III.

«Ho trentacinque anni» scriveva il 18 ottobre del 1818 il conte

Santarosa, tornato da una delle sue passeggiate meditative: «adoperiamo

quest'ultima ora della mia giovinezza alla grave e necessaria

investigazione de' miei doveri». E se ne schierava dinanzi la

serie, rimpiangendo qualche trascorso degli anni più caldi. Doveri

verso Dio, che è quanto dire, secondo la religion naturale, verso

la giustizia: verso la famiglia, e si fa presenti la sua Carolina

«moglie amantissima, di cuor generoso, pietoso», e i due suoi

figlioletti, di sei anni il maggiore, e la bimba, la sua Santorrina:

verso l'ufficio, pel quale si fa coscienza di non essere abbastanza

premuroso e sollecito: verso gli studi e la italianità. E si propone

di terminare le _Lettere siciliane_ (che era il libro sui Vespri di

Palermo), accompagnandone il lavoro con l'assidua lettura de' suoi

cari Fiorentini del Trecento e del Cinquecento. «Ancora qualche

minuto, e la sfera del mio oriuolo avrà segnato l'ultimo istante del

trentesimoquinto anno della mia vita. L'epoca ultima di giovinezza

finisce con esso: entro nell'età matura. O Santorre, fa' serio pensiero

di essere uomo. Ti raccomando la tua pace, il tuo onore, i tuoi

figli.... Mio Dio, io mi prostro dinanzi a voi. Userò la mia ragione,

ubbidirò alla mia coscienza. — Queste parole ho proferito con la fronte

al pavimento, adorando in atto sommesso il mio Creatore, il mio Dio».

Ma due anni appresso, dopo che il pronunciamento militare di Guglielmo

Pepe ha strappata ai Borboni la prima Costituzione da spergiurare, il

Santarosa attende con ansia febbrile a un suo libro, su cui ha scritto:

_Le speranze d'Italia_; il titolo stesso, che di lì a molti anni, con

auspicii ormai maturati, associerà il nome del quarto fra gli amici,

il nome di Cesare Balbo, al pacifico iniziamento della rivendicazione

d'Italia a sè stessa. Se non che il Santarosa precorreva, con la foga

del generoso suo cuore, gli eventi: «L'Italia vuol fatti e non parole»;

così meditava di proemiare al suo libro: fatti e non parole. «Io non

sono un letterato; sono un soldato, che a niuna setta appartenendo,

solo conosce i suoi altari, la sua patria e la sua spada. Ardito

banditore delle popolari verità italiane, alzerò il grido della nostra

guerra d'indipendenza, e più fortemente il grido della concordia, che

fa le guerre giuste, tremende, felici». E disegnava rapidamente quella

convergenza di sforzi da' due estremi e maggiori Stati della penisola,

che avea sempre avuta in visione: — cinquantamila Austriaci avanzarsi

contro il regno costituzionale di Napoli; congiunti, per le Marche

la Toscana la Romagna occupate, al grosso dell'esercito imperiale in

Lombardia: — mentre l'esercito napoletano resiste, il centro d'Italia

insorgere, il Piemonte con sessantamila uomini varcare il Ticino.

«Ma se il principe è freddo? — Non lo potrebbe essere. — Ma se lo

fosse? — Il soldato piemontese, soldato italiano, deve dire al suo

Re: Sire, il Lombardo freme, il Napoletano si difende a stento, il

Romano si leva in armi. Noi Piemontesi, guardati con tanto desiderio,

con tanta aspettazione, da tutta Italia, noi prodi uomini e soldati

di forti Principi, ci staremo colle braccia conserte ad aspettare che

i trionfatori austriaci, lieti della nostra ignavia, vengano a darci

ordini imperiosi? Siamo Italiani, o Sire: in questa formula sta tutto

il nostro dovere di alzar le bandiere e volgerle verso il Ticino, in

nome d'Italia e di Savoia sulle insegne. Nè manca un giovinetto, che

potrà essere erede del principe Eugenio». Era una visione, ripeto, una

inebriante visione, di gloria militare e patriottica, per entro alla

quale il Piemonte e Casa Savoia assorgevano agli onori dell'italica

apoteosi.

