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E. A. Butti.
L'Immorale.
[Illustrazione]
RACCONTO
CON DISEGNO DI =BASILIO CASCELLA=.
MILANO
LIBR. EDITRICE GALLI DI =C. CHIESA E F. GUINDANI=
_Galleria Vittorio Emanuele, N. 17-80_
1894
Terza edizione riveduta e corretta dall'autore.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Milano. Tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C.
L'Immorale.
OPERE DI E. A. BUTTI.
ROMANZI E NOVELLE.
_L'Automa_ L. 4 --
_Un vittorioso_ " 1 --
_L'Anima_ " 4 --
_L'Immorale_ " 3 --
_L'Incantesimo._ (In corso di publicazione.)
_Un ribelle._ (In preparazione.)
_L'Eroe del domani._ (In preparazione.)
TEATRO.
_Il Vortice_ L. 1 50
_L'Utopia_ " 2 --
_La cognata._ (In preparazione.)
VERSI.
_Le dolorose_. (In preparazione.)
CRITICA.
_Né odî né amori_ L. 3 50
[Illustrazione]
ALL'AMICO
DOTTOR FRANCESCO GATTI
PER RICONOSCENZA
E. A. B.
[Illustrazione]
_PREFAZIONE._
_Trovo opportuno di premettere alcuni brevi comenti al racconto_
L'Immorale, _oggi per la prima volta publicato in volume. Lo studio
psicologico che ò inteso di svolgere, è--per la sua indole non
volgare--quello che più specialmente m'à persuaso a non rifiutarlo,
benché sia un frutto giovenile, forse ingenuo in qualche particolare,
forse retorico e manierato in qualche altro, forse troppo incerto e
spesso trascurato nella forma. Non dunque per il racconto in sé, che non
à pure il merito d'un'assoluta originalità, mi è parso di poter
ripresentare al publico questo lavoro, ma piuttosto per lo schietto
intento morale che lo informa, intento che appar raggiunto--sopra tutto
quando si consideri l'anno in cui fu scritto--con dei metodi estetici, i
quali, ancora oggi, sono molto discussi e misconosciuti dalla
maggioranza degli scrittori e dei lettori._
_La questione della morale nell'opera d'arte narrativa mi à già occupato
più volte, e fu soggetto d'un capitolo speciale nel mio libro di
critiche_ Né odî né amori _publicato su lo scorcio dell'anno 1892. Fin
dal tempo in cui spargevo su per i fogli letterarî d'Italia le mie
opinioni estetiche, l'utilità d'una intenzione morale, nel romanzo come
nel dramma, è stata da me proclamata e difesa con tutte le forze e in
ogni occasione nuova mi si fosse venuta presentando. Ritornare ora sul
tema generale mi sembra dunque inutile; molto più che coloro i quali
desiderano conoscere le mie idee in proposito, possono consultare il mio
libro nel quale ò raccolto pressoché tutte le critiche da me stampate in
questi ultimi anni._
_Preferisco restringermi, in questa presentazione, alle considerazioni
sul metodo usato nella seguente novella per sviluppare acconciamente il
principio morale: metodo che ò seguito poi con più stretto rigore--se
non con miglior forma--ne_ L'Automa _e nel mio dramma_ Il Vortice: _metodo
che credo ancora (potrò ingannarmi) il più efficace per uno scrittore,
il quale voglia dimostrarsi sollecito nello stesso tempo della moralità
e della modernità dell'opera sua._
_Fra tutte le forme, onde s'è voluto rivestire l'intendimento etico d'un
lavoro, è sempre parsa migliore quella che dèsse_ chiaramente _il
concetto del premio al meritevole e della pena a chi aveva trascorso;
cioè, alla realità della colpa, doveva corrispondere la realità della
condanna; come il lettore o lo spettatore avevan visto_ materialmente
_l'uomo commettere il delitto o compire l'azione generosa, era necessario
ne vedessero_ materialmente _la punizione o la remunerazione. Tutto
l'equilibrio tra le cause fisiche e gli effetti morali, o viceversa,
doveva per tal modo essere chiaro, manifesto, direi quasi, palpabile
nelle esteriorità della favola imaginata o, per ispiegarmi meglio, nelle
apparenze del fatto che si narrava._
_Il sistema era forse buono, perché era opportuno; ma à finito con
degenerare in una gherminella di cattivissimo genere tesa ai lettori
semplicioni in onta alla verità e alla dignità dell'Arte. Divenne, nelle
condizioni odierne di raffinamento filosofico e di coltura scientifica
sempre più estesi, grossolano e arbitrario, urtante in pieno contro la
logica e la diretta osservazione della vita reale. Perdette così la sua
unica ragion d'essere:--cioè la forza di persuasione e quindi
l'efficacia d'insegnamento._
_Che valore à infatti oggigiorno, come dettato morale, la circostanza
fortuita d'una scoperta di reità in un personaggio colpevole, o il
ritorno finale alla felicità e all'agiatezza d'un personaggio buono e
generoso, perseguitato fino all'ultimo capitolo dal destino e dalla
malvagità de' suoi simili? Togliete la circostanza fortuita, che a una
mente a pena dirozzata appare sùbito come una gratuita invenzione
dell'autore, e ogni insegnamento viene di per sé stesso a cadere. Se il
Manzoni, ad esempio, avesse risparmiata la vita a don Rodrigo e avesse
fatto un po' più coerente il suo Innominato,--ciò che non era fuori del
possibile--certo la sorte de' suoi umili Promessi Sposi e della moralità
del suo romanzo sarebbe stata ben diversa da quella che fu. Ugualmente:
una miriade di buoni libri, raccomandati per lettura proficua alla
gioventù, attinge la sua preziosa onestà alla fonte della fantasia, non
a quella sana della verità; ciò che diminuisce d'assai il loro valore
d'opere morali, se pur non lo distrugga, per noi che abbiamo studiato e
nei volumi dei positivisti e con le osservazioni quotidiane._
_Non è questo, no, il metodo che noi vogliamo assumere per dare forza
d'insegnamento etico ai nostri lavori. Esso ci arriva già troppo
sfruttato dai predecessori, ed è omai divenuto, si può affermarlo senza
tema, il privilegio dei componimenti scolastici e dei romanzi
d'appendice. E poi non è alle masse che l'artista si rivolge con
l'opera sua; ma a pochi cultori intelligenti ed educati, sopra i quali
un siffatto metodo non può aver più alcun fascino e alcuna forza di
persuasione. Perché dunque insistere in esso?_
_E perché (volendolo escludere, senza perciò cadere nell'errore
fondamentale del verismo e un po' anche del naturalismo, che fu quello
di sfuggire ad ogni costo l'intento etico), perché non ricercare una via
nuova e diversa di salvazione? Forse che la moralità è una regola
astratta, ingegnosamente escogitata, arbitrariamente imposta, per
infonder la quale in un'opera d'arte occorre proprio un metodo
artificioso e determinato?_
_Ahimè, se gli ortodossi della letteratura si prendessero il disturbo
d'occuparsi una volta tanto della questione morale, quale è posta nei
libri dei filosofi moderni, si persuaderebbero forse che per essere
moralisti in arte non è assolutamente necessario di fare della retorica
o del puritanesimo, come non è necessario d'ammannire al publico
favolette o favoloni ben combinati a edificazione degli uomini semplici
e dei fanciulli! Lo studio conscienzioso della vita nelle sue più
schiette manifestazioni è prodigo d'ammaestramenti etici quanto nessuna
fantasia d'uomo saprà mai essere. La questione capitale è di studiare la
storia d'un fenomeno non soltanto nella sua visione pittorica o nella
sua curiosità e specialità di contingenze, ma ne' suoi motivi e ne' suoi
effetti più lati e più profondi._
_Allora la moralità dell'opera d'arte, sorretta da uno studio siffatto,
scaturirà naturalmente dalle espressioni rappresentative dell'artefice,
senza bisogno alcuno di violentare la verità o di rivestirla goffamente
d'orpelli coreografici._
_A questi principî mi sembra appunto informata la presente novella.
