_Signore e Signori,_
La lettura che io sono per farvi si compone di pensieri e di
sentimenti, più che miei, dell'uomo stesso a cui la consacro. Io farò
poco altro che consertare insieme pagine sue,[1] o di amici suoi, delle
quali le più intime sono venute a luce la maggior parte in questi
ultimi anni, e da esse si rivela e l'uomo e il patriotta: l'uno e
l'altro degni di tal reverenza, che pochi esempi possono dalla storia
del nostro Risorgimento proporsi alla gioventù italiana, più efficaci
a ispirarle magnanimità di sensi e di opere, severità di propositi,
alto concetto di quanto ciascun uomo deve a' suoi simili, ciascun
cittadino alla patria. Evoco dinanzi a voi la nobile figura di un Eroe
del Risorgimento italico che lo è altresì del Risorgimento ellenico.
La rivendicazione della libertà greca dalla barbarie mussulmana occupò
fra il 1821 e il 29 una pagina lieta e gloriosa nel triste libro
delle umane vicende, che oggi altre mani riaprono pur a quella pagina
(piacesse a Dio che fosse per segnarvi senz'altro la santa parola
Giustizia!): e quel 1821 è altresì la data dei primi moti italiani
per le riforme liberali e l'indipendenza nostra dall'Austria. Nel 25
Santorre Santarosa moriva, precursore di Giorgio Byron, per la libertà
della Grecia, poichè gli era fallito di operare per la grandezza
d'Italia. Questo è l'uomo del quale io vi parlo, e che faccio parlare
dinanzi a Voi.