Ella sospetta, ella forse sa _ogni cosa_!"

Questa risposta però era sempre stata rigettata sdegnosamente da lui

poiché la giudicava assurda, ignobile, stupida.

Ed anche questa volta,--com'essa sorse spontanea, naturale, logica nel

suo pensiero--, fu sùbito respinta indietro, bruscamente. Rimase però,

nascosta nel fondo dell'essere, pronta a risorgere, vigile, impaziente,

minacciosa, nell'aspettazion della prossima ora definitiva.

Così pensando e torturandosi, Paolo aveva percorso l'intera via Torino

ed era giunto su la Piazza del Duomo. All'aprirsi del largo egli si

fermò un istante ad osservare quel formicolare d'uomini in mezzo al via

vai multicolore delle carrozze, degli omnibus, delle tranvie,

quell'agitazione quasi affannosa della vita urbana che si condensa nel

centro d'una grande città: poi, trovandosi in quei paraggi popolosi che

gli ricordavan le abitudini della sua vita quotidiana, riprese a poco a

poco, senz'accorgersi, la sua indifferenza leggermente sarcastica

d'uomo di società, e con passo più rapido si diresse verso i Portici

Settentrionali dove sperava d'incontrare qualche amico, o, per usare la

sua frase abituale, qualche "seccatore".

Non era giunto allo sbocco della Galleria che avea già trovato quel che

cercava: aveva preso sotto il braccio il commendator Mariani, che veniva

in direzione opposta alla sua, e lo trascinava verso il corso Vittorio

Emanuele a viva forza.

--Mi piacerebbe sapere perché i tuoi capelli diventano tutti i giorni

più neri!--gli diceva, ridendo con foga.

Il Mariani, abituato a camminar lentamente per il peso degli anni, a

stento dissimulati, e del ventre rigonfio, sbuffava come un mantice,

dovendo tener dietro al passo spedito dell'Érmoli.

--Piano! gli gridava.--È stato abolito il corso forzoso, ma questa è una

vera corsa forzosa. Io devo andare a casa.

--Spìcciati, tartaruga, ché ò fretta: ti offro il vermouth al _Bar_, e

spero non vorrai darmi il dispiacere d'un rifiuto: devo pranzar presto,

se voglio arrivare in tempo a prender moglie.

--Ah! sicuro, oggi prendi moglie! Non me ne ricordavo più,--esclamò

stupefatto il commendatore, accelerando il passo;--in tal caso non

voglio darti altro dispiacere: ti seguo.

Giunsero all'_American Bar_, e vi trovarono il Serbelli, il Levi e

Giorgio Alboè, ritornato la mattina da un fortunoso viaggio in Oriente.

L'Érmoli offerse la bibita a tutti, chiacchierò alquanto con gli amici

di cose varie e indifferenti, chiese qualche impressione del suo

viaggio all'Alboè, poi finse d'uscir fuori per vedere un po' la

passeggiata elegante del pomeriggio, e, senza salutar nessuno,

attraversò il Corso per dirigersi a casa.

Rientrando nella sua camera, in quel lusso amico, dove da quindici mesi

si cullava nel sogno lusinghiero della felicità,--dopo il repentino

mutamento di condizioni, dalla miseria alla dovizia--, Paolo, alcune ore

prima di raggiungere uno de' suoi più ardenti desideri ambiziosi, fu

ripreso dal corso di pensieri lieti della mattina che gli avvenimenti

della giornata avevan solo interrotto.

Dopo aver chiesto a Enrico se tutto fosse pronto per la partenza,

l'Érmoli si mutò d'abito, si vestì da viaggio, poi si fece portare i

giornali della sera, e accomodatosi in una poltrona a sdrajo si diede a

scorrerne qualcuno.

La sua mente però volava e non gli permetteva di fissare l'attenzione

alla lettura: gli occhi scorrevano su le linee dell'articolo di fondo

del _Tempo_, ma la sensazione ottica si tramutava a stento in idea e le

idee non concatenate dalla memoria si succedevan senza nesso e svanivano

come gocce luminose pioventi a intervalli nelle tenebre senza

rischiararle.