Quel giovine Principe, a cui si prognosticavano gli allori guerreschi

del grande Eugenio, era Carlo Alberto. E fu Carlo Alberto, che

si trovò, Reggente, a concedere nel marzo del 21 la Costituzione

Spagnuola, nel punto stesso, che avendo il buon re della restaurazione

Vittorio Emanuele abdicato in favore del fratel suo Carlo Felice,

questi, il re della reazione, da Modena, che era come dire da Vienna,

sconfessava Costituzione, Reggente, e qualsiasi iniziativa nazionale.

Cosicchè questa, mossa lealmente da devoti non meno al Re che alla

libertà, si trovò subito (e le cose di Napoli erano fantasticamente

precipitate, e l'Italia centrale era stata a vedere) si trovò a

dovere appoggiarsi, inferma base, su ciò che il Santarosa, nella

narrazione di cotesti fatti, chiama, con equo giudizio, il «volere e

non volere» di Carlo Alberto: ma altre pagine del generoso libretto

confessano che nessuno degli iniziatori si era sul serio ripromesso

di lui «un conte Verde o un principe Eugenio», ed altre poi fanno eco

a quell'accusa di traditore che sui versi del Berchet volò per tutta

Italia ed oltre. Il giudizio intorno al re martire di sè stesso, da

quella defezione del 21 al sagrificio del 49, è ormai pronunciato

dalla storia: e l'Italia può ben perdonargli il Trocadero, se con

questo egli salvò dalle insidie austro-estensi la corona, che, sul

campo cruento e per la seconda volta funesto di Novara, avrebbe

consegnata al Vittorio Emanuele destinato Re d'Italia. Ma intorno

al Santarosa, soldato e ministro della rivoluzione costituzionale,

risplende tutta la gloria di quel primo italico movimento verso la

indipendenza e l'unità della patria. E quando egli, prima che il

re buono abdicasse, quando Santorre per Asti, passando l'11 marzo

dinanzi alla casa di Vittorio Alfieri, marciava sopra Alessandria

già sollevata, e sollevata nel nome d'un «Regno d'Italia», «vedevo»

