IV.

Nei rimanenti mesi di quel tragico 21, Santorre, come già il Foscolo

nel 15 esulando da Milano, s'aggirò per la Svizzera, lasciando per

breve tempo in Marsiglia il fido Ornato. Forse non gli reggeva ancora

l'animo di interporre troppo spazio di terra o di mare fra sè e la cara

moglie e le loro creature, delle quali un'altra stava per nascere.

Anzi gli arrise per alcun tempo, la speranza di poter ritirare la

famiglia presso di sè, in qualche oscuro tranquillo angolo, dove gli

fosse tollerato il seguitare a pensare e a lavorare per l'Italia; ma

egli aveva alle spalle, dovunque riparasse, lo spietato flagello delle

polizie, confederate in servigio della Santa Alleanza. E tra que'

monti scriveva nel suo diario: «Oh libertà, che sopra questi monti

e sopra queste nere verdeggianti selve signoreggi, e proteggi queste

povere capanne, e fai gli uomini cortesi e onorati e le donne oneste!

per te, io, sbandeggiato e povero, posso pur posare qui con un poco di

pace l'animo irrequieto e la persona stanca.... Questo sia l'asilo di

colui al quale le Repubbliche non possono, i Re non vogliono, concedere

un tetto ospitale. Con la moglie e coi figli vi trascorra i suoi dì,

e invecchi, dimenticando la propria fortuna ma piangendo l'infelice

patria....». E il giorno dipoi, 1º luglio: «Infelice patria! Questa

parola mi viene detta, mi viene scritta, ad ogni momento. E come non

lo sarebbe, se questo è il pensiero cui appena interrompono la notte

ed il sonno?» E ripensando alla patria, «temeva di non essere, quanto

il dovere e la ragione» imponesse, operoso e sollecito. Lui che,

giunto il giorno di quella terribile prova, aveva fortissimamente

voluto con tutta l'energia del suo Alfieri, che aveva operato come

un eroe della vagheggiata antichità, lui giungeva fino a chiamarsi

«debolissimo fra gli uomini, schiavo dell'indolenza e della mollezza,

le cui riflessioni, scritte sull'arena del mare, si cancellassero

al primo fiotto!» Siffatti pensieri gli turbinavano nell'anima in

una burrascosa giornata di luglio, durante una delle sue passeggiate

meditative lungo le sponde del lago Lemano: «e pervenuto» scrive,

«dove la strada abbandona il lago, raccolsi ogni virtù della mente; e

tre volte, con un ginocchio al suolo, mentre tornava a imperversare il

vento colla pioggia, pronunziai le parole di una ferma risoluzione.»

Tali erano, o gioventù italiana, e voi ricordateglielo, o madri,

idealisti erano di tal fatta, nell'atto stesso che operatori eroici,

gli uomini di non ancora un secolo fa, gli uomini della generazione

iniziatrice: e vogliano i figliuoli nostri vogliano ritemprare a così

alti esempi domestici le fibre dell'anima, perchè i benefizi della

libertà, non dico gli ozi tumultuosi, ma gli onesti e fecondi benefizi

della libertà, è poco, è nulla, è vergogna, averli ereditati, quando si

mostri di non meritarli.

Molto ancora sarebbe da leggere nel diario dell'esule. «17 agosto. E

mi voleva dare sei uova il buon contadino per quei pochi baci che io

diedi ai bimbi suoi, e il fanciullo più vecchio mi chiamò a vedere

uno scoiattolo sul noce. Oh buoni! oh semplici! Questo praticello è un

paradiso, queste chine dolcissime rammentano il colle di Torino.... Oh

patria! oh memorie!...» E dopo altre pagine descrittive, non indegne

di qualsiasi meglio esercitata penna, daccapo la Patria! sempre, come

nel verso del Poeta di quei magnanimi esigli, il Berchet, «sempre la

Patria in cor!» E con la Patria, la famiglia. «Io posso ancora vivere

per la patria!... Il mio nome, per le cose tentate in Piemonte, non

è affatto ignoto. Se io l'onorerò coi fatti e con gli scritti..., i

miei figli avranno incitamento ed aiuto all'esser buoni e valenti. O

figli miei! o mio Teodoro! e tu, amatissima sviscerata compagna del

mio infelice destino! che fate? Forse il disprezzo vi circonda, la

povertà vi minaccia. O patria, quanto mi costa l'averti tanto amata!».