"Che cosa ò letto io?" si chiese Paolo, giunto al primo asterisco

dell'articolo. "Chi sa? Non mi ricordo una sola parola di questa colonna

di stampa: si vede che dev'essere molto interessante per lasciare una

così profonda impressione. D'altra parte io non so che cosa possa

trovare in questi giornali d'attraente: né perché mi sia messo a

leggere." Lasciò cader su i ginocchi il _Tempo_ e s'abbandonò tutto alla

piena della sua esaltazione psichica, a quella vaga polifonia di

pensieri e di sentimenti piacevoli che spontanea si sviluppava nel suo

spirito. Si distinguevano infatti in essa, armonicamente combinati, due

motivi assai dissimili; uno energico e descrittivo, all'inizio più

imponente, come un allegro vivace volante per l'orchestra con ritmo

giocondo e balzante, che esprimeva la gioja della vittoria; l'altro

melodioso e soavissimo che lento si svolgeva sopra quell'allegro

furoreggiante, e, da prima fievole e come lontano, s'avvicinava man mano

e cresceva d'intensità, finché, affievolendosi il primo a sua volta e

perdendosi, prendeva il predominio e s'allargava maestosamente

nell'orchestra intiera, trionfale e gaudioso: il motivo d'amore. Paolo,

in quella dolce alternativa di commozioni, aveva dimenticato totalmente

la realità; era rimasto così immobile lungo tempo, gli occhi perduti

nel vuoto e come ciechi, i sensi addormentati in un letargo profondo, la

fantasia sola volante nel libero mondo dei sogni di là del probabile e

del possibile, di queste due muraglie insormontabili entro cui si

dibatte affannosa tutta l'attività umana.

L'ora che batté all'orologio a pendolo, tichettante monotono nella sua

camera, lo scosse: eran le cinque. S'alzò in fretta, e uscì per

pranzare.

Al Cova alcuni vecchi gentiluomini, abituati a prendere a quell'ora la

solita bibita stimolante, discorrevano della caduta inaspettata del

Ministero Crispi, ed altri dei progressi scenici d'una Tersicore su la

via della celebrità; l'Érmoli sedette solo a un tavolino appartato, e

ordinò al cameriere di servirlo in fretta. Poco dopo entrò dalla parte

della pasticceria l'avvocato Maddaloni, il suo testimone, alto, dalla

barba un po' brizzolata, vestito severamente di nero; e gli si avvicinò.

Paolo si levò sorridendo e lo salutò con affettuoso rispetto.

--T'aspettavo!--gli disse l'Érmoli, offrendogli una sedia.

--Lo credo,--soggiunse il nuovo venuto, rifiutandola con un atto della

mano.--Allora è alle sette?

--Sì, alle sette precise.

--Va bene: mi troverò per quell'ora al Municipio.

--Come, non vieni da Fulvia con me?

--Non posso; ò un abboccamento, al quale non debbo mancare, proprio

adesso alle sei. Ci vediamo fra un'ora.

--Va bene. Arrivederci.

Il Maddaloni uscì salutando a pena con un cenno del capo.

[Illustrazione]

[Illustrazione]

IV.

L'Érmoli pagò il conto e ordinò di chiamargli una carrozza publica da

Piazza della Scala. Poco dopo egli era diretto di nuovo alla casa

dell'amata, d'onde, insieme con lei e con i pochi congiunti

prossimissimi (Paolo s'era decisamente rifiutato a dare una qualunque

publicità alla cerimonia) sarebbe andato al Municipio per la

celebrazione delle nozze.

Fulvia ricevette Paolo cordialmente allegra: quando sentì

nell'anticamera la sua voce, corse ridendo fin su la soglia della sala,

gli prese le due mani, e lo condusse, tenendogliele sempre strette, fino

al divano, dove sedeva una signora belloccia ancora e vivacissima, una

cugina di lei.

--Marchesa!--disse Paolo, inchinandosi leggermente.

--Or mai, cugino, mi farete il favore di smettere questo titolo uggioso

per chiamarmi semplicemente Giovanna!--strillò la piccola signora

Argenti.

