propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissipò l'equivoco e allora gli fu
tolto il brevetto della popolarità e della modernità che prima gli era
stato dato così generosamente.
*
* *
Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe
borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre
castigata e misurata; e così offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori
la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con
quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e
lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e
in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci,
invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta
della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara
_tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia_,[20] e
in arte, in una delle sue ultime e più compiute odi, la già citata
_Presso l'urna dello Shelley_, esclama:
....... O strofe, pensier de' miei giovani anni,
Volate omai secure verso gli antichi amori;
e un po' innanzi:
L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
il quale distico non è altro che una variante più triste di quel noto
verso che chiude il sonetto a G. Mazzini:
Tu solo--pensa--o ideal sei vero.
[20] Lettera dell'11 maggio '93 al _Resto del Carlino_.
In altre parole la sua arte ritorna con più dolorosa comprensione e
convinzione al giovanile motto soggettivo, dedotto dalle iscrizioni
sepolcrali romane _Suis sibi fecit_, cioè, come spiega Egli stesso,
«questa tomba fece a sè ed ai suoi versi».
*
* *
Questa coerenza che è in lui nell'arte, è anche in politica.
Forse può sembrare un'affermazione audace; ma io ho tutt'altra pretesa
che di far mutare l'opinione del pubblico; tanto più che sarebbe
pretendere l'assurdo il volere che gli uomini depongano le loro passioni
per giudicare serenamente un fatto che certo si presta a critiche acerbe
e non benevoli. Io voglio solo dire ciò che credo vero, e credo
fermamente che volendo e potendo dare uno spassionato giudizio, questa
coerenza conviene ammetterla.
L'evoluzione monarchica del Carducci sotto un certo punto di vista si
potrebbe considerare come fatta a posta per indicare con un mutamento
politico reciso un dissidio antico fra lui e l'universale: dissidio che
si veniva sempre più accentuando per la maturità dei tempi, e che Egli,
per quanto lo avesse voluto, non avrebbe potuto togliere in sè perchè
sarebbe stato necessario mutare sostanzialmente la sua natura ed il suo
genio.
*
* *
Data l'indole de' tempi e la natura dei due ingegni, come trovo coerente
l'evoluzione del Carducci, così mi sembra naturale quella del De Amicis,
anche considerandone il solo lato artistico. Questo conosciutissimo
scrittore (e il suo passato e la sua coltura lo dimostrano) è recente
alla vita del pensiero. Egli, per usare di un paragone, certo è feconda
pianta, ma di brevi radici e per vivere deve necessariamente assorbire
la linfa alimentatrice alla superficie del suolo: in altre parole la sua
opera artistica è determinata dalle condizioni generali dello spirito
dell'epoca ed è quindi più che naturale che lo segua nel suo nuovo
indirizzo.
Egli deve aver sentito che se si fosse voluto svolgere in un senso
contrario a quello cui l'universale crede e tende, avrebbe trovato
impedita la via. Questa, anche prescindendo dalle possibili convinzioni
individuali, è una delle cause della vera evoluzione del De Amicis.
Forse gli si può fare rimprovero di essere stato il primo; ma è
verosimile che fra gli scrittori non sia nemmeno l'ultimo.
Per il Carducci invece è il contrario. Egli per vivere nell'arte, non ha
bisogno di bere alle mal note fonti della vita presente: Egli è quercia
secolare e quanto avanza pel cielo il tronco e le mirabili fronde, tanto
sotterra spandonsi le sue radici. Molti secoli visse la sua anima, di
molti fatti umani Egli assimilò l'esperienza e la sapienza perchè si
possa mettere allegramente nella schiera degli innovatori e dei facili
profeti della felicità del domani; e, forse, troppo s'indugiò nel
giardino delle Muse di cui parla Platone, di troppo amore amò cose di
cui a stento oggi si ricorda a pena il nome, perchè possa essere inteso
dagli uomini nuovi e questi lo possano intendere.
Contro la verità dell'oggi, determinata dalle mutevoli correnti dello
spirito pubblico, Egli oppone una verità maggiore, immanente, desunta
dalle leggi storiche ed umane e si mette in uno stato di opposizione che
non è tanto nel suo deliberato proposito quanto nella sua natura.
Così, ad esempio, la propaganda per la pace universale è tutt'altro che
un'utopia: già al nostro tempo le utopie vere non attecchirebbero, ma
risponde a ben conosciute tendenze economiche e sociali: ora per il
Carducci il riconoscere, forse, l'opportunità di questa agitazione non è
argomento sufficiente per accettare come assoluto un principio che pur
troppo sembra contrastare sì con le leggi storiche come con le leggi
biologiche. La sua mente, come già dissi, non si può fermare ai fatti
parziali; bisogna che risalga alla ragione prima, al principio
fondamentale, e scrive una delle sue odi _più pensate e lavorate_
all'idea storica della guerra. Voce inopportuna e non adatta certo ad
acquistargli popolarità: ma per lui l'opportunità sta ne' suoi
convincimenti e tutta la opposizione del mondo non basterebbe a far
tacere la sua voce.