Ma negli ultimi giorni di quel settembre, cotesta vita nella quale

i due forti uomini, Santorre e l'Ornato, con sì tranquilla fermezza

schermivano i colpi della fortuna (fra le altre l'Ornato sonava il

flauto e l'amico lo accompagnava col clarinetto, e leggevano sui luoghi

la _Giulia_ del Rousseau, e visitavano la Certosa di La Part-Dieu, e

col Sismondi il castello byroniano di Chillon, e presso la torre di

Kubli fantasticavano di tornei e cavalieri e trovatori), cotesta vita

fu attristata da lacrime delle più amare che possa l'uomo spargere

sulla terra. «Ricordo del 27 settembre, come io dissi a Luigi Ornato

ch'egli non aveva più madre, e del suo immenso dolore, e del tempo in

cui lo lasciai pensare alla sua sventura senza nulla dirgli, e dello

spavento che provai quando non tornava, essendo uscito nell'ultima

ora della sera.» Degno invero, l'Ornato, delle consolazioni di tale

amico, e che dividessero insieme la santità anche di quei dolori,

come altresì di qualche mesta speranza. «Mi è nata» scrive Santarosa

«una bambina nella notte del 17 ottobre.... Dio eterno! Ti piaccia

benedire la mia fanciulla che avrà il nome di mia madre, la quale fu

tua fedel serva, e mi rapisti anzi tempo. O madre, io te la consacro.