--Come vi piace!--soggiunse l'Érmoli, e le baciò galantemente la mano

inguantata ch'ella gli stese. Poi si volse a Fulvia:

--E il duca?--domandò.

--Il duca?... Che vuoi che ne sappia? Non è ancor venuto, ma non potrà

tardare. Sai che arriva sempre un momento dopo dell'ora fissata.

--Bel sistema!--mormorò Paolo.

--È il suo, e tanto basta!

L'Ateni vestiva un semplice ma elegantissimo abito da viaggio e non

portava un sol giojello. Era più pallida del solito, e gli occhi le

brillavano come avesse pianto.

--E l'avvocato Maddaloni che dovevi condûr teco?--domandò Fulvia.

--Verrà direttamente al Municipio.

Un suono di campanello annunziò in quel punto il duca d'Alavo.

La scena indifferente, quegli spettatori importuni della sua felicità,

la prossima cerimonia ufficiale indisposero l'Érmoli: egli aborriva da

tutto quel convenzionalismo di forme che pur doveva riconoscere

indispensabile. Se avesse potuto rimandare al domani quello ch'egli da

mesi agognava ardentemente, lo avrebbe fatto senza dubbio. A un tratto

divenne triste e taciturno: andò a sedersi in una poltroncina discosta

dal gruppo delle due signore e del d'Alavo, prese un albo di fotografie

e si pose a sfogliarlo.

In una delle prime pagine lo colpì il ritratto di Diego Rebeschi, la sua

vittima: egli lo fissò lungamente in preda a una morbosa curiosità. Non

v'era però nulla di doloroso né di pauroso in quello sguardo: lo fissava

per un inesplicabile desiderio di ricostruzione ideale della personalità

di lui; e quella fotografia nitida, che riproduceva il volto pallido di

Diego in un istante d'attenzion naturale, riusciva perfettamente allo

scopo. Egli lo vedeva vivo e parlante in quel ritratto, e la marea delle

memorie, per quell'illusione sensitiva, ascendeva lenta e travolgente

nel suo spirito mal sicuro ad appartarlo tragicamente nel passato: e

Paolo ricordava quando il Rebeschi, malato in fil di vita, gli aveva

mostrato, commosso dalle sue cure fraterne, il testamento prezioso nel

quale lo eleggeva suo erede universale: poi la convalescenza di Diego,

poi la violenta passione di lui per Fulvia, poi il prorompere della sua

cupa e silenziosa gelosia, dell'odio atroce per il cugino, della paura

delittuosa di vedersi tutto sfuggire dopo aver tanto sperato. E

ripensava quando il Rebeschi, guarito e felice, partì con la giovine

vedova, con quella donna ch'egli avea così vanamente desiderata durante

lunghi anni, per quel viaggio idiliaco in Isvizzera; e infine il ritorno

degli amanti, la conoscenza per un caso fortuito che il testamento

antico esisteva sempre: l'idea, la lotta disperata con la propria

sensibilità e con i vieti preconcetti morali, per imporsi la forza

d'agire, e poi... l'azione (era poi stata azione?), _il delitto_,

l'impunità sicura e gloriosa!

Un attimo, un unico attimo era bastato ad eseguire il suo piano

diabolico! Si sarebbe potuto credere che il destino avesse congiurato

insieme con lui per sopprimere l'uomo importuno; quand'egli, là su

l'altura solitaria di Nirano, aveva visto Diego spingersi su l'orlo

fatale, oscillare, cadere nella immane pozza di fango del vulcanetto,

aveva pensato sùbito che una Volontà superiore fosse intervenuta ad

ajutare la sua incerta volontà. Ed egli l'aveva freddamente lasciato

perire, sordo e impassibile alle grida disperate, ai cenni mostruosi di

soccorso che gli rivolgeva il morituro!