Cercherò di dimostrare l'asserto, quasi immodesto, il più brevemente che
mi sia possibile._
_Se per tutti gli sforzi umani si può dire con sicurezza ch'essi non
sono se non una tendenza faticosamente attiva al raggiungimento d'un
benessere personale, che si chiama comunemente_ la felicità,--_a maggior
ragione si può questo affermare degli sforzi di coloro i quali, traviati
da soverchia passione o da libidine immane di godimento, giungono a
sfidare e a calpestare la morale e la legge, dirigendosi verso la mèta
agognata per tenebrosi sentieri. Non è già al crimine, o alla semplice
trasgressione che teoricamente si rivolgono i loro sforzi; è noto a
qualunque persona sensata ch'essi tendono in vece alle utilità o al
piacere che da quella trasgressioni o da quel delitto dovrebbero
direttamente conseguire._
_Questa è l'opinione volgare. Ora io affermo che anche l'opinione delle
persone di buon senso s'arresta a metà strada nella ricerca dello scopo
finale dell'atto, poiché dimentica come ogni bene o diletto sensibile
non abbian valore alcuno se non in quanto acquetano in noi quel bisogno
di sodisfazione, che ne à acceso il desiderio._
_La ricchezza, gli onori, il credito, la supremazia, la gloria, e
perfino gli stessi allettamenti sensuali e sentimentali dell'amore sono,
è vero, i miraggi luminosi che ingannano la credula e ristretta ragione
degli uomini, affaccendandoli tutti quanti in una gara sfrenata per
impossessarsene; in verità però gli uomini, consciamente o più spesso
inconsciamente, non anelano anche ad essi come ad un fine ultimo, ma
bensì come a stromenti d'un fine più sostanziale. Questo_ fine, _come ò
già detto, è la felicità._
_Può dunque avvenire--e nella vita non è caso raro e d'esperienza
singolare--che il colpevole ottenga la vittoria totale, il coronamento
in apparenza più felice dei propri disegni, senza perciò raggiungere
lo scopo definitivo di essi;--di là appunto, cioè dal giorno in
cui egli à occupato il posto dovuto alla sua audacia, à origine
quell'importantissimo processo psicologico, che io ò cercato d'abbozzare
e di lumeggiare nel presente racconto._
_Di fatti ne_ L'Immorale _la conseguenza esemplare della colpa, la
necessità d'una espiazione non vengono estrinsecate con la fortuita
scoperta della colpa stessa e quindi col crollo dell'edifizio laborioso
e doloso; ma con la dimostrazione schiacciante che il miraggio di
felicità, il quale sembrava dover risplendere fulgentissimo dalla
riuscita del piano criminale, è invece, dopo il trionfo, svanito del
tutto e per sempre._
_A me sembra che questa soluzione, esclusivamente psicologica, sia nello
stesso tempo artisticamente più simpatica e moralmente più
significativa. I fatti intimi, siccome son quelli che si lascian meno
sorprendere e seguire dall'osservazione comune, riescono più convincenti
dei fatti esteriori; poiché le inevitabili contradizioni, che son
prodotte dall'infinita varietà di rapporti e di contingenze, fanno
apparir questi,--esposti all'assidua vigilanza del publico,--confusi,
discordi, inconcludenti, casuali, rendendoli perciò inetti a servire
d'esempio efficace._
_È lo stesso motivo per cui un dettato morale risulta assai più saldo e
rispettato se imposto dalle minacce d'una religione, che non dalle pene
d'una legge,--cioè da un turbamento certo di conscienza, che non da
un'incerta rovina materiale, sebbene più grave e spaventosa._
_Il caso d'un colpevole vittorioso, mortificato dalla sua propria
conscienza, mi sembra, per tutte queste considerazioni, che debba essere
un esempio morale di gran lunga superiore al caso d'un colpevole
sorpreso e punito dalla Giustizia degli uomini o dalla oscura volontà
del Destino. A questo proposito, io credo che, riguardo al resultato
etico, siano ancora insuperati nella loro intenzionalità i tragici
greci; i quali mostravano bensì un delinquente come Oreste, uccisore
della madre, assolto dall'Areopago, ma lo circondavano tosto d'un coro
atroce di Furie, invisibile agli altri e instancabili nel dilaniarlo.
L'acutezza ellenica aveva già intuito quanto oggi nel campo dell'Etica
va man mano conquistando anco i più tardi e i più restii; che cioè le
azioni umane, buone o malvage ch'esse siano, non ànno alcun valore in
quanto son soggette a castigo od a premio; ma ne ànno uno grandissimo,
quando si considerino nei loro effetti psicologici e nelle loro più
profonde conseguenze morali._
_Questo ò voluto rapidamente accennare, perché il lavoro che segue
avesse quell'interpretazione, alla quale dò maggior peso e per la quale
esso fu ideato._
_Maggio 1894._
_E. A. B._
[Illustrazione]
[Illustrazione]
I.
Suonaron le dieci, lentamente, nell'ombra. Poco dopo i rintocchi si
ripeterono più decisi, più rapidi nell'anticamera.