scrive «dischiudersi all'Italia quell'era di gloria che il poeta

cittadino le aveva vaticinato». Ma con l'abdicazione e la partenza

da Torino, nella notte del 13, di Vittorio Emanuele, si precipitò

subito alle dolorose strette di dovere l'esercito piemontese del Re e

della libertà incrociar le armi contro l'esercito piemontese del Re e

della legittimità. Allora quello fra i quattro amici, poichè noi qui

teniamo dietro all'istoria non di quei fatti ma di quei quattro, anzi

di uno solo fra i quattro, quello fra essi in cui l'aspirazione ai

liberi ordini e all'italianità era governata da un più tenace spirito

di conservazione, il Balbo, sconsigliò, scongiurò, e non ascoltato si

ritrasse a prendere deliberatamente posto dove di fatto era piantata

la bandiera del Re; e vi rimase finchè vide arrivare intorno a quella,

del resto prevedibili, i battaglioni austriaci: — il Provana, pur

riconoscendo generoso e italiano il movimento, e che mirava a salvare

il Re e il paese dalla tirannide nordica, sopraffacente oramai, dopo

i regii convegni di Troppau e di Lubiana, tuttaquanta l'Italia, ne

disapprovò, dopo il passo addietro di Carlo Alberto, le forme e i

modi, e non vi partecipò con l'azione (nè ciò tuttavia risparmiò

poi nè al Provana nè al Balbo la vendetta degli sconsigliati che le

idee, anzi le idee più d'ogni cosa, perseguitavano): — il Santarosa

mantenne quel che aveva promesso a se medesimo e a Dio, anche prima

che ai commilitoni cospiratori: — e al suo fianco, idealista fedele,

tranquillo filosofante anche nello scatenarsi della civile bufera,

rimase, capo di gabinetto dell'amico ministro, Luigi Ornato. Ed io

credo che la parola d'ambedue i nobilissimi patriotti risuoni; e il

cuore di tutt'e due, il cuore di Flaminio e di Tiberio Gracco, batta

i suoi palpiti generosi; e il senno civile, concordemente meditato

sui Greci e sui Latini e sui Fiorentini nostri, sia infuso; negli

Ordini del giorno «dati in Torino il 23 e il 27 di marzo, l'anno del

Signore 1821, dal conte Santorre di Santarosa reggente il Ministero

di guerra e marina»; l'uno «all'esercito piemontese», l'altro per «la

chiamata dei contingenti». Dove il Santarosa, annunziandosi «autorità

legittimamente costituita», si sforza di salvare la causa del trono

costituzionale, scusando la giovanile inesperienza di Carlo Alberto, la

mancata libertà di azione nel novello re circuito dall'Austria, facendo

sperare (il che pur troppo non era) il favor della Francia: «Annodatevi

tutti intorno alle vostre insegne, insegne non di ribelli ma regie

insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino e

del Po. La terra lombarda vi aspetta, la terra lombarda, che divorerà

i suoi nemici allo apparire della nostra vanguardia.... Insegne non

di ribelli, ma regie insegne», sulle quali l'Aquila di Savoia ha già

veduto quella regione italiana. Sotto di esse, «voi, giovani soldati,

prese con letizia e con fiducia le armi consegnatevi dalla patria,...

sorridete di già al pensiero della battaglia,... al pensiero di farvi

riconoscere figli dei difensori di Cosseria, la cui ferocia destò

meraviglia in Napoleone Buonaparte, e forse fermava i primi suoi passi

nella conquista d'Italia, se noi non avevamo allora Austriaci per

alleati. E voi, Genovesi? Nel vedere il nome di Genova scritto sulla

bandiera della vostra legione, i nostri nemici, diranno atterriti: Ecco

gli uomini del 1746!»

E tenne fermo, lui più di tutti, sino all'estrema possibilità. E

dopo che i nemici, stravinto col numero, si fecero avanti, egli,

lasciato solamente allora il governo; — ricusato di patteggiare,

perchè gli parve offesa alla «fede giurata», o soltanto accettando la

mediazione dei diplomatici a patto d'una amnistia, al cui benefizio

per sè rinunziava; — tentato invano, con gli avanzi del prode esercito

costituzionale condottigli dal San Marzano, dal Lisio, dal Collegno,

uno sforzo di disperata difesa rinchiudendosi in Genova; e in questi

stessi tentativi caduto nelle mani dei carabinieri, e strappatone,

cioè salvato dal patibolo, per opera d'un venturiero polacco e d'una

piccola schiera di valorosi studenti; — prendeva coi compagni la via

dell'esilio.

Il mare apriva le sue braccia ai rigettati dalla terra servile, ai

liberi uomini che avevano sognato la grandezza d'Italia. Di là dal

fatale Ticino, dal sacro fiume del quale «su l'arida sponda» aveano

aleggiato le speranze di quel sogno sublime, un giovane poeta,

il grande poeta italiano del secolo, rinchiudeva nel cuore l'inno

preparato agli aspettati fratelli. Ma se l'inno di Alessandro Manzoni

non poteva più essere l'epinicio trionfale della libertà e della

giustizia in Italia, rimaneva il canto d'una speranza imperitura per

tutte le nazionalità oppresse, la protesta d'un diritto, nel cui nome

non quella sola ma ogni altra barriera doveva essere infranta, della

patria unica da Dio anche agli Italiani assegnata:

Cara Italia! dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio,

Dove ancor dell'umano lignaggio

Ogni speme deserta non è;

Dove già libertade è fiorita,

Dove ancor nel segreto matura,

Dove ha lacrime un'altra sventura,

Non c'è cor che non batta per te.

Ahimè, gli uomini la cui gesta aveva ispirata una tal poesia, non

potevano ormai più che agitare combattere morire per la libertà di

altre patrie, pel diritto ad essere di altre nazioni!

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 2 Conferenze fiorentine - Storia · 第 17 / 26 题