II.

Quando il primo fermento di nazionalità, che a sei anni appena dal

Congresso di Vienna cominciava, covato nelle congreghe carbonaresche,

a sollevare l'Italia, ebbe fatto capo, ne' due Stati della penisola

estremi e fregiati di corona reale, Napoli e Piemonte, ad un movimento

verso quelli ordini di monarchia costituzionale, in nome dei quali

la Spagna aveva resistito a Napoleone, la rivoluzione piemontese,

rivoluzione d'un mese appena, portò Ministro della guerra, cioè capo

delle armi contro l'Austria, il conte Santarosa. Questi, giovinetto

anzi quasi fanciullo, avea seguito il padre colonnello nel regio

esercito alla difesa dall'invasione francese, e l'avea veduto morire

alla testa del suo reggimento nella battaglia di Mondovì: poi, stato

_maire_ della sua Savigliano e sottoprefetto alla Spezia, aveva di

nuovo, durante i Cento giorni, imbracciate le armi regie e nazionali,

aveva preso parte con Cesare Balbo (e vi era il prode generale, già

napoleonico, Gifflenga) alla spedizione di Grenoble; e rimasto, a

istanza del marchese di San Marzano suo zio, nel Ministero della

guerra, alternava agli affetti, in lui vivissimi, di marito e di padre,

le cure dell'ufizio, e gli studi (che sempre avea prediletti) morali e

letterari, e le frementi aspirazioni a un'Italia, secondo le visioni

di Vittorio Alfieri, prossimamente futura. L'ufficiale piemontese

de' Cento giorni, allorchè avea veduto rientrare il suo Re, Vittorio

Emanuele I, con la forza degli Austriaci, aveva scritto, in quel latino

ipercalittico che il Foscolo messe in voga: «20 maggio 1815. Il re

nostro entrava nella città, e tutto il popolo diceva nell'allegrezza

del cuor suo: o Re, o Re, salve o Re! Ma le aste del Sire del

settentrione circondavano il Re, ed era il Re nostro siccome un

Piccolino; cosicchè esclamavano i veggenti: È qui il Re, ma non è qui

con lui la Patria». E dove sentiva egli la Patria, il prode ufficiale

del Re? «Egli è soprattutto quando i miei corni da caccia suonano

una rapida e viva marcia, e mi veggo sfilar davanti i miei giovani di

aspetto ardito e quasi dispettoso, che il mio sangue bolle e ribolle

dentro le vene. Egli è allora che dico tra me: — Perchè non nacqui

inglese, prussiano, russo? — Nella mia disperazione dico persino: —

Perchè non nacqui francese? — Non sarà mai che io stringa un brando

italiano, che io guidi fra i perigli soldati italiani? Noi piemontesi,

noi prodi, noi animosi, che siamo noi? Deboli ausiliari degli antichi

nemici della grande patria; ausiliari disprezzati forse, e disgraziati

a segno di non esser ammessi all'onore delle battaglie. — Non vi ha

in simili pensieri di che morire di rabbia e di dispetto? Federico,

padre di Federico II, creò la Prussia, creando l'esercito. Vittorio

Emanuele potrebbe creare il Piemonte, creando un esercito». E continua

lo sfogo generoso, coi ricordi d'un anno innanzi, quando trovandosi

a Genova nei giorni dell'efimero rinnovamento dell'antica repubblica

giocato dalle Potenze, «Inglesi assalivano Francesi in Genova italiana,

e i Genovesi avrebbero forse, se i Francesi non tradivano il loro

imperatore, veduto crollare i loro tetti, sentite le voci lagrimose

de' vecchi, de' fanciulli e delle donne atterrite, sofferti i disagi

della fame e della militare licenza, perchè Francesi volevano occupare

Genova italiana, perchè Inglesi volevano occupare Genova italiana. E

Genova italiana, che vuol dire debole, avvilita, infelice, avrebbe

dovuto tacere, soffrire; e vi ha di più, avrebbe dovuto lambire i

piedi, e tessere a vicenda il panegirico sonante, d'entrambi i duci

stranieri desolatori del suo popolo». E si volge con fraterno animo

ai Napoletani, perduti dietro le avventure Murattiane: ha una trepida

speranza pel suo Piemonte, pensando che su quel trono stanno «principi

di sangue italiano»; un rammarico per la «nobile Sicilia», che Vittorio

Amedeo II non l'abbia conservata a' suoi successori, in modo da potere

«stringere Italia dai due lati, e sforzarla», sforzarla a non esser

più la druda bellissima dello straniero: perchè «la futura liberazione

dell'Italia dev'essere operata o dai Piemontesi o dai Napoletani». E il

problema fu sciolto, quarantacinque anni dopo, sulle rive del Volturno,

il giorno che Vittorio Emanuele II a capo del suo vecchio esercito,

e Giuseppe Garibaldi delle sue camicie rosse, il re e il dittatore,

s'incontravano vincitori, e si stringevano nel nome d'Italia le destre

poderose e leali.