Enrico, dopo avere alcun tempo indugiato origliando tra i due battenti
socchiusi, entrò cautamente nella stanza, avvolta in una densa penombra
verdognola. L'aria v'era un po' viziata, benché un diffuso profumo,
misto di violetta, d'acqua di Colonia e di tabacco, vi signoreggiasse:
v'era quell'odore speciale, direi quasi organico, che ànno le camere
dove qualcuno abbia lungamente dormito; e un respiro lieve e alquanto
irregolare annunziava appunto che una persona vi dormiva ancora
serenamente in braccio all'onda dei sogni mattutini.
Il servo attraversò in punta dei piedi la camera, e s'avvicinò all'alta
finestra, ch'era stata accuratamente rinchiusa ma lasciava da alcune
connessure penetrare il giorno già avanzato, intersecando di lamine
luminose l'oscurità. Aperse senza far remore le imposte; la luce
verdognola delle persiane invase, diffondendosi, la stanza, e andò a
frangersi nelle ricche dorature e nella lucidezza metallica degli
specchi. Nel mezzo ergevasi, tra il lusso del cortinaggio di velluto, il
letto di mogano artisticamente intagliato a foggia antica, e qua e là
spiccavan varî mobili di diverso stile: una spera altissima rifletteva
quell'eleganza un po' chiassosa in una cornice ad alto rilievo,
raffigurante nella base un canotto marinaresco, e negli stipiti,--da un
lato, un amplesso di palmizî, i cui ciuffi larghi, protendendosi,
componevan l'architrave,--dall'altro, un cespite di arnesi da pesca
bellamente raggruppati. Sopra gli usci pendevano dei trofei guerreschi e
dei massacri da caccia: dalle pareti, arazzi policromi a soggetti
mistici e profani. Era un complesso di lussuosa ricercatezza, in cui,
più che il gusto, si notava il desiderio esagerato d'accumulare oggetti
ricchi e preziosi in poco spazio.
Enrico, spalancate le imposte, si rivolse e guardò il padrone che
dormiva sempre, supino sul gran letto, il viso rivolto verso l'alto,--un
viso fino, accurato, un po' pallido, ma con un'espressione di calma
dolcissima. Le dieci eran già battute da qualche minuto, e il servo
aveva l'ordine di svegliarlo appunto a quell'ora. Egli s'accostò al
letto, sostò alquanto di fronte all'inconsapevol serenità del dormente,
poi si decise a scuoterlo dal letargo profondo, chiamandolo una prima
volta leggermente, poi un'altra volta più forte.
--Signore!... Signore!...
Paolo Érmoli si scosse d'un tratto. Aperse quanto poteva gli occhi, li
fissò un po' turbato in volto al servo.
--Signore, sono le dieci!--disse Enrico, impassibile come un'erma.
--Le dieci?--Paolo chiese senza capire.
--Le dieci,--ripeté il servo.
Paolo Érmoli si fregò gli occhi con un moto infantile, si stirò un poco
le membra ancor torpide, poi, come un ricordo lieto gli fosse balenato
nel pensiero, sorrise ed esclamò allegramente:
--Via, apri le finestre e lascia entrare un po' d'aria.
Pronunziò queste parole con una così schietta espansione, come volesse
dilatare i polmoni a un libero respiro in un'aria fresca e salubre per
un istintivo bisogno di forte vitalità.
Enrico obedì prontamente; schiuse le vetrate, spalancò le persiane e un
nembo di polvere d'oro precipitò nella camera. Il mattino d'aprile,
tepido e chiaro (era il sabato santo), ostendeva al giacente un cielo
temprato e puro, d'una trasparenza di cristallo cobalto; i fastigi
bianchi delle opposte case riverberavan la gran luce, come fossero
incandescenti, nella camera lussuosa, riempiendola tutta d'un chiaror
gajo, quasi eccessivo.
Quella luce suprema, quell'aria primaverile, d'un tenue tepor d'ombra,
esilararono ancor più il volto di Paolo; gli parve di specchiare in
quel giocondo spettacolo mattutino, la rinascenza dell'anima sua; oh,
anch'egli in quel giorno trionfava, dopo una lunga lotta combattuta
contro gli uomini, e, vincitore, s'incamminava a ricevere il pallio
sospirato della vittoria!
--Portami sùbito il caffè,--gridò Paolo con lo stesso accento di prima
al servo, in aspettazion d'ordini su la soglia.
Enrico annuì silenziosamente, e uscì.
Paolo (avrà avuto trent'anni all'aspetto; era magro, ma roseo, con una
breve barba a punta assai più bionda dei capelli arruffati) s'appoggiò
ai cuscini, socchiuse gli occhi e s'abbandonò all'ebbrezza di
quell'esaltazione orgogliosa. Ei si sentiva sodisfatto e felice, e,
senza spingere l'occhio nel fosco passato, assaporava sensualmente il
dolce benessere dell'ora presente. Non era stato forse il desiderio di
tutta la sua giovinezza quell'opulenta indipendenza di vita che or mai
poteva godere incontrastata? Senza pensare ai mezzi, con cui era
riuscito a raggiungerla, egli si compiaceva ingenuamente nel sottile
raffronto tra la condizion presente e gli anni trascorsi di torbide
inquietudini e di diuturne umiliazioni; e gli sembrava d'essere uscito
da una lunga battaglia, affrontata lealmente, dopo aver conquistato
all'avversario le bandiere ed averne invaso trionfante le ubertose
contrade. Provava quella stessa gioja orgogliosa che prova un capitano
dopo una dura vittoria; e, come a questo, essa gli faceva dimenticare i
caduti nella battaglia.
Attraverso però a quel miraggio di felicità materiale, s'insinuava a
poco a poco, limpido e crescente, un pensiero più intimo, che forse lo
riempiva ancor più dell'altro di dolcezza: uno di quei pensieri
sentimentali, che commuovono le più indurite fibre e le più gelide
anime, e che riusciva a risvegliare in lui, come per incanto, un cumulo
di sensazioni e d'entusiasmi giovenili. Egli lo sentiva salire
lentamente dal cuore e godeva di lasciarselo impadronire man mano della
mente con la fresca prepotenza d'acqua sorgiva, che, gorgogliando fuor
dalle rocce, sopra a queste si distenda e le nasconda nella metallica
uniformità della sua lucida superficie.
Un sorriso d'estasi gli increspò le labbra e respirò con maggior forza.