Accogli la mia offerta dal tuo soggiorno celeste. Santorre, prepara

una vita d'onore e di felicità a' tuoi figli, serbando la tua onestà,

curando la tua fama, e servendo alla patria. Paolina mia, Iddio ti

benedica, e ti faccia crescere in salute per consolare tuo padre!» E

quella sera, e la sera appresso, il pensiero di lui, nella luce di due

splendidi tramonti elvetici mirabilmente descritti (e vorrei, gentili,

potervi leggere anche quella ed altre più pagine del diario) volava

alla sua creaturina: «Bella sera che finisci soavemente uno de' più

lieti giorni dell'anno, io ti saluto col cuore quasi sereno! Questo

luogo è di tutta pace. Le acque del torrente si frangono tra i sassi,

alcuni augelletti cantano ancora. O mio pensiero, io lascerò che tu

vada presso alla culla della mia figlioletta. Un'altra Paolina vi fu,

che mi fece la prima volta conoscere il contento d'esser padre, e il

dolore di vedere morire la prole. Angioletta del cielo, sei tu che

proteggi il tuo padre nella sventura, che gl'infondi tanta pace nel

cuore. Noi siamo nati, mia dolce Paolina, noi siamo nati sotto allo

stesso pianeta. I miei capelli imbiancheranno quando tu saluterai la

fiorente giovinezza. Io vivrò allora in te e con te. Dio ti conservi,

ti benedica, figlia della sventura, concepita nei giorni terribili

della cospirazione, nutrita nel seno della madre nel tempo della

procella, e nata mentre il padre calca la terra dell'esilio. Io odo

i tuoi vagiti, il tuo pianto. Ti vedo succhiare avidamente il latte

materno, e vedo gli occhi dell'amorosa balia contemplare il tuo viso,

e bagnarsi di lagrime, pensando al tuo padre infelice.» E ancora la

sera del 3 novembre: «Più dolce sera non si vide mai. Aspetterò che il

sole tramonti e tolga a queste carissime colline la loro festività. Il

rosato occidente e le bianche vette delle Alpi Vallesiane annunziano

che il pianeta vivificatore è ancora sul nostro orizzonte; ma il

suo disco sparve, e l'ombra è sulla collina, la nebbia sul lago e la

solitudine nei vigneti. Questo è l'ultimo dì della vendemmia e della

letizia autunnale; ma sembra che la natura ci voglia far dono di alcuni

sereni giorni. Chi sa se il sole splende pur là dove Macra irriga il

piano del Piemonte? Chi sa se la mia infelice consorte è rallegrata

dalla dolce stagione? Paolina, angioletta mia, ricevi il saluto paterno

dalla tua culla. Forse breve tempo passerà, e io sarò a dondolarti

ed accarezzarti. Dio grande, serbamela in vita!» E la vita e l'azione

invocava per sè medesimo: «Ah tutto fugge e si dilegua! Dio immortale,

prendetevi il mio cuore, il mio senso d'amore; accoglietelo nel vostro

seno: io non voglio morire». «.... Oh miei figli, io non vorrò che

alcuno vi possa mai rimproverare il padre. I nemici della libertà

saranno i primi a disprezzarmi se io vacillo nella mia carriera. Se

le cose d'Europa vietano di tentare novamente la fortuna d'Italia, io

servirò alla patria scrivendo, e nutrirò la mia mente e il mio cuore

della dolcezza del lavorare e delle speranze di gloria. Scriverò in

italiano: ho di nuovo scapitato nella lingua patria; ma mi rifarò del

danno sofferto da più mesi di lettura e di scrivere in francese.»

Il soggiorno in Svizzera gli era altresì rallegrato dall'incontrarsi

con altri Piemontesi. Era un giorno il Dal Pozzo, già suo collega di

Governo: — un altro giorno, a Friburgo, «uscendo dalla messa», era

il Moffa di Lisio, compagno d'armi ad Alessandria e Novara («caro e

generoso giovane, mio compagno nella perigliosa impresa!») e avevano

pranzato insieme presso gli Azeglio, e con Roberto d'Azeglio visitava

il Santarosa la Scuola di mutuo insegnamento dell'abate Gerard: —

e si trovava coi della Cisterna, quando il giovine Principe, un

altro dei condannati a morte, partiva per Parigi, e le sorelle

tornavano piangendo a Torino. A Ginevra poi aveva stretto degna

amicizia col Sismondi, l'istorico delle nostre Repubbliche medievali,

il quale gli scriveva: «La fermezza ch'Ella mantenne quando un

esercito di confederati si distrusse al primo fuoco, come neve al

sole, quell'istessa fermezza Le giova per soffrire l'esilio e la

persecuzione».

Di sue lettere alla famiglia io non conosco che poche linee di una alla

moglie. Ne tengono in parte le veci alcune al Provana, che era rimasto

in Piemonte, ma dimessosi dal servizio militare; mentre il Balbo si era

imposto volontario esiglio. Al Provana il Santarosa scriveva: «Vedendo

la mia ottima Carolina, tu la dovrai molto incoraggiare a sostenere

con costanza le percosse della rea nostra fortuna; e dille che preghi

Iddio di abbreviare questi amari giorni di separazione, ma che intanto

la sua immagine è sempre viva nel mio cuore.» E ancora: «Io spero

che avrai veduto mia moglie e i miei figli. Scrivimi quel che è di

Teodoro. Non mi nascondere il vero. Penso che nella primavera prossima

potrò riunirmi alla mia famiglia in una terra ospitale.» E rinnovando

col Provana le consuetudini della quadripartita amicizia, lo informa

aver ricevuto lettere dal Balbo; e gli annunzia le peregrinazioni

che farà con l'Ornato, caricandosi sulle spalle, lui Santarosa, «una

molto pesante bisaccia che io porterò a modo soldato e, spero, con

la stessa disinvoltura de' miei antichi caporali de' Cacciatori», e

ascenderanno il Grütli, e «saluteremo nel nostro viaggio, anche in tuo

nome, le più belle valli, i più ameni monti, le più fresche acque, e

le più sante memorie». Altra volta gli comunica le sue impressioni

religiose: «Immáginati dei templi dove niente vedi salvo che poche

panche e una cattedra. Invano l'occhio cerca l'altare e il segno

della Redenzione del mondo. E il cuore pare che ti risponda: — Non è,

questa, religione dove non è altare nè sacrifizio. — .... Raccoglimento

grandissimo, ordine, silenzio, bella decenza; tutto, se vuoi, fuori

del mistico, del misterioso, del sublime.» E si esalta ripensando

la Settimana santa cattolica, e se la piglia con «messer Calvino,

col tristo teologo piccardo, il quale ha creduto possibile di fare

una chiesa di filosofi»; con «gli errori e le malvagità dei nostri

preti, che gli aprirono la strada», e «che trattano con disinvoltura

e sgarbatamente le cerimonie del nostro culto». Ma il tema più caro è

in quelle poche lettere la vecchia amicizia dei Quattro: «I Quattro

sono divisi, battuti dall'orrida tempesta. Ma tanta congiunzione di

animi, e tanto sincero amore, e sì alte speranze, non possono, non

debbono riuscire in nulla. Ciascuno di noi avrà sempre bisogno della

stima degli altri tre. Io amo sempre assaissimo il quarto, e sono

infelice di trovarmi maggiore di lui nella prima di tutte le virtù.»