Ma riprendiamo una di quelle ardenti parole che Santarosa scriveva

nella primavera del 15: «Nella mia disperazione dico persino: Perchè

non nacqui francese?» L'avversione alla Francia, «odio ai Galli»

dicevano, che fu nel Piemonte di quelli anni il primo e fecondo germe

d'italianità, veniva in Santorre come in altri molti, innanzi tutto

dal culto per l'Alfieri, poi dall'amarezza sdegnosa che il sofferto

dominio napoleonico lasciava nel cuore di quelli stessi i quali avevan

dovuto servirgli da istrumenti; come, e in ben più larga misura e in

altra altezza d'uffici che non il Santarosa, era stato di Cesare Balbo,

sospinto da un'ambizione della quale egli stesso, ne' suoi Ricordi, si

accusa. Col Balbo, con Luigi Provana e con Luigi Ornato, il Santarosa

aveva stretta in Torino una forte amicizia, anzi lega veramente e

congiunzione d'affetti. Si erano avvicinati in una accademiuzza di

Concordi, venuta su in casa del conte Prospero Balbo; lo scopo della

quale, ben diversamente dalle accademione di gala, era, dice con

alta parola l'Ornato, «ridestare in Italia il pensiero»: il pensiero

smarrito per entro alle frasi di tante altre consimili associazioni.

I quattro amici avean cominciato il loro spirituale contubernio col

segnare in un medesimo quaderno quanto, verso i comuni propositi,

passava loro per la mente, quanto agitavano in cuore. E le lettere

dell'uno all'altro spesso erano firmate, in cifra numerica, 1/4. La

vocazione dell'Ornato agli studi classici e filosofici, del Provana

agli storici, del Balbo alla filosofia della storia, del Santarosa

alla politica ed in essa alla italianità del pensiero della parola

dell'azione, emersero e si alimentarono in quel virtuoso giovanile

consorzio. I nomi del solito gergo tradizionale, di Incruscato,

Intoppato, Ricovrato, Stringato, che avevano avuto nei Concordi, si

erano nel consorzio dei quattro, mutati in nomi romani. L'Ornato era

divenuto Metello, Flaminio il Provana, il Santarosa Tiberio Gracco,

restando innominato il Balbo, che certamente fra i quattro era il più

rimesso e cauto, come il più bollente, conforme al suo nome tribunizio,

era il conte Santorre. Egli era anche denominato fra i quattro amici

il Solenne, per l'enfasi che metteva nel leggere e nel parlare, la

quale talvolta diveniva commozione e furore, con grande espansione di

gesti, e batter di pugni e afferrar convulsamente i conversanti o gli

uditori. Quando erano vicini, si accoglievano nella cameretta dell'uno

o dell'altro, o a passeggiate solitarie: lontani, carteggiavano,

s'imponevano di pensare insieme, un'ora di un dato giorno, l'una o

l'altra cosa; pensarla con dolcezza d'affetti, il cui termine era

sempre la patria. Virilmente nutrito, questo loro affetto volevano si

effondesse con tenerezza femminile: «amare» dicevano (e tenetevelo a

vostra gran lode, o signore) «amare come donna ama».