Poi chiuse gli occhi quasi per concentrarsi, e nell'oscurità rossastra
gli si disegnò con una vaporosità di contorni soavissimi la squisita
forma di donna Fulvia, la ricchissima vedova del conte Ateni, l'amante
appassionata di Diego Rebeschi, il suo povero cugino. Oh! ella era pur
bella, e sarebbe stata sua in quel giorno! Il fantasma allucinante di
lei si deformò in un attimo, ma il pensiero lo ricostruì tosto e lo
inseguì poi ancora lungamente.
Paolo cominciò a ideare la promettente giornata e a imaginarne con
morbida compiacenza gli episodî. Fulvia doveva aver già ricevuto a
quell'ora la preziosissima collana di perle,--il dono nuziale,--e doveva
aver già letto la semplice e gentile iscrizione: _Ora e sempre_, che
nell'oro del fermaglio egli aveva fatto incidere. Quando sarebbe andato
da lei, ella gli avrebbe steso le due piccole piccole mani, arcuando
leggermente indietro la flessuosa forma, quasi per mitigare quell'atto
d'aristocratica confidenza; ed egli per la prima volta l'avrebbe tratta
a sé vincendo la feminile renitenza e avrebbe deposto su quella limpida
fronte il primo bacio.
Questa idea gli infocò le vene; sentì un brivido caldo salire dalle reni
alla nuca, e, spronato dal desiderio, sorvolò su la insignificante
cerimonia ufficiale delle nozze e sul breve viaggio, per correre con
l'imaginazione al momento in cui si sarebbe trovato solo, libero e
padrone di lei, nella suntuosa e poetica sua villa su le rive del Lario.
E gli si presentò Fulvia mezzo discinta con i capelli neri sciolti su le
spalle, gli occhi stranamente illuminati dalla prospettiva del piacere:
e le indovinò sotto i pizzi ricchissimi, spumeggianti dallo slacciato
corpetto, la rosea trasparenza del seno sobrio e sostenuto; e vagheggiò
di tuffare la faccia in quel candor misterioso, d'onde doveva
sprigionarsi intenso quel mite profumo di _ylang-ylang_, che nelle
strette di mano ella gli aveva tante volte comunicato. Questa fantasia
voluttuosa, per mezzo della quale Paolo tentava di prevenire il tempo,
lo travolse così co' suoi fascini deliziosi ch'egli si diede a
sviscerare in tutte le più segrete raffinatezze la scena gaudiosa, e vi
si appassionò tanto ch'essa finì a prendere l'aspetto veritiero del
sogno.
Enrico, recando il caffè, entrò, sempre in punta dei piedi, per
l'abitudine mattutina di metter ordine nel quartierino da scapolo senza
risvegliare il padrone: e al romore dell'uscio che s'apriva, Paolo
Érmoli riaperse gli occhi, si scosse, si levò ancora a sedere,
abbandonando la sua fantasticheria di felicità.
--L'ài fatto molto forte?--chiese per obedire al bisogno spontaneo di
espansione, ond'era quasi inebriato.
--Come al signore piace!--rispose il servo.
--Bravo Enrico!--aggiunse Paolo, fregandosi le mani allegramente.
Enrico, poco abituato a quella familiarità quasi affettuosa, lo guardava
stupito, ritto presso il letto, stendendogli la tazza fumante.
L'Érmoli la prese in mano, e rimase alquanto ad ammirarla.
"Ecco un oggetto d'arte" pensò, "e serve per una delle più
insignificanti occupazioni della mia vita quotidiana! Io lo stringo un
istante nelle mie dita, l'appoggio a pena alle mie labbra, poi lo
riconsegno al domestico, e la sua missione per la giornata è finita;
eppure un artefice non mediocre vi à stillato un po' del suo ingegno, vi
à speso un po' della sua vita, vi à giocato un po' del suo amor
proprio!"
L'Érmoli si sentì profondamente lusingato da questa idea: ricordò
involontariamente la disadorna tazza, nella quale soleva prendere il
quotidiano caffè e latte in quel bugigattolo di via S. Paolo, quand'era
un semplice _reporter_ del giornale _Il Progresso_: percorse con un
rapido sguardo la sua vita e giunse fino al momento presente. "Sono
stato forte!" pensò, e si diede a sorbire voluttuosamente la bibita
nera.
--Irreprensibile!--esclamò, deponendo la preziosa chicchera sul bacile
d'argento.
Il servo sorrise di compiacenza.
--Il signore à qualche ordine da comunicarmi,--chiese poi
rispettosamente.
--Sì: di' a Cesare d'attaccare _Leda_ alla _victoria_, fra un'ora.
Il servo non era ancora uscito dalla camera, che Paolo Érmoli era già
ritornato su le considerazioni intorno alla tazza, avido di prolungare
il piacere che gli avevan suscitato nell'animo. "Chi più gode, più vive,
perché il piacere, come perpetua la vita nella specie, così l'accresce
nell'individuo": continuò concatenando i pensieri dell'oggi ad antiche
memorie di pensieri; e, ricordando i dolorosi ragionamenti che aveva
fatti su la singolar condizione di certi uomini, e le stridenti
ingiustizie che aveva maledette nei tristi tempi passati di lavoro e
d'indigenza, provò come una vertigine d'ineffabile e profonda
sodisfazione mentre volgeva lo sguardo per la camera elegante, su quegli
arazzi preziosi, in cui madonne e santi, fanti e cavalieri sembravano
affollarsi intorno a lui per rendergli umile omaggio. "Io sono nato
povero e abjetto" pensò, "ma qualche cosa già doveva esserci in me di
prepotente, di nobile, d'eletto, che m'avrebbe guidato alla vittoria."
E cinicamente ripeté ad alta voce le parole del giovine Garibaldi: "Noi
eravamo destinati a cose maggiori."
L'idea fatalistica s'impadroniva di lui: riandando le crisi terribili
della guerra scellerata, che aveva dato alle consuetudini sociali, egli
aveva bisogno di quel fatalismo per ispiegare in faccia alla conscienza
morale la sua condotta; egli era di quelli nati per trionfare, per
soggiogare, per abbattere, come gli animali da preda, _felis homo_, e
aveva egregiamente rappresentato la sua parte tirannica nella comedia
della vita. "Sono onesto io?" si domandò egli improvvisamente, turbato
da un dubbio inconcreto e affatto teorico. Egli poteva farsi
sinceramente questa domanda, perché il male l'aveva fatto dopo essersi
convinto che il Male non esisteva. "Che cos'è infine l'onestà? O è un
principio regolatore assoluto, o è un'opinione relativa e personale su
la condotta umana; io non credo nei principî assoluti e, se è
un'opinione relativa, io posso essere onesto. È una legge, dura, se si
vuole, ma altrettanto immutabile, quella che il superiore vince
l'inferiore nella lotta dell'esistenza: se l'uomo è fisicamente più
debole, e non ostante abbatte il leone, è perché à saputo
convenientemente armarsi: si dirà perciò che la sua condotta non è
onesta? Io sono nato in condizioni d'inferiorità materiale, e volendo
vincere, ò dovuto armarmi: ma se mi sono armato, è perché dovevo
vincere."
