degli uomini, cioè il soggetto della poesia, avrà bisogno di rivestirsi
di parole e di ritmo, io non so: tuttavia oso dire che, supposto che ciò
sia, le forme liriche e l'arte quali furono sino ad oggi e che nel
Carducci assumono l'espressione più sintetica ed acuta, non potranno più
sussistere e dovranno rinnovarsi totalmente.
Così intendendo, con una rigida e stoica visione del vero e con la
consapevolezza interiore del punto che Egli stesso avrebbe dovuto
segnare nell'arte, scriveva sino dal '74[22] «La poesia oggigiorno non è
più la produzione immediata o mediata del popolo, nè elemento di civiltà
per la nazione, nè un bisogno estetico della società, nè instrumento di
rivoluzione o mezzo di rinnovamento».
[22] _Critica e arte._
Egli fu logico sino alla fine e con la sua arte fornì la maggior prova
di questa verità.
*
* *
Per tale modo l'anima del Poeta varca il suo viaggio. Egli passa come
cavaliere stoico e disdegnoso in mezzo alla turba e tende al fine ove la
ferrea logica del suo pensiero e delle cose lo conduce. Passa in mezzo
alla grave e immota folla dei dotti, fra il chiassoso seguito dei
monelli dell'arte, attraverso l'indifferente aprirsi del volgo; e non
verso l'avvenire, o Poeta, ma
A la scogliera bianca della morte.[23]
Anch'essa un avvenire!
[23] _Iuvenilia._
CAPITOLO VI.
GIOSUÈ CARDUCCI E L'ORA PRESENTE.
Domanderà alcuno: Quando principia propriamente il Carducci a divenire
monarchico?
In una lettera al _Resto del Carlino_ (11 maggio '93) scrive: «Io di
educazione e costumi repubblicano (all'antica) per un continuo
svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e
convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale
credo ormai fermamente possa l'Italia mantenersi unita e forte». E il
_Corriere della Sera_ riproducendo questa lettera, dice che in essa il
Carducci afferma ora nettamente la evoluzione politica compiuta nel suo
pensiero.
Ma in verità io penso che queste parole, dette per incidenza, siano una
concessione alla opinione pubblica; null'altro. Evoluzione propria e
vera di lui non ne avvenne e senza che ciò gli sia di merito, non ne
poteva avvenire. Fu piuttosto il tempo, furono le cose, come ho detto in
principio, che si svolsero in modo da determinare questa specie di
conversione che non sarebbe apparsa se i fatti e le idee avessero
seguito un altro corso.
Mi sembra dunque inutile l'insistere su di un'epoca determinata alla
quale non corrisponde un determinato e sostanziale mutamento.
Ma oggi che negli scritti di critica si costuma di raccogliere la
maggior quantità possibile di documenti e si vagliano e si discutono
consumando spesso gran parte del libro in un lavoro, per mo' di dire, di
retroscena o di appendice, molti forse diranno che io avrei dovuto fare
una raccolta ed un esame comparativo e cronologico di quegli scritti in
cui il pensiero politico del Carducci si viene a mano a mano
modificando, sino a che riesca naturale che Egli si affermi convertito
alla monarchia.
Concedo che un simile studio possa valere per dimostrare il progressivo
adattamento, ma non credo che convenga all'indole del libro ed al metodo
seguito; oltre a ciò mi sono trattenuto per timore che insistendo troppo
su di una questione più che altro di apparenza e di forma, questa
venisse confusa con la questione sostanziale: giacchè il concetto
informativo del presente lavoro fu, come già dissi, di persuadere il
lettore benevolo che nelle opere maggiori di lui stanno tutti i germi e
le cause della sua evoluzione, e non è necessario ricorrere o a
sottigliezze o a documenti speciali: in altre parole che dato il genio e
l'indole dell'uomo, data la natura dei tempi, la sua fede monarchica
viene di conseguenza e non implica alcun nuovo convincimento.