Il carteggio dell'Ornato col Provana c'introduce, con mirabile

illusione, nella vita interiore di quei generosi. Studi e letture, di

classici e di matematiche; e tentativi di lavori propri, d'ogni genere

(lirica, tragedie, commedie, con recensioni critiche, reciproche),

si alternavano a virtuosi intendimenti e disegni, e a promesse e

giuramenti per il futuro bene della patria. Si traduceva Tirteo,

con apporgli note nelle quali s'intendeva di allegorizzare le civili

condizioni d'Italia, si leggevano gli storici fiorentini, studiandovi

le vicende della libertà, esaltandosi col Savonarola, e in sè rifacendo

i Piagnoni, meditando sul Machiavelli, al Guicciardini sdegnosamente

imprecando: si vagheggiavano soggetti di storia italiana, e il

pensiero di cotesti giovani alfieriani correva ai Vespri di Palermo,

che il Santarosa romanzeggiava in un Gualtiero e in una Francesca,

ma il Provana voleva invece trattare criticamente, come poi fece

pur con intento patrio l'Amari. I grandi scrittori d'Italia erano

tenuti in conto di altrettanti Santi Padri, come d'una religione: la

lingua «toscana» vincolo sacro, testimonianza di patria: Virgilio,

un «nostro antico italiano». Padre l'Alighieri, nel quale l'Ornato,

che fu poi grecista insigne, sente Eschilo: padre il Petrarca, nel

cui verso è il pianto d'Italia, e nelle _epistolae_ l'entusiasmo per

la virtù e la libertà: padre lo stesso Boccaccio, del quale però, se

adoperati a corruzione servile, bene sta che fra Girolamo gittasse

ad ardere i Decameroni. Il Trecento e il Cinquecento fiorentini,

custodi della parola e del sentimento nazionale: e una lettura di

classici francesi, da non farsi che con un trecentista fiorentino

accanto, per preservativo. Disciplina questa, tanto più meritoria, in

quanto avveniva talvolta che la sincerità della lingua e dello stile

non compensasse, presso tali lettori, il vuoto di altri pregi; e una

di quelle volte vediamo il Santarosa, sazio della bellissima prosa

del Firenzuola, buttarsi a Voltaire e Pascal, ma per tornar quasi

subito alla «lingua fiorentina», dic'egli: con un nobile istorico

bensì, Bernardo Segni, e promettendo «di non più abbandonarsi così»;

«perchè le cose fiorentine» egli scrive «divengono per me un alimento

necessario e per la materia e per la lingua»; e dalle parole ascendendo

alle memorie dei grandi fatti, e queste congiungendo coi guai del

presente, Firenze tradita dai Francesi e lasciata sola contro il Papa e

l'Impero gli «metteva in cuore un desiderio implacabile di vendetta», e

avrebbe voluto disperdere al vento le ceneri di papa Clemente VII, e lo

vedeva «fra i parricidi passeggiare le infocate vie del Tartaro, e gli

spettri di cittadini svenati, di madri morte di fame coi figlioletti

in collo, accompagnare i suoi passi». Ma direttamente e immediatamente

padre di quei valenti figliuoli, padre e maestro e informatore, e

ogni cosa, era l'Alfieri; questa gran pianta, dicevan essi, fiorita

fuor di stagione, come Tacito, come Plutarco: padre, anzi «babbo,

_parens_, πατήρ» in tutti e tre i grandi idiomi della umana civiltà: e

celebravano l'anniversario della sua morte, e ne veneravano il busto,

e nel nome di lui giuravano, e se stessi alla Patria consacravano; e

aveano scelto per le loro passeggiate fraterne un luogo solitario in

una collina verso Superga, ed ivi posta una pietra l'avean consacrata

come la «tomba del babbo», da pellegrinarvi e commemorarvi la «mamma»

cioè l'Italia, e in latino ed in greco epigrafavano le mura della

vicina chiesa, e il nome d'Italia incidevano sul tronco di «quella

maestosa altera croce» scrive al Provana l'Ornato «che sovrasta ai

colli circostanti, ed al piè della quale appoggiato, io mi doleva

sovente che la pianura sottoposta ai miei sguardi avesse nome Italia».

Col qual medesimo sentimento il Santarosa prendeva da un verso della

poetessa torinese Saluzzo Roero questa apostrofe elegiaca: «Italia,

Italia, il mio dolor ti noma», per farne emblema di lutto in un anello.

«Ed io» prosegue l'Ornato «ed io incideva l'augusto nome su quel tronco

divino, e volgeva lo sguardo all'età avvenire e viveva con loro, e

mi pasceva di celesti illusioni; sinchè il raggio del sole cadente o

l'umido soffio del vento mi destavano da quei sogni avventurati, ed io

scendeva triste e pensieroso ad affrontare le usate nostre vicende». E

il Santarosa, su quella medesima collina, tutto solo, «con una mezza

biblioteca in tasca» (era un giorno di primavera del 1818) «salutai»

scrive «salutai il monte San Michele e i colli di Avigliana.... E

l'occhio rivolto alla bella pianura bagnata dal patrio fiume, dissi:

Mio Dio, autore della verità e della vita, fonte d'ogni bene e d'ogni

virtù, mio creatore e conservatore, io vi prometto, e anche prometto

alla memoria del mio padre e della mia madre, di ordinare il mio

costume, la mia casa, il mio tempo; di perseverare nella letteratura

italiana per servire questa povera Patria; e di prendere savio pensiero

dell'educazione de' miei figli. Appressatomi poi alla croce, pensai a

Gesù Cristo, e dissi: Gesù Cristo, io non dirò che siate uomo, ma dirò

che siete l'Eletto di Dio e come il Figlio di Dio. Io intendo di essere

onesto e giusto uomo, e Dio faccia quel che avanza. E nell'allontanarmi

rivolto alla croce, dissi ancora: — Costoro che oggi si dicono tuoi non

ti assomigliano; ed io posso invocare il tuo nome senza esser di quel

numero uno. — Ho promesso a Dio ed a me di serbare ne' miei scritti

relativi alla Patria italiana quell'ossequio al vero, all'umano, al

giusto e alla santità del costume, che si convengono, onde essi non

siano a me di carico innanzi a Dio».

Il teismo di quei pensatori patriotti, una specie di «stoicismo

cristiano», si assommava in un elevato sentimento di moralità, di

responsabilità umana, di libertà. Moralità; che «parla nel nostro

cuore, in modo da non potere essere frantesa» — libertà; sulla quale

facevano quest'equazione matematica: «La libertà sta ad un popolo,

come la ragione sta all'uomo» — responsabilità umana; la quale tanto

più vivamente sentivano, quanto maggiori, in tempi di servitù,

sono i pericoli del sostenerla, quanto più facile l'abbandonarsi

e il disperare. L'Ornato, che era, com'a dire, il filosofo di quel

sodalizio, e che sapeva da' suoi greci derivare la scienza e l'arte

della vita; dopo passate intere notti leggendo «ad alta voce e con

buona pronunzia» Senofonte e Plutarco, con apprensione quasi di non

esser degno d'accostarsi a quei sommi; quando da queste generose

idealità ritornava al presente vuoto e buio, scriveva al Santarosa così

adattando un passo del padre Alighieri: «nessun maggior dolore che

l'aver sortito un'anima cui l'operare è bisogno, e che per necessità

non fa nulla». E altra volta al Provana, con energia tutta piemontese:

«Già, questa vita che traggiamo è tanto disperata, che conviene o

crepare o fare alcuna cosa. E sceglieremo una delle due cose, se vi

piace, un dì che possiamo deliberare insieme». E col Provana lo stesso

Ornato riandava nel 18 le misere condizioni della penisola; e pareva

loro che il Piemonte avesse fallito alle speranze degli altri Italiani,

quando dopo la catastrofe napoleonica del 15 esso era rimasto la

sola regione il cui governo avesse entità e tradizione nazionali: ma

questo non potere esimerli dall'adempire «il dovere d'un italiano; no,

grazie al cielo», cioè il dovere di procurare il risorgimento morale e

politico degl'Italiani, lasciando ogni altra attrattiva, anche quella

delle arti belle: e l'Ornato si corrucciava col Balbo, «il quarto»,

che avea scritto dalla Spagna infatuato «di quadri e di statue»; e

si sentiva invece più d'accordo col Solenne, ossia col Santarosa,

lavoratore entusiasta al conseguimento di fini più prossimi; e gli

pareva ch'e' meritasse il primato, anzi una specie di supremazia, nel

sodalizio. E al Provana pure, là sulle coste gallo-liguri, «Salutate»

scriveva «Salutate le montagne che vi circondano; salutate il padre

Oceano, che vi sta davanti; salutate quel porto d'onde partivano,

seicento anni fa, navi ripiene di mercanzie italiane, destinate a

portare per tutta Europa e per l'Asia i frutti dello ingegno dei nostri

predecessori, e che ora più non si apre se non per ricevere merci

straniere e leggi straniere con esse.... Ma» proseguiva «se ella è pur

consolazione il vedere altrui più infelice di sè, miriamo la Grecia

moderna; e lagnamoci ancora, se l'osiamo, del nostro stato. La più

illimitata tirannia siede nel paese degli Aristidi, degli Epaminondi,

dei Timoleoni; la ignoranza più crassa nel paese dei Socrati, dei

Platoni. Il viaggiatore incerto non sa più rinvenire il luogo ove

era Sparta. Il nome augusto di πατρίς (patria), che il buon Omero fa

pronunziare con tanto affetto da' suoi eroi, non ha più senso nessuno

in quel paese, come ne ha poco tra noi quello che gli corrisponde nel

nostro idioma». Questo si dicevano i quattro amici nel 15: ma il 1821,

e per l'Italia e per la Grecia e pel fato d'uno di essi, era vicino.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 2 Conferenze fiorentine - Storia · 第 16 / 26 题