L'idea fatalistica risorgeva, più solenne, più logica.--Perché dunque la
sua fronte si corrugò, come attraversata da un pensiero molesto? Perché
le sue labbra s'inarcarono ad un sogghigno triste e amaro?
Egli rimase alquanto tempo immobile, in quell'espressione ambigua e
bieca di cordoglio. Ma la giornata era troppo pura e la felicità troppo
imminente, per lasciarlo a lungo in preda a quella perplessità. Allungò
il braccio e prese sul tavolino l'astuccio d'oro gemmato delle
sigarette: ne tolse una, l'accese e, accomodati i cuscini sul capezzale,
vi si appoggiò a suo agio.
"Io sono stato forte!" ripensò inseguendo con l'occhio le mobilissime
forme di fumo, che s'espandevan fragili nell'aria. "La scienza stessa à
le sue vittime: non deve aver le sue l'egoismo? E sono forse queste
sostanzialmente diverse da quelle?"
Nella camera l'aria primaverile aveva portato il complesso e inebriante
profumo degli alberi in fiore: Paolo Érmoli respirava largamente
quell'aria ossigenata, e sentiva la gioja diffondersi per il sangue
copiosamente avvivato.
Abbandonò involontariamente quei pensieri, perché in fondo era in essi
qualche cosa di penoso, e, gittata la sigaretta ancor quasi intera,
incominciò a vestirsi.
Nell'abbigliamento giornaliero, accuratissimo, egli occupava di solito
più d'un'ora del suo ozio signorile; ma quella mattina, spronato dalla
vaga e dolce inquietudine che dà un ardente desiderio prossimo ad esser
sodisfatto, il condusse a termine relativamente presto, in modo che
sonavan appena le undici quando egli uscì dalla sua camera compiutamente
vestito.
Così, ricercato ed elegante in ogni particolare dell'abito, egli poteva
ben dirsi un bel giovine; il suo volto piccolo e bruno, dagli occhi
incavati e neri, dai lineamenti decisi, dalla fronte lievemente
sfuggente sotto una breve capigliatura castana, s'ergeva su l'altissimo
colletto bianco, con un'espressione di alterezza cavalleresca e di
sottile dispregio, certamente studiati; alto, snello, flessuoso, d'una
magrezza nervosa, il suo corpo aveva un profilo squisito, che in nulla
tradiva la sua bassa origine, dalla piccolezza feminea delle mani e dei
piedi, alla linea sostenuta delle spalle, un po' strette. Egli passò in
fretta l'appartamento già avvolto in una misteriosa oscurità a cagion
delle imposte rinchiuse: salutò con noncuranza Enrico, che l'attendeva
in anticamera per ajutarlo a indossare il soprabito, e discese lo
scalone marmoreo, calzandosi nervosamente i guanti. Il portiere gli
aperse rispettosamente l'uscio della portineria, e Paolo salì su la
_victoria_, ordinando al cocchiere impassibile:
--Al Cova.
_Leda_, una magnifica cavalla saura, dai garetti d'acciajo, si slanciò
avanti con trotto serrato, all'_hip_ gutturale di Cesare; e l'Érmoli
s'adagiò nell'angolo sinistro della carrozza, accendendo negligentemente
un'altra sigaretta. La vista della folla a piedi (nella quale si davan
di gomito i facchini e le donne gentili in una volgare miscela, che
tradiva la brutalità dell'egoismo animale nel contendersi i lastrici,
ove si cammina sicuri dalle vetture), gli ricordò quando anch'egli
faceva numero tra quel branco d'uomini in ruvido contatto per quella
piccola guerriglia della strada. Ne provò su le prime piacere,
considerando la propria superiorità intellettuale su quella gente,
dalla quale aveva saputo _volontariamente_ elevarsi: ma un pensiero
molesto, richiamato da un ricordo non lontano, lo sorprese: "Avrò io
l'aria del _parvenu_" si chiese, "in questo cocchio padronale, come
_certi altri_?" Così pensando, Paolo rievocava alcuni sarcasmi ch'egli
aveva scagliato contro certe nuove ricchezze industriali della società
milanese, sfoggiante in publico un lusso ciarlatanesco. "No, io non sono
nuovo, né impacciato come quelli, in questa dovizia, perché vi ò vissuto
la mia giovinezza con i desideri e i sogni." E per meglio convincersi
osservò la gente, e si compiacque di non rilevare su alcuno di quei
volti, impensieriti da mille faccende diverse, quel sorriso ironico e
feroce, che altri sul suo doveva avere qualche volta sorpreso.
Passando da via Monte Napoleone, vide scivolare contro i muri Carlo
Rinaldi, già suo collega di giornalismo, che si dirigeva probabilmente
all'ufficio del _Progresso_, recando dei fascicoli sotto il braccio.
Egli s'affrettò a salutarlo con effusione, ma il Rinaldi, forse
distratto da qualche cura, a pena gli rispose: egli scrollò le spalle,
mormorò un "infelice!" fra i denti, e si diede a cantarellare sottovoce
una canzoncina d'operetta, per dare a sé stesso un contegno
indifferente.
La _victoria_ si fermò d'avanti al ristorante Cova; egli discese, ordinò
al cocchiere di ritornare fra due ore, ed entrò. A un tavolino in faccia
all'entrata due giovini signori si levarono, ridendo e salutandolo.
--_Ecce agnellus domini_,--gli gridò Filippo Serbelli,--che si sacrifica
per la Pasqua!
I tre giovini si strinsero cordialmente la mano, e Paolo Érmoli sedette
in faccia a loro per far colazione. L'altro dei suoi due commensali era
il marchese Giorgio Albenza, discendente d'una delle più antiche nobiltà
lombarde, giovine assai frivolo e appassionatissimo cultore di cavalli.
--Dunque da oggi la bella contessa è perduta per lo stuolo de' suoi
adoratori?--disse con fredda cortesia l'Albenza, quando l'Érmoli fu
seduto.
--Se si può dire perduta una donna che à trovato un marito!--rispose
scherzando Paolo.
--In questo caso sarebbe perduta per la seconda volta (ciò che è
verbalmente assurdo), perché la contessa si rimarita,--osservò il
Serbelli.