(Quale virtù avrà egli inteso il fortissimo uomo? Ma qualunque si sia,

quanto fior di gentilezza in cotesto rincrescergli di dover riconoscere

sul Balbo questa speciale maggioranza di sè!) «Maggioranza» soggiunge

subito «che non può essere compensata dall'aver egli molte altre doti

in grado eccellente. O Luigi! siamo giovani ancora, non lasciamo che

il tempo divori gli anni di vigore corale, che ancor possiamo vivere.

Guai se cessiamo dal — vivere moralmente — un giorno! Il filo tagliato

una volta non si annoda più. Saremo morti prima di scendere nella

tomba. Guardiamo gli eventi come i nostri nipoti li guarderanno nel

1910. Non lasciamo che la bufera ci opprima. Siamo giovani ancora,

lo ripeto. Viviamo fedeli a Dio e alla patria: la fortuna provveda al

resto.... Disprezzo, più che mai non feci, la filosofia degli empi e

la politica dei malvagi....». Siam noi, o Signori, quei nipoti, e il

1910 non è lontano. Ma così potessimo dire, che noi «guardiamo gli

eventi», e, padroni di essi come in gran parte oggi siamo, esercitiamo

tale padronanza, con la stessa virtù, con la stessa energia del «vivere

moralmente», con la stessa «giovinezza» tenace, con che quei vinti,

quei proscritti, quei condannati a morte, ne sostenevano il peso sulle

spalle percosse, e proseguivano pur con la fronte eretta al cielo la

loro via dolorosa.

Pochi giorni ancora di quella elvetica ospitalità concedevano

a Santorre le rimostranze che al Governo federale ne facevan

continuamente le polizie di Torino e di Vienna. Il 15 novembre, dal

viale di Vevey, scriveva: «O sole, io ti veggo tramontare per l'ultima

volta sul lago, o sole! Tra pochi dì io sarò lontano da voi.» E non era

finito il mese, che lo troviamo a Parigi.

Volgendosi, come egli soleva, a riguardar dietro a sè nella vita,

quell'anno 1821, suo trentottesimo, doveva parergli come vissuto in

un sogno. Dalla quiete della famiglia, dell'amicizia, dell'ufficio,

degli studi, balzato alle agitazioni del cospirare, ai cimenti

dell'insorgere, del governare, del combattere; poi travolto nella

fuga, nella condanna alla forca, nell'esilio: poi ancora, restituito

alla quiete, durante quella quasi villeggiatura svizzera, ma quiete

solitaria e dolente di proscritto, ed in essa abbandonato alle

meditazioni del filosofo, all'esaltamento romanzesco di un cuore

bollente e impetuoso come d'un Ortis.... — Se non che il cupo e

scarmigliato Iacopo foscolesco, dopo veduto consumarsi in Campoformio

«il sacrificio della patria», non sapeva di meglio che ingolfarsi in

una passione burrascosa, e per quella, obbedendo al grido disperato

che lo attirava verso il sepolcro, uccidersi. — Santorre, sostituendo

subito il pensiero, gli antichi suoi pensieri, all'azione; e pur

rimproverandosi, irrequieto spirito, di pigrizia e di tardità,

avea scritto in quei mesi, ed ora dava in luce, un libretto sulla

_Rivoluzione Piemontese_, cioè sulle cose da lui operate; invocava

da Dio la forza e l'aiuto, che sentiva «non gli sarebbe mancato mai,

finchè egli stesso non mancasse ai consigli della propria coscienza»,

per seguitare a servire il suo paese, la giustizia, la verità. E quando

la vendetta degli uomini che gli han tolta la patria, e che implacabile

lo perseguita d'asilo in asilo, l'avrà ridotto all'impotenza di far

cosa nella quale quella sua netta e dignitosa coscienza riposi, allora

egli ascolterà sì un grido disperato; ma sarà il grido d'una nazione

che infrange catene obbrobriose, e per quella nazione Santorre darà

degnamente la sua nobile vita.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 2 Conferenze fiorentine - Storia · 第 18 / 26 题