[Illustrazione]

Ecco, la memoria precisa del fatto rinasceva adesso in Paolo d'avanti

all'effigie del cugino, nell'ora prossima al raggiungimento "finale" del

suo Scopo, con una singolare evidenza di particolari:--Egli rivedeva

l'onda dei colli Emiliani, sotto il sole formidabile: una pallida

successione di dossetti brulli, senz'alberi, segnati a lunghi intervalli

dalle cupe macchie degli arbusti spinosi. Egli rivedeva l'insidiosa

conca dei vulcanetti di fango, d'un color livido, senza un ciuffo

d'erba, tempestata di monticoli umidicci, specie di pustole fredde

stillanti un denso liquor di cenere. Egli rivedeva sul cielo infiammato

il volo sollecito degli uccelli migratori, che gittavan le grida di

richiamo ai dispersi dell'aria, fuggendo senza posa la plaga inospitale.

Egli rivedeva infine l'orrida statua d'argilla, ch'era uscita per ben

due volte dalla pozza, dopo la caduta di Diego; una mano levata nel

vuoto e supplichevole, l'altra mano aggrappata all'orlo viscido

dell'abisso che si scalfiva e si sfondava nell'inutile stretta.

Tutte queste terribili cose egli rivedeva, distintamente, come in un

sogno, d'avanti al ritratto smunto della prima sua vittima; e rivedeva

anche (più terribile d'ogni altra imagine!) la gran faccia rossa e

spaurita di Gianni Vesta, il rozzo compagno di caccia del cugino Diego,

quello ch'egli aveva lasciato cinicamente accusare e la Giustizia degli

uomini aveva ritenuto colpevole e condannato,--nel momento della iniqua

e altosonante sentenza!

"Sono innocente" aveva egli mormorato, abbassando lo sguardo a terra; ed

era partito barcollando tra i carabinieri impassibili, per la disperata

solitudine della cella carceraria!...

--Che ài?--gli chiese con affetto Fulvia, avvicinandoglisi.

--Nulla,--le rispose seccamente Paolo, scotendosi, gittando l'albo su la

tavola.

--Mi sembri triste.

--E come non dovrei esserlo?--borbottò egli sottovoce.

Ella non comprese.

--Sei crucciato forse con me, per averti oggi lasciato solo? Ma

cominciavi a far l'impertinente, e mi pareva un po' presto.

Fulvia disse queste parole con tanta grazia e con un tremito di voce

così soave, ch'egli ne fu profondamente commosso.

--Oh! no, con te non son crucciato!--mormorò Paolo, guardandola

appassionatamente.

Fulvia gli sorrise e si allontanò. Quel breve dialogo affettuoso bastò a

esilarare lo spirito rabbujato dell'Érmoli: come sempre, la voce di lei

gli aveva suscitato nell'animo quell'ineffabile senso d'amore che tutto

lo trasformava; egli la seguì con lo sguardo, malinconicamente, e provò

nel cuore, guardandola, una strana delizia.

--Ohe! ragazzi,--gridò il duca, col suo fare paterno,--sarà bene

incamminarci.

--È vero! Sono le sei e cinquanta!--disse l'Argenti, dopo aver guardato

l'orologio piccolissimo.

--Andiamo pure!--esclamò Fulvia, tentando invano di reprimere un

profondo sospiro.

Paolo s'alzò senza parlare; ajutò la signora Argenti a indossare la

magnifica mantiglia, e uscì per il primo dalla sala.

Alla porta eran ferme due carrozze chiuse, quella dell'Ateni e quella

del d'Alavo.

--Quattro in due carrozze,--disse questi,--bisognerà dividerci.

--Sicuro. Vada lei con Fulvia, duca,--gli gridò Paolo:--io e la marchesa

approfittiamo della sua.

Quando l'Érmoli fu solo coll'Argenti, questa si affrettò a dirgli con la

sua voce acuta e studiata di donnina galante che à parecchi anni da

farsi perdonare:

--Cugino ostinato, voi non volete dunque chiamarmi assolutamente col mio

nome...

--È vero--egli mormorò--scusatemi; perché, vi confesso, sono un po'

turbato...

L'Argenti lo guardò con istupore, non potendo capire quel turbamento in

Paolo Érmoli: ma, non volendo importunarlo con una domanda,

prudentemente tacque. Siccome poi egli pure taceva ed ella non era

abituata al silenzio, cominciò a parlare leggermente, saltando da un

argomento all'altro con la volubilità e l'amabilità delle signore

solite a sostenere una conversazione da salotto; parlava ancora mentre

la carrozza si fermava in piazza San Fedele alla porta del palazzo

Marino.