L'Érmoli, conficcando la forchetta nel _roast-beef_ sanguinante che gli
era stato portato allora, rise schiettamente e continuò vivace ed
allegro a parlare del suo matrimonio, col modo libero dello scapolo, che
prende la cosa poco sul serio: Filippo lo assecondava nei frizzi mordaci
e il marchese s'accontentava d'ascoltarli e di sorridere, lisciandosi i
baffetti castani e approvando, non senza lieve ironia, col capo.
--È una donna deliziosa, ma poi...--mormorò Paolo misteriosamente, e
finì la frase con un'osservazione un po' licenziosa all'orecchio del
Serbelli, che scoppiò in una risata.
--Sai che le vedove si paragonano ai libri già tagliati?--disse Filippo.
--Appunto a quelli che si leggono più volontieri.
--Eh, perché?--chiese l'Albenza mordendo aristocraticamente la _erre_.
--Perché io credo che ormai il piacere di tagliare un libro non può
solleticare che: o uno di quei vecchi frequentatori di biblioteche,
abituati ai libri letti e riletti, o uno di quei giovincelli che ai
libri annettono come unico pregio la novità e àn quasi paura di
guastarli, tagliandoli. Sei del mio parere?
--Sì, fino a un certo punto,--gli rispose il Serbelli.
--Fai delle riserve?
--Caro mio, vi sono certi libri nuovi, che si pagherebbero un tesoro.
--Bravo, e mi sapresti dire il perché?
--Per poterli tagliare.
--Ma chè, per poterli leggere,--gridò l'Érmoli.
Il Serbelli rise: l'Albenza con fare un po' seccato si volse indietro ad
osservar la via.
--Può darsi,--soggiunse Filippo.
--E allora tanto vale che siano stati tagliati prima,--concluse Paolo,
gittando un occhiata furtiva al marchese, onde lo turbava alquanto il
contegno freddo e quasi ostile.
Tutto ciò l'Érmoli disse, facendo sforzo su sé stesso per domare i suoi
sentimenti: non voleva tradire la semplicità della sua gioja
d'innamorato d'avanti a quei due scapoli, celebri conquistatori di
donne, e naturalmente esagerò nella dose: volle essere spigliato e
sembrare indifferente, e riuscì in vece quasi triviale. Egli ben se
n'avvide, ma tardi: si morse le labbra nervosamente, e cercò di cambiare
argomento, rivolgendosi all'Albenza. Per poterlo interessare gli parlò
di cavalli.
Poco dopo però l'Albenza s'alzò, salutò con espansione il Serbelli, poi
l'Érmoli con aristocratica durezza, ed uscì col passo molle e studiato
delle persone che sanno d'esser guardate.
--Io non so come fai,--esclamò Paolo, appena il marchese se ne fu
andato--a passar delle ore con quell'idiota, per cui un animale non deve
aver meno di quattro gambe per essere degno d'attenzione.
--È un buon ragazzo,--rispose semplicemente Filippo.
--Ma è molto nojoso!
Il Serbelli tacque un poco, come non credesse di dover discutere su quel
soggetto; poi, cambiando tono, gli disse:
--A che ora la cerimonia?
--Alle sette, stasera.
--Stasera? Volete dunque avere l'illuminazione, a quanto pare.
--No; non c'è più stupido perditempo che quello di far coda tra le
zotiche coppie plebee, per ottenere l'autorizzazione di potersi
legalmente amare; e poi non vogliamo aver seccatori né publico.
--Il che vuol dire che anche gli amici faranno bene a non intervenire?
--Secondo gli amici: tu, per esempio, farai in vece benissimo ad
assistervi.
--Ti ringrazio della distinzione, e ti do la dolorosa notizia che conto
d'approfittarne.
Paolo in quel punto vide, a traverso le vetrate, Cesare, che l'aspettava
con la sua immobilità marmorea su la cassetta della _victoria_; s'alzò e
rivolgendosi al Serbelli:
--Se vieni meco,--gli disse,--t'accompagno a casa.
--Perché no?--rispose Filippo, levandosi in piedi; e, pagato il conto,
uscirono entrambi dal ristorante.
Durante il breve tragitto parlarono assai poco.
Si giunse presto alla casa del Serbelli in via Carlo Alberto, e i due
giovini si salutarono con uno strano sorriso su le labbra, un poco
ironico. Quando fu solo, diretto al palazzo dell'Ateni, Paolo volle
concentrare ancora tutta la mente verso l'imagine dolcissima della donna
amata. Ne sentiva un ardente bisogno: ora un senso d'amarezza e di tedio
gli aveva invaso inconsciamente l'animo, quasi una nebbia gelida e
opaca.
Gli parve che tutto gli si rischiarasse in torno d'una luce nuova e
ridente, al pensiero di lei. Il sole pomeridiano nel mezzo del cielo,
riempiva l'azzurro di fili incandescenti, e stendeva su le pareti delle
case un sottil velo d'oro, cadente su l'ombra. Un vento fresco, di neve
lontana, correva, come un brivido, per le vie popolose, sollevando,
quasi per ischerzo, tende e abiti nel suo vorticoso serpeggiare.
S'allargava in quella gioconda calma primaverile il frastuono della
vita cittadina, simile a un profondo respiro amoroso.
Paolo ammirava: quella folla che dianzi avea concepita come trascinata
dall'egoismo, gli sembrava ora così rispettosa, così solidale, così
civile, come non mai: vide un operajo, carico d'un grave peso, che
allungò la sua strada per lasciare il lastrico a una vecchia signora;
incontrò una madre, che gittò un grido angoscioso perché la carrozza di
lui passò vicina al suo bambino. Un'onda di simpatia umana lo prese: si
sentì come un refrigerio delizioso accarezzare la fronte pensosa, e un
riposo d'anima mite e grato scender nel cuore.
Egli non pensava più, s'abbandonava al sentimento, e il suo sentimento
valeva ben più delle sue azioni se lo tramutava in tal guisa; in fondo
ad ogni anima umana v'è un breve spiraglio, per cui penetra in essa nei
momenti di calma un raggio di luce buona. Rievocò, in quel miraggio
sereno del passato, gli impeti baldi, gli slanci sdegnosi verso l'ignoto
e il sublime della sua prima giovinezza, e gli parve d'ascoltare come
un'eco inconsueta di essi, un'eco che lo riempì insieme d'ineffabile
inquietudine e di dolcissima malinconia, come a quei tempi.