*
* *
In una parola si può dire che lo spirito pubblico non ha agito sul
Carducci che, o negativamente o come stimolo all'opposizione: tutta la
sua opera di arte risente lo spasimo della produzione autoctona, e di
questo fatto la più parte dei lettori ben s'accorge ma non sa rendersene
chiara ragione fuorchè dicendo che le sue poesie non sembrano spontanee
come quelle di altri poeti; mentre se v'è lirica fusa di getto, questa è
la lirica del Carducci.
Tali condizioni speciali d'animo e di coltura danno al suo genio un
impeto di passione profonda, a cui risponde benissimo la forma lirica;
ma nel tempo stesso gli tolgono la facoltà di studiare con oggettiva
indifferenza e come pura materia d'arte i vari elementi di cui si
compone la vita contemporanea; e questa è forse una delle cause per cui
Egli non ci diede nè ci darà, molto probabilmente, nè il dramma nè il
romanzo.
*
* *
L'arte del Carducci nella letteratura italiana modernissima giganteggia
solitaria.
«Il Carducci è uomo d'altri tempi»--esclama un giovane scrittore[21] in
un suo libro di critica per alcuni lati pregevole; ed io riporto
volentieri questo giudizio non per valore di verità che contenga, ma
perchè rende abbastanza bene l'opinione di molti--«non sa respirare il
flusso d'idee nuove che l'ultime nevicate letterarie ci àn soffiato da
settentrione.» Ed un noto commediografo scrive in quest'anno a proposito
del concorso drammatico ministeriale: «Povero Carducci! Lo vorrei ben
veder io giudice alla lettura di una o più commedie applaudite o
fischiate, egli che da anni non frequenta un teatro di prosa, e non
conosce una sola commedia moderna»--e più innanzi--«noi vogliamo per
differenti ragioni escludere (dal giurì del concorso) tutti quei
letterati puri, i quali del teatro moderno e della salutare evoluzione
cui va soggetto, non sanno nulla e mostrano di non saper nulla».
[21] E. A. BUTTI. _Nè odi nè amori._ Milano, Dumolard, 1893.
O egregi e strenui giovani della dimostrazione dell'11 marzo '91, quando
voi proclamaste «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo,» molto
verosimilmente diceste cosa di cui non avevate piena convinzione.
Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne
può trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il
tono che fa la musica, cioè la irriverenza delle espressioni, la quale
rivolta ad un uomo che è tanta parte del pensiero italiano e che non
deve essere confuso coi _letterati puri_, può essere studiata come
sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perchè
indica affrancamento da ogni _feticismo_) a parte, dico, il modo che più
m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto
influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o
d'invenzione che si voglia dire.
*
* *
Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e
pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e
sebbene ogni scrittore segua con la più grande libertà quella teoria
d'arte che più si confà al suo temperamento o che più è di moda,
tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione
generale e sono indice abbastanza esatto del tempo.
Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori
italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto
divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si può dire
che abbiano avuto torto, tutt'al più si potrà lamentare questa scissura
delle nostre forze intellettuali più vive e giovani: ma penso che sia un
male senza rimedio.
I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono
troppo a sè come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come
senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non
conosce nè meno di nome e dove ciascuno alla sua volta è spettatore ed
attore.
E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta è un gran
male, perchè essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento,
godendo di molta autorità, almeno in un dato ceto sociale, del favore
governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul
serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del
pensiero nazionale. E in verità a questo nobile fine tende l'erudizione
del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri
giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la
ragione pratica dei loro studi.
Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro
riti fra loro e quel che è peggio vi costringono tutta una scolaresca,
con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le
audacie e la vivacità; del classicismo non ha l'arte, la profondità, la
lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca
moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano
una falsa rigidità ed un'astrusa freddezza.
Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo;
facendo sè stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi
dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ciò più innanzi.
È esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella
sostanza per chi esamina spassionatamente le cose.
Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico,
cioè che credono di essere con più o meno vocazione chiamati all'arte,
il primo atto di dovere verso sè e verso il pubblico da cui vogliono
essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ciò che possa sapere di
studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al più se
nell'arte formale del periodo e dello stile è necessario un modello,
questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessità la francese
ed esclusa l'italiana. Nessuno più di me odia il falso e retorico
classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneità
e dell'arte vera: ma che da una così copiosa e gloriosa e mirabile
tradizione letteraria quale è la nostra; dal rigoglio di idee che,
innegabilmente, è proprio dell'età presente non debba venir fuori nulla
di originale, di nazionale, di italiano, è proprio sconfortante.
*
* *
Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo,
novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed è così tenace da
sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte.
Ecco: questo grande e complesso organismo della società borghese, reca
attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i
caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra
giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene
con la brillantezza allegra e la caducità delle fungaie. Si può
obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al
Tolstoi offre questo carattere di decadenza. È vero; ma ad esempio, in
questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla
decadenza v'è anche un al di là, una fede non ricercata ma ingenita a
non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico
ed ascetico profumo di virtù consolatrice e redentrice. I nostri giovani
autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice
di tutte le forme morbose della società; pare che le ricerchino come
prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e
scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano,
folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento
della società presente, che è universale, si congiunga con un
decadimento speciale della nazione.
Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi
di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli
scrittori. Se essi scrivono così, vuol dire che il loro ingegno, la loro
arte, il loro pubblico li porta a questo e non c'è nulla da aggiungere.
Io voglio dire semplicemente che quando una società riconosce il suo
maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e
criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie
di autopsia che essa fa di sè e de' suoi mali, tale società ha perduto
il senso della propria conservazione.
Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i
loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio,
dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma è vero anche
che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo
nelle sue forme più audaci di distruzione si presenta talvolta come
logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica,
per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei
principii morbosi.
*
* *
Dove può sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si è nel campo
della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza
sorprendente lasciò la sua impronta di leone.
Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimutò l'atmosfera
letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento
critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al
metodo storico di cui Egli, per la verità del sistema e per reazione
alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il più sereno e
sicuro maestro. V'è di più: Il Carducci è caposcuola dell'onestà
letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale
determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi
sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad
un fine pratico: cioè ad un'instaurazione superiore della coltura
nazionale.
Ora questa grande idealità degli studi che anima il Carducci accende
anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore
all'erudizione e alle lettere?
Non pare, e non pare nè meno che lo seguano nella parte formale, cioè in
quella chiarezza e genialità artistica la quale risplende nelle più
severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma è propria della
nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo è che la sua
fede nell'opera rigeneratrice degli studi è immensa, sebbene (mi si
perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine più
dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e
delle persone.
V'è in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che
resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza così serrata che non
permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno sì che
Egli rimanga credente e combattente sino alla fine.
A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso
pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento
classico:
«Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta
la nobiltà e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi,
intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto.
Non potevano capirlo: parteggiarono più di una volta coi nostri nemici.
La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre.
Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le
plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella
cittadinanza l'idealità che fece la patria: e questa idealità, non
importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla
coltura classica.
«Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di
Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle
prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie
dell'indipendenza.
Conclude dichiarandosi «fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha
bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali
impacci di pedanterie, quella idealità superiore greca e romana, contro
la quale tuttavia batte il flutto della volgarità, della materialità, ed
anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti
sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare.
«In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e
gloria al popolo italiano, che è per tutte le sue tradizioni altamente e
profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio
Guizot: l'aristocrazia greca e romana è l'ultima che rimane agli spiriti
nobili e che nessuno può togliere».
*
* *
Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i più
lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col
lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a
nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno è sfuggito
alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta
l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della
vivacità dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni,
ma un'impacciata gravità inestetica lascia trasparire attraverso le
screpolature qua e là la grettezza del pensiero ed una erudizione non
maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il
metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a
tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea
classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a
mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio,
o _apprentissage_, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di
commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle
arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri.
Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori
e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della
critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e
però alla civiltà e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i
giovani che a questa scienza attendessero con severità di propositi ed
elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi
ad una più sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia,
della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza
viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive
per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse così, e questa nostra
patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione
della sua nazionalità intellettuale e morale!
Ma non è così. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per
la ricerca, e fin qui meno male; il male vero è che questa erudizione
non è animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un
grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi
fatti più maturi si valgano per istudi più complessi e maggiori o per
adattare il già noto al mutevole tempo. In generale è tutta
un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalità,
se pure per finalità non si vuol intendere quella molto necessaria ma
poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i
possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealità, tanto che io non
esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico
dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi
porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza.
Tutt'al più a volere assegnare a costoro una ben strana missione
storica, già adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono
simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente
l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si
parla anche di morte.
Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad
infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono
chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che mercè loro (e se
vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate
cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si può chiamare la
demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare
leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i
giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si
allargasse, ed anche un tacito _parce sepulto_, quando non è
un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno
intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del
latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a
Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti
anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi
credendoli conoscere per averli così spesso avuti seco e averli letti ed
esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano
perfettamente inutili, appunto perchè perfettamente non li intesero o,
meglio, non vennero fatti intendere.
Certo è che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza
di idealità, di finalità, di arte diviene maggiore a cagione di un senso
direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di
questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la
seguente, cioè che il pubblico intende ovvero intuisce come questo
studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come
dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera
aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente.
Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e
colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario.
*
* *
Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v'è una decisa
concentrazione del Poeta in sè medesimo, e ne hanno dedotto un
decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua
vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perchè
essendo costretto ad attingere sempre più entro di sè, riesce tuttavia a
dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa.
Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli
vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la
natura tutta vi risponda con una tragica serenità che non è nelle prime
odi.
Sarebbe invece più giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto
a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano
le colonne d'Ercole e lì bisogna arrestarsi.
Egli sembra essere compendio e termine di questa divina arte del canto
quale sino ad ora venne intesa, cioè come rispondente con armoniche
forme ai nostri bisogni estetici ed ai nostri fantasmi.