Il Serbelli e l'avvocato Maddaloni, che avevan già salutato Fulvia e il

duca, si fecero incontro a lei, e il Serbelli le offerse il braccio per

entrare nel Municipio. La comitiva indugiò alquanto nell'atrio,

discorrendo; fuori alcuni popolani s'eran fermati, curiosi di quel

matrimonio signorile e senza alcuna pompa, ad un'ora insolita, e

spingevan dentro gli sguardi ricercando in vano il bianco abbigliamento

della sposa.

Per togliersi a quella curiosità plebea, Paolo sollecitò perché si

entrasse nella sala delle cerimonie; e vi si trovò già in aspettazione

l'assessore incaricato.

Questi salutò il d'Alavo amico suo, poi il Maddaloni ch'era consigliere

comunale; quindi s'incominciò la cerimonia nuziale. Essa fu celebrata in

mezzo al silenzio malinconico dei presenti: la voce nasale

dell'assessore, mentre leggeva gli articoli del codice, risonava triste

e monotona nella sala, risvegliando i cupi e prolungati echi delle

vòlte. Paolo sembrava seccato, Fulvia commossa. Alla domanda

sacramentale se fossero contenti di sposare, l'Érmoli rispose in fretta

"sì", come a un importuno che volesse levarsi d'intorno; ella prima di

rispondere parve perplessa un istante, poi pronunciò un "sì" energico e

rapido che gli echi mormorarono a lungo. Quando Fulvia firmò, la sua

mano tremava come durante il colloquio della giornata con Paolo.

Uscirono, e nell'atrio si scambiarono i saluti e gli auguri. La sposa

con apparente gajezza, ringraziando, strinse affabilmente la mano agli

uomini che le sciorinavano dei madrigali comuni, poi abbracciò e baciò

la marchesa che le susurrò all'orecchio forse qualche parola audace da

farla ridere e arrossire insieme.

Paolo e Fulvia salirono finalmente nella _loro_ carrozza, fra le due ale

ingrossate dei curiosi, che ammiravano l'avvenenza superba di lei,

mormorando; e con un ultimo saluto dagli sportelli, partirono diretti

alla stazione.

La solitudine con la donna adorata, la fulgida prospettiva del piacere,

fors'anche il pensiero d'aver condotto a termine quell'odiosa cerimonia,

rianimarono Paolo: egli prese affettuosamente la mano di Fulvia e la

trasse alle labbra. Ma sentendola agitata da quel tremito nervoso che

prima aveva già osservato e spiegato con la commozione del momento:

--Perché tremi così, Fulvia?--le chiese.

--O' freddo!--ella rispose semplicemente.

Egli non dubitò: le cinse le spalle con un braccio e la trasse a sé così

dolcemente, che Fulvia non fece un atto di resistenza e gli cadde col

capo sul petto. L'Érmoli prese allora uno scialle e ve l'avvolse

accuratamente fino al collo: poi le ridomandò:

--Ài freddo ancora, così?

--No,--mormorò Fulvia, ma non smise di tremare.

Allora l'idea cupa attraversò il suo cervello: "Ella mi ama, ma à orrore

di me! Ella sospetta fors'anche sa _ogni cosa_."--"Debolezze!...

Atavismo!... Ciò che nessuno sa e nessuno può sapere, è come non fosse

mai avvenuto!" egli pensò sùbito.

Ritacquero.

Ora Paolo si sentiva invadere lentamente da un'onda di beatitudine, e

fremeva odorando quel sottile e noto profumo di lei, che riempiva la

piccola stanza d'un'aria molle e voluttuosa, come quella d'una serra in

primavera. Al suo pensiero ritornavano alcune parole di Teofilo Gautier:

_En amour souvent un fiacre vaut un bosquet de Cythère_, e sorrideva di

compiacenza e di orgoglio.

L'Immorale: Racconto · 第 2 / 4 段