La poesia vaga e selvaggia dell'adolescenza, da tanto tempo morta e
soffocata dall'odio, rievocata ora dai lieti fantasmi antichi, risorse
dai precordî a sciogliere un inno ingenuo alla donna, all'amore, agli
affetti umani... E l'inno muto si diffuse per l'aria pura, lambì
dolcemente i contorni delle cose prossime, inseguì, per poco, benevolo,
il volo d'alcuni colombi bianchi scintillanti al sole, si disperse poi
nel cielo senza macchia, nel gran cielo popolato di sublimi fantasmi e
d'ideali incontenibili--nel gran cielo, patria dei sogni e delle
speranze.
[Illustrazione]
[Illustrazione]
II.
Il palazzo Ateni, dove l'Érmoli era diretto, si eleva freddo e bigio nel
pomposo e bizzarro stile di quel secolo XVIII, che à scherzato
fanciullescamente col classicismo come con un balocco, appena dopo il
maestoso palazzo Trivulzio, all'inizio di via Amedei.
È una casa a due piani dalle finestre altissime, che s'aprono su
balconcini ricurvi, riparati da ringhiere in ferro assai rabescate: nel
mezzo del piano della casa, tra due colonne doriche piuttosto tozze,
sta la gran porta lunata recante sul colmo dell'arco lo stemma
gentilizio della famiglia Ateni, tutto corroso dal tempo: gli architravi
delle finestre sono molto rilevati, a triangolo greco, recante nei
timpani la conchiglia rococò.
La _victoria_ dell'Érmoli s'arrestò d'avanti alla porta del palazzo, e
un usciere, in grave livrea, che su la soglia s'accarezzava i favoriti
fulvi, si levò rispettosamente il cappello. Paolo discese dalla carrozza
con sollecitudine, attraversò l'atrio e la portineria, percorse i due
brani di scale quasi a corsa, giunse anelante all'uscio
dell'appartamento di Fulvia Ateni. Un servo gli aperse, e senza parlare
l'introdusse in un piccolo salotto, ammobigliato con finissimo gusto,
quello dove Fulvia soleva passare le sue giornate, leggendo.
Paolo, col cuore in tumulto, sedette in una di quelle poltroncine doppie
a spalliere opponentisi, che sembran fatte apposta per un colloquio
d'amore. Nell'aspettazione ansiosa scorse un libro sul tavolino d'ebano
a intarsio di madreperla, e inavvertitamente lo prese e ne lesse il
titolo: _Le crime et le châtiment_ di Théodor Dostojewsky.
Con un atto brusco lo rigettò sul tavolino, avendo cura che ricadesse
col frontispizio rivolto verso il piano. "Ecco un titolo stupido!"
mormorò poi rabbiosamente, e cercò di pensare ad altro: ma quelle parole
lette a caso in una tale circostanza gli si incisero crudelmente nel
cervello, come fossero state impresse da un ferro rovente.
Un fruscìo di vesti annunziò in quel punto l'avvicinarsi della donna
amata; l'Érmoli s'alzò in piedi: la portiera persiana si sollevò e
nell'angolo curvo si disegnò la imponente bellezza di Fulvia, come
un'apparizione fantastica.
Ella era tutta nera, in un tenebroso abito di velluto, che ne disegnava
a pena le forme su l'oscurità della porta. La flessuosità del bel corpo
un po' opulento in quel nero a riflessi pavonazzi aveva un non so che di
vaporoso, di notturno, come di parvenza allucinatoria, da cui la
bianchezza del volto e dell'inizio del collo usciva sinistramente, quasi
staccata, isolata nello spazio.
Più in basso, sopra la curva del seno un'altra luce rompeva l'ombra
grave: il fulgore d'un fermaglio prezioso a forma di stella, unico
giojello che donna Fulvia usava di portare sempre con sé.
Il moto ritmico del seno suscitava nel giojello astrale dei lampi
subitanei, come delle scintille elettriche.
--Fulvia!--mormorò il giovine, con un sospiro profondo, appena la vide.
Fulvia sorrise. Egli s'appressò con umile atto a lei, verso l'uscio,
dov'ella era rimasta come inquadrata in una cornice, e le cadde ai piedi
lentamente, dolcemente, quasi gli mancassero le forze.
Fulvia rimase alquanto indecisa, poi s'inchinò su lui, abbandonò la
portiera che ricadde dietro la sua testa e gli tuffò le mani nei capelli
bruni e copiosi, senza parlare, rapidamente, con un moto di passione
selvaggia. Gli occhi chiari si chiusero un poco, e le labbra
s'atteggiarono a un sorriso tenue, sùbito spento.
--Mia Fulvia,--ripeté con un filo di voce l'amante; e non si mosse,
gustando il piacevole contatto di quelle mani adorate sul capo.
--È tanto tempo che t'aspetto!--ella disse, finalmente.
Paolo s'alzò in piedi, la guardò a lungo, ma ella lo fissò con una tale
insistenza ch'egli dovette infine abbassare involontariamente lo
sguardo; allora le prese la mano, la portò alle labbra, ne baciò le dita
lungamente: poi la trascinò con dolce violenza a sedere su la
poltroncina doppia, presso di lui; e rimasero a lungo silenziosi, uno
presso all'altra, palpitando.
--Bella conversazione!--esclamò ad un tratto donna Fulvia, prorompendo
in una risatina secca, nervosa.
Egli la guardò, attonito.
--Non ài dunque nulla da dirmi?--chiese ella sottovoce.
--Al contrario: tante cose...
--Belle, imagino.
--Belle.
--Forse che mi ami, non è vero?
Paolo accennò di sì col capo, sorridendo appena.
--Potessi crederti!...--mormorò Fulvia, e fissò gli sguardi d'avanti a sé
nel vuoto.
--Ne dubiti, forse?... E come? E perché? Ma da mesi io non consacro le
ore più belle della mia vita a questo amore, che riempie tutto il mio
pensiero, come tutto il mio cuore? No: non t'amo soltanto, Fulvia; io
sento in me qualche cosa di più nobile dell'amore, e di più grande:
molti uomini sanno amare sapendo d'esser corrisposti: ma io non ti
amerei meno (e ti ò già amata così!) senza una sola speranza, col cieco
fanatismo di un fachiro indiano, per dedicarti disperato e sprezzato le
mie disperazioni e i miei tormenti. Lo credi?
Fulvia sorrise a questo slancio esagerato di passione, scotendo
adorabilmente la testa bruna in atto di dolce denegazione.
--Non credi?--riprese Paolo, corrucciato alquanto, come un fanciullo
contrariato in una sua ingenua espansione.
--Se non ti credessi, sarei qui ad ascoltarti? Ma le tue parole ànno le
ali, e volano di là del tuo pensiero. Non protestare, Paolo: a me basta
che tu m'ami come tu dici che molti uomini sanno amare: poiché, vedi? io
voglio comprendere il tuo amore, e, se questo è quale tu mi vai
professando, mi sfugge e m'abbandona; la mia povera anima feminile non
lo sa raggiungere e non lo può capire.
L'Érmoli, mentr'ella parlava con quella sua voce un po' bassa, modulata
e così pastosa ch'era un dolce riposo per l'udito, le guardava le mani
quasi livide, agitate da un tremito strano, spasmodico, e le cui dita,
forse troppo lunghe, sembravan molestate come da sensazioni eccessive.
--Io ti amerò, come vorrai!--soggiunse Paolo pianamente, con umiltà
dolce, non alzando gli occhi, che attraeva irresistibilmente
quell'inesplicabile mobilità delle mani.
Fulvia, ebbe a quelle parole un impeto di passione così subitaneo e
violento da sembrar quasi simulato, e si protese verso lui:
--Allora mi amerai molto,--gli susurrò all'orecchio,--molto, e non avrai
segreti per la tua Fulvia... È vero che non avrai per me dei
segreti?--ripeté con ansia dolorosa, avvicinandoglisi ancor più.
Paolo levò gli occhi attoniti, per vedere se nell'espressione di lei
potesse afferrare il senso arcano di quella domanda importuna. Ma trovò
così splendidamente bello e vivido il suo volto, che il breve e
ingiustificato sospetto si trasformò tosto nel suo pensiero in una
deliziosa sensazione d'amore.
--Come siete bella!--esclamò, dimenticando l'inchiesta di Fulvia. (Eran
le parole medesime ch'egli aveva più volte mormorate nell'orecchio di
lei, scherzosamente, quando non teneva ancora una speranza di
conquistarla!)
Ella s'oscurò in volto, come allora: sembrò le passasse su la fronte una
nube di tristezza, e si trasse indietro con un atto sdegnoso, fissandolo
cupamente.
--Che ài?--le chiese l'Érmoli.
--Nulla.
--Perché allora t'allontani da me?
--Io ti piaccio, ma tu non mi ami,--rispose freddamente Fulvia, sempre
fissandolo. Questa era la sua frase obligata, quando voleva affliggerlo
senza dire il pensiero recondito che moveva il suo dispetto.
Paolo non rispose: le avvinghiò le mani avidamente, gliele coperse di
baci: quindi tentò di attirarla a sé, protendendosi verso di lei per
baciarle il volto; ma ella rigidamente si sciolse dalle sue strette, gli
mormorò un:
--Lasciami!--gelido e aspro e si levò lentamente in piedi.
Quello di strano che v'era in quel cambiamento subitaneo di contegno era
l'espressione aspra di contrattura, presa dai lineamenti, e la luce
fosca degli occhi che tradivano una viva lotta interna. Paolo non
comprese; la seguì con lo sguardo pieno di stupore, quand'ella si recò
d'avanti a uno specchio e finse d'acconciarsi la capigliatura; poi,
quando, sempre allontanandosi da lui, andò a sedere su un lettuccio a
spalliera in un angolo del salotto: in fine con dolorosa sommissione
mormorò:
--Perché sei così cattiva? Che cosa ti ò detto per far così?
Fulvia non rispose: egli si alzò, e, giungendo le mani in atto
d'implorazione, le si appressò rapidamente:
--Per carità, Fulvia! Che cos'ài?--le gridò.
--Tu non mi ami, Paolo.
--T'amo più della vita!--rispose calorosamente, in uno slancio fittizio
d'entusiasmo,--e qui, a' tuoi piedi, vorrei morire piuttosto che
scorgere più a lungo sul tuo volto quell'espressione d'indifferenza
sdegnosa. Guardami, Fulvia, guardami negli occhi, e vedi se non ti
adoro...--e poiché ella taceva e non lo guardava ancora, le si precipitò
ai piedi e le abbracciò le ginocchia:--Via... non far così: Fulvia,
guardami!...
La donna ebbe a queste parole un lieve sorriso di compiacenza forzata, e
gli porse la mano per sollevarlo: egli si alzò e sedette ancor tremante
presso di lei, sul lettuccio.
--Fanciullo!--ella mormorò infine pietosamente,--tu abusi della mia
pietà, perché sai che non so vederti soffrire...
A queste parole egli pure sorrise e si calmò come per incanto.
--Io non abuserei della tua pietà se tu non abusassi del mio
amore,--susurrò poi con accento infantile; e si protese verso di lei che
non si mosse e le baciò la fronte. Ma quel bacio lo esaltò: sentì
l'alito di lei tiepido su le carni, e un irrefrenabile desiderio lo
assalse: allungò le braccia, strinse nelle mani il volto morbido
dell'amata, cadde su lei, le impresse su le labbra tre, quattro baci
ardenti, quindi un lieve morso voluttuoso.
--No, no, Paolo! Che fai?... Finiscila,--gridava Fulvia, un po'
scherzosa, poi un po' irritata, sotto le sue carezze.
Egli pareva non udirla; eccitato anzi dalla resistenza, la stringeva vie
più forte a sé, inveiva vie più forte su di lei con i baci.
--Ma è troppo presto, fanciullo... Lasciami!--disse, scoppiando in una
risata stridula, donna Fulvia.
E con un rapido moto di tutta la persona si tolse dalla stretta di
Paolo, si levò in piedi, mentr'egli, esausto e beato, s'abbandonava
inerte contro la spalliera del lettuccio.
Paolo rimase così, con gli occhi chiusi e un gran sorriso su la bocca.
Essa lo guardò un istante curiosamente, poi, di un balzo, fuggì dal
salotto per la porta ond'era entrata. Quand'egli s'avvide che ella era
scomparsa, s'alzò, corse difilato all'uscio per inseguirla, sollevò
rapidamente la portiera, si trovò d'avanti ai battenti chiusi a chiave.
--Ah, cattiva!... apri... apri...--implorò, tentando di smuover l'uscio
con delle scosse, battendo con le dita nel legno.
Ma durante i suoi vani sforzi, un passo secco e avvicinantesi risuonò
nella sala vicina; l'Érmoli si volse irritato per vedere chi
s'avanzasse, e su la soglia scorse il servitore che l'aveva introdotto.
--Che vuoi?--gli chiese bruscamente.
Si sarebbe detto che costui ridesse dentro di sé, all'atteggiamento
solenne e diplomatico di tutta la persona, che aveva assunto al
conspetto dell'Érmoli.
--Che vuoi?--ripeté Paolo più veemente, poiché l'altro non rispose.