Altri con più giusta ragione, mi potrebbe domandare perchè io non faccia
nè meno cenno dell'_Eterno femminino regale_, e delle sue varie
manifestazioni.
Certo è un'ommissione grave, ma più in apparenza che nel fatto. Questo
nuovo sentimento che si inizia con l'ode _Alla Regina_[24] forse ha
avuto un certo influsso nell'affrettare la conversione; ma non tanto a
motivo di questo sentimento in sè, spiegabile per l'indole sua punto
partigiana e cavallerescamente gentile nella apparente rudezza[25],
quanto per l'acerba critica che gli fu mossa; la quale, per avventura,
fece sì che uomini prima con lui concordi ed acclamanti, al solo primo
urto gli si svelassero nel loro vero essere.
[24] 20 Novembre 1878.
[25] Credo opportuno richiamare alla memoria il modo come si
originò l'ode _Alla Regina_, lasciando ogni giudizio
all'accortezza del lettore, tanto più che in qualche punto mi
sembra di avergliene fornite le indicazioni. Scrive il
Carducci nell'_Eterno femminino regale_: «di tutto ciò che di
me può parere, mi addolora solo e anzi tutto l'apparire
ingrato e disobbligante a chi mi abbia fatto segno di
benevolenza e di attenzione. E veda, dicevo a Luigi Lodi, se
io non fossi io, cioè il poeta (come mi chiamano) della
democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi
monarchici borghesi come uno può esser cavaliere senza
aver mai a' suoi giorni portato una croce.
«Faccia un'ode alla Regina--dice Luigi Lodi.
«Chi sa?--rispondo io.
«La mattina dopo gittai giù le prime strofe dell'_Ode alla
Regina d'Italia_.»
Credo anche che lo sviluppo dell'_Eterno femminino regale_ abbia
contribuito a rendere troppo acute, stridenti, eccessive alcune
affermazioni in proposito, le quali offesero non solo gli avversari, ma
anche a molti che del Poeta erano e sono ammiratori e benevoli, non
piacquero.
Ma dopo aver fatto questa concessione, non mi sembra il caso di
insistere più oltre su di un fatto che ha un valore molto trascurabile
rispetto alla principale questione.
*
* *
Se nei capitoli precedenti io sono riuscito a rendere intelligibilmente
il mio pensiero, può oramai chi legge intendere di per sè quale valore e
significato abbia questa conversione monarchica e come di necessità
siasi originata. Tuttavia mi piace insistere in modo più particolare e
dedurre quelle conclusioni e quei giudizi che vengono fuori da questo
contrasto fra l'illustre uomo e l'ora presente.
*
* *
Il lettore probabilmente ricorda la chiusa dell'ode il _Piemonte_[26].
In essa, con una di quelle visioni che da noi modernissimi non possono
essere del tutto intese e gustate perchè dell'epico e del veramente
fantastico, quale è in quella chiusa, abbiamo perduto o almeno di molto
attutito il senso; in essa, dico, il Poeta imagina che lo spirito di
Carlo Alberto, il re per tant'anni bestemmiato e pianto, salga a Dio
scortato da un volo d'ombre eroiche; e dicono:
Anch'egli è morto come noi morimmo,
Dio, per l'Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe'l fumante sangue
Da tutti i campi,
Per il dolore che le regge agguaglia
A le capanne, per la gloria, Dio,
Che fu ne gli anni, pe'l martirio, Dio,
Che è ne l'ora,
A quella polve eroica fremente,
A questa luce angelica esultante,
Rendi la patria, Dio; rendi l'Italia
A gli italiani.
[26] Bologna, Zanichelli, 1890.
Ma nel coro degli spiriti non sono solamente quelli che nella fede del
re combatterono, ma anche quelli cui in vita il re disperse e percosse,
cui in morte l'amore per la patria ed il dolore congiunsero.
Ora questa visione mi sembra che risponda, sotto un certo aspetto, ad un
senso politico del Carducci, rinnovato in quest'ultimo tempo. Ecco: Egli
visse in mezzo agli eroi della patria e fu allevato nella loro fede. Non
congiurò nè combattè le battaglie cruente, ma combattè quella battaglia
a cui lo portava il suo genio, cioè, come più volte dissi, per la
rigenerazione del pensiero e della coltura nazionale.
Ma l'uno dopo l'altro i titani, i profeti, i buoni, i martiri la Morte
ravvolse della sua ombra.
In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario,
ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria
di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: «Oh, se io fossi
Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben
altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite
un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita
bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi
acclama, e vi predica e poi vi dimentica.» E per la morte di Garibaldi,
nel famoso discorso, dice: «La miglior parte del vivere nostro è
finita». Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di
Giovanni Cairoli, che dicono:
Oh come sola è ora
La casa degli eroi!
Ma non alla dimora di Groppello, sì bene più largamente sembrano
significare. Caddero, e con essi cadde e tramontò l'idea di un'Italia
repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che
anzi perdura più che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente
rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci
chiamò sè stesso _per educazione e costumi repubblicano all'antica_.
Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono più: ma
pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non più da
essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento
sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cioè come le genti
italiche o dimentiche o non più curanti dei distintivi storici di
nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanità rinnovata.
*
* *
Ho detto dimentiche e non curanti; ma non è tutto il mio pensiero: io
penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto
di portare in su, alla direzione degli organismi più delicati e vitali
della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea,
che non è da confondersi nè con la buona aristocrazia dei natali e
dell'ingegno, nè con quella borghesia che il Carducci così bene chiama
cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle
officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva nè
tradizioni, nè energie, nè affetti superiori; che prima non era nulla,
che oggi non è nè credente nè atea, ma egoista per istinto, cosmopolita
per insensibilità; cui la libertà politica fornì i mezzi di
rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi
valere; che segue la corrente sempre dal lato ove è più forte,
intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avrà sempre da
guadagnare, nulla da perdere.
Questa classe indefinita e indefinibile si è propagata, sparsa,
sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle
amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si
attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e
le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando
in politica si atteggi a conservatrice.
Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa
istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perchè questa massa si
sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere
neppur essa perchè; certo per forza di viltà: è una specie di grande
_claque_ sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun
convincimento, ma che in un momento grave deciderà della vittoria.
*
* *
Dinanzi a questo disgregarsi e disperdersi delle forze morali della
nazione, io non posso a meno in fantasia dall'imaginare questi veri
padri della patria raccogliersi e proteggere non la loro repubblica, ma
l'idea informativa della santa repubblica, cioè la virtù e la bontà
degli animi, la gentilezza, la coscienza del concetto della patria.
E nella divina tranquillità della morte, nell'allontanarsi del tempo,
dinanzi al supremo pericolo, non solo scompaiono gli antichi loro
dissensi, ma con loro si accompagnano altri (e quelli ben volontieri li
accolgono) che, monarchici di fede e loro nemici qui in vita,
consacrarono pure l'ingegno e le forze per la patria.
A questa schiera di grandi spiriti, con una communione di anime, vivo,
fuori da ogni preoccupazione di parte, si ricongiunge il Carducci.
Nelle sue ultime odi, _Piemonte_, _Cadore_, _La bicocca di San Giacomo_,
prende argomento da fatti e da personaggi eroici per rievocare (forse
Egli è l'ultimo) la santa, la meravigliosa nostra patria, le memorie
infiammate di gloria, le speranze per cui invano i profeti segnarono i
giorni numerati al loro avverarsi.
La verità vera è che il Carducci in questo sentimento è meno inteso che
mai.
Riporto ancora le parole del signor Buti[27] perchè hanno il merito di
riferire con scettica nitidezza il giudizio di moltissimi, volevo dire
comune:
«Tale è l'ultima messe lirica di Giosuè Carducci (_Piemonte_, _Cadore,_
ecc.): un anacronismo, un deplorevole anacronismo, che avrebbe potuto
essere della poesia civile cinquant'anni fa, ma che oggidì riducesi a un
mero sfogo solitario e retrogrado senza eco e senza consentimento del
pubblico. Il Carducci, in questi saggi di pretesa lirica civile, s'è
dimostrato impotente non che a precorrere, anzi a seguire la rapida
corsa verso l'avvenire del pensiero contemporaneo.» E finisce: «Egli si
è lasciato illudere dalla sua fama. À creduto di parlare altamente e
degnamente alla generazione presente. In vece la sua voce fu così bassa
e così cavernosa, che parve ai giovani uscisse da un sepolcro!...»
[27] Op. cit.
Che cosa posso io rispondere? Nulla, e proprio lo dico senza ironia. La
risposta sta in tutto questo scritto, se pure nelle parole è rimasta
qualche cosa del mio pensiero.
*
* *
Ma oggi mai molte sono le voci dei morti secondo il giudizio di quelli
che si vantano vivi.
Ne ricorderò un'altra; quella di Felice Cavallotti, e prego chi legge a
non mi volere frantendere. Certo io posso sembrare, e sono in fatto, più
congiunto all'antico che al nuovo; ma il pensiero, appunto perchè non
lieto ed intento ad una spassionata ricerca della verità, non trova
forza nè modo di essere satirico o di trafiggere alcuno con le abusate
arti dello scrivere.
Il Cavallotti, il quale è certo una delle poche figure del partito
repubblicano storico che sia giunta sino ad oggi integra e combattente,
dopo i noti scandali bancari bandì, a nome suo e de' suoi, un manifesto
(3 dicembre '93) ove richiama i cittadini e gli uomini politici al
sentimento della morale, del dovere e dell'idealità della patria; ed
accenna ad un ordine di riforme tributarie ed amministrative tale che
valgano a dare alla patria stabilità politica e benessere di vita
sociale. Bisogna però aggiungere che queste proposte e queste riforme
per quanto coraggiose ed organiche non escono dall'ambito della legalità
e sono tali che un conservatore liberale e libero da preconcetti e da
odi, può sottoscrivere; in altre parole stanno entro i limiti di un equo
ed ideale ordinamento della società borghese quale oggi è o sembra
essere esteriormente.
Ora il signor avv. Filippo Turati, uno dei più autorevoli e nitidi
espositori italiani delle dottrine socialiste, nella _Critica Sociale_
del 16 dicembre, a proposito di questo manifesto e del Cavallotti scrive
fra le altre cose le seguenti: «Questa leggendaria logorea di morale,
bandiera, sociali giustizie, popolo, che non tocca una sola delle cause
dei mali presenti, è ben la fioca voce di un _revenant_ del 48, voce che
non ha in nulla l'accento, la vibrazione dei tempi, delle cose, dei
bisogni dell'oggi.»
È questa un'affermazione assai grave e che dimostra il tormento dell'ora
presente e la tensione a cui è giunto il dissidio; tuttavia bisogna
saperne grado all'autore per avere messo le cose al loro posto.
Si richiedono però alcuni commenti.
Anzi tutto conviene constatare un fatto. L'attuazione di questo e di
simiglianti programmi sovente banditi dai più autorevoli e degni
superstiti del partito repubblicano storico, richiede ed implica
necessariamente nella odierna società un complesso di energie, di
convincimenti e di virtù che sembra che più non esistano. Il persistere
stesso del male dimostra che vi è una vera incompatibilità fra il
rimedio e lo stato patologico dell'organismo sociale quale è oggi.
Sotto questo punto di vista il signor avv. Turati constatando la
inefficacia del detto rimedio, è strettamente logico, e secondo i suoi
intendimenti, ha anche ragione di rallegrarsene.
Ma questa non è che una parte di ciò che a me sembra essere la verità.
L'altra parte della verità è che il partito repubblicano classico o
storico non si può accostare al socialismo scientifico perchè questo
implica in sè la ruina di qualche cosa di storicamente superiore ed
intellettualmente aristocratico, in cui sta la ragione di essere del
detto partito repubblicano.
Questo qualche cosa di superiore dovrebbe anche essere anima e nervi
della borghesia; ma invece di essere tale decade molto rapidamente, e
decadendo a mano a mano segna come indice il formarsi ed espandersi del
partito nuovo: e decadendo lascia un terribile vuoto morale nella
società borghese, dal quale vuoto proviene il fatto che la difesa che la
detta società fa di sè, diventa sempre più materiale ed a conservazione
di beni materiali: lieve riparo o scorza contro cui i socialisti urtando
fanno sentire con allegro sprezzo come risuoni a vuoto, e dicono che non
fa nemmeno bisogno di abbatterlo; cadrà di per sè.
Da questa dolorosa contraddizione che nol consente, anche proviene che
gli ultimi superstiti di quel partito repubblicano storico, che non potè
fiorire e per il suo elevato concetto e per mancanza di forze etniche, o
si addossino al presente ordine sociale costituito nella speranza di
infondervi nuova anima, nuovo sangue, idealità, senso della propria
conservazione, come il Carducci; o rimangano sospesi come il Cavallotti;
o si ravvolgano nella propria saggezza come il Bovio, o si agitino
tremendamente, perchè sentono che il terreno è da per tutto minato, come
l'Imbriani.
*
* *
Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu già detto
innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi gioverò delle parole del
Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico.
Ecco: Nessuno è più del Carducci democratico nel senso umano della
parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla
luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta
modestia e dignità di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo
uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace
per tutti gli uomini di buona volontà, e sono convinto che in sostegno
di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero
bene, Egli darebbe il suo voto.
Che cosa v'è dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo
eroico combattente della libertà, perchè oggi debba essere giudicato
inadatto a conoscere la pienezza dei tempi?
Forse perchè da ultimo si dichiarò monarchico? Evvia, anche quando Egli
era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perchè v'era il
tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cioè come è oggi.
La vera cagione è che fra il Carducci e la gente nuova v'è un abisso di
mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso
bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto
di questa conversione per proclamare la sua incapacità di assurgere alla
conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge.
Scriveva dunque nell'83, cioè quando non avea ancor cessato di essere il
cantore di Satana e il poeta della democrazia:
«L'idealità di una nazione, la religione cioè della patria, ha per
fondamento, per focolare alimentatore una o più realtà, ciò sono una
graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il
meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle
classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza,
dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale,» e
poco sopra definisce la idealità di un popolo così: «cioè la religione
delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della
missione propria nella storia e nella civiltà, religione e conscienza
che sole affidano un popolo d'avvenire»[28]. E nella sua professione
politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: «Io voglio lo
svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessità
storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e
sociale secondo la tradizione italiana».
[28] _Ça ira._
Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale,
questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della
missione di un popolo nella storia e nella civiltà, sono sentimenti che
la società che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un
ritardo: ed è cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare,
di rinnovare.
Ogni opera che tenda a conservare autorità di principii, tradizioni
storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime,
riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo
viaggio.
In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente;
differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due
nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una
essenziale differenza di contenuto.
*
* *
Perchè è un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni
sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si
intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui
si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo!
Certo non è facile segnare il confine del punto ove il fatto economico
cessa per diventare fatto morale, tanto più che sovente le due cause
sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma è però vero che la causa
morale vi entra per grandissima parte.
Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze,
della proprietà, del lavoro, costituiscono il turbamento economico,
quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non
tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquità degli uomini,
quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune
classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse
sembra non possano nè migliorare nè altrimenti modificare.
È però vero che questo disagio economico si è insensibilmente acuito a
cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui
avviene che tutti noi, dal più al meno, abbiamo smarrito il senso della
vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo,
l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicità.
Negare od eludere questo male puole essere facile, non così il proporvi
un adeguato rimedio.
Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale,
chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe
sociale, cioè di coloro che portano a dosso la livrea di servi del
capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente,
cioè distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in
prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale.
Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana
contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di
conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una voluttà di